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La «libertà» di fare la prostituta

La libertà di fare la prostituta la riconosco e la rispetto. Nel senso che ciascuno del suo corpo fa ciò che vuole. Ma soprattutto nel senso che sarei fermamente contrario a qualsiasi forma di perseguimento civile e penale delle prostitute, a qualsiasi forma di stigma sociale e di criminalizzazione. Piuttosto sono favorevole alla persecuzione di sfruttatori e clienti. Il riconoscimento della libertà, però non esaurisce il discorso, non rimuove la questione sociale che determina la prostituzione. Se si trattasse solo di una libera scelta, la sua composizione sarebbe varia. Invece la prostituzione è fatta in netta prevalenza da donne, da povere, da immigrate, da persone che hanno subito violenza, che hanno perso il lavoro, quando non da vere e proprie schiave sessuali vittime della tratta e del racket. Dunque, una libertà di scelta compiuta da persone che hanno ben poca scelta. Anche nel caso di ragazze che si prostituiscono per mantenersi agli studi universitari, o per motivi più effimeri, ottenere un orologio, un cellulare, è difficile non vedere una scelta indotta da un modello culturale che associa la donna ad oggetto di piacere sessuale dell'uomo e il sesso ad una moneta di scambio per l'accesso alle risorse, la cui disponibilità è per definizione maschile. Prostituirsi presuppone una percezione inferiorizzante di sè in quanto donna, nella relazione con l'uomo.

Ma perchè fare la donna delle pulizie dovrebbe essere meno inferiorizzante, meno degradante, che non concedere favori sessuali ad un uomo, dietro ricompensa? Quello della prostituta, fatta la tara di moralismi e sessuofobie, non è un mestiere come un altro? Una risposta affermativa contrasta con ciò che intendiamo per bene e male in modo intuitivo. Basti immaginare le implicazioni. In un lander tedesco regolamentarono la prostituzione come un qualsiasi altro lavoro. L'ufficio di collocamento convocò una ragazza per offrirgli proprio quel lavoro. Lei rifiutò. Perse il sussidio di disoccupazione. E' accettabile?

Si può essere favorevoli o contrari all'idea che il sussidio di disoccupazione sia vincolato alla disponibilità ad accettare il lavoro che viene offerto. Ma sia i favorevoli, sia i contrari, se sono persone civili e di buon senso, resterebbero quanto meno perplessi, se non indignati, di fronte al caso di una ragazza che perde il sussidio perchè non vuole prostituirsi. Non sarebbe la stessa cosa se non volesse fare l'operaia, l'impiegata, la call-center, la barista, etc. Eppure sono tutti lavori mercificati, oggetto di sfruttamento, causa di alienazione. Solo una questione morale? Credo di no.

Un operaio costruisce cose. Può sapere cosa costruisce oppure no. Lavorare e fornire solo un pezzo che va ad assemblarsi con altri pezzi. Senza sapere bene quale sarà il prodotto finale. O senza conoscere tutto il processo. Lui è alienato dal suo prodotto e dal processo di lavoro di quel prodotto. Poi viene alienato da gran parte del valore di quel prodotto. In questa alienazione, lui e il prodotto sono due cose distinte. Che vengono separate. La prostituta invece non si separa dalla cosa che fornisce. E' lei stessa l'operaia e il suo servizio. Si aliena dalla sua sessualità, dal suo corpo, da se stessa. Quello della prostituta è un grado di sfruttamento e di alienazione, estremo, oltre il quale non si può andare. Infatti, il suo mestiere, a differenza di tutti gli altri mestieri, è inchiodato alla mercificazione e la sua persona è totalmente resa oggetto. Coincide con l'oggetto del servizio.

Superata la mercificazione, in una ipotetica società dove ciascuno riceve secondo i suoi bisogni e dà secondo le sue capacità, sarebbe sempre necessario costruire e far funzionare le cose. Esisterebbero ancora gli operai, ma non le prostitute. Un nostro amico idraulico, può venire a casa nostra e farci una riparazione senza chiedere compenso. Resta sempre un idraulico nel suo operare. Una nostra amica prostituta può venire a casa nostra e concederci i suoi favori sessuali senza chiedere nulla in cambio. Ma non resta una prostituta nel suo operare, diventa un'amante in uno scambio di reciproco piacere. Non è mai esistita una prostituta che facesse il suo lavoro gratuitamente, per puro volontariato. Nel momento in cui lo fa gratuitamente, non è più una prostituta. Qualsiasi altro lavoro può essere fatto in modo volontario senza chiedere un compenso in cambio, senza essere interno ad un rapporto subordinato. E chi lo fa continua ad essere operaio, artigiano, infermiere, etc. Quindi, se tutti i lavori sono mercificabili, quello della prostituta è un lavoro soltanto mercificabile, ha la sua connotazione nel mercificare, oggettivare, subordinare, non un servizio, non un prodotto, ma il corpo stesso di una persona.

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