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Ignorare Pontifex e riabilitare la donna oggetto (?)

Bruno Volpe su Pontifex e Don Piero Corsi su un pezzo di carta affisso in parrocchia hanno scritto che il femminicidio è provocato dalle stesse donne. Le due dichiarazioni sono state contestate sui giornali e su Internet, ma anche condivise. Su Facebook sono nate pagine a sostegno del parroco di Lerici. Molti commenti di condanna, sono stati accompagnati da puntualizzazioni e distinguo.

Una terza posizione ha predicato il silenzio, per non fare loro pubblicità. L’idea, almeno quella dichiarata, è che il silenzio non sia un buon cavo conduttore. Eppure, pensiero e pratica mafiosa, ben si conducono nell’omertà. La violenza maschile, che si manifesta soprattutto entro le mura domestiche, è un fenomeno sommerso, radicato nella dimensione privata, diffuso nello spazio e nel tempo, proprio grazie al silenzio. Come la violenza mafiosa. 

Allora, abbiamo ignorato anche troppo e mettersi a predicare di ignorare ancora, proprio quando finalmente si comincia a reagire, è un controsenso. Se non peggio, un espediente, per l’impossibilità di difendere l’indifendibile. Quando la violenza mafiosa viene negata o legittimata, si reagisce e non si vede perchè dovrebbe essere diverso quando viene negata o legittimata la violenza maschile. Tanto più quando accade per iniziativa di una autorità politica o religiosa.

Quelle dichiarazioni misogine sono una provocazione nei confronti di ambienti laici e progressisti, ma non lo sono in altri più integralisti e conservatori o in tanta realtà di provincia. Se provocazione viene percepita, essa riguarda l'eccesso, l'esagerazione, il tono, ma non il senso. In modo meno esplicito, l’idea che le donne siano corresponsabili delle violenze che subiscono, è molto diffusa, nei vertici e nella base sociale, tra i laici e i religiosi, a destra e a sinistra, tra i conformisti e gli anticonformisti.

Ignorare è comunque un modo di comunicare. Un modo polivante. Può voler dire che disapproviamo, che approviamo, che il fatto non ci interessa, che lo reputiamo plausibile e legittimo, che abbiamo paura, etc. E dato che diverso è il modo in cui si pensa, diverso è il modo in cui può essere recepito il nostro tacere. Un vecchio proverbio suggerisce che chi tace acconsente.

Ad amplificare il caso, non sono le reazioni. Sono le divisioni. Una parte della società, in modo più blando o più convinto, la pensa come Bruno Volpe e Don Piero Corsi. Rispetto ad essa i provocatori sono quelli che parlano di femminicidio. Infinite discussioni solo sulla validità di quella parola. Non è un conflitto tra i generi, ma tra blocchi culturali. Quella triste visione del mondo, secondo cui a metà del genere umano compete una funzione di servizio, sennò tutto va a scatafascio e allora guai a lei, in un modo o nell’altro va affrontata. Improbabile che il modo migliore sia quello di fare gli struzzi, nell’attesa che si estingua da sola, secondo una rassicurante visione lineare e progressiva della storia.

Ad amplificare il caso, c’è anche la divisione tra laici e religiosi. Il fatto che a parlare siano stati due uomini della chiesa cattolica induce più facilmente militanti atei e laici a prendere posizione, su un argomento che di solito li vede più tiepidi. Tra questi, il partito radicale, molto femminista in funzione anti-islam e anti-clericale, altrimenti poco coinvolto. Un comunicato del presidente Silvio Viale, prende spunto dal caso di Don Piero Corsi, per polemizzare (quale migliore occasione?) contro il Telefono Rosa. Viale rimprovera la sua presidente di essere in contraddizione: Per potere affermare, senza esitazioni, che non è la minigonna che “incita” allo stupro, come non è il comportamento della donna che “incita” il femmicidio, bisogna evitare di contraddirsi sostenendo, in altra veste, che l’uso dell’erotismo del corpo femminile nella pubblicità, nella vita, in TV e nel film “inciti” alla violenza. Purtroppo l’ho sentito ripetere troppe volte da donne della politica, per convinzione o per compiacenza, senza rendersi conto di sostenere in fondo le stesse tesi di Don Piero. Insomma, Pontifex come Lorella Zanardo.

Secondo me, è il presidente dei radicali a confondersi. Occorre distinguere la situazione in cui è la donna a disporre del proprio corpo, è la donna ad essere soggetto, dalle situazioni in cui la donna è soltanto resa oggetto in funzione del piacere maschile, è resa cosa per vendere cose. La donna che in piena libertà e autonomia si spoglia, si veste, o si mette come meglio crede, non incita ad un bel niente. Gli uomini che, in TV, nella pubblicità, o nel commercio, rappresentano le donne come esposizione di pezzi di carne sempre disponibile, invece si.

5 Responses to “Ignorare Pontifex e riabilitare la donna oggetto (?)”

  1. Bisognerebbe anche imparare a distinguere una pubblicità che serve a vendere da un film che racconta una storia. Il sesso va narrato, il sexy, l'eros nelle sue forme più o meno raffinate va narrato perchè fa parte della vita.
    Comunque mi sto convincendo che i tanti che dicono alle donne "copritevi e non siate ammiccanti sennò vi violentano" oppure "copritevi perchè sennò siete donne-oggetto" hanno il terrore del corpo femminile e della sensualità. Federico Fellini ha descritto bene il tipo umano nel film Le tentazioni del dottor Antonio.
    A volte parlare di "donna-oggetto" è solo una maniera politicamente corretta (ma altrettanto maschilista e forse anche più) di dire "troia" davanti ad una sensualità femminile che ci mette a disagio.
    Detto questo, riguardo alla pubblicità..credo che se il prodotto da promuovere non ha niente a che fare col corpo femminile o con l'eros si può anche evitare di usare il sesso..è il contesto narrativo e "artistico" che fa la differenza: una pubblicità non è un film

  2. Non ho menzionato il cinema. Per dire, per me "Ultimo tango a Parigi" va benissimo, anche in prima serata TV.

    Non dico alle donne di coprirsi. Neanche di svestirsi. Facciano come preferiscono. Sono gli uomini (pubblicitari, programmatori di palinsesti, commercianti) che non dovrebbero fare ciò che preferiscono del corpo delle donne, a fini strumentali e commerciali.

    Ogni discorso normativo sul corpo delle donne, per me è sbagliato. In questo senso, è Silvio Viale a somigliare a Don Piero Così, dato che lui e il suo partito vogliono vietare per legge il velo integrale. Talebani alla rovescia. Sono maschi che pretendono di stabilire quale sia il giusto modello femminile. Uno la vuole coperta, l'altro la vuole scoperta. Se una donna vuole diversamente, le spiegano che sbaglia. Una non ha capito che la minigonna è provocazione, l'altra non ha capito che la minigonna è emancipazione. Sono loro, i due maschietti, a dare il significato alla minigonna.

    Per donna oggetto si intende la donna oggettivata, ridotta a muta decorazione, a ornamento, a gadget. La donna oggetto non è sotto accusa. E' sotto accusa chi la oggettivizza. Non è disdicevole la velina. E' disdicevole Antonio Ricci.

  3. purchè ci si renda conto che se non vuoi portare la minogonna non corri il rischio di essere ripudiata o uccisa dai tuoi familiari mentre invece se rifiuti il burka..
    Ciò detto, anch'io ho sentito accuse contro il mondo dello spettacolo di incitare alla violenza e non le condivido pur non avendo simpatie per Antonio Ricci nè per certe pubblicità che ricorrono al corpo femminile erotizzato in maniera volgare per promuovere prodotti che non c'entrano col sesso o col corpo femminile...non ho nulla contro l'ros anche nelle sue forme meno raffinate, ma appunto è il contesto narrativo che fa la differenza
    nè mi convince l'equazione Corsi= Viale..se mi costringono a scegliere tra i due preferisco Viale

  4. io credo che di questo Pontifex si sia parlato troppo, in un certo senso ho paura che le condivisioni automatiche delle pagine di questo terribile blog su facebook, alle quali anche io ho contribuito, non siano state una buona mossa. A posteriori mi vien da pensare che magari proprio tutto questo parlare di Pontifex abbia fatto venire a quel prete l'"ispirazione" per affiggere sulla sua Chiesa quel volantino. Ho capito il discorso dell'omertà, va bene parlarne, ma condividere stati indignati su fb non è parlarne! è una pericolosissima banalizzazione del femminicidio! Ho detto due parole brutte su fb al prete cattivo e punto, basta, ho contribuito in questo modo a combattere la violenza sulle donne. Parlarne va bene, ma parlarne "male" è più pericoloso che stare zitt*!

  5. Ho letto anche interventi che ne hanno parlato per dire che non bisognava parlarne, di cui non ho afferrato bene il senso.

    Gli stati indignati e le condivisioni automatiche più che una «mossa», sono una reazione immediata, spontanea, incontrollata, come lo sono gli schizzi e le onde dopo il lancio di un sasso nello stagno. Che a loro volta provocano altre reazioni e movimenti. Bisogna poi vedere da che parte la corrente prevale. Il prete ha molto probabilmente tratto ispirazione da Pontifex per il suo volantino - oggi è intervistato direttamente su quel blog - ma quel che ha scritto lo avrà pensato anche prima e a suo modo già divulgato. Con il volantino è uscito allo scoperto, ha postato in modo rudimentale come si faceva una volta con i tazebao, ha tradotto i suoi pregiudizi e la sua misoginia in una posizione pubblica, una posizione politica. Con la rete tutto è più scoperto, diffuso, politicizzato e radicalizzato. Certo, anche banalizzato. Sta nel carattere interattivo e popolare della rete.

    Ciò detto, penso che sulle reazioni si possa lavorare meglio che sui silenzi e che se ci fossero i silenzi anche questi non sarebbero una mossa, ma un fatto naturale e allora vorrebbero dire soprattutto indifferenza, paura, o ovvia condivisione. Credo sia più facile lavorare sulle reazioni che sui silenzi. Sulle reazioni indignate c'è da capire cosa esprimono, cosa vogliono condannare. Se la sostanza di ciò che è stato scritto (sulla corresponsabilità delle donne), o solo la sua forma eccessiva, provocatoria, esagerata, ammantata di religione.

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