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VII Congresso Prc - 2008 (Intervento)

Nel post precedente, ho citato l'ultimo Congresso del Prc (Chianciano 2008). Ne approfitto per restare in tema e archiviare qui, il mio intervento di allora al circolo di San Paolo. In questa pagina si possono consultare i documenti e le mozioni.

Dopo la sconfitta del 13-14 aprile, per Rifondazione avrei preferito un congresso a tesi e magari preparato in tempi più lunghi: non penso sia possibile in soli tre mesi fare un analisi della sconfitta, elaborare una nuova linea politica, eleggere un nuovo gruppo dirigente, il tutto sotto l'effetto di un impatto emotivo molto forte, determinato dall'esclusione dal parlamento e dal ritorno al governo delle destre, le quali non hanno atteso un attimo, per rilanciare le loro politiche di aggressione alla condizione del lavoro (contratti e pubblico impiego), ai migranti, e all'indipendenza della magistratura. Il congresso ci obbliga anche a rinviare la nostra iniziativa di opposizione al governo delle destre, proprio mentre è di fatto assente una opposizione in Parlamento. C'è il rischio di arrivare in fretta a stabilire un indirizzo che già nel breve periodo necessiterà forse di essere aggiornato, corretto, forse smentito.

Avrei preferito un congresso a tesi, anche perchè, avrebbe valorizzato gli orientamenti comuni a tutto il gruppo dirigente e concentrato la discussione sull'oggetto del contendere, mediante il voto degli emendamenti. In tal modo, si sarebbero misurate le distanze effettive, magari scoprendo che non sono poi così grandi fino al punto da impedire una gestione unitaria del partito e l'oggetto delle divisioni sarebbe stato chiaro a tutto il partito che avrebbe potuto così discutere e scegliere con piena consapevolezza.

Un congresso a mozioni contrapposte, come si è scelto di fare, dovrebbe svolgersi diversamente: sulla base di documenti sintetici, con una breve premessa e un dispositivo chiaro, e non sulla base della presentazione di due, tre, quattro, cinque documenti a tesi (come se ciascuno proponesse il suo documento a tesi), la cui lettura e discussione diventa di fatto impraticabile: cinque pagliai entro cui cercare l'ago della effettiva distinzione. Tant'è che subito dopo la presentazione, ma forse anche prima, parte la corsa all'interpretazione, la più semplificata possibile, della mozione avversaria: quella che vuole arroccarsi, quella che vuole sciogliere il partito. E poi su queste semplificazioni si discute e ci si schiera. Oppure in base alla fiducia nei confronti dei leader, per cui le mozioni assumono nomi e cognomi.

L'oggetto del contendere di questo congresso, a me pare sia la sorte organizzativa di questo partito. Se mantenerlo e rilanciarlo, sostanzialmente così come è, con questa organizzazione e identità, oppure se investirlo nel progetto di una nuovo soggetto politico. Il tema del che fare per il partito che resta così come è o del nuovo soggetto politico resta sullo sfondo, cioè il come risolvere il problema dell'utilità sociale, dell'ininfluenza che ha caratterizzato il nostro partito nell'esperienza del governo Prodi e che, per comune analisi delle varie mozioni, sarebbe all'origine della sconfitta: non ci hanno votato perchè non abbiamo mostrato di essere utili, non abbiamo tutelato concretamente gli interessi dei nostri ceti sociali di riferimento.

Naturalmente, dobbiamo opporci a Berlusconi e dobbiamo operare un radicamento nel territorio, nei luoghi di lavoro, nella società. Il come farlo con efficacia, però al momento non riesce a trovare una vera risposta, perchè il radicamento presuppone un territorio in cui mettere radici, mentre la realtà sociale in cui operiamo spesso è essa stessa atomizzata e sradicata, dai quartieri dormitorio delle periferie, alla polverizzazione del tessuto produttivo. Non esistendo grandi integratori sociali, non riusciamo a integrare neppure noi stessi. Oppure ci strutturiamo in funzione dei vari livelli istituzionali. Togliatti diceva una sezione per ogni campanile, noi ci diamo un circolo per ogni circoscrizione, per fare l'esempio di Torino, in circoscrizioni che raccolgono molti quartieri e dove una sola struttura di base non può avere possibilità di radicamento su un territorio così vario e così vasto. Il tutto senza una effettiva direzione, un effettivo cordinamento a livello di federazione e nazionale, se non in occasione delle elezioni, delle feste e dei congressi. Un partito con risorse limitate dovrebbe concentrare la sue poche forze su alcuni obiettivi precisi, invece di dispendersi in mille rivoli, scelti casualmente di circolo in circolo. Possiamo scrivere l'analisi universale della globalizzazione dal Chapas alla questione sarda, ma poi tutti insieme dobbiamo essere in grado di fare, con efficacia, alcune, poche campagne, mirate a precisi obiettivi, di modo che appartenere e aderire a questo partito (o al prossimo) significhi essere coinvolti, impegnarsi su queste cose, che sono poi in genere le cose in base alle quali si aderisce, invece di ritrovarsi coinvolti in una sorta di comitato spontaneo, isolato dal resto dell'organizzazione.

Noi siamo una minoranza e con il nostro peso specifico, non potremo mai essere utili come lo è un grande partito, non riusciremo a tutelare gli interessi di una classe come poteva farlo il PCI. Inoltre, siamo collocati agli estremi di uno schieramento, non possiamo cambiare alleanza, essere l'ago della bilancia. Perciò, con i sistemi elettorali di tipo maggioritario, sia quello con l'uninominale, sia quello con il premio di maggioranza, saremo sempre schiacciati nell'alternativa di appoggiare il male minore, impermeabile ai nostri condizionamenti, o di assumerci la responsabilità di favorire l'avversario peggiore, presentandoci alle elezioni in modo autonomo. Come abbiamo visto, alle ultime elezioni, gli elettori scelgono per noi. Scelgono il PD per paura del ritorno di Berlusconi. Paura più che fondata. Questa è la causa della sconfitta. Non è detto che se fossimo stati all'opposizione non avremmo ricevuto una batosta simile. Ricordiamo che dopo la rottura con Prodi, alle Europee del 1999, precipitammo al 4,3%. Oggi, magari un risultato invidiabile, ma erano elezioni europee, voto libero, senza torsioni maggioritarie. Con ciò, se non si può avere un effettivo potere, meglio non avere la responsabilità, ma da sola questa scelta non è una soluzione, non garantisce alcun successo, non dà di per sé credibilità.

L'erosione di un tessuto comunitario, di un senso comune solidaristico, la crisi della grande fabbrica, il crollo del comunismo, sono all'origine del nostro storico ridimensionamento, da quando siamo nati. In questo sistema politico, in cui conta solo il governo e le assemblee elettive sono organi di ratifica, la nostra dimensione minoritaria è di per sè ragione di scarsa credibilità, sia al governo, sia all'opposizione. Di qui la tentazione di cercare scorciatoie di tipo propagandistico, che surroghino la nostra debolezza nella sfera della realtà dei rapporti di forza, con qualche trovata nella sfera della realtà percepita. Al contrario di quanto dice Ferrero, non penso che a Venezia il Prc abbia sbagliato la valutazione sui rapporti di forza entro l'allenza dell'Unione per poi scoprire solo dopo quanto Prodi fosse impermeabile ai nostri condizionamenti e invece vulnerabile alla pressione dei poteri forti. Sapevamo fin da subito che entro quell'alleanza avremmo contato poco e nulla. Speravamo che quell'alleanza sarebbe stata capace di conquistarsi lo stesso consenso di dieci anni prima, con l'impresa dell'ingresso nell'Euro e di poterne beneficiare in qualche modo con qualche vittoria soprattutto simbolica e magari con uno scambio molto materiale: dire si alle controriforme strutturali in cambio di aumenti salariali. Infatti, fin dal principio, noi non ci siamo disposti per condizionare il governo: abbiamo voluto la presidenza della camera, non i ministri, abbiamo rinunciato in partenza, perchè sapevamo che era una missione impossibile, abbiamo sperato in successi simbolici, indiretti, e non abbiamo in nessun modo immaginato il crollo verticale di consensi in cui il governo sarebbe precipitato. D'altra parte, noi non ci siamo legati ad alcun punto fermo. Nè l'Afghanistan, nè il protocollo sul Welfare, nè i migranti. Siamo riusciti persino a votare il decreto sicurezza, quello contro i romeni.

Credo invece che una minoranza dovrebbe rendersi riconoscibile per alcune, poche battaglie, che conduce in modo permanente, dappertutto, finalizzata a pochi e precisi obiettivi. Come è nel caso di Di Pietro sulla legalità o dei radicali sui diritti civili. Noi dovremmo essere il partito della giustizia sociale e mirare ad alcune conquiste di importanza materiale. Per esempio, il ripristino di un meccanismo di indicizzazione dei salari. Il PCI faceva compromessi su tutto, ma non sulla difesa delle condizioni materiali dei lavoratori. Noi abbiamo esteso a tutto, il campo della nostra battaglia, ma al tempo stesso, su tutto, dai dico alle pensioni, abbiamo saputo cedere.

Quanto detto può valere per questo partito o per il nuovo soggetto politico. In teoria, non c'è nulla di male, in nessuna delle due proposte. Oppure può essercene in entrambe. Il partito è una comunità, ma anche uno strumento. L'identità può essere un assolutismo, un simbolo vuoto, una rendita di posizione, ma il superamento di una identità può essere puro eclettismo, un elemento che trasmette di sè una idea vaga e generica. Ci si può ridurre alla miniatura e alla caricatura di Lenin, ma anche a quella di Achille Occhetto.

In una fase vincente, con interlocutori precisi, si può investire il proprio patrimonio in un progetto più grande. Era la suggestione di Amendola, negli anni Sessanta, dell'unificazione con il partito socialista, più modestamente è stata una suggestione nostra, dopo le Europee del 2004, di riunificare in Italia la sinistra radicale, noi, il Pdci, i verdi, la sinistra dei Ds. Anche a me, è sembrato un bel progetto: una forza del 13-15%, unita sul pacifismo e sull'antiliberismo. Però, al primo timido tentativo di cartello elettorale il risultato è stato 3%. Oggi, questi interlocutori non ci sono più, sono divisi tra tentazioni di assorbimento nel PD e costituenti comuniste. Procedere, dopo una sconfitta di questo rilievo ad operazioni di superamento verso una prospettiva ed una identità incerta, avrebbe il significato di una abiura, la replica in piccolo e in ritardo della Bolognina. Un processo costituente può avere una valenza aggregante, quando si vince, quando si sa dove andare e cosa si vuole essere e lo si dichiara con nettezza, ma può essere disgregante quando si perde, quando ci si rivolge a interlocutori diffusi, e non si sa bene come dirlo.

Perciò, penso che nell'immediato il nostro compito sia la tenuta e il rilancio di Rifondazione Comunista. Per l'oggi e per il domani. Poi dopodomani si vedrà.

(29 giugno 2008)

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