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La bomba atomica su Hiroshima e Nagasaky

Il Giappone era disponibile alla resa anche prima di Hiroshima e non è stata la bomba atomica a determinare la fine della guerra.

Prima della Conferenza di Potsdam (luglio del 1945), i giapponesi chiesero la mediazione dei sovietici e poi degli svedesi per trattare le condizioni di una resa onorevole. Gli Usa vollero imporre una resa incondizionata. Cosa che fece la stessa Conferenza di Potsdam il 26 luglio: il Giappone doveva rinunciare a tutto il suo impero d'oltre mare, essere occupato e veder puniti i suoi criminali di guerra. A fronte di questo ultimatum non fece seguito nessuna dichiarazione negativa da parte giapponese. L'unica dichiarazione pubblica in proposito fu quella del primo ministro Suzuki (facente parte del partito della trattativa), che in una conferenza stampa del 30 luglio, a precisa domanda, prese tempo e disse di non voler commentare.

Le città giapponesi furono già in gran parte distrutte dai bombardamenti incendiari, a marzo, maggio e giugno. La ricognizione aerea americana constatava la distruzione di mezza Tokyo, molte città di provincia, alcune essenziali allo sforzo bellico, con un numero di morti superiore rispetto ad Amburgo e Berlino. I resoconti del ministero dell'interno giapponese descrivettero comportamenti della popolazione niente affatto resistenti: "Le conseguenze delle incursioni aeree inducono la popolazione ad evacuare la zona. In certe zone la popolazione trascura di tenere sempre pieni i serbatoi d'acqua e non mostra spirito combattivo verso i bombardamenti. I provvedimenti per la protezione civile non servono a niente". In certe parti del paese, i civili si ribellarono contro i militari.

Molto improbabile poter rappresentare i giapponesi nei tragici mesi conclusivi della guerra come un compatto popolo di Samurai deciso a morire fino all'ultimo uomo in ossequio ad un codice d'onore: come se si trattasse di esseri non umani inutilmente indifferenti alle privazioni, alle sofferenze, alla morte, incapaci di valutare le prospettive sempre più catastrofiche del proseguimento della guerra.

L'imperatore aveva nei confronti del militarismo giapponese una posizione simile a quella di Vittorio Emanuele III nei confronti del fascismo. L'avvicendamento dei governi dal 1944 al 1945 modificò progressivamente gli equilibri di potere a favore del partito della resa. Significativa, dopo la caduta di Saipan, fu soprattutto il rovesciamento del governo Tojo (luglio 1944), voluto dal consiglio degli jushin, comprendente gli ex primi ministri, organo ufficioso, informale ma di grande autorità, favorevole alla pace.

Favorevoli al proseguimento ad oltranza della guerra, erano l'esercito e la marina, per cui la situazione crolla, non con lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima, i cui effetti distruttivi nell'immediato non sembravano qualitativamente diversi da quelli dei bombardamenti precedenti, bensì con l'invasione sovietica della Manciuria. L'ingresso in guerra della seconda superpotenza, vista fino ad allora come neutrale o addirittura come possibile mediatrice, eliminò qualsiasi pallida speranza di resistenza militare.

Ai vertici del potere politico e militare americano non ci fu dibattito su quale fosse la soluzione migliore per concludere la guerra con il minor numero di morti da parte giapponese. Questo problema non era posto, se non relativamente al risparmio di vite dei soldati americani. In verità, non ci fu un gran dibattito. La decisione fu presa in pochi giorni, e i principali responsabili militari Usa ne furono informati tardi e male. Mac Arthur deplorò la decisione. L'ammiraglio William D. Lealy la giudicò brutale e inutile al conseguimento di qualsiasi scopo razionale. Forse Truman pensava che la bomba atomica avesse gli stessi effetti di un bombardamento, e questa può essere una delle ragioni che favorì la decisione di sganciare la bomba su Hiroshima e, senza verificarne gli effetti, già tre giorni dopo anche su Nagasaki. La differenza rispetto ai bombardamenti incendiari stava nella ricaduta di materiale radioattivo (il fall-out).

L'utilità effettiva nel ricorso alla bomba atomica si risolse nella esclusione dell'Urss dall'occupazione giapponese e dalle trattative sul suo futuro assetto. Mentre l'Europa veniva divisa tra le due superpotenze vincitrici, il Giappone sconfitto rientrava interamente nella sfera di influenza americana.

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Ammesso e non conecesso il punto vista criminale che reputa lecita la guerra contro la popolazione civile, gli Usa potevano comunque agire diversamente: 1) verificare le condizioni proposte dal Giappone per la resa; 2) verificare la reazione giapponese all'ultimatum; ma soprattutto: 3) avvisare il Giappone di essere in possesso della bomba atomica e di essere pronti ad usarla; 4) eseguire la prima esplosione in una zona non popolata del Giappone.

Gli americani invece, pochi giorni dopo l'ultimatum, ritardando per pure considerazioni meteorologiche dato che il lancio era previsto per il primo agosto, sganciarono la prima bomba su Hiroshima senza preavviso e poi, senza verificarne gli effetti, appena tre giorni dopo ancora su Nagasaki.

Non è affatto certo che fu la bomba atomica a permettere all'imperatore la resa del Giappone, anche perchè i vertici militari e politici del paese, nei giorni successivi non ebbero modo di valutare la differenza qualitativa tra i bombardamenti atomici e quelli incendiari. La differenza vera, immediatamente percepibile la faceva l'intervento dell'Urss, che l'8 agosto dichiara guerra al Giappone.

Ben poco plausibile dimostrare la presunta indisponibilità alla resa con la cultura giapponese, una cultura in cui l'onore è un valore imprescindibile e non contempla la resa, la quale sarebbe peggiore della morte, tanto è vero che perfino dopo i bombardamenti atomici molti ministri si rifiutarono di controfirmare il documento di resa dell'imperatore suicidandosi. Il relativismo culturale non può essere usato per falsificare la storia al fine di dimostrare che il ricorso all'atomica fosse quasi obbligato. Certo, la tradizione culturale poteva esercitare un peso, ma non decidere la politica del paese nei mesi della disfatta. Se davvero nonostante tutto fosse stata prevalente l'idea che la resa fosse peggio della morte, neppure l'atomica e l'invasione sovietica sarebbero riusciti ad ottenerla.

In verità, il Giappone di fronte alla sconfitta, reagì come altri paesi in condizioni simili, dividendosi tra chi voleva proseguire ad oltranza e chi voleva la resa (soprattutto la popolazione ed il potere civile), con un progressivo spostamento di forze a favore di quest'ultimo. E non esiste alcun indizio documentario o probabilistico che permetta di attribuire alle forze della resa l'intenzione di temporeggiare in funzione di una ripresa ed una rivincita. Persino la Germania, senza i samurai, ma con un Terzo Reich privo di poteri alternativi, fu più risoluta nell'andare fino in fondo al disastro.

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Considerando questa cronologia si vede che la riunione del 9 agosto non fu risolutiva, infatti: "Verso mezzanotte, l'imperatore Hiro Hito convoca il Consiglio Supremo e cerca di imporre ai militaristi l'accettazione della proposta di resa. Ma questi si oppongono. Alle 3 del mattino, la riunione si scioglie senza che sia stato stabilito nulla di più di un cauto sondaggio di pace da farsi attraverso la Svezia e la Svizzera.. Dunque, il 9 di agosto, la posizione del Giappone è sostanzialmente identica a quella dichiarata durante i giorni della Conferenza di Potsdam (luglio 1945) e cioè richiesta agli svedesi di farsi mediatori in una trattativa sulle condizioni della resa".

Prosegue la cronologia sopra citata: "Hanno inizio le operazioni dei sovietici contro il Giappone: obiettivi di Mosca sono l'occupazione della Manciuria e della Corea del Nord, delle Isole Curili e della parte meridionale di Sachalin, e la distruzione dell'armata nipponica del Kwantung, forte di circa 1 milione di uomini. Contro tali forze, i sovietici schierano 1.158.000 uomini raggruppati nel 1° e 2° Fronte estremo-orientale e nel Fronte transbaikalico, con 26.000 cannoni e mortai, 5500 carri armati e semoventi, 3900 aerei. Le truppe sovietiche penetrano in Manciuria. Il 10 agosto (quindi dopo l'invasione sovietica) il Giappone fa sapere che accetta la resa, "a patto che non vi sia pregiudizio per la posizione dell'imperatore".

In verità, le riunioni decisive furono il 13 agosto, quella tra Hirohito e il comando supremo, durante la quale furono esposte le ragioni favorevoli e contrarie alla resa, e il 14 agosto quella tra Hiroito e il governo, nella quale venne accettata la resa, avendo avuto rassicurazione da parte americana sulla condizione posta da parte giapponese: il mantenimento dell'imperatore.

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Cronologicamente dunque la posizione della resa ai vertici militari e politici del Giappone si afferma solo quando è già in atto l'invasione della Manciuria. Prima che essa avvenga, e dunque anche dopo il bombardamento di Nagasaki la posizione giapponese continua a consistere nella richiesta agli svedesi di farsi mediatori per una pace condizionata.

Gli americani avevano così vinto la gara. Erano riusciti a bloccare l'URSS; ma fu praticamente una vittoria alla pari, perchè il giorno dopo, prima che il Giappone avesse avuto tempo di arrendersi, i sovietici attraversarono la frontiera della Manciuria. Con un'offensiva bicipite, una testa che avanzava dalla Mongolia esterna e l'altra delle province marittime sovietiche della Siberia, l'URSS occupò di colpo il paese con un blitz come la Germania aveva falciato i paesi europei nella prima fase della guerra.
Quantunque la sorte di Hiroshima si fosse impressa nella memoria del mondo e quantunque fosse essa considerata la causa ultima della capitolazione del Giappone, sembra in realtà, che sia stata proprio l'invasione sovietica a far precipitare la decisione dei giapponesi di por fine alla guerra.
Gli effetti della bomba e il macabro potere persuasivo delle sue conseguenze non furono immediatamente chiari. Tra molta gente fuori di Hiroshima, anche tra quelli di Tokio, c'erano molti dubbi su quanto era realmente accaduto. Una grande bomba era caduta; una terribile distruzione era stata fatta; ma il Giappone era divenuto per tutto e in tutto avvezzo a tali calamità. Per la verità, le perdite in vite umane della esplosione atomica, sebbene rese particolarmente orribili dalle radiazioni nucleari, erano minori di quelle subite per effetto delle grandi incursioni dei B29 a cui il Giappone era stato sottoposto dal marzo 1945. Invece tutto il Giappone capiva il significato della paventata invasione della Manciuria, del dilagare delle armate sovietiche, del realizzarsi di quella minaccia che aveva costituito, a memoria d'uomo, il fatto dominante della politica estera del Giappone.
Il Giappone non poteva affrontare la guerra con un'altra grande potenza. Fu ciò che lo fece "disperare del suo potere" e gli fece accettare i fatti.

Peter Calvocoressi - Guy Wint
Storia della Seconda Guerra Mondiale.
Rizzoli 1980.


(7-10 agosto 2004)

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