Da come è spiegata in questo articolo, che pure è scritto da Michele Ainis, cioè da un giurista che la pensa come Giorgio Napolitano, la sentenza sul conflitto di attribuzioni sembra contraddittoria là dove ammette che se le intercettazioni contengono la prova dell'innocenza di un inquisito devono essere conservate. Quindi prima di distruggerle, bisogna fare una valutazione, non c'è nessun automatismo, nessun principio di privacy in assoluto. A chi spetta questa valutazione? A chi intercetta? Agli inquirenti? No, può spettare solo al giudice per le indagini preliminari. Ma il GIP non può valutare da solo senza consultare le parti. A quel punto il rischio che le intecettazioni diventino pubbliche diventa altissimo. Questo è il motivo per cui la procura di Palermo non le ha inviate subito al GIP. Proprio per tutelare la privacy del presidente.

A mio modesto parere, contrariamente a quanto scrive l'insigne giurista, la procura di Palermo non si è comportata come se di fronte ad un vuoto normativo sulle intercettazioni fortuite del presidente della repubblica, la Costituzione non esistesse, ma come se nella Costituzione ci fossero due principi che entrano in conflitto nel caso specifico. E infatti ci sono.

Se l'articolo 90 della Costituzione stabilisce che «Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri», l'articolo 24 sancisce il diritto inviolabile alla difesa: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.» Appartiene al diritto alla difesa la conoscenza di tutti gli atti dell'istruttoria, comprese le intercettazioni fortuite.

Si dirà che in questo caso è evidente che l'interesse dell'inquisito per falsa testimonianza Nicola Mancino è convergente con quello del presidente della repubblica. A parte il fatto che non si tratta dell'unico inquisito, dubito però che questa valutazione, anche se ovvia, possano farla gli inquirenti o il Gip in modo unilaterale, nè che si possa fare per vie informali con la difesa dell'inquisito, magari per telefono con il rischio di essere intercettati ancora. La si farà secondo la procedura prevista per il deposito degli atti, in accordo tra le parti. In quella sede la difesa comunicherà al GIP di non essere interessata alla preservazione delle intercettazioni o di volerne la distruzione. Non vedo in quale altro modo tale convergenza possa manifestarsi.

C'è poi da domandarsi se davvero dall'articolo 90 della Costituzione si possa desumere un principio di tutela della privacy del presidente nel caso venga accidentalmente intercettato. E se le conversazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano - riguardanti la richiesta di Mancino al presidente di intervenire sul coordinamento delle procure coinvolte nella inchiesta sulla trattativa Stato Mafia, in modo che la parte relativa al suo caso fosse sottratta alla Procura di Palermo - davvero rientrino propriamente nell'esercizio delle funzioni del presidente della repubblica.

Scrive Michele Ainis citando la sentenza che «occorre interpretare le leggi ordinarie alla luce della Costituzione, e non viceversa». Tuttavia, a me sembra che per affermare il principio prioritario del diritto alla riservatezza del presidente della repubblica sia stato fatto proprio questo, sia stato interpretato l'articolo 90 della Costituzione alla luce dell'art. 271 del codice di procedura penale in quanto il presidente della repubblica non rientra tra le eccezioni previste dal segreto professionale. Evidentemente a sostegno della tesi della Consulta, la Costituzione non dice tutto il necessario, tanto da dover cercare appigli al di fuori di essa, ovvero tanto da doverla interpretare alla luce di una legge ordinaria.

Credo che non sia lecita nessuna intromissione nelle scelte individuali. Anche quando non si condividono e anche quando si ritiene non siano nella direzione di un percorso di emancipazione. Del resto non esiste emancipazione senza liberta’ e autodeterminazione. Per esempio non mi sognerei di vietare a una donna di indossare velo o burqa che sia, pur non condividendo la sua scelta.

Se parliamo di vivere la propria sessualita’ come meglio si crede (desiderio si, desiderio no, orgasmo oggi, cento euro domani…) parliamo della sfera privata, e lì liberi tutti. Regolamentare la prostituzione invece ha conseguenze che non rientrano più nel privato ma aprono a questioni che riguardano tutti. Per legge, si intende definire la sessualita’ quindi usciamo dalla sfera del privato e dall’”ognuno è libero di vivere la sessualita’ come crede”. Il sesso per legge viene definito come merce. E questo apre non poche questioni.

Per dire, si sostiene che le prostitute devono pagare le tasse e quindi uno studio di settore dira’ quante marchette dovra’ fare la signora pinco pallino nell’anno fiscale. e le dovra’ proprio fare, perchè le tocchera’ pagare una percentuale x delle marchette allo stato magnaccia. 

A questo punto andrebbe anche rivisto il reato di sfruttamento (un agente, il titolare di un’agenzia di servizi, il titolare di un centro estetico, perfino un commerciante, comunque il datore di lavoro di un lavoro come un altro insomma, non commette mica nessun reato. O no?). E anche di induzione (se è un lavoro come un altro, sarebbero anzi auspicabili perfino corsi di avviamento alla professione).

Perfino il concetto di violenza sessuale potrebbe essere rivisto e ridefinito. Sembrerebbe avere più a che fare con il furto, o no? Una palpatina su un autobus mi sembra più prossima al borseggio (beh, dipende da quanti soldi c’erano nel portafoglio, a dire il vero).

Faccio fatica a guardare la regolamentazione del mestiere e del ruolo femminile più antico del mondo (insomma non proprio una disobbediente novita’ dalla valenza eversiva) come una grande conquista dell’emancipazione femminile. sessualita’ femminile relegata dal patriarcato a ruolo di servizio (da erogare al marito o al cliente, poco importa nella sostanza), merce per cui è stato possibile fissare un prezzo, pagabile con una dote e il mantenimento oppure con una tariffa a minuti o a servizi. Merce che, proprio in quanto merce, quando viene rubata è solo la refurtiva di un furto.

Ciò detto non mi sognerei di impedire a qualcuno di sceglierere e fare di sé ciò che ritiene opportuno. (Tk)

Una obiezione frequente è mossa da destra o dai radicali, che in effetti sinistra non sono: i pacifisti manifestano per la Palestina, ma non per la Siria. Tempo addietro, al posto della Siria era citato il Darfur, prima ancora la Cecenia. L’obiezione vuole dire che i pacifisti non manifestano con sincerità per la pace e la tutela dei diritti umani, altrimenti darebbero importanza alle vittime di tutti i conflitti, invece di dare importanza solo alle vittime di quei conflitti in cui è parte in causa Israele. O gli Stati Uniti, o l’Occidente. Dunque la vera motivazione dei pacifisti sarebbe l’ostilità ad Israele (l’antisemitismo camuffato da antisionismo), o l’ostilità agli Stati Uniti (l’antiamericanismo).

Chi muove questo tipo di obiezione - un politico, un giornalista, un blogger - da parte sua in genere non mostra  particolare sensibilità e non promuove iniziative per la Siria, il Darfur, la Cecenia. Mostra interesse a che non si parli della Palestina, dell’Iraq, dell’Afghanistan. Come se suo principale scopo fosse delegittimare il pacifismo e tutelare l’immagine di Israele, o dell’America o dell’Occidente. La sua obiezione spesso si riduce a un diversivo. Estendibile, replicabile e ribaltabile all’infinito.

Ad esempio, perchè non abbiamo manifestato e non manifestiamo per lo Yemen? 16mila morti sciiti dal 2004. E per il Pakistan? 36 mila morti dal 2004. E per il Kashmir? 68 mila morti dal 1989. E per l’India? 52 mila morti in Assam dal 1979, e 13 mila in Naxaliti dal 1980. E per la Birmania? 30 mila morti dal 1988. E per la Thailandia? Oltre 5 mila morti dal 2004. E per le Filippine? 41 mila morti dal 1969 (Npa) e 71 mila morti dal 1984 (Mindanao). E per la Somalia? 14 mila morti dal 2006. E per l’Etiopia? 4 mila morti dal 1994 (Ogaden). E per il Congo? 6 mila morti dal 2004. E per il Sudan? 300 mila morti dal 2004 (Darfur). E per la Repubblica Centrafricana? 2 mila morti dal 2003. E per il Ciad? 2 mila morti dal 2005. E per la Nigeria? 15 mila morti dal 1994. E per l’Algeria? 200 mila morti dal 1992. E per il Caucaso? 50 mila morti dal 1999. E per la Colombia? 300 mila morti dal 1964. Per il Messico? 45 mila morti dal 2006 (Narcos).

Possiamo domandarci quanto ci siamo occupati di questi conflitti, di queste repressioni, della politica interna di questi paesi. Ma un conto è interrogarsi sul perchè la nostra attenzione, il nostro impegno viene monopolizzato da alcune situazioni, trascurandone altre, un altro è usare questa domanda come arma contundente da dare in testa ai pacifisti. Lo si può dare in testa a chiunque.

E vero tuttavia, che un pezzo, sia pure minoritario del pacifismo ha uno scopo specularmente opposto: denigrare l’immagine di Israele, Usa, Occidente e tutelare l’immagine dei regimi antioccidentali, come la Siria o l’Iran, o come lo erano l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi. Sempre in senso anti occidentale, poichè la sua concezione della lotta all’imperialismo è geopolitica, è una lotta tra stati, come lo era ai tempi della guerra fredda, con l’America e i suoi alleati, primo fra tutti Israele, e quel che resta o può sostituire il campo dell’Urss.

Da notare che queste componenti contrapposte e specularmente faziose usano spesso e volentieri come argomento retorico e propagandistico contro i loro avversari la medesima accusa di doppiopesismo. Abbiamo visto i radicali impegnati in campagne per la salvaguardia dei diritti umani, per la libertà e la democrazia, quando questi erano calpestati da regimi comunisti. Oppure oggi quando sono calpestati da regimi islamisti o comunque antioccidentali. Ma non abbiamo visto i radicali impegnarsi nello stesso modo contro le dittature militari fasciste dell’America Latina, o contro il Sudafrica dell’apartheid, o contro l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Quando l’oppressione ha un segno occidentale, sono i radicali ad essere distratti. O a porsi direttamente dalla parte degli oppressori.

La maggioranza del pacifismo però è estranea a motivazioni dettate da una scelta di campo, almeno dagli anni ‘80. Il movimento pacifista, quella seconda superpotenza mondiale indicata dal New York Time nel 2003, l'unica capace di opporsi a Washington in procinto di attaccare Baghdad, non è contro l’Occidente, ma è occidentale e investe il suo potenziale di opinione pubblica nei confronti dei governi occidentali. I suoi governi, i governi dei suoi alleati. Il movimento pacifista non si sente e in effetti non è opinione pubblica rispetto ai governi extra occidentali, riesce perciò a mobilitarsi solo nel raggio della sua sfera d’influenza. Così come i dissidenti sovietici, a loro volta accusati di antisovietismo, lottavano contro la violazione dei diritti umani in Urss, nei regimi dell’est e non si occupavano della violazione dei diritti umani in Cile, in Salvador o in Argentina.

Nello specifico del caso siriano, come in quello del caso libico, poiché non è chiaro come possa essere controparte della mobilitazione un regime esterno all'Occidente, c'è il rischio che si impongano come interlocutori di nuovo i governi occidentali, per avvalersi di un consenso che il pacifismo non potrà mai dare a favore di un intervento armato.

In questo senso, il movimento pacifista, soprattutto nella sua dimensione più estesa, è parziale e limitato. Nelle potenzialità come nella dipendenza dalle leggi dell’opinione pubblica. Anche se poi, pacifismo non è solo manifestazioni di piazza. La diffusione di notizie e appelli relativi a quegli «altri conflitti» avviene soprattutto attraverso le pubblicazioni dei pacifisti. 

Paladini dell’Occidente e antimperialisti geopolitici spiegano le attenzioni e le disattenzioni dell'avversario sulla base di motivazioni ideologiche, come se il mondo fosse diviso soltanto in aree ideologiche (l’Occidente, l’Islam, il Comunismo, etc.). Il mondo è diviso anche in centri e periferie. Quello che avviene nei centri è più importante di quello che avviene nelle periferie. Più importante per tutti. Stati, partiti, movimenti, mass-media, opinione pubblica. Vale nella politica internazionale come nella cronaca nera. 

Diviso il mondo per aree ideologiche, è possibile notare vistose differenze di attenzione nell’ambito della stessa area ideologica. Ad esempio, la questione curda in Turchia durante la guerra fredda e subito dopo, poteva essere usata nella propaganda contro la Nato, ma ciò non è mai successo se non quando il capo del Pkk è venuto in Italia. Per alcuni mesi la questione curda è stata la questione più importante del mondo. Era nel nostro centro, in Italia. Era un fatto nuovo che rimetteva in movimento le sorti del conflitto in Kurdistan con un esito imprevedibile. Era un fatto che ci divideva, che creava una contrapposizione politica. Era un fatto che metteva in contraddizione le nostre leggi, i nostri principi, con i rapporti con i nostri alleati della Nato, la Turchia e gli Stati Uniti. Passato Ocalan, la questione curda è tornata nell’oblio. E dopo vent’anni si potrebbe domandare ai pacifisti, ma anche ai radicali, perchè non manifestano per i curdi. All’epoca, l’argomento curdo fu usato da Pierluigi Battista contro l’intervento della Nato in Kosovo.

Anche il tema della nostra sofferenza per le vittime - perchè soffriamo più per alcune e meno per altre - può conoscere reazioni diverse, non solo tra due conflitti, ma anche rispetto al medesimo conflitto. Mille e quattrocento palestinesi morti uccisi in una campagna di bombardamenti di tre settimane come è stata Piombo fuso a Gaza fine 2008, inizio 2009 ci fanno soffrire di più di centinaia di palestinesi morti in seguito ai ferimenti di quella aggressione militare o nel corso di un lungo stillicidio di omicidi mirati, rappresaglie, effetti collaterali, rastrellamenti, distruzione di uliveti, demolizione di case, cecchinaggi in prossimità dei valichi o dei limiti di pesca nelle acque marine. Anche per queste vittime palestinesi che non fanno notizia, che appartengono alla routine dell’occupazione israeliana, non manifesta nessuno e la sofferenza che proviamo è quasi inesistente.

Alla domanda postagli dal vicepresidente di CasaPound «Sei antifascista?», Beppe Grillo risponde che non gli compete, che il M5S è ecumenico, che «è come chiedere se sei razzista o antirazzista, sono domande che non hanno risposta». Almeno, non da parte sua.

Eppure la risposta può essere ovvia. Sono antirazzista perchè gli uomini sono tutti uguali. Sono antifascista perchè sono contro il ducismo, il militarismo, il nazionalismo, il partito unico, il razzismo, l'uso della violenza per eliminare gli oppositori politici. Questo fascismo non è una definizione astratta. E' la storia del regime fascista. E' la pratica politica dei fascisti negli anni '60 e '70. E' l'assalto alla scuola Diaz e le torture di Bolzaneto, dove ai reclusi si faceva cantare faccetta nera e baciare la foto del duce. La democrazia italiana, con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni, è nata nella lotta contro il fascismo e sempre nella lotta al fascismo si è salvaguardata ed ha vissuto la sua stagione migliore, dopo la sconfitta del governo Tambroni. Per converso, la democrazia italiana ha smesso di evolversi ed ha iniziato a declinare quando l'antifascismo si è ridotto prima a celebrazione, poi ha cessato di essere una discriminante nei rapporti politici, ed è stato infine ribaltato nella lettura storica del revisionismo, fino al chiasso sul «sangue dei vinti».

Nel momento in cui Grillo apre ai fascisti, le sue critiche al PD o a qualsiasi altro partito, diventano irrilevanti, e il M5S si colloca, per me, tra i partiti a cui non è neanche pensabile dare il voto. Lo chiarisco, perchè proprio su questo blog avevo scritto che il M5S era tra i partiti votabili. Si sbaglia e ci si corregge. Avevo comunque anche evidenziato l'idea grillina secondo cui concedere la cittadinanza agli immigrati fosse «senza senso». Come è senza senso dirsi antirazzista o antifascista. Ecco il senso.

Per replicare alle critiche, Grillo ha scritto un minipost.

«Il M5S non è di destra né di sinistra». Questa affermazione è stata fatta da altri movimenti al loro esordio. L’Uomo Qualunque, nel dopoguerra, ma anche i Verdi e la Lega Nord a fine anni ‘80. I Verdi superate le prime prove elettorali si sono esplicitamente collocati a sinistra. La Lega Nord, pur essendosi alleata con Forza Italia, An e poi Pdl, ancora oggi nega di essere un movimento di destra. Lo stesso Berlusconi ha più volte detto di essere di destra solo in Italia, mentre in America starebbe con i democratici. La destra non ha mai amato il dualismo destra/sinistra. Questo dualismo è un modo di sinistra di leggere il confronto politico, presuppone almeno due parzialità, ma la destra non vuole essere parziale, vuole essere rappresentativa di tutti, di un tutto, dei ricchi, ma anche dei poveri, di tutta la nazione, o di tutto il nord, o di tutto il popolo. La destra in Italia non ama definirsi destra anche per distinguersi dal fascismo, per questa ragione si è sempre detta di centro. Ma neppure il fascismo si diceva di destra, non si collocava in uno schieramento politico (nella destra o nella sinistra), ma in una posizione superiore e alternativa ai partiti, al parlamento, alla democrazia. Pino Rauti rifiutava esplicitamente la collocazione del fascismo a destra.

«Il tempo delle ideologie è finito». Il fascismo si proclamava pragmatico e antidogmatico. Mussolini diceva che «la nostra ideologia è la politica che facciamo oggi». La fine delle ideologia, da trent’anni a questa parte, è stata predicata soprattutto da destra, in riferimento alle ideologie di sinistra, il comunismo, il marxismo. Il liberismo non si riconosce come ideologia, ma come legge di natura. La fine delle ideologie è stata predicata dai movimenti rosso bruni, quelle componenti del fascismo che hanno ricercato alleanze e ibridazioni con l’estrema sinistra in funzione anticapitalista e antiamericana.

«Il MoVimento 5 Stelle non è fascista». Ma non è antifascista. Rispetto alla discriminante fascismo/antifascismo, non si schiera. Sostiene che quella discriminante non è importante, è superata, ma anche questo è un collocarsi, non nuovo peraltro. Persino nel ‘43-’45 molti italiani, forse la maggioranza, non attribuirono importanza a quella discriminante e stettero alla finestra. Era il ventre molle del paese, la base del consenso passivo del fascismo prima e del regime democristiano poi e infine dell’Italia berlusconiana. Una prateria elettorale per qualsiasi movimento nè di destra, nè di sinistra, nè fascista, nè antifascista.

«Il M5S non ha pregiudiziali nei confronti delle persone». Ma CasaPound non è una persona, è un gruppo politico, con un programma, dei valori di riferimento, e una pratica politica. Si presume, dal punto di vista di Grillo, migliore di tutti i partiti a cui si contrappone, a cui ha chiuso la porta, perfino Di Pietro, perfino Ingroia. A CasaPound la porta non si chiude, anzi la si spalanca per discutere  amabilmente davanti a tutti. In parlamento gruppi politici diversi od opposti possono convergere nel voto favorevole o contrario ad un provvedimento, ma ciò non significa allearsi o legittimarsi reciprocamente. Il fatto che il PCI e l’MSI abbiano votato tante volte insieme in quanto opposizioni non ha mai portato il PCI a legittimare l’MSI. Essere d'accordo su una misura economica non può significare nulla, se si ha uno sguardo diverso su donne, neri, ebrei, omosessuali. Se non si è d'accordo sul fatto che siamo tutti esseri umani con lo stesso valore, la stessa dignità, gli stessi diritti.

«Il M5S si è alleato e si alleerà con i movimenti di cui condivide gli obiettivi, come è avvenuto per i No Tav, i No Gronda, i No Tav, l'acqua pubblica, i rifiuti zero, i No Dal Molin, il nucleare e tanti altri». La lotta contro il Tav, per l’acqua pubblica, i beni comuni, la raccolta differenziata dei rifiuti, contro il nucleare, sono contenuti ambientalisti e di sinistra. Quando la sinistra non li appoggia è in contraddizione con se stessa. Cosa sono oggi questi obiettivi per il M5S? Il baricentro della sua attuale politica o un retaggio del passato, da usare a sinistra come carta di credito (o specchietto per le allodole), mentre verso destra si fa valere più attualmente la retorica antipolitica e qualunquista, ormai anche possibilista su razzismo e fascismo?

«Il M5S vuole realizzare la democrazia diretta, la disintermediazione tra Stato e cittadini, l'eliminazione dei partiti, i referendum propositivi senza quorum: il cittadino al potere». Di questo argomento bisognerebbe parlare con idee un po' più precise, e con un linguaggio rigoroso, dato che riguarda l’organizzazione della convinvenza e del pluralismo in un paese di 60 milioni di abitanti e non di un condominio o di un piccolo villaggio. Nella storia del nostro paese, i partiti sono già stati eliminati una volta, sotto un ventennale regime per il quale quelle persone che sembrano grillini provano ancora oggi sentimenti di simpatia e nostalgia. C’erano anche referendum propositivi, si chiamavano plebisciti.


Una delle pagine che ha divulgato il presente capolavoro si chiama Un'Italia senza Berlusconi (ma con tutto il suo umorismo). Ovviamente, Ingroia non è responsabile del fatto che i misogini e i maschilisti che si annidano dapperttutto, quindi anche nel suo movimento (che vorrei fosse pure il mio), usino il suo nome, la sua faccia e il suo simbolo elettorale, per dare sfogo alla loro becera ironia sessista. Però lui, i dirigenti del suo movimento, gli amministratori delle "sue" pagine, sarebbero responsabili se lo tollerassero.

Sulla pagina di Io voto arancione mi è stato detto che "E' una vignetta satirica, se avessero messo Giuliano Ferrara sarebbe stato lo stesso, che Luttazzi ha fatto migliaia di volte battute a sfondo sessuale, questo non lo rende sessista".

Le battute a sfondo sessuale-denigratorio sono generalmente usate dagli uomini contro le donne. Come in questo caso. Questo rientra nel sessismo. E' imbarazzante doverlo spiegare. Basti leggere che tipo di commenti ha suscitato nella pagina che l'ha originato: "vai a lavare i piatti", "troia", "zoccola", etc. Ciò detto, è pure un danno che viene fatto a Ingroia. E' evidente che chi divulga messaggi di questo tipo, può barcamenarsi e provare a salvarsi in corner, ma non possiede una sensibilità e una coscienza femminista, che invece dovrebbe essere parte costitutiva di un movimento che vuole incarnare la rivoluzione civile alla sinistra del Pd.

Marco Pannella senatore a vita è una scelta plausibile. Se il presidente della repubblica lo nominerà, non ci sarà ragione per essere scontenti. Ma neanche per fare salti di gioia. Così, ignoro il senso della lettera che Fausto Bertinotti ha inviato al capo dello stato. Dice che Pannella mette in gioco il proprio corpo per salvare, con la vita delle persone in carcere, l’onore della Repubblica.

Con 70 mila detenuti su 45 mila posti in cella, la condizione carceraria è certamente uno dei temi sociali più importanti. Insieme con molti altri che disonorano la repubblica almeno altrettanto: la condizione degli immigrati reclusi nei centri di identificazione o respinti in mare e alle frontiere, trattenuti e internati in Libia in conseguenza di un accordo con il governo italiano. La condizione degli operai, dei lavoratori che subiscono infortuni, muoiono sul lavoro, sono esposti ad avvelenamenti e radiazioni. La condizione di precari, licenziati, disoccupati, esodati, impossibilitati a mantenersi una casa e in attesa dello sfratto. La condizione delle donne che subiscono la violenza maschile e il femminicidio. E' arduo indicare a colpo sicuro un tema più importante di un altro. La lettera di Bertinotti lo indica in funzione del suo candidato.

Un candidato che ha fatto battaglie civili sacrosante e molti scioperi della fame, ultimo quello per l'amnistia, ma che pure ha sostenuto aggressioni militari, che si colloca totalmente dalla parte di Israele nonostante la negazione dei diritti dei palestinesi, che ha appoggiato il governo Berlusconi nel 1994 ed ha tentato di farlo ancora nel 2011. Che si riconosce nel liberismo. Una ideologia all’origine dell'uso del carcere come discarica sociale.

L’aministia, come l’indulto, è una misura straordinaria a fini di opportunità politica e di pacificazione sociale, usata in modo improprio, per sfoltire cause pendenti e popolazione carceraria, ma a tal fine non è mai risolutiva e lede il principio della certezza della pena. Il sovraffollamento delle carceri è un ingiusto supplemento di pena, ma rimettere in libertà persone che si sono macchiate di delitti è una ingiustizia nei confronti delle vittime e può essere un pericolo sociale. Dalle carceri vanno liberati tossicodipendenti e immigrati, possono essere depenalizzati i reati minori, favorito l’accesso alle pene alternative. Dubito della giustezza e dell’efficacia di provvedimenti generalizzati.

Perciò, pur senza disprezzare la sua proposta, credo che un uomo di sinistra come Fausto Bertinotti, possa qualificarsi con una proposta migliore e più coerente. Su Facebook, tra i commenti alla sua lettera, c’è una compagna che propone una donna pacifista e femminista: Lidia Menapace. Ed io sono d’accordo con lei.

Il movimento delle donne, non è l'unico movimento di liberazione, l'unico soggetto discriminato, nei confronti del quale viene ribaltata la realtà. Una militante femminista, recentemente scomparsa (di cui non ricordo il nome) disse che «il maschio in crisi di dominazione si spaccia per dominato». Ciò potrebbe dirsi per qualsiasi dominatore traballante o messo in discussione.  E' la vecchia favola del lupo e dell'agnello.

Nell'apartheid sudafricano, i boeri giustificavano il loro sistema segregazionista con l'argomento secondo cui i neri essendo maggioranza avrebbero usato nella democrazia la forza del loro numero, per scacciare i bianchi. Così, la discriminazione dei neri era necessaria per prevenire quella dei bianchi, poichè nella rappresentazione boera erano i neri ad essere ostili ai bianchi. Israele, mentre nega ai palestinesi sia la sovranità indipendente sui loro territori, sia la cittadinanza dello stato occupante, li accusa di voler distruggere lo stato ebraico, e mentre bombarda Gaza rivendica il diritto alla difesa. Nei vecchi film western, i cowboy erano i buoni, i pellerossa i cattivi, quando questo copione è diventato inaccettabile, i pellerossa sono stati rimossi. Gli autoctoni xenofobi dei paesi ricchi accusano gli immigrati provenienti dai paesi poveri di essere dei colonizzatori, di costituire una minaccia per la loro cultura, sicurezza, livello dei redditi e di occupazione, di precederli nell'assegnazione delle case popolari, di sottrarre risorse al loro welfare, nonostante gli immigrati siano sfruttati, sottopagati, contribuiscano in misura importante alla formazione del Pil e all'equilibrio dei bilanci previdenziali, e permettano ad una parte della società occidentale di non svolgere i lavori più umili, pesanti e pericolosi. I leghisti accusano il sud di aver colonizzato e sfruttato il nord, nonostante il meridione sia stato depredato dall'unificazione nazionale condotta dai piemontesi, ridotto a mercato e bacino di manodopera immigrata per il triangolo industriale. Quando il proletariato si è ribellato allo sfruttamento della borghesia, gli è stato attribuito l'odio di classe e classisti sarebbero stati i comunisti e non i liberali. Gli ebrei, il gruppo umano più discriminato della storia, sono stati accusati con il falso dei protocolli dei savi di sion, di voler dominare il mondo. Nel 1933, all'avvento del nazismo al potere, appena un decennio prima della shoah, una incredibile prima pagina del Daily Express titolava: «Gli ebrei dichiarono guerra alla Germania». 

Dunque, per quanto sia farneticante, è tristemente «normale» che a qualcuno salti in mente di contrastare il femminismo raccontando che sono gli uomini ad essere provocati, sottomessi, discriminati e violentati dalle donne.


Vedi anche:

Bruno Volpe su Pontifex e Don Piero Corsi su un pezzo di carta affisso in parrocchia hanno scritto che il femminicidio è provocato dalle stesse donne. Le due dichiarazioni sono state contestate sui giornali e su Internet, ma anche condivise. Su Facebook sono nate pagine a sostegno del parroco di Lerici. Molti commenti di condanna, sono stati accompagnati da puntualizzazioni e distinguo.

Una terza posizione ha predicato il silenzio, per non fare loro pubblicità. L’idea, almeno quella dichiarata, è che il silenzio non sia un buon cavo conduttore. Eppure, pensiero e pratica mafiosa, ben si conducono nell’omertà. La violenza maschile, che si manifesta soprattutto entro le mura domestiche, è un fenomeno sommerso, radicato nella dimensione privata, diffuso nello spazio e nel tempo, proprio grazie al silenzio. Come la violenza mafiosa. 

Allora, abbiamo ignorato anche troppo e mettersi a predicare di ignorare ancora, proprio quando finalmente si comincia a reagire, è un controsenso. Se non peggio, un espediente, per l’impossibilità di difendere l’indifendibile. Quando la violenza mafiosa viene negata o legittimata, si reagisce e non si vede perchè dovrebbe essere diverso quando viene negata o legittimata la violenza maschile. Tanto più quando accade per iniziativa di una autorità politica o religiosa.

Quelle dichiarazioni misogine sono una provocazione nei confronti di ambienti laici e progressisti, ma non lo sono in altri più integralisti e conservatori o in tanta realtà di provincia. Se provocazione viene percepita, essa riguarda l'eccesso, l'esagerazione, il tono, ma non il senso. In modo meno esplicito, l’idea che le donne siano corresponsabili delle violenze che subiscono, è molto diffusa, nei vertici e nella base sociale, tra i laici e i religiosi, a destra e a sinistra, tra i conformisti e gli anticonformisti.

Ignorare è comunque un modo di comunicare. Un modo polivante. Può voler dire che disapproviamo, che approviamo, che il fatto non ci interessa, che lo reputiamo plausibile e legittimo, che abbiamo paura, etc. E dato che diverso è il modo in cui si pensa, diverso è il modo in cui può essere recepito il nostro tacere. Un vecchio proverbio suggerisce che chi tace acconsente.

Ad amplificare il caso, non sono le reazioni. Sono le divisioni. Una parte della società, in modo più blando o più convinto, la pensa come Bruno Volpe e Don Piero Corsi. Rispetto ad essa i provocatori sono quelli che parlano di femminicidio. Infinite discussioni solo sulla validità di quella parola. Non è un conflitto tra i generi, ma tra blocchi culturali. Quella triste visione del mondo, secondo cui a metà del genere umano compete una funzione di servizio, sennò tutto va a scatafascio e allora guai a lei, in un modo o nell’altro va affrontata. Improbabile che il modo migliore sia quello di fare gli struzzi, nell’attesa che si estingua da sola, secondo una rassicurante visione lineare e progressiva della storia.

Ad amplificare il caso, c’è anche la divisione tra laici e religiosi. Il fatto che a parlare siano stati due uomini della chiesa cattolica induce più facilmente militanti atei e laici a prendere posizione, su un argomento che di solito li vede più tiepidi. Tra questi, il partito radicale, molto femminista in funzione anti-islam e anti-clericale, altrimenti poco coinvolto. Un comunicato del presidente Silvio Viale, prende spunto dal caso di Don Piero Corsi, per polemizzare (quale migliore occasione?) contro il Telefono Rosa. Viale rimprovera la sua presidente di essere in contraddizione: Per potere affermare, senza esitazioni, che non è la minigonna che “incita” allo stupro, come non è il comportamento della donna che “incita” il femmicidio, bisogna evitare di contraddirsi sostenendo, in altra veste, che l’uso dell’erotismo del corpo femminile nella pubblicità, nella vita, in TV e nel film “inciti” alla violenza. Purtroppo l’ho sentito ripetere troppe volte da donne della politica, per convinzione o per compiacenza, senza rendersi conto di sostenere in fondo le stesse tesi di Don Piero. Insomma, Pontifex come Lorella Zanardo.

Secondo me, è il presidente dei radicali a confondersi. Occorre distinguere la situazione in cui è la donna a disporre del proprio corpo, è la donna ad essere soggetto, dalle situazioni in cui la donna è soltanto resa oggetto in funzione del piacere maschile, è resa cosa per vendere cose. La donna che in piena libertà e autonomia si spoglia, si veste, o si mette come meglio crede, non incita ad un bel niente. Gli uomini che, in TV, nella pubblicità, o nel commercio, rappresentano le donne come esposizione di pezzi di carne sempre disponibile, invece si.

Usare «femminismo autoritario» al posto di «nazifemminismo». Una questione di sfumature. Ci ha pensato la pagina fake «No alla violenza sulle donne». Nonostante il tentativo di Timperi di sdoganare l'ossimoro più hard nella televisione italiana. Ora è preferito il sottotitolo più soft, sia pure accompagnato dalla parentesi esplicativa.

La pagina fake, denunciata anche su alcuni giornali, si avvale della condivisione di contenuti da altri siti e altre pagine misogine come Femministe pentitevi, Femminismo buono, Feminazi Leaks, Il cacciatore di femministe, etc. Si avvale altresì della collaborazione di Rossella, «femminista libertaria e antiautoritaria». Alcuni suoi contributi sono citati nel blog del Ricciocorno e su «Segnaliamo la pagina di impostori No alla violenza sulle donne»

Rossella, per i suoi post attinge da Femminismo a Sud e da blog affiliati tra cui Tregue di genere (Tregua di genere reso al plurale) e in particolare Al di là del buco (Abbatto i muri), la cui blogger si presenta come: Una femminista che ha disertato e che è andata incontro alle fila nemiche perché curiosa di vedere se oltre il buco ci fosse qualcosa di misterioso, di strano, di interessante, di boh, qualcosa insomma…  Una blogger che ha creato molti personaggi, tra cui Malafemmina, Marina Libertaria, Eretica, Laglasnost e Fikasicula, nick storico della fondatrice di Femminismo a Sud.

Il concetto di «femminismo autoritario» o l’associazione tra autoritarismo e femminismo o antisessismo, ricorre spesso in questo autunno 2012, in molti post di Femminismo a Sud.

Ad esempio, Pas, generi, genitori: l’antisessismo non può essere autoritario (Fikasicula, 17 ottobre 2012) Il post è illustrato con la stessa immagine che fa da copertina al sito degli Uomini Beta. L’antisessismo autoritario sembra qui definirsi nell’utilizzo dell’autorità dello psichiatra per negare la PaS, che se non è una malattia, è una intuizione, un abuso come lo stalking, un maltrattamento che provoca disagio. In questo senso, Fikasicula dà ragione a Fabio Nestola, il quale da commentatore ricambia lodando l'obiettività dell'autrice del post. E' lo stesso Fabio Nestola che balzerà agli onori della cronaca nel novembre successivo quando insieme ad altri suoi colleghi pubblicherà una indagine che «rivela» l’esistenza in Italia di più di 5 milioni di uomini vittima di violenza da parte delle donne e 3, 8 milioni vittima di uno stupro.

L’indagine è presa sul serio su Femminismo a Sud. E l’ostilità con cui viene accolta dal femminismo autoritario viene resa con dogmi e talebanismi. Fikasicula, ormai divenuta Eretica, posta appunto Violenza di genere: oltre i dogmi e i talebanismiLa colpevolizzazione del maschio è alla base di una politica che alimenta nelle donne la paura degli uomini, così come la lega alimenta negli italiani la paura degli stranieri. E’ un potere che esercita il controllo attraverso la paura e così riesce ad opprimere. La violenza non è di un genere, ma è trasversale ai generi. I generi non sono solo due, ci sono anche i gay, le lesbiche e i trans. Il rifiuto della indagine sulla violenza contro gli uomini è ingiustificato. Se quella indagine non piace, allora si chieda alle istituzioni di farne un’altra, affinchè i centri antiviolenza possano proteggere tutte e tutti, invece di serrare le file e cercare rifugio sotto il tetto dell'Onu.

Date queste nuove analisi, che negano i concetti di violenza di genere, violenza maschile, poichè questi metterebbero sotto accusa la natura e il dna del maschio, che considerano la violenza trasversale ai generi, cambia l'impostazione del Bollettino di guerra. Da ora in poi menzionerà anche i delitti commessi dalle donne contro gli uomini e contro le altre donne. L'innovazione è abbastanza apprezzata da Cosimo Tomaselli, admin del forum La questione maschile, su cui Fikasicula ha al suo attivo oltre 300 post.

Nel frattempo, la fondatrice di Femminismo a Sud, crea e divulga il blog Finchè morte non vi separi. Un’autonarrazione romanzata (ma presentata come storia vera) di una donna che ha subito violenza e rifiuta lo status di vittima. Il racconto ha le seguenti costanti: 1) la comprensione e l’empatia nei confronti del maschio violento (anche lui è una vittima); 2) la corresponsabilità e codipendenza della donna (lei non è una vittima, perchè è parte attiva nella dinamica, lo cerca, lo provoca, ci ritorna); 3) la delegittimazione di ogni intervento di tutela esterno alla coppia, dalla famiglia originaria, all’ospedale, ai centri antiviolenza (paternalisti e autoritari), 4) la negatività delle donne (ogni personaggio femminile è messo in cattiva luce). Molti post sono taggati nella categoria dell'autoritarismo. In uno di essi, si dice esplicitamente che i figli non devono diventare ostaggio dei parenti della vittima, la loro gestione deve rimanere ai genitori. Quindi, anche al genitore violento.

Il blog solleva critiche e Fikasicula reagisce mettendo in scena la sua morte virtuale. Cioè, cambia nome, diventa Eretica. Mostra la sua tetta, ma soprattutto attacca le autoritarie. Che vogliono chiudere una pagina Facebook che parla di padri separati, eliminare la PaS dalla faccia della terra, introdurre il 50/50 nella rappresentanza, inserire il femminicidio nei dizionari, rompere le ovaie a lei per la sua non linea e riesumare teorie femministe vecchie come il cucco. Ma non basta, deve ancora fronteggiare Le calunnie di chi fa parte del fronte anti-PaS. In compenso, riceve la solidarietà degli Uomini beta.

Nel mezzo, su Femminismo a Sud, viene affrontato l'avvocato Marcello Adriano Mazzola, che sul Fatto Quotidiano aveva negato l'esistenza del femminicidio, poichè in Italia si uccidono meno donne che in altri paesi, e aveva denunciato l'azione di un femminismo che vuole egemonizzare la libertà maschile. L'avvocato viene redarguito come un potenziale ma inopportuno alleato, che sbaglia metodo contro quello che potrebbe essere un nemico comune: il «femminismo autoritario». Mazzola: come legittimare il femminismo autoritario pensando di attaccarlo. «Esiste un femminismo autoritario e lo sappiamo anche noi, lo so io, lo sa lei, ma analizzi la questione in senso veramente sessista perché quel femminismo non è teso, come dici, ad egemonizzare la libertà maschile ma pure la mia perché mi obbliga a mantenere ruoli che non mi piacciono, perché mi dice che devo vendicarmi di te “per anni di retaggio avvilente” invece che guardare alla Fornero che fa riforme che massacrano tutti».

La lotta contro il femminismo autoritario, contro l'opposizione alla PaS, contro i centri antiviolenza, contro le pratiche di denuncia antisessista, non ha fatto abbandonare del tutto, almeno nominalmente, la lotta contro il patriarcato e gli stereotipi. Il blog di FaS e le relative pagine di FB continuano ad essere condotte in un alternarsi di messaggi antagonisti e messaggi neomaschilisti Gli stessi messaggi neomaschilisti provano a darsi una tintura proletaria e anticapitalista. Chi apprezza, la chiama complessità, pluralismo, rifiuto del dogmatismo, dell'ideologia. Chi non l'apprezza la chiama confusione, ambiguità, trasformismo. In fondo, le stesse pagine fake si danno titoli femministi e alternano contenuti di segno diverso, per guadagnarsi visibilità e credibilità. A proposito, FaS suggerisce di non citare e di non linkare quelle pagine e quei siti, per evitare di dargli visibilità e di regalargli punteggi nei rank. Tuttavia, non sconsiglia di collaborarci direttamente.

Maschilismo e femminismo non sono termini di significato opposto e speculare. Sono diversi e alternativi sotto più di un aspetto. Quale che sia il nostro modo di essere, ricade nell'uno o nell'altro stato. Non vi è un terzo modo di essere.

Il maschilismo è un atteggiamento, una modalità di relazione, che presuppone, comunica e rinforza l’idea che l’uomo sia superiore alla donna. Il femminismo è un movimento politico culturale che propugna e promuove la parità tra uomo e donna, parità di valore, di diritti, di opportunità. Il femminismo è anche il proposito di rielaborare l’identità femminile, in modo autonomo e indipendente dal punto di vista maschile. Cosa vuol dire essere donna, essere femminile, lo definiscono le donne e non gli uomini. 

Dato questo piano di confronto, il maschilismo è inconsapevole, il femminismo è consapevole. Il maschilismo, come modo di vedere il mondo, si reputa universale e naturale, il femminismo si riconosce come parziale. Il maschilismo si nega come tale, è negazionista di se stesso, il femminismo si afferma e si dichiara tale. Nel momento in cui il maschilismo si riconoscesse da sè, dovrebbe ammettere la propria parzialità, dovrebbe riconoscere l’altro da sè, il suo autonomo punto di vista, e verrebbe meno. Nella consapevolezza, il maschilismo non può sopravvivere. Il maschilismo fatica a riconoscersi anche nelle sue forme più estreme e violente: lo stupro e il femminicidio. Situazioni in cui si dà spiegazioni attenuanti: dalla debolezza della carne alla forza della passione. 

Il maschilismo può essere direttamente offensivo nei confronti delle donne (parenti, amiche, vicine e conoscenti), usando in vario grado violenza, ironia, mancanza di rispetto o nei confronti delle donne come entità astratta, allo stesso modo in cui viene espressa ostilità verso i gay, gli ebrei, gli immigrati, gruppi indicati come causa di problemi sociali e identificati con caratteristiche negative. In questo secondo caso, il maschilismo assume una connotazione più propriamente antifemminista e rimprovera alle donne di venir meno al proprio ruolo e di assumere atteggiamenti e comportamenti sconvenienti, che sarebbero all’origine della stessa violenza contro le donne. 

Il maschilismo può essere anche indifferente. Il singolo si comporta in modo corretto verso le donne che conosce e verso le donne come genere, ma rimuove il dato della discriminazione e della violenza. Lui non vi partecipa, ma non disturba i partecipanti. Anzi, può perfino difenderli se altre e altri li disturbano.

Esiste un maschilismo di destra che coltiva i ruoli sessuali tradizionali e la gerarchia nel rapporto tra i sessi ed esiste un maschilismo di sinistra che contrappone la contraddizione di classe alla contraddizione di genere e identifica il femminismo come un movimento borghese.

Il femminismo dal canto suo tende a dividersi almeno in due grandi filoni. Uno tendente al liberalismo, l’altro tendente al socialismo. Il primo mette l’accento sulla libertà di scelta e le pari opportunità. Per cui è importante che la legge sia uguale per tutti e poi nell’ambito della parità giuridica, ogni essere umano, uomo o donna che sia, sceglie secondo le proprie inclinazioni, e se una donna sceglie di fare la casalinga, la prostituta, il part-time, l’attrice pornografica, è una questione che riguarda solo la sua libertà individuale. Lo stato, la politica, la società, non possono agire per correggerla, orientarla, senza scadere nel moralismo e nel paternalismo. Il secondo mette l’accento sull’uguaglianza, e pur valorizzando la parità giuridica, vuole agire per rimuovere le condizioni culturali e sociali che inducono le donne, ma anche gli uomini, a compiere scelte che di fatto riproducono i ruoli e le gerarchie di genere.

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