Sono un lettore saltuario di Piero Sansonetti. Lo ricordo dai tempi in cui era caporedattore dell'Unità, quando l'organo del Pci era il mio quotidiano tutti i giorni. Poi l'ho perso di vista negli anni '90. L'ho ritrovato come direttore di Liberazione dal 2004. In principio, ne ero anche contento. Oggi lo ritengo una buona fonte di ispirazione per il blog. Come tutti quelli che dicono cose di destra stando a sinistra. In questo, lui è particolare perchè riesce a dire cose di destra, almeno su alcuni temi, stando a sinistra della sinistra. Forse solo allo scopo di guadagnare spazio, attenzione e clamore. O forse solo come espressione dello stato confusionale di tanta parte della sinistra sconfitta. Una condizione che si alimenta con l'ansia di trovare subito nuove idee forze, nuovi feticci, nuovi simboli da brandire o difendere a spada tratta. Perchè quello che c'è assolutamente da preservare è la «spada tratta». Ed allora ecco il libertarismo, il garantismo, l'antigiustizialismo, l'antimoralismo. Spesso malintesi. Capita di leggere su «Gli Altri» articoli che vorrebbero esprimere un punto di vista diverso, autonomo da quello del gruppo Espresso-Repubblica o del Pd, senza però riuscire ad essere diversi, per toni, parole, argomenti da articoli pubblicati su Il Foglio, Libero, Il Giornale. Dalle polemiche contro Snoq a quelle contro i magistrati.

A proposito di confusione, l'ultimo editoriale chiarisce che «Sulle battaglie sociali stiamo con l’Idv (e il nostro garantismo è a prova di bomba)». D'accordo, è possibile dare consenso ad un partito per un motivo e negarglielo per un altro. Ma cosa è più importante? Se il dissenso si spinge fino all'accusa di eversione, poichè Di Pietro è con i pm di Palermo e il Fatto quotidiano, come si può indicare un eversore o il referente politico degli eversori come l'unico riferimento rimasto in campo per la sinistra sconfitta?

Essere filoisraeliani ha un vantaggio pragmatico e uno svantaggio morale. Il vantaggio pragmatico è un vantaggio etnocentrico, dato dal fatto di difendere i più simili a noi. Lo vedi nel momento in cui siamo tutti disposti a discutere della violenza israeliana, ma non di quella palestinese. Sulle guerre, le rappresaglie, gli embarghi, gli omicidi mirati, le torture e le condizioni di detenzione decise da Israele, siamo disposti a dividerci, anche duramente, ma diamo per scontato che la si possa pensare in un modo o in un altro, che ci siano favorevoli o contrari. Non siamo disposti a pensare la stessa cosa riguardo la violenza palestinese, delegittimata fin dal modo di nominarla: “terrorismo”. Quella è ovvio che tutti devono condannarla. E chi non la condanna, quasi perde titolo a partecipare al dibattito. Il sostenitore del b52 o del merkava rimane sempre presentabile. Il sostenitore del quassam o dell’attentato suicida diventa un imprensentabile. Da questo lato, le cose sui forum funzionano abbastanza bene, perchè questa logica è accettata dagli stessi filopalestinesi. Pur con le loro idee, appartengono anch’essi alla tribù degli europei, bianchi, occidentali e cristiani (o laici).

Lo svantaggio morale di essere filoisraeliani è dato dal fatto che viviamo in un fazzoletto storico temporale nel quale tutti dicono di credere nel principio di uguaglianza e pari dignità di tutti gli esseri umani. Tutti dicono di crederci e tutti pensano che sia male dire il contrario. Persino i nazisti che, infatti, non rivendicano la loro opera criminale, la negano soltanto. In questo fazzoletto, mettersi a difendere una disparità è terribilmente scomodo. E’ vissuto appunto come immorale. Il difensore della disparità si sente messo all'angolo da un avversario (il moralista, l’anima bella, il finto pacifista) che approfitta del suo svantaggio morale, per metterlo in difficoltà e così prova rabbia verso di lui.

Tre milioni e mezzo di persone a cui è contemporaneamente negata l’autodeterminazione in un proprio stato e la cittadinanza dello stato altrui (dell’occupante) costituiscono una condizione ingiustificabile di disparità. Ingiustificabile nell’ambito dei Diritti dell’Uomo.

Allora, come si difende in questo ambito una disparità? 1) Negandola. “I palestinesi, non esistono, li hanno inventati, importati, e la Nakba se la sono fatta da soli”. 2) Rovesciandola. “Sono loro che ci vogliono distruggere. Hanno sempre rifiutato la pace. Sono pazzi e fanatici. Noi vorremmo convivere con loro, ma loro ci odiano, ci odiano, ci odiano, e tutto il mondo li ama e li coccola, perchè hanno il petrolio, mentre noi siamo solo un piccolo paese circondato da un miliardo di arabi.”. 3) Cambiando discorso. “Parlate troppo dei palestinesi, ce l’avete sempre con Israele, non parlate mai del Darfur” - e fin qui ancora ci siamo con le compatibilità di un forum, ma... 4) Delegittimando l’interlocutore: “Potete avere ragione o torto, ma la verità è che siete antisemiti”. E qui cominciano i guai. Anche perchè i filopalestinesi non sempre colgono la necessità di questo comportamento e quando non la colgono si indignano.

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Ho usato le etichette per comodità espositiva. La seconda, quella di filopalestinese è in realtà molto discutibile. E', come molte cose nel dibattito, un concetto che corrisponde al punto di vista israeliano, il quale intende il conflitto come un gioco a somma zero, un conflitto tra due popoli, due nazioni, per cui non resta che preferire l'uno o l'altro, poichè la contesa avverrebbe su risorse e diritti esclusivi.

Così, anche per me, quella definizione sta strettissima. Mi percepisco come "pacifista" o come sostenitore della universalità dei diritti. E la prospettiva che auspico non è la vittoria di un popolo sull'altro, la sconfitta e la punizione di uno dei due, ma una convivenza pacifica e giusta tra i due popoli, su basi di pari dignità per entrambi e per tutti gli individui. Talvolta si discetta se esista realmente l'uno o l'altro popolo, per mettere in dubbio il diritto all'autodeterminazione, sorvolando sul fatto che, in ogni caso, esistono le persone, gli individui di quei due popoli, a cui devono comunque essere riconosciuti i diritti di cittadinanza.

Ho citato gli argomenti strumentali che i filoisraeliani usano per recuperare il loro svantaggio morale. E li ho citati per dire ai loro antagonisti di non irritarsi troppo quando si trovano di fronte a quegli argomenti, perchè sono argomenti necessari. Dal canto loro, gli antagonisti, ovvero i pacifisti o i filopalestinesi, non hanno bisogno di strumentalizzare, poichè già dispongono del vantaggio morale. Piuttosto possono sentirsi delegittimati sul piano etnocentrico, poiché in qualche modo "tradiscono" la propria parte (l'Occidente) a favore di un altro mondo.

Ciò detto, anche nel campo pacifista o filopalestinese possono maturare atteggiamenti sbagliati, come succede in tutte le contrapposizioni politiche, atteggiamenti negativi che mirano soprattutto a mostrare la nefandezza altrui, che non a indicare una via d'uscita: giochiamo a quanto fa schifo Israele. Questo aspetto c'è.

Nel post precedente, ho citato l'ultimo Congresso del Prc (Chianciano 2008). Ne approfitto per restare in tema e archiviare qui, il mio intervento di allora al circolo di San Paolo. In questa pagina si possono consultare i documenti e le mozioni.

Dopo la sconfitta del 13-14 aprile, per Rifondazione avrei preferito un congresso a tesi e magari preparato in tempi più lunghi: non penso sia possibile in soli tre mesi fare un analisi della sconfitta, elaborare una nuova linea politica, eleggere un nuovo gruppo dirigente, il tutto sotto l'effetto di un impatto emotivo molto forte, determinato dall'esclusione dal parlamento e dal ritorno al governo delle destre, le quali non hanno atteso un attimo, per rilanciare le loro politiche di aggressione alla condizione del lavoro (contratti e pubblico impiego), ai migranti, e all'indipendenza della magistratura. Il congresso ci obbliga anche a rinviare la nostra iniziativa di opposizione al governo delle destre, proprio mentre è di fatto assente una opposizione in Parlamento. C'è il rischio di arrivare in fretta a stabilire un indirizzo che già nel breve periodo necessiterà forse di essere aggiornato, corretto, forse smentito.

Avrei preferito un congresso a tesi, anche perchè, avrebbe valorizzato gli orientamenti comuni a tutto il gruppo dirigente e concentrato la discussione sull'oggetto del contendere, mediante il voto degli emendamenti. In tal modo, si sarebbero misurate le distanze effettive, magari scoprendo che non sono poi così grandi fino al punto da impedire una gestione unitaria del partito e l'oggetto delle divisioni sarebbe stato chiaro a tutto il partito che avrebbe potuto così discutere e scegliere con piena consapevolezza.

Un congresso a mozioni contrapposte, come si è scelto di fare, dovrebbe svolgersi diversamente: sulla base di documenti sintetici, con una breve premessa e un dispositivo chiaro, e non sulla base della presentazione di due, tre, quattro, cinque documenti a tesi (come se ciascuno proponesse il suo documento a tesi), la cui lettura e discussione diventa di fatto impraticabile: cinque pagliai entro cui cercare l'ago della effettiva distinzione. Tant'è che subito dopo la presentazione, ma forse anche prima, parte la corsa all'interpretazione, la più semplificata possibile, della mozione avversaria: quella che vuole arroccarsi, quella che vuole sciogliere il partito. E poi su queste semplificazioni si discute e ci si schiera. Oppure in base alla fiducia nei confronti dei leader, per cui le mozioni assumono nomi e cognomi.

L'oggetto del contendere di questo congresso, a me pare sia la sorte organizzativa di questo partito. Se mantenerlo e rilanciarlo, sostanzialmente così come è, con questa organizzazione e identità, oppure se investirlo nel progetto di una nuovo soggetto politico. Il tema del che fare per il partito che resta così come è o del nuovo soggetto politico resta sullo sfondo, cioè il come risolvere il problema dell'utilità sociale, dell'ininfluenza che ha caratterizzato il nostro partito nell'esperienza del governo Prodi e che, per comune analisi delle varie mozioni, sarebbe all'origine della sconfitta: non ci hanno votato perchè non abbiamo mostrato di essere utili, non abbiamo tutelato concretamente gli interessi dei nostri ceti sociali di riferimento.

Naturalmente, dobbiamo opporci a Berlusconi e dobbiamo operare un radicamento nel territorio, nei luoghi di lavoro, nella società. Il come farlo con efficacia, però al momento non riesce a trovare una vera risposta, perchè il radicamento presuppone un territorio in cui mettere radici, mentre la realtà sociale in cui operiamo spesso è essa stessa atomizzata e sradicata, dai quartieri dormitorio delle periferie, alla polverizzazione del tessuto produttivo. Non esistendo grandi integratori sociali, non riusciamo a integrare neppure noi stessi. Oppure ci strutturiamo in funzione dei vari livelli istituzionali. Togliatti diceva una sezione per ogni campanile, noi ci diamo un circolo per ogni circoscrizione, per fare l'esempio di Torino, in circoscrizioni che raccolgono molti quartieri e dove una sola struttura di base non può avere possibilità di radicamento su un territorio così vario e così vasto. Il tutto senza una effettiva direzione, un effettivo cordinamento a livello di federazione e nazionale, se non in occasione delle elezioni, delle feste e dei congressi. Un partito con risorse limitate dovrebbe concentrare la sue poche forze su alcuni obiettivi precisi, invece di dispendersi in mille rivoli, scelti casualmente di circolo in circolo. Possiamo scrivere l'analisi universale della globalizzazione dal Chapas alla questione sarda, ma poi tutti insieme dobbiamo essere in grado di fare, con efficacia, alcune, poche campagne, mirate a precisi obiettivi, di modo che appartenere e aderire a questo partito (o al prossimo) significhi essere coinvolti, impegnarsi su queste cose, che sono poi in genere le cose in base alle quali si aderisce, invece di ritrovarsi coinvolti in una sorta di comitato spontaneo, isolato dal resto dell'organizzazione.

Noi siamo una minoranza e con il nostro peso specifico, non potremo mai essere utili come lo è un grande partito, non riusciremo a tutelare gli interessi di una classe come poteva farlo il PCI. Inoltre, siamo collocati agli estremi di uno schieramento, non possiamo cambiare alleanza, essere l'ago della bilancia. Perciò, con i sistemi elettorali di tipo maggioritario, sia quello con l'uninominale, sia quello con il premio di maggioranza, saremo sempre schiacciati nell'alternativa di appoggiare il male minore, impermeabile ai nostri condizionamenti, o di assumerci la responsabilità di favorire l'avversario peggiore, presentandoci alle elezioni in modo autonomo. Come abbiamo visto, alle ultime elezioni, gli elettori scelgono per noi. Scelgono il PD per paura del ritorno di Berlusconi. Paura più che fondata. Questa è la causa della sconfitta. Non è detto che se fossimo stati all'opposizione non avremmo ricevuto una batosta simile. Ricordiamo che dopo la rottura con Prodi, alle Europee del 1999, precipitammo al 4,3%. Oggi, magari un risultato invidiabile, ma erano elezioni europee, voto libero, senza torsioni maggioritarie. Con ciò, se non si può avere un effettivo potere, meglio non avere la responsabilità, ma da sola questa scelta non è una soluzione, non garantisce alcun successo, non dà di per sé credibilità.

L'erosione di un tessuto comunitario, di un senso comune solidaristico, la crisi della grande fabbrica, il crollo del comunismo, sono all'origine del nostro storico ridimensionamento, da quando siamo nati. In questo sistema politico, in cui conta solo il governo e le assemblee elettive sono organi di ratifica, la nostra dimensione minoritaria è di per sè ragione di scarsa credibilità, sia al governo, sia all'opposizione. Di qui la tentazione di cercare scorciatoie di tipo propagandistico, che surroghino la nostra debolezza nella sfera della realtà dei rapporti di forza, con qualche trovata nella sfera della realtà percepita. Al contrario di quanto dice Ferrero, non penso che a Venezia il Prc abbia sbagliato la valutazione sui rapporti di forza entro l'allenza dell'Unione per poi scoprire solo dopo quanto Prodi fosse impermeabile ai nostri condizionamenti e invece vulnerabile alla pressione dei poteri forti. Sapevamo fin da subito che entro quell'alleanza avremmo contato poco e nulla. Speravamo che quell'alleanza sarebbe stata capace di conquistarsi lo stesso consenso di dieci anni prima, con l'impresa dell'ingresso nell'Euro e di poterne beneficiare in qualche modo con qualche vittoria soprattutto simbolica e magari con uno scambio molto materiale: dire si alle controriforme strutturali in cambio di aumenti salariali. Infatti, fin dal principio, noi non ci siamo disposti per condizionare il governo: abbiamo voluto la presidenza della camera, non i ministri, abbiamo rinunciato in partenza, perchè sapevamo che era una missione impossibile, abbiamo sperato in successi simbolici, indiretti, e non abbiamo in nessun modo immaginato il crollo verticale di consensi in cui il governo sarebbe precipitato. D'altra parte, noi non ci siamo legati ad alcun punto fermo. Nè l'Afghanistan, nè il protocollo sul Welfare, nè i migranti. Siamo riusciti persino a votare il decreto sicurezza, quello contro i romeni.

Credo invece che una minoranza dovrebbe rendersi riconoscibile per alcune, poche battaglie, che conduce in modo permanente, dappertutto, finalizzata a pochi e precisi obiettivi. Come è nel caso di Di Pietro sulla legalità o dei radicali sui diritti civili. Noi dovremmo essere il partito della giustizia sociale e mirare ad alcune conquiste di importanza materiale. Per esempio, il ripristino di un meccanismo di indicizzazione dei salari. Il PCI faceva compromessi su tutto, ma non sulla difesa delle condizioni materiali dei lavoratori. Noi abbiamo esteso a tutto, il campo della nostra battaglia, ma al tempo stesso, su tutto, dai dico alle pensioni, abbiamo saputo cedere.

Quanto detto può valere per questo partito o per il nuovo soggetto politico. In teoria, non c'è nulla di male, in nessuna delle due proposte. Oppure può essercene in entrambe. Il partito è una comunità, ma anche uno strumento. L'identità può essere un assolutismo, un simbolo vuoto, una rendita di posizione, ma il superamento di una identità può essere puro eclettismo, un elemento che trasmette di sè una idea vaga e generica. Ci si può ridurre alla miniatura e alla caricatura di Lenin, ma anche a quella di Achille Occhetto.

In una fase vincente, con interlocutori precisi, si può investire il proprio patrimonio in un progetto più grande. Era la suggestione di Amendola, negli anni Sessanta, dell'unificazione con il partito socialista, più modestamente è stata una suggestione nostra, dopo le Europee del 2004, di riunificare in Italia la sinistra radicale, noi, il Pdci, i verdi, la sinistra dei Ds. Anche a me, è sembrato un bel progetto: una forza del 13-15%, unita sul pacifismo e sull'antiliberismo. Però, al primo timido tentativo di cartello elettorale il risultato è stato 3%. Oggi, questi interlocutori non ci sono più, sono divisi tra tentazioni di assorbimento nel PD e costituenti comuniste. Procedere, dopo una sconfitta di questo rilievo ad operazioni di superamento verso una prospettiva ed una identità incerta, avrebbe il significato di una abiura, la replica in piccolo e in ritardo della Bolognina. Un processo costituente può avere una valenza aggregante, quando si vince, quando si sa dove andare e cosa si vuole essere e lo si dichiara con nettezza, ma può essere disgregante quando si perde, quando ci si rivolge a interlocutori diffusi, e non si sa bene come dirlo.

Perciò, penso che nell'immediato il nostro compito sia la tenuta e il rilancio di Rifondazione Comunista. Per l'oggi e per il domani. Poi dopodomani si vedrà.

(29 giugno 2008)

Sarà una «sansonettata» come ha scritto qualche commentatore dell'articolo, ma sembra concludere una piccola parabola. La stessa che, in modo più diretto, breve, lineare, realizzò un caro amico e compagno de «Gli Altri», la ex redazione sansonettiana di Liberazione, divenuta settimanale autonomo, a fianco di Sinistra, Ecologia e Libertà (Sel). Fu quella di Maurizio Zipponi, ex operaio e dirigente Fiom. L'uomo che nel 1997, partì da Brescia con una comitiva di operai per risolvere la prima temuta crisi del governo Prodi, messo alle strette da Bertinotti. Al congresso Prc del 2008, a Chianciano, il compagno sindacalista denunciò, la regressione, i cedimenti alla cultura dipietrista - Il partito aveva appena aderito alla manifestazione di Piazza Navona convocata da Idv e Micromega. Quella famosa in cui Sabina Guzzanti infierì su Mara Carfagna - poi alle europee del 2009, egli stesso si candidò con l'Idv, di cui divenne il responsabile del settore lavoro.

Tutto cominciò con la batosta elettorale della Sinistra Arcobaleno alle politiche del 2008. Per la prima volta nella storia della repubblica, i comunisti esclusi dal parlamento. Bertinotti si ritira e Rifondazione Comunista si spacca. Paolo Ferrero e Paolo Grassi leggono questo esito come conseguenza delle politiche del governo Prodi e della scelta del partito di farne parte. Nichi Vendola e Franco Giordano come esito di una partecipazione al governo troppo indisciplinata da parte di un partito dall'involucro ideologico ormai superato. Ragion per cui, il Pd di Veltroni volle presentarsi da solo (con radicali e Idv), lasciando la sinistra antagonista isolata e senza prospettiva, per dissanguarla il più possibile con la campagna del voto utile. Per Paolo Ferrero si trattava di rimanere comunisti, di federarsi con le altre sinistre e di ricostruire l'opposizione sociale. Per Nichi Vendola si trattava di creare un nuovo soggetto politico, con un nome nuovo, per rientrare nell'allenza con il Pd. Sembrava la riedizione della Bolognina in formato ridotto. Ferrero vinse il congresso di Chianciano di misura, coalizzando tutte le minoranze interne. Vendola, maggioranza relativa, ma minoranza assoluta, si avviò verso la scissione, per rivincere le primarie e le regionali in Puglia. Piero Sansonetti e gran parte della redazione di Liberazione, al seguito, casus belli, in nome dell'autonomia del giornale che continuava a portare avanti la linea della minoranza, quindi licenziati dal nuovo segretario.

Oggi, Sansonetti stronca l'alleanza fusionista tra Vendola e Bersani. Dichiara, per la sinistra sconfitta, essere rimasto in campo soltanto Antonio Di Pietro, a dispetto delle sue posizioni superlegalitarie. Una svolta molto disinvolta per un giornale crociato contro il giustizialismo e il moralismo. Il direttore de «Gli Altri» potrebbe ritrovarsi al fianco di Marco Travaglio. Ma, spiega lo stesso Sansonetti nelle repliche ai commenti: «paletti, discrimini e idee irrinunciabili, fanno parte della vecchia politica»: i libertari possono dialogare con i manettari, per farli avanzare meglio verso la modernità. Non si può non vedere l'elefante rosa entrato in salotto: l'Idv di Antonio Di Pietro, l'unica forza schierata con la Fiom, in opposizione al governo Monti, indipendente dal Pd. 

Antonio Di Pietro però avrebbe voluto allearsi con Beppe Grillo, che sembra un elefante ancora più grosso di lui. Come mai Sansonetti non lo ha ancora visto?

Riferimento:

La libertà di fare la prostituta la riconosco e la rispetto. Nel senso che ciascuno del suo corpo fa ciò che vuole. Ma soprattutto nel senso che sarei fermamente contrario a qualsiasi forma di perseguimento civile e penale delle prostitute, a qualsiasi forma di stigma sociale e di criminalizzazione. Piuttosto sono favorevole alla persecuzione di sfruttatori e clienti. Il riconoscimento della libertà, però non esaurisce il discorso, non rimuove la questione sociale che determina la prostituzione. Se si trattasse solo di una libera scelta, la sua composizione sarebbe varia. Invece la prostituzione è fatta in netta prevalenza da donne, da povere, da immigrate, da persone che hanno subito violenza, che hanno perso il lavoro, quando non da vere e proprie schiave sessuali vittime della tratta e del racket. Dunque, una libertà di scelta compiuta da persone che hanno ben poca scelta. Anche nel caso di ragazze che si prostituiscono per mantenersi agli studi universitari, o per motivi più effimeri, ottenere un orologio, un cellulare, è difficile non vedere una scelta indotta da un modello culturale che associa la donna ad oggetto di piacere sessuale dell'uomo e il sesso ad una moneta di scambio per l'accesso alle risorse, la cui disponibilità è per definizione maschile. Prostituirsi presuppone una percezione inferiorizzante di sè in quanto donna, nella relazione con l'uomo.

Ma perchè fare la donna delle pulizie dovrebbe essere meno inferiorizzante, meno degradante, che non concedere favori sessuali ad un uomo, dietro ricompensa? Quello della prostituta, fatta la tara di moralismi e sessuofobie, non è un mestiere come un altro? Una risposta affermativa contrasta con ciò che intendiamo per bene e male in modo intuitivo. Basti immaginare le implicazioni. In un lander tedesco regolamentarono la prostituzione come un qualsiasi altro lavoro. L'ufficio di collocamento convocò una ragazza per offrirgli proprio quel lavoro. Lei rifiutò. Perse il sussidio di disoccupazione. E' accettabile?

Si può essere favorevoli o contrari all'idea che il sussidio di disoccupazione sia vincolato alla disponibilità ad accettare il lavoro che viene offerto. Ma sia i favorevoli, sia i contrari, se sono persone civili e di buon senso, resterebbero quanto meno perplessi, se non indignati, di fronte al caso di una ragazza che perde il sussidio perchè non vuole prostituirsi. Non sarebbe la stessa cosa se non volesse fare l'operaia, l'impiegata, la call-center, la barista, etc. Eppure sono tutti lavori mercificati, oggetto di sfruttamento, causa di alienazione. Solo una questione morale? Credo di no.

Un operaio costruisce cose. Può sapere cosa costruisce oppure no. Lavorare e fornire solo un pezzo che va ad assemblarsi con altri pezzi. Senza sapere bene quale sarà il prodotto finale. O senza conoscere tutto il processo. Lui è alienato dal suo prodotto e dal processo di lavoro di quel prodotto. Poi viene alienato da gran parte del valore di quel prodotto. In questa alienazione, lui e il prodotto sono due cose distinte. Che vengono separate. La prostituta invece non si separa dalla cosa che fornisce. E' lei stessa l'operaia e il suo servizio. Si aliena dalla sua sessualità, dal suo corpo, da se stessa. Quello della prostituta è un grado di sfruttamento e di alienazione, estremo, oltre il quale non si può andare. Infatti, il suo mestiere, a differenza di tutti gli altri mestieri, è inchiodato alla mercificazione e la sua persona è totalmente resa oggetto. Coincide con l'oggetto del servizio.

Superata la mercificazione, in una ipotetica società dove ciascuno riceve secondo i suoi bisogni e dà secondo le sue capacità, sarebbe sempre necessario costruire e far funzionare le cose. Esisterebbero ancora gli operai, ma non le prostitute. Un nostro amico idraulico, può venire a casa nostra e farci una riparazione senza chiedere compenso. Resta sempre un idraulico nel suo operare. Una nostra amica prostituta può venire a casa nostra e concederci i suoi favori sessuali senza chiedere nulla in cambio. Ma non resta una prostituta nel suo operare, diventa un'amante in uno scambio di reciproco piacere. Non è mai esistita una prostituta che facesse il suo lavoro gratuitamente, per puro volontariato. Nel momento in cui lo fa gratuitamente, non è più una prostituta. Qualsiasi altro lavoro può essere fatto in modo volontario senza chiedere un compenso in cambio, senza essere interno ad un rapporto subordinato. E chi lo fa continua ad essere operaio, artigiano, infermiere, etc. Quindi, se tutti i lavori sono mercificabili, quello della prostituta è un lavoro soltanto mercificabile, ha la sua connotazione nel mercificare, oggettivare, subordinare, non un servizio, non un prodotto, ma il corpo stesso di una persona.

Un tuffo nella crisi. Bruno Manfelotto posta su Facebook la copertina dell'ultimo numero dell'Espresso. Una bella ragazza mora. Bikini rosso. Un bel culo sporgente sul filo dell'acqua marina. Tatuaggio della bandiera greca sulle natiche. Cosa c'entra quel seducente corpo femminile con la crisi greca? Nulla. Passata la parentesi della direttrice Daniela Hamaui siamo tornati ai nudi di donna in copertina, per vendere più copie. Ora però, con tutto quel che è passato, in basso a destra ci starebbe bene un riquadro con la faccia di Berlusconi che strizza l'occhio compiaciuto. Dev'essere stata una bella fatica per il neodirettore tenere la linea contro il sessismo del cavaliere. Contro il sessismo? Forse era solo contro la volgarità, il cattivo gusto, l'eccesso, o contro qualsiasi cosa tornasse comodo per contrastare il nemico. Adesso però il meritato riposo. Si torna al lieve sollazzo del maschilismo tradizionale. Quello dei calendari Pirelli e delle copertine dell'Espresso ai tempi di Pansa. Cosa c'è di male nell'esibire un bel corpo nudo? Femminile, s'intende. Sempre il solo: ridurre un corpo a cosa per vendere cose. E' quel male riassunto in una dichiarazione del presidente della repubblica: «Uno stile di comunicazione che offende le donne nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi». Violenza che il neodirettore, in numero precedente, definisce «storia con un ragazzo».

Il Giappone era disponibile alla resa anche prima di Hiroshima e non è stata la bomba atomica a determinare la fine della guerra.

Prima della Conferenza di Potsdam (luglio del 1945), i giapponesi chiesero la mediazione dei sovietici e poi degli svedesi per trattare le condizioni di una resa onorevole. Gli Usa vollero imporre una resa incondizionata. Cosa che fece la stessa Conferenza di Potsdam il 26 luglio: il Giappone doveva rinunciare a tutto il suo impero d'oltre mare, essere occupato e veder puniti i suoi criminali di guerra. A fronte di questo ultimatum non fece seguito nessuna dichiarazione negativa da parte giapponese. L'unica dichiarazione pubblica in proposito fu quella del primo ministro Suzuki (facente parte del partito della trattativa), che in una conferenza stampa del 30 luglio, a precisa domanda, prese tempo e disse di non voler commentare.

Le città giapponesi furono già in gran parte distrutte dai bombardamenti incendiari, a marzo, maggio e giugno. La ricognizione aerea americana constatava la distruzione di mezza Tokyo, molte città di provincia, alcune essenziali allo sforzo bellico, con un numero di morti superiore rispetto ad Amburgo e Berlino. I resoconti del ministero dell'interno giapponese descrivettero comportamenti della popolazione niente affatto resistenti: "Le conseguenze delle incursioni aeree inducono la popolazione ad evacuare la zona. In certe zone la popolazione trascura di tenere sempre pieni i serbatoi d'acqua e non mostra spirito combattivo verso i bombardamenti. I provvedimenti per la protezione civile non servono a niente". In certe parti del paese, i civili si ribellarono contro i militari.

Molto improbabile poter rappresentare i giapponesi nei tragici mesi conclusivi della guerra come un compatto popolo di Samurai deciso a morire fino all'ultimo uomo in ossequio ad un codice d'onore: come se si trattasse di esseri non umani inutilmente indifferenti alle privazioni, alle sofferenze, alla morte, incapaci di valutare le prospettive sempre più catastrofiche del proseguimento della guerra.

L'imperatore aveva nei confronti del militarismo giapponese una posizione simile a quella di Vittorio Emanuele III nei confronti del fascismo. L'avvicendamento dei governi dal 1944 al 1945 modificò progressivamente gli equilibri di potere a favore del partito della resa. Significativa, dopo la caduta di Saipan, fu soprattutto il rovesciamento del governo Tojo (luglio 1944), voluto dal consiglio degli jushin, comprendente gli ex primi ministri, organo ufficioso, informale ma di grande autorità, favorevole alla pace.

Favorevoli al proseguimento ad oltranza della guerra, erano l'esercito e la marina, per cui la situazione crolla, non con lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima, i cui effetti distruttivi nell'immediato non sembravano qualitativamente diversi da quelli dei bombardamenti precedenti, bensì con l'invasione sovietica della Manciuria. L'ingresso in guerra della seconda superpotenza, vista fino ad allora come neutrale o addirittura come possibile mediatrice, eliminò qualsiasi pallida speranza di resistenza militare.

Ai vertici del potere politico e militare americano non ci fu dibattito su quale fosse la soluzione migliore per concludere la guerra con il minor numero di morti da parte giapponese. Questo problema non era posto, se non relativamente al risparmio di vite dei soldati americani. In verità, non ci fu un gran dibattito. La decisione fu presa in pochi giorni, e i principali responsabili militari Usa ne furono informati tardi e male. Mac Arthur deplorò la decisione. L'ammiraglio William D. Lealy la giudicò brutale e inutile al conseguimento di qualsiasi scopo razionale. Forse Truman pensava che la bomba atomica avesse gli stessi effetti di un bombardamento, e questa può essere una delle ragioni che favorì la decisione di sganciare la bomba su Hiroshima e, senza verificarne gli effetti, già tre giorni dopo anche su Nagasaki. La differenza rispetto ai bombardamenti incendiari stava nella ricaduta di materiale radioattivo (il fall-out).

L'utilità effettiva nel ricorso alla bomba atomica si risolse nella esclusione dell'Urss dall'occupazione giapponese e dalle trattative sul suo futuro assetto. Mentre l'Europa veniva divisa tra le due superpotenze vincitrici, il Giappone sconfitto rientrava interamente nella sfera di influenza americana.

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Ammesso e non conecesso il punto vista criminale che reputa lecita la guerra contro la popolazione civile, gli Usa potevano comunque agire diversamente: 1) verificare le condizioni proposte dal Giappone per la resa; 2) verificare la reazione giapponese all'ultimatum; ma soprattutto: 3) avvisare il Giappone di essere in possesso della bomba atomica e di essere pronti ad usarla; 4) eseguire la prima esplosione in una zona non popolata del Giappone.

Gli americani invece, pochi giorni dopo l'ultimatum, ritardando per pure considerazioni meteorologiche dato che il lancio era previsto per il primo agosto, sganciarono la prima bomba su Hiroshima senza preavviso e poi, senza verificarne gli effetti, appena tre giorni dopo ancora su Nagasaki.

Non è affatto certo che fu la bomba atomica a permettere all'imperatore la resa del Giappone, anche perchè i vertici militari e politici del paese, nei giorni successivi non ebbero modo di valutare la differenza qualitativa tra i bombardamenti atomici e quelli incendiari. La differenza vera, immediatamente percepibile la faceva l'intervento dell'Urss, che l'8 agosto dichiara guerra al Giappone.

Ben poco plausibile dimostrare la presunta indisponibilità alla resa con la cultura giapponese, una cultura in cui l'onore è un valore imprescindibile e non contempla la resa, la quale sarebbe peggiore della morte, tanto è vero che perfino dopo i bombardamenti atomici molti ministri si rifiutarono di controfirmare il documento di resa dell'imperatore suicidandosi. Il relativismo culturale non può essere usato per falsificare la storia al fine di dimostrare che il ricorso all'atomica fosse quasi obbligato. Certo, la tradizione culturale poteva esercitare un peso, ma non decidere la politica del paese nei mesi della disfatta. Se davvero nonostante tutto fosse stata prevalente l'idea che la resa fosse peggio della morte, neppure l'atomica e l'invasione sovietica sarebbero riusciti ad ottenerla.

In verità, il Giappone di fronte alla sconfitta, reagì come altri paesi in condizioni simili, dividendosi tra chi voleva proseguire ad oltranza e chi voleva la resa (soprattutto la popolazione ed il potere civile), con un progressivo spostamento di forze a favore di quest'ultimo. E non esiste alcun indizio documentario o probabilistico che permetta di attribuire alle forze della resa l'intenzione di temporeggiare in funzione di una ripresa ed una rivincita. Persino la Germania, senza i samurai, ma con un Terzo Reich privo di poteri alternativi, fu più risoluta nell'andare fino in fondo al disastro.

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Considerando questa cronologia si vede che la riunione del 9 agosto non fu risolutiva, infatti: "Verso mezzanotte, l'imperatore Hiro Hito convoca il Consiglio Supremo e cerca di imporre ai militaristi l'accettazione della proposta di resa. Ma questi si oppongono. Alle 3 del mattino, la riunione si scioglie senza che sia stato stabilito nulla di più di un cauto sondaggio di pace da farsi attraverso la Svezia e la Svizzera.. Dunque, il 9 di agosto, la posizione del Giappone è sostanzialmente identica a quella dichiarata durante i giorni della Conferenza di Potsdam (luglio 1945) e cioè richiesta agli svedesi di farsi mediatori in una trattativa sulle condizioni della resa".

Prosegue la cronologia sopra citata: "Hanno inizio le operazioni dei sovietici contro il Giappone: obiettivi di Mosca sono l'occupazione della Manciuria e della Corea del Nord, delle Isole Curili e della parte meridionale di Sachalin, e la distruzione dell'armata nipponica del Kwantung, forte di circa 1 milione di uomini. Contro tali forze, i sovietici schierano 1.158.000 uomini raggruppati nel 1° e 2° Fronte estremo-orientale e nel Fronte transbaikalico, con 26.000 cannoni e mortai, 5500 carri armati e semoventi, 3900 aerei. Le truppe sovietiche penetrano in Manciuria. Il 10 agosto (quindi dopo l'invasione sovietica) il Giappone fa sapere che accetta la resa, "a patto che non vi sia pregiudizio per la posizione dell'imperatore".

In verità, le riunioni decisive furono il 13 agosto, quella tra Hirohito e il comando supremo, durante la quale furono esposte le ragioni favorevoli e contrarie alla resa, e il 14 agosto quella tra Hiroito e il governo, nella quale venne accettata la resa, avendo avuto rassicurazione da parte americana sulla condizione posta da parte giapponese: il mantenimento dell'imperatore.

* * *

Cronologicamente dunque la posizione della resa ai vertici militari e politici del Giappone si afferma solo quando è già in atto l'invasione della Manciuria. Prima che essa avvenga, e dunque anche dopo il bombardamento di Nagasaki la posizione giapponese continua a consistere nella richiesta agli svedesi di farsi mediatori per una pace condizionata.

Gli americani avevano così vinto la gara. Erano riusciti a bloccare l'URSS; ma fu praticamente una vittoria alla pari, perchè il giorno dopo, prima che il Giappone avesse avuto tempo di arrendersi, i sovietici attraversarono la frontiera della Manciuria. Con un'offensiva bicipite, una testa che avanzava dalla Mongolia esterna e l'altra delle province marittime sovietiche della Siberia, l'URSS occupò di colpo il paese con un blitz come la Germania aveva falciato i paesi europei nella prima fase della guerra.
Quantunque la sorte di Hiroshima si fosse impressa nella memoria del mondo e quantunque fosse essa considerata la causa ultima della capitolazione del Giappone, sembra in realtà, che sia stata proprio l'invasione sovietica a far precipitare la decisione dei giapponesi di por fine alla guerra.
Gli effetti della bomba e il macabro potere persuasivo delle sue conseguenze non furono immediatamente chiari. Tra molta gente fuori di Hiroshima, anche tra quelli di Tokio, c'erano molti dubbi su quanto era realmente accaduto. Una grande bomba era caduta; una terribile distruzione era stata fatta; ma il Giappone era divenuto per tutto e in tutto avvezzo a tali calamità. Per la verità, le perdite in vite umane della esplosione atomica, sebbene rese particolarmente orribili dalle radiazioni nucleari, erano minori di quelle subite per effetto delle grandi incursioni dei B29 a cui il Giappone era stato sottoposto dal marzo 1945. Invece tutto il Giappone capiva il significato della paventata invasione della Manciuria, del dilagare delle armate sovietiche, del realizzarsi di quella minaccia che aveva costituito, a memoria d'uomo, il fatto dominante della politica estera del Giappone.
Il Giappone non poteva affrontare la guerra con un'altra grande potenza. Fu ciò che lo fece "disperare del suo potere" e gli fece accettare i fatti.

Peter Calvocoressi - Guy Wint
Storia della Seconda Guerra Mondiale.
Rizzoli 1980.


(7-10 agosto 2004)

Il Gazzettino riferisce di un anonimo facchino egiziano che si licenzia dall'Hotel Danieli di Venezia, perchè non vuole prendere ordini da una donna. Ma non riesce a trovare un nuovo lavoro. Quindi ritorna all'Hotel e viene riassunto, poichè il suo lavoro è molto apprezzato. Per ovviare al suo problema un uomo farà da intermediario tra lui e la governante. Il direttore - riferiscono il Corsera e Repubblica - smentisce la notizia, dice di non sapere nulla delle rimostranze del facchino e di non aver deciso nessuna modifica dell'organizzazione del personale. Smentiscono anche le rappresentanze sindacali.

Forse la notizia è soltanto una bufala, o forse direttore e sindacati smentiscono per la vergogna. Certo, la notizia è singolare. Un facchino extracomunitario, che non riesce a trovare un altro lavoro, risulta così insostituibile da indurre l'Hotel ad impiegare, con l'intermediario maschile, tre lavoratori per fare il lavoro di due. Il facchino ha lavorato in quell'Hotel per anni, sempre gestito da governanti, e solo adesso si sarebbe svegliato il principio per cui non può prendere ordini da una donna. Se è vero, sarà successo qualcosa. In ogni caso, l'iman di Venezia smentisce il principio religioso e ricorda che lo stesso Maometto ha lavorato al servizio di una donna, poi sua futura moglie.

Vera o falsa che sia, la notizia si è subito guadagnata i suoi bravi commenti ostili al buonismo, al multiculturalismo, al politically correct della direzione dell'Hotel, rea di aver assecondato i principi del facchino egiziano. Tra i commentatori si distinguono la dichiarazione di Souad Sbai, deputata marocchina del Pdl, che chiede il rimpatrio del facchino (chissà perchè non basta il licenziamento) e una nota del professor Ugo Volli, che coglie l'occasione per evocare lo spettro dell'Eurabia.

In tutto questo commentare, il darla vinta al lavoratore egiziano fa molta più rabbia che non l'umiliazione della governante. Nel caso la storia sia realmente accaduta, il capo di imputazione per la direzione del Danieli dovrebbe essere lo stesso maschilismo che si contesta al facchino. Essa avrebbe ritenuto il principio della parità dei sessi, un principio svendibile per quieto convivere. Nei compromessi si concede quel che si considera poco importante, rinunciabile, non ciò che si ha di più caro. Evidentemente l'autorità delle governanti, in quell'albergo sarebbe negoziabile, perchè soltanto autorità delle donne. Altro che multiculturalismo! E' sempre la stessa cultura, la cultura misogina mediterranea di cui siamo parte insieme con gli egiziani.

Vedi anche:
Il facchino di Venezia e l'onorevole (Sabina Ambrogi, 27.07.2012)

Non trovo nessun motivo per essere contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nessun motivo indipendente da un principio di discriminazione basato sull'orientamento sessuale. Principio dettato da una volontà o affermato come presupposto. Rosy Bindi ha dichiarato che il matrimonio tra gay sarebbe incostituzionale, ma nella Costituzione non vi è scritto nulla che lo precluda. L'art. 29 dice che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare». Ma né la famiglia, né il matrimonio sono definiti come unione esclusiva tra un uomo e una donna. I limiti da definire sono rimandati alla legge ordinaria.

Le difficoltà del PD sono note. Il partito ha un'area cattolica. Mira ad allearsi con un partito cattolico, l'UDC. Il gruppo dirigente ha una lunga tradizione pessimista sulla maturità della società italiana e di quella cattolica in particolare, in materia di diritti civili, fin dai tempi dei referendum su divorzio e aborto, che ha conservato, nonostante la vittoria in quei referendum, e che ha rinforzato dopo il fallimento del referedum sulla fecondazione eterologa, tanto da far dichiarare all'allora segretario DS, Piero Fassino che il parlamento, sui temi sensibili, non deve mai mettere in minoranza il Vaticano.

Però non c'è modo di conciliare con i cattolici senza scontentare gravemente i laici, nonché i diretti interessati, i gay e le lesbiche. Per principio costituzionale hanno ragione loro. Art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Insomma, non c'è modo, non un modo che sia giusto, per escludere gli omosessuali dal diritto di famiglia, dal diritto di farsi una famiglia, o per concedere loro solo alcuni diritti parziali, approssimativi, confusi, comunque diversi da quelli di cui godono gli eterosessuali, senza cadere nella discriminazione, questa sì anticostituzionale.

E' in questi termini che un partito democratico, laico, di sinistra, per essere coerente con se stesso, pone la questione ai suoi cattolici, agli alleati cattolici, alla chiesa cattolica. E' in questi termini che la questione si è posta nei paesi più evoluti, ormai anche a destra. Altrimenti si sconta una lacerazione, al di là della sua rilevanza numerica (38 contro 700 o 120?). Infatti, è su quel finale di assemblea, sul contrasto per l'ammissione al voto dei documenti, sulle tessere strappate, che si è concentrata tutta l'attenzione. Perchè quel dibattito lungo, travagliato, sofferto, quel lungo lavoro di elaborazione e mediazione preparato da una commissione, è un dibattito ormai datato, incapace di fare una scelta semplice, la scelta giusta, una scelta ormai scontata, per la coscienza civile di un paese moderno.

Rosy Bindi, presidente dell'assemblea, non ha voluto mettere ai voti il documento della minoranza (Ignazio Marino, Anna Paola Concia, Ivan Scalfarotto), che voleva chiaramente introdurre il matrimonio gay nel programma del partito. D'altra parte la minoranza ha presentato la sua proposta come “contributo”, “integrazione” e non come emendamento diretto a modificare il documento ufficiale o come documento alternativo. Sarebbe stato impossibile non farlo votare. Pure queste modalità di misurarsi in forme surrettizie, in punta di fioretto, per evitare traumi e spaccature, che poi deflagrano in una grande bagarre, sono l'indicatore di un dibattito arretrato.

C'è poco da lamentarsi delle interferenze strumentali di Antonio Di Pietro e Beppe Grillo. Fanno il loro mestiere e hanno buon gioco a farlo. Anche se, nel caso di Grillo, potrebbero farlo con più civiltà. L'orientamento sessuale di Rosy Bindi non ha nessuna pertinenza con le sue ragioni o con i suoi torti. A Grillo si potrebbe ricordare il suo silenzio, quando un esponente del suo movimento, ruppe l'imbargo televisivo, per paragonare il matrimonio tra omosessuali al matrimonio con gli animali. Oppure gli si potrebbe chiedere come mai oggi vede nei diritti dei gay una priorità o un dato scontato, quando solo poco tempo fa dichiarò essere senza senso concedere la cittadinanza ai figli degli stranieri nati e cresciuti in Italia, una distrazione di massa per gli italiani afflitti dalla crisi economica e dai problemi sociali. Come i cattolici, come i democratici, anche i grillini è bene si chiariscano se i diritti devono essere uguali per tutti, sempre, si o no.

La Costituzione

Vi ringrazio per la risposta.
La prima tappa del vostro percorso è chiarissima:
Avete deciso di non fare nessun nome, con la motivazione assolutamente condivisibile di non partecipare al “mercato dei nomi”. Avete chiesto:
1. Partecipazione femminile 50/50
2. Selezione di nomi di eccellenza, sostenendo che “chi ci governa ha tutti gli strumenti“ per reperirli. E ovviamente immagino che sia un chiaro riferimento ai cv, l’unico strumento valido per valutare competenze e eccellenze fuori da logiche di lottizzazione.
Però poi arriva la mossa a sorpresa di Bersani, con la sua richiesta, per “rompere il rito delle lottizzazioni” e decidete di cambiare rotta. Perché questo avete fatto e, scusatemi, lo avete fatto in un modo neanche tanto coraggioso.
Al di là di mille contorcimenti verbali, il dato di fatto è che non vi siete prese la responsabilità di fare un nome ma ne avete fatti una serie, operando comunque una scelta precisa (“carattere esemplificativo”?) e l’avete fatto utilizzando criteri che curiosamente non hanno più a che fare con competenze e eccellenze, addirittura non devono avere a che fare con abilità manageriali perché c’è già chi le ha (!).
a. “no a donne provenienti dalla politica” (ma Tobagi non era stata eletta nella lista Penati alle elezioni del 2009?)
b. “no a donne con un passato da dirigenti Rai. Volevamo volti nuovi per un’azienda Rai che deve darsi nuovi obiettivi.”
E su queste basi avete fatto dei nomi. Ne avete fatto alcuni e non altri. Questa è una scelta. Solo non ve ne siete assunte la responsabilità. E, da ciò che capisco, la scelta è stata fatta in funzione di nomi votabili, non necessariamente i nomi delle donne più competenti per quel ruolo.
Non è che non avete partecipato al sistema delle spartizioni, lo avete avallato: “Speravamo anche che una rosa di nomi con caratteristiche diverse potesse far convergere voti altrimenti non disponibili dei parlamentari che hanno il compito di scegliere i componenti del CdA”.
Ah si?
E ci siamo dimenticati “ No alla lottizzazione, no alla spartizione delle poltrone”?
Ora io davvero non riesco a comprendere cosa c’è di nuovo. In che modo vi sembra che sia accaduto qualcosa di diverso dalle solite logiche spartitorie della politica nostrana?
Analizzando i fatti, qual è stato il contributo di se non ora quando? se non quello di legittimare scelte di partito, secondo le solite dinamiche regolate da interessi di partito e non certo da una seria e trasparente valutazione delle competenze?
Certo, capisco bene che non abbiate visionato e selezionato gli oltre trecento cv che ad oggi giacciono in Commisione Vigilanza, in effetti non era compito vostro: quelli erano gli strumenti che chi ci governa aveva a disposizione per reperire le eccellenze, finalmente garantendo un buon servizio pubblico realmente al servizio delle cittadine e dei cittadini e non degli interessi di partito.
Strumenti dimenticati da tutti prevedibilmente ma in maniera davvero inaspettata da voi.
Ora io vorrei solo sapere una cosa, Se non ora quando? è disponibile a portare avanti, nelle sedi opportune, una forte e chiara richiesta di chiarimenti circa i destini degli oltre 300 cv che erano stati richiesti, in nome della trasparenza e di un vero superamento delle vecchie e sciagurate logiche partitiche che, da sempre, nel nostro Paese hanno impedito che merito e competenza fossero i criteri di selezione?
Oppure avendo di fatto accettato di avallare le solite dinamiche oggi non ve lo potete più permettere?
Questo naturalmente è quello che ho visto io, e conto solo uno.

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