Non trovo nessun motivo per essere contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nessun motivo indipendente da un principio di discriminazione basato sull'orientamento sessuale. Principio dettato da una volontà o affermato come presupposto. Rosy Bindi ha dichiarato che il matrimonio tra gay sarebbe incostituzionale, ma nella Costituzione non vi è scritto nulla che lo precluda. L'art. 29 dice che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare». Ma né la famiglia, né il matrimonio sono definiti come unione esclusiva tra un uomo e una donna. I limiti da definire sono rimandati alla legge ordinaria.

Le difficoltà del PD sono note. Il partito ha un'area cattolica. Mira ad allearsi con un partito cattolico, l'UDC. Il gruppo dirigente ha una lunga tradizione pessimista sulla maturità della società italiana e di quella cattolica in particolare, in materia di diritti civili, fin dai tempi dei referendum su divorzio e aborto, che ha conservato, nonostante la vittoria in quei referendum, e che ha rinforzato dopo il fallimento del referedum sulla fecondazione eterologa, tanto da far dichiarare all'allora segretario DS, Piero Fassino che il parlamento, sui temi sensibili, non deve mai mettere in minoranza il Vaticano.

Però non c'è modo di conciliare con i cattolici senza scontentare gravemente i laici, nonché i diretti interessati, i gay e le lesbiche. Per principio costituzionale hanno ragione loro. Art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Insomma, non c'è modo, non un modo che sia giusto, per escludere gli omosessuali dal diritto di famiglia, dal diritto di farsi una famiglia, o per concedere loro solo alcuni diritti parziali, approssimativi, confusi, comunque diversi da quelli di cui godono gli eterosessuali, senza cadere nella discriminazione, questa sì anticostituzionale.

E' in questi termini che un partito democratico, laico, di sinistra, per essere coerente con se stesso, pone la questione ai suoi cattolici, agli alleati cattolici, alla chiesa cattolica. E' in questi termini che la questione si è posta nei paesi più evoluti, ormai anche a destra. Altrimenti si sconta una lacerazione, al di là della sua rilevanza numerica (38 contro 700 o 120?). Infatti, è su quel finale di assemblea, sul contrasto per l'ammissione al voto dei documenti, sulle tessere strappate, che si è concentrata tutta l'attenzione. Perchè quel dibattito lungo, travagliato, sofferto, quel lungo lavoro di elaborazione e mediazione preparato da una commissione, è un dibattito ormai datato, incapace di fare una scelta semplice, la scelta giusta, una scelta ormai scontata, per la coscienza civile di un paese moderno.

Rosy Bindi, presidente dell'assemblea, non ha voluto mettere ai voti il documento della minoranza (Ignazio Marino, Anna Paola Concia, Ivan Scalfarotto), che voleva chiaramente introdurre il matrimonio gay nel programma del partito. D'altra parte la minoranza ha presentato la sua proposta come “contributo”, “integrazione” e non come emendamento diretto a modificare il documento ufficiale o come documento alternativo. Sarebbe stato impossibile non farlo votare. Pure queste modalità di misurarsi in forme surrettizie, in punta di fioretto, per evitare traumi e spaccature, che poi deflagrano in una grande bagarre, sono l'indicatore di un dibattito arretrato.

C'è poco da lamentarsi delle interferenze strumentali di Antonio Di Pietro e Beppe Grillo. Fanno il loro mestiere e hanno buon gioco a farlo. Anche se, nel caso di Grillo, potrebbero farlo con più civiltà. L'orientamento sessuale di Rosy Bindi non ha nessuna pertinenza con le sue ragioni o con i suoi torti. A Grillo si potrebbe ricordare il suo silenzio, quando un esponente del suo movimento, ruppe l'imbargo televisivo, per paragonare il matrimonio tra omosessuali al matrimonio con gli animali. Oppure gli si potrebbe chiedere come mai oggi vede nei diritti dei gay una priorità o un dato scontato, quando solo poco tempo fa dichiarò essere senza senso concedere la cittadinanza ai figli degli stranieri nati e cresciuti in Italia, una distrazione di massa per gli italiani afflitti dalla crisi economica e dai problemi sociali. Come i cattolici, come i democratici, anche i grillini è bene si chiariscano se i diritti devono essere uguali per tutti, sempre, si o no.

La Costituzione

Vi ringrazio per la risposta.
La prima tappa del vostro percorso è chiarissima:
Avete deciso di non fare nessun nome, con la motivazione assolutamente condivisibile di non partecipare al “mercato dei nomi”. Avete chiesto:
1. Partecipazione femminile 50/50
2. Selezione di nomi di eccellenza, sostenendo che “chi ci governa ha tutti gli strumenti“ per reperirli. E ovviamente immagino che sia un chiaro riferimento ai cv, l’unico strumento valido per valutare competenze e eccellenze fuori da logiche di lottizzazione.
Però poi arriva la mossa a sorpresa di Bersani, con la sua richiesta, per “rompere il rito delle lottizzazioni” e decidete di cambiare rotta. Perché questo avete fatto e, scusatemi, lo avete fatto in un modo neanche tanto coraggioso.
Al di là di mille contorcimenti verbali, il dato di fatto è che non vi siete prese la responsabilità di fare un nome ma ne avete fatti una serie, operando comunque una scelta precisa (“carattere esemplificativo”?) e l’avete fatto utilizzando criteri che curiosamente non hanno più a che fare con competenze e eccellenze, addirittura non devono avere a che fare con abilità manageriali perché c’è già chi le ha (!).
a. “no a donne provenienti dalla politica” (ma Tobagi non era stata eletta nella lista Penati alle elezioni del 2009?)
b. “no a donne con un passato da dirigenti Rai. Volevamo volti nuovi per un’azienda Rai che deve darsi nuovi obiettivi.”
E su queste basi avete fatto dei nomi. Ne avete fatto alcuni e non altri. Questa è una scelta. Solo non ve ne siete assunte la responsabilità. E, da ciò che capisco, la scelta è stata fatta in funzione di nomi votabili, non necessariamente i nomi delle donne più competenti per quel ruolo.
Non è che non avete partecipato al sistema delle spartizioni, lo avete avallato: “Speravamo anche che una rosa di nomi con caratteristiche diverse potesse far convergere voti altrimenti non disponibili dei parlamentari che hanno il compito di scegliere i componenti del CdA”.
Ah si?
E ci siamo dimenticati “ No alla lottizzazione, no alla spartizione delle poltrone”?
Ora io davvero non riesco a comprendere cosa c’è di nuovo. In che modo vi sembra che sia accaduto qualcosa di diverso dalle solite logiche spartitorie della politica nostrana?
Analizzando i fatti, qual è stato il contributo di se non ora quando? se non quello di legittimare scelte di partito, secondo le solite dinamiche regolate da interessi di partito e non certo da una seria e trasparente valutazione delle competenze?
Certo, capisco bene che non abbiate visionato e selezionato gli oltre trecento cv che ad oggi giacciono in Commisione Vigilanza, in effetti non era compito vostro: quelli erano gli strumenti che chi ci governa aveva a disposizione per reperire le eccellenze, finalmente garantendo un buon servizio pubblico realmente al servizio delle cittadine e dei cittadini e non degli interessi di partito.
Strumenti dimenticati da tutti prevedibilmente ma in maniera davvero inaspettata da voi.
Ora io vorrei solo sapere una cosa, Se non ora quando? è disponibile a portare avanti, nelle sedi opportune, una forte e chiara richiesta di chiarimenti circa i destini degli oltre 300 cv che erano stati richiesti, in nome della trasparenza e di un vero superamento delle vecchie e sciagurate logiche partitiche che, da sempre, nel nostro Paese hanno impedito che merito e competenza fossero i criteri di selezione?
Oppure avendo di fatto accettato di avallare le solite dinamiche oggi non ve lo potete più permettere?
Questo naturalmente è quello che ho visto io, e conto solo uno.

Una giornalista “femminista e di sinistra” posta su Facebook la seguente domanda: «A me piace tantissimo vestirmi da infermiera così come conosco tanti uomini a cui piace fare i dottori! Insomma che male c'è?». Evidentemente, per qualcuno deve esserci qualcosa di male, al punto da suscitare un interrogativo così provocatorio?. Ignoro se si tratti di una persona in particolare o di un archetipo pensato, percepito o proiettato.

La prima risposta che mi viene in mente è: la solita storia dove la divisione dei ruoli è sessuale e gerarchica insieme: il dottore e l'infermiera, il principale e la segretaria, il padrone e la cameriera, etc. Insomma, lui sopra e lei sotto, con il supplementare disappunto che dottori e infermiere invece di evocarmi i piaceri del sesso mi fanno pensare alle pene di una malattia o di un incidente traumatico. E' una risposta che riguarda una rappresentazione. O meglio, lo spazio illimitato che uno stereotipo dei ruoli ha nelle rappresentazioni. Ma pare che ciò sia ritenuto ipocrita: un prendersela tanto con questi giochi, mentre in privato li si gioca.

Allora, dovendo prendere la domanda alla lettera e cercando di dare una risposta puntuale, direi semplicemente che non c'è nulla di male. D'altra parte, se si resta nell'ambito di giochi e fantasie, non vi sarebbe nulla di male qualunque fosse il ruolo scelto, anche fosse estremo. Nell'immaginario intimo o ludico di una persona può starci di tutto, persino lo stupratore e la stuprata, il pedofilo e la bambina, l'incesto tra genitori, figli e fratelli. Finchè uno non fa del male a nessuno può sognare o giocare con tutti i ruoli che vuole.

Se racconta le sue fantasie in pubblico, però le espone al giudizio pubblico. E tale giudizio potrà essere inerente al proprio gusto privato o all'idea di quale dovrebbe essere la rappresentazione pubblica di una relazione umana, quale ad esempio la sessualità. Una idea che può voler avere valore normativo (la violenza e la pedofilia non devono mai essere rappresentate come relazioni lecite) o indicativo (occorre superare la divisione sessuale e gerarchica dei ruoli, o almeno la sua prevalenza).

L'immaginario o il gusto privato di una persona e la sua ideologia (intesa come visione del mondo, rappresentazione pubblica) sono due sfere distinte che non necessitano di essere conciliate, emendando una in funzione dell'altra. Posso amare la pipa ed essere contrario alla pubblicità del fumo. Possono adorare le macchine da corsa ed essere favorevole ai limiti di velocità. Posso essere ghiotto di carne e stimare i vegetariani. Posso essere contrario all'aborto e volere la sua legalizzazione. Posso detestare la droga e rivendicare le stanze del buco.

Allo stesso modo, posso sognare di essere un dottore o di avere a disposizione una infermiera e contemporaneamente trovare noiosa, banale, stereotipata, retrograda, sessista, una qualsiasi rappresentazione pubblica che narri di dottori seduttori o di infermiere destinate a far l'amore ai pazienti.

Perciò, va bene giocare, usare e poi buttare le proprie fantasie ancestrali senza pretendere di cambiarle con l'ideologia. Tuttavia non penso che gli stereotipi intorno ai ruoli sessuali siano leggi di natura e la loro critica siano ideologia. Al limite sono due ideologie. Certo lo è la presunzione che siano ruoli che tutti giochiamo ogni giorno. Io non li gioco. E se non mi sento rappresentato in una rappresentazione posso pure dirlo. A me l'infermiera non fa venire in mente il sesso, fa venire in mente l'esame del sangue. E in genere amo poco i travestimenti. In tutta la mia vita adulta non ho mai conosciuto una donna che volesse vestirsi da infermiera, senza con ciò escludere che ce ne siano.

Chi lavora nei giornali, nell'editoria, nella televisione, nella pubblicità, nella comunicazione, potrebbe fidarsi un po' meno della sua inventiva e della sua conoscenza, quando vuole presumere quello che ci piace giocare, immaginare, desiderare. L'immaginario, secondo la mia modesta pedanteria, è un campo in cui ciascuno fa bene a parlare per sè, senza generalizzare. E se generalizza l'ideologista è lui. O lei.


(...) credo che il vestiario non c'entri nulla con la religione. Ma credo anche che la libertà di pensiero, di coscienza e di religione sia un diritto inalienabile. E credo fermamente che la capacità di riconoscere e proteggere questa libertà sia una delle principali differenze tra civiltà e inciviltà. E' ciò che manca al fanatismo, per esempio.
Se non ci sono controindicazioni legate alla salute, non c'è motivo alcuno per cui a queste donne si possa impedire di giocare. Nel rispetto della loro scelta di fede, quando di scelta libera si tratta. E nel rispetto della loro lotta per affrancarsi ed emanciparsi in barba a regimi fanatici che le vorrebbero chiuse in casa, quando non si tratta di libera scelta. 
In nessuno dei due casi, vince il fanatismo. Il fanatismo non vuole che queste donne realizzino i loro desideri, le vogliono a casa. Non c'è motivo alcuno per accontentare questo delirio. La scelta non è tra farle giocare velate o svelate, ma tra farle giocare oppure no.

* * *

(L'idea secondo cui la FIFA avrebbe recepito nei propri regolamenti l'umiliazione delle donne nello sport) è un giudizio di valore esattamente speculare a quello degli ayatollah: per loro l'umiliazione delle donne anche nello sport è andare in giro a capo scoperto e gambe nude.
Loro vogliono impedire alle donne di fare sport svestite, (noi vogliamo farlo) perchè troppo vestite. E tutto ciò in difesa della loro dignità. Questo è il male peggiore. Lo è per la civiltà.
La Fifa invece dimostra, agli incivili, che non è compito di nessuno stabilire come una donna deve vestirsi o svestirsi. Se non ci sono controindicazioni rilevanti e importanti, una donna può giocare in calzoncini oppure coperta. La sua dignità non sta là.

* * *

(...) non riesco a comprendere (...) perchè (la) "ostentazione" di una identità nazionale (nel caso dell'iran, quella islamica è una identità nazionale) è di principio sbagliata. Quale principio lede?

Sulla dignità delle donne, (se non se ne fa) una questione di cm di pelle coperti o scoperti (come invece fa il regime), se ne fa una questione di imposizione inaccettabile. Io credo però che le atlete siano oggi nella condizione almeno di scegliere se giocare oppure no. Non sono obbligate a farlo e non sono più obbligate a non farlo. Alcune di loro lo faranno perchè corrisponde anche al loro modo di vivere la loro identità. Altre lo faranno perchè per loro è più importante giocare che non giocare. E' per loro un passo verso l'emancipazione importante. Come, per esempio, andare all'università, a cui possono accedere solo se indossano l'hijab. Per loro è più importante raggiungere quel traguardo. E questo non glielo si può impedire perchè altri ritengono che sia lesivo della loro dignità. Altre ancora sceglieranno di non giocare. Per loro la partita dell'emancipazione si gioca anche accettando o meno di indossare un fazzoletto.
Grazie a questa modifica del regolamento oggi queste donne hanno più possibilità di scelta. E queste scelte vanno rispettate. Anche se non piacciono. Non si possono impedire in nome della difesa della loro dignità. Prima potevano solo non giocare.

* * *

La proposta di (penalizzare tutto l'Iran, anche la nazionale maschile) ha il suo perchè. Non fate partecipare le donne? Allora neanche gli uomini. Un po' come si fece con il Sudafrica. Ma c'è un problema, la versione ufficiale è che le giocatrici non vogliono togliersi il velo.
Sappiamo bene che se anche volessero farlo, il regime lo impedirebbe. Ma sappiamo anche che non è dato sapere quale sia la reale volontà di queste donne. A meno che non siano loro ad affrontare questa battaglia, a denunciare il regime che impedisce che possano giocare e magari non siano loro a rifiutarsi di indossarlo. La scelta di cosa fare di quel divieto o di quella imposizione è tutta loro, non la si può imporre.
E allora, secondo me, chi intende farsi portatore di principi laici e civili, dovrebbe non farsi sviare dal comprensibile desiderio di impartire una lezione al fanatismo religioso di certi regimi. In effetti ci sono donne che indossano volontariamente il velo, anche se ai più pare impossibile. E aggiungo che molte di loro fanno fronte comune con le donne che non vogliono indossarlo, le une a fianco delle altre difendono il diritto di scelta (che poi è ciò che dà un senso anche alla loro scelta di portarlo). Sinceramente non ho idea se effettivamente tra le giocatrici della squadra femminile ci sono donne che vogliono a tutti i costi indossare il velo ma è un fatto che ci sono donne che vogliono poterlo fare. Principio di civiltà è anche accettare questo.
Aggiungo che, secondo me, tutti questi giudizi sprezzanti sul velo su cui pare si giochi realmente la partita della difesa della dignità della donna, sono espressi dimenticando che non dovrebbe essere il velo in sè ad essere sotto accusa ma la sua imposizione. Con le stesse identiche motivazioni andrebbe messo sotto accusa il suo divieto. Le donne vanno tutelate da se stesse? Davvero occorre imporre loro scelte in difesa della loro dignità?
Inoltre penso che finchè non si parlerà della lesa dignità delle suore, pretendendo che si spoglino, tutte queste chiacchiere contro il velo islamico in sè, hanno il retrogusto del pregiudizio antiislamico.

Io davvero invece fatico a comprendere la posizione di Snoq. Sicuramente è colpa mia ma trovo di difficilissima comprensione la logica che è stata seguita.
Viene chiesto a Snoq di proporre dei nomi e Snoq li fa. Ma così… tanto per dire, mica seriamente. Snoq si defila, e se ne fa vanto, perché, pare di capire, non intende esprimere nomine fiduciarie, avallando e perpetuando il sistema delle lottizzazioni.
E quindi, sostanzialmente, lascia che ciò avvenga.
E infatti così è avvenuto.
Insomma Snoq confidava nella capacità delle istituzioni di autoriformarsi. Praticamente una barzelletta.
Gli obiettivi erano due.
- Scardinare il sistema delle lottizzazioni (metodo). Ed era così importante da sacrificare la possibilità di proporre con serietà e determinazione i nomi delle donne giuste, con le competenze giuste per assicurare una televisione che rispetti l’immagine femminile, restituendoci quella dignità fino ad oggi calpestata e fornendo modelli nuovi alle giovani donne e ai giovani uomini che ci guardano. In proposito Snoq non ha fatto nulla ma ha lasciato carta bianca ai soliti noti.
Al limite Snoq se ne lava le mani. Si defila. Perdendo l’occasione per dimostrare come si fanno le nomine in modo corretto, puntanto sulla seria selezione dei cv. Snoq non ha ritenuto di spendere una parola sulla questione competenze e cv. Obiettivo non raggiunto, nella migliore delle ipotesi per mancanza di coraggio.
- Il 50% di presenza femminile. Obiettivo ancora una volta non raggiunto e solo per il fatto di esserci vagamente avvicinate, si ritiene di avere fatto un buon lavoro?
Ma state scherzando o dite seriamente? Strategia pasticciata, nella migliore delle ipotesi. Assoluta assenza di Snoq, proprio in un momento in cui si veniva perfino chiamate a contribuire. Secondo me, dovete delle spiegazioni e invece di rallegrarvi (di che?) dovreste fare un’analisi seria degli errori grossolani commessi. Lo dovete a tutte noi che abbiamo risposto alla vostra chiamata.
Ci avete danneggiate.
Evidentemente non sono tra le donne che vi hanno capite ma temo che siamo un discreto numero. E' necessario che vi sforziate di farvi capire meglio. E' necessaria maggiore chiarezza, per fare comprendere a tutte noi qual è questa grande partita che avete giocato, di che battaglia parlate e da dove intendete ripartire.
Questo mutamento della Rai, “vero, profondo e radicale” in che dovrebbe consistere e, soprattutto, visti gli esiti della grande battaglia, su che basi ve lo auspicate?

La ministra Fornero ha dichiarato che il lavoro non è un diritto, ma una conquista. Con ciò, ha sollevato molte critiche. Quindi si è corretta. O ha corretto la traduzione: il lavoro è un diritto, non lo è il posto di lavoro. Distinzione un po' bizantina, se si pensa che la frase incriminata è stata pronunciata a commento di una riorganizzazione del lavoro che permette ai datori di sbarazzarsi più facilmente dei loro dipendenti. Fornero ha ricevuto anche apprezzamenti. I radicali su Facebook e molte persone di fede liberista, l'hanno difesa a spada tratta. Pure contro la Costituzione. Definita un brutto compromesso tra democristiani e comunisti. Come se il fatto che la Costituzione non piaccia, autorizzasse a non riconoscerla, a violarla. Addirittura da parte di un ministro. Come fosse chiaro che il lavoro non è competenza della politica e dunque, gli articoli costituzionali che lo riguardano siano solo una ipocrita copertura verbale ad un lassismo obbligato.

Il discorso della ministra può sembrare di buon senso: «Non aspettatevi il lavoro per diritto, preparatevi ad agire per conquistarlo». Qualsiasi genitore o insegnante lo direbbe ai suoi ragazzi. Ma un ministro non è un genitore, un insegnante, un maestro di vita, un autore di self-help, tipo i best-seller che spiegano come conquistare un amico, una ragazza, un cliente e, appunto, un lavoro. Il compito di un ministro non concerne la saggezza individuale, ma la saggezza collettiva: cosa deve fare un governo per creare o per favorire la creazione di lavoro. Altrimenti, un ministro responsabilizza i cittadini, deresponsabilizzando se stesso.

La dichiarazione della ministra risulta irritante, perchè troppo congruente con la sua politica. La riforma del mercato del lavoro è infatti indirizzata ad affermare, non il diritto al lavoro, bensì il diritto a licenziare anche senza giusta causa. La ministra del lavoro non è riuscita a manomettere l'articolo 18 come voleva, ma è comunque riuscita a ridurre le tutele contro i licenziamenti. Fornero afferma che «Resta illegale licenziare per motivi discriminatori. Ma i motivi economici ora possono essere citati». Ciò concretamente vorrà dire che sarà possibile giustificare i licenziamenti discriminatori con motivi economici e sarà molto difficile per i licenziati provare che i motivi economici non sussistono. La filosofia della riforma dice che è più facile assumere se è più facile licenziare. Ma non è dimostrato che il saldo tra assunti e licenziati diventi così più positivo. Questo dipende dall'andamento del ciclo. E adesso siamo in recessione: Confindustria prevede per il prossimo anno un tasso di disoccupazione al 12,4% e calcola in un milione e mezzo i posti di lavoro persi dal 2008 al 2013. Presupposto di una tale filosofia è che il lavoro sia subordinato alla libertà di impresa e solo di conseguenza possa trarne eventualmente dei benefici.

Il compromesso sociale scritto nella Costituzione invece mette il lavoro e l'impresa sullo stesso piano, afferma parimenti il diritto dell'uno e il diritto dell'altra. Vincola lo stato alla conciliazione dei rispettivi interessi. Negare il diritto al lavoro, significa scardinare il compromesso. Di fatto è quello che è tendenzialmente successo nell'ultimo ventennio. Da quando le politiche economiche di integrazione europea sono state vincolate esclusivamente a parametri finanziari, a scapito di qualsiasi parametro sociale. Uno stato deve avere deficit e inflazione sotto controllo, conti pubblici in ordine a garanzia del pagamento del debito e poco importa con quale tasso di disoccupazione si presenta ai vertici con i suoi partner. L'assoluto monetarista del pareggio di bilancio è stato elevato al rango di norma costituzionale e a quanto sembra mal sopporta di convivere anche solo sulla Carta con i diritti del lavoro.


Riferimenti:
Il 36,2% dei giovani è disoccupato: il dato peggiore di sempre (Redattore Sociale 2.07.2012)

Sul loro sito hanno scritto: Abbiamo voluto trattare un tema importante come l'abbandono degli animali inserendo un pizzico di ironia mischiato l'inconfondibile stile Ferrafilm, il risultato è stato sensazionale: oltre duecentomila contatti in un fine settimana, settecentottantamila condivisioni su facebook, quattrocentosettanatamila visualizzazioni su Youtube. Il segreto di così tanto successo deve stare in quel pizzico d'ironia. Che come un minuscolo foruncolo schiacciato davanti allo specchio, diventa una enorme chiazza di pus purulento. La chiazza di un sarcasmo contro le donne, malcelato dietro la tutela di un cagnolino.

Lei è antipatica, stupida, viziata e cattiva. Si esprime per diminutivi. Usa un tono petulante Si fa servire a tavola e si schifa di quel che le viene servito. Vuole farsi comprare braccialetti e collanine. Vuole andare in vacanza. Nella versione fotografica diffusa su Facebook, lei intima «mi devi portare al mare». Le donne non vanno, sono gli uomini che le portano. Lei vuole abbandonare il cane per strada. Lui dovrebbe farlo per lei. Lei è in competizione con il cane. Ma è Lui quello che sceglie. E sceglie il cane. Abbandona per strada lei. Come una cagna? Il filmato, preso da un pizzico di scrupolo politicamente corretto, la definisce solo una rompicoglioni. Definizione che non ha nessun nesso con la crudeltà verso gli animali.

Sessismo inconsapevole. Sessismo intenzionale. O una trovata provocatoria e pubblicitaria che fa leva sul sessismo come fosse una innocua birichinata e non una modalità di relazione infamante. Tanto, se non basta l'amore per i cani a nascondersi, si può sempre cercare riparo dietro le sottane dell'ironia. Così succede nelle discussioni che seguono al video o alla foto: flame che riguardano, non il rapporto con gli animali, ma il rapporto tra i sessi. Il video impazza in rete, ma rispetto alla sua motivazione ufficiale va completamente fuori bersaglio. Rispetto alla sua motivazione effettiva, va perfettamente a segno. Basti leggere gli insulti liberatori contro le donne, espressi in tanti miserevoli commenti "maschili".

Su YouTube, c'è un video di FerraFilm che dice "No alla violenza sulle donne". Per essere coerenti con questo loro appello, gli stessi produttori dovrebbero evitare nei loro video l'umorismo sessista, perchè l'umorismo sessista favorisce la violenza contro le donne.


Vedi anche:
L'animalismo sessista e altre storie

La prima volta che misi a fuoco Fabrizio Rondolino fu al Circolo Garibaldi di Torino, sede della 25esima sezione del Pci. Passato mezzogiorno, tutti raccolti intorno ad un tavolo ad ascoltare dal telegiornale l'atteso annuncio della morte di Enrico Berlinguer. C'era anche lui e commentò: «Adesso potremo migliorare i nostri rapporti con i compagni socialisti». Erano i socialisti di Craxi. Quelli che tagliavano la scala mobile, quelli che mettevano i missili a Comiso, quelli che prendevano le tangenti. Quelli che erano ormai parte integrante del sistema di potere democristiano e ne acceleravano la degenerazione. Battuta sarcastica, auspicio, previsione. Non ricordo bene. A giudicare dalla sua successiva evoluzione, si direbbe un auspicio. E allora mi parve così. Ne pensai male e già dal quel giorno, avrei risposto alle sue odierne riflessioni: «Si, sei diventato di destra e sei pure un traditore».

«Traditore» è un insulto. Si usa per la carica di disprezzo morale che contiene. Lo si rivolge a chi è passato al campo avverso. Volendolo punire per la sconcertante e irritante sorpresa che ci ha procurato. Oppure è un esorcismo ironico, una parodia dell'intolleranza, un modo per dire scherzando, quel che detto seriamente sarebbe troppo offensivo. In verità, «traditore» è il doppiogiochista. Colui che finge di stare con te, mentre in realtà sta con il tuo nemico e lavora per lui. Contro di te. In questo senso, nessun voltagabbana è un traditore. Semmai un divorziato. Qualcuno che ha cambiato idea o ha cambiato lavoro. Se ne trae vantaggio personale, è un opportunista. Ma non c'entra con il tradimento. In genere, non è un percorso soltanto individuale. Nella tradizione politica italiana è un fenomeno consueto, è trasformismo. Il modo attraverso cui gli elementi dell'opposizione sono cooptati dalla classe dirigente.

Poi ciascuno, ripensando al suo percorso prova a razionalizzarlo, per ricostruirne la coerenza. Una coerenza è possibile ci sia, ma chissà quale. La libertà? Tutti, compresi i neofiti del libertarismo, hanno un rapporto problematico con la libertà, specie quella degli altri. A proposito di America, Alexis de Tocqueville valorizzava molto la libertà di stampa: Le opinioni che si stabiliscono in America sotto l'impero della libertà di stampa sono spesso più tenaci di quelle che si formano altrove sotto il regime della censura. E ancora: Per godere degli inestimabili benefici che la libertà della stampa assicura, è necessario sottomettere gli inevitabili mali che provoca. Ma il neolibertario Rondolino al pari del neolibertario Sansonetti vorrebbe una legge bavaglio in nome della privacy. Ecco che la libertà diventa per lui variabile dipendente di un altro valore.

Il Pci degli anni '70 era un partito che nel nome della lotta al terrorismo voleva realizzare un compromesso di governo con la Democrazia cristiana, che approvava la legislazione emergenziale e la linea della fermezza sul caso Moro. Un partito che reprimeva il movimento giovanile del '77. Un partito che, sia pure criticamente e in modo sempre più tenue, era collocato nel campo dell'Urss di Breznev. Un partito che si riconosceva in un ideale di liberazione. Ma non di libertà, intesa come valore delle libertà individuali. Come ammette lo stesso Rondolino era l'idea per cui la libertà di tutti era condizione della libertà di ognuno e non il contrario. Forse un borghese entrando in quel movimento poteva liberare se stesso dalla propria estrazione sociale e familiare. Forse. Ma una volta libero, avrebbe dovuto sentire presto il bisogno di liberarsi di nuovo.

Può succedere ci si riconosca in una idea forte. Che poi fallisce. Allora si sente il bisogno di trovare una nuova idea forte: una nuova ideologia, il riformismo, il liberalismo, un nuovo leader, Craxi, anche solo come riferimento spirituale, un nuovo stato guida, l'America. E ci si converta. Può succedere che ci si riconosca in una idea annunciatrice del futuro. Poi il futuro va da un altra parte. E allora ci si converte all'idea che va da quella parte. Per sentirsi sempre nel senso della storia. Può succedere si creda in una grande idea, in una grande chiesa, in una grande storia collettiva. Poi tutto questo finisce e allora si smetta di credere e ci si disponga a stare sul mercato, perchè tanto non c'è niente di meglio da fare.

C'entra poco il giudicare un percorso individuale. Con la crisi e poi il crollo del comunismo, questo è stato un percorso collettivo. Di un intero partito o di intere sue correnti. E' vero: il gruppo dirigente dalemiano degli anni '90 voleva fare del partito della sinistra, erede del Pci, un partito più liberale di Forza Italia, il partito di Berlusconi. Era già quello un collocarsi a destra. E non lo dicevano solo i veterocomunisti. Lo diceva Norberto Bobbio, che infatti, proprio a partire dal progetto dalemiano, sentì l'esigenza di scrivere un libretto «Destra e Sinistra», per rimettere le cose a posto, per dire che compito della sinistra non è la rivoluzione liberale, ma l'uguaglianza. In Italia, la destra è stata storicamente identificata con il fascismo. Così, il sistema politico italiano, tre mani le ha sempre avute, perchè tutti i destri non fascisti si definivano di centro. Di centro era la Dc. Lo stesso D'Alema diceva «Andiamo al centro». Ma in qualsiasi paese europeo, si sarebbe trattato di una sovrapposizione alla tradizione liberal-conservatrice, alla destra, a quella parte politica che si è sempre proposta di tagliare la spesa pubblica e di abbassare le tasse. E così in parte è stato, soprattutto con Blair, ma pure con le altre socialdemocrazie, chi più, chi meno, tutte attratte dall'orbita neoliberista, dopo il crollo dell'Urss e la crisi fiscale dello stato assistenziale.

La conversione neoliberale della sinistra in buona parte si è realizzata e i governi di sinistra hanno fatto le loro politiche di privatizzazione, di precarizzazione del lavoro, di risanamento finanziario, quindi di redistribuzione del reddito alla rovescia. Ma l'elettorato votante, ha per lo più preferito affidarsi all'originale tradizione liberal-conservatrice che, in particolare in Italia, non ha esitato ad allargare i cordoni della borsa e a indebitarsi, per gestire il consenso. In questo senso la sinistra neoliberale ha fallito. La sua conversione è stata più amministrativa che valoriale, cioè mero strumento per vincere. Invece quasi sempre ha perso e quando ha vinto non ha saputo tenere tutti i suoi pezzi insieme, quindi ha perso di nuovo. Inoltre, dal 2006-2007, la nuova ideologia è parsa responsabile di una crisi finanziaria globale di proporzioni paragonate, a torto o a ragione, a quella del 1929, e sembra incapace di indicare la via d'uscita, ancora oggi nel 2012. Ora, una sinistra in crisi di riferimenti tende a rivalutare il keynesismo. In parte anche la destra, anche l'America. Obama, più ancora di Hollande, cerca di convincere la Merkel ad attenuare le politiche di austerità, ad allungare i piani di rientro dei paesi in difficoltà, e ad avviare un politica di sviluppo. Obama è stato accusato di tante cose spaventose per la destra: di essere musulmano, socialista, comunista, marxista. E' stato l'unico leader della sinistra occidentale, ad aver tentato una riforma in senso univeralistico, la riforma sanitaria.

Così è possibile, che un ex militante di sinistra, oggi collaboratore di Sallusti, qualche domanda sulla sua collocazione, se la possa fare anche quando atterra a New York. Se poi piace la sensazione di essere di sinistra stando a destra o di essere di destra stando a sinistra, direi che questo ormai non è precluso neanche in Italia. Ma per rispondere alla domanda direi: «Si, sei diventato di destra, come il tuo ex partito dopo l'89. Forse con qualche intuizione già prima. Adesso ti trovi in un altro giornale, in un'altra collocazione, perchè la somiglianza favorisce tutti quei cambiamenti che in fondo non cambiano poi molto». La vedova Almirante si dice pronta a votare Pd.

Se categorizzare entro i limiti di una categoria svantaggiata o discriminata concorre a rinforzare lo svantaggio e la discriminazione, categorizzare le persone, o almeno i comportamenti individuali, è in certa misura inevitabile. E' stato detto, relativamente allo scandalo delle olgettine, che giudicare quelle ragazze è moralistico, censorio, è un riproporre la divisione tra ragazze per bene e ragazze per male, madonne e puttane. Ed è stato biasimato il fatto che siano state soprattutto quelle ragazze ad essere indicate al pubblico ludibrio, sovraesposte una infinità di volte con nome, cognome, e foto in primo piano.

Sono d'accordo. Se una ragazza si vende per accedere ad un posto, a delle risorse, prima di tutto bisogna mettere sotto accusa il sistema che la seleziona in quel modo, per rappresentarla come puro e semplice corpo, anzi di pezzi di corpo, o come «oca». Ma ciò vuol dire che, secondariamente, come nota a margine non si possa dire proprio nulla sulla complicità di quella ragazza? E' sempre è soltanto una vittima (come le bad girls di Donna Summer) oppure solo una persona libera che fa con diritto quello che vuole?

Credo che una persona possa fare ciò che vuole, finchè è innocuo per gli altri. Un individuo può fumare, bere, drogarsi, se non fa del male a nessuno, perchè no? Ma io, senza pretendere di proibire nulla, posso osservare che quel comportamento è nocivo per la propria salute? Posso criticare un ambiente, un sistema, una cultura che induce a quei comportamenti? O anche meno: ciascuno si veste come gli pare, va da sè. Ma io posso dire che un dato abbigliamento non mi piace? A me non piacciono le scarpe a punta. Sto infierendo su coloro che le indossano? A me non piacciono i cappelli con la visiera davanti, quelli tipici dei giocatori di baseball. Voglio imporre il cilindro a tutti?

Non mi piacciono i lavoratori che non aderiscono allo sciopero. Li chiamo crumiri. Sono già intollerante? In effetti, non ho ancora risolto il nodo se il picchetto sia una violenza ammissibile. Su questo sospendo il giudizio. Sul piano storico potrò avere una idea non edificante degli ascari? Se un indigeno vuole stare dalla parte dei colonizzatori, saranno fatti suoi. Il mio giudizio va ad interferire con la sua libertà di scelta? Qui però si tratta già di un comportamento che, forse, danneggia gli altri indigeni.

Ci sono comportamenti individuali che danneggiano gli altri, la cui critica però viene ugualmente tacciata di moralismo. Per esempio, quei comportamenti iscrivibili nella concorrenza sleale. Commercianti e imprenditori che evadono il fisco, corrompono la guardia di finanza, fanno i saldi fuori stagione, taroccano i prodotti, pagano tangenti. Se un politico chiede la tangente ad un imprenditore è concussione. Se è l'imprenditore che la offre, è corruzione. Non è così anche nello scambio tra sesso e potere? A danno di persone che hanno lavorato, studiato, percorso la strada corretta, legale, per arrivare al medesimo risultato. Non si può dire? E' moralismo?



Marina Terragni la rappresenta come una disputa tra femministe moraliste e femministe amoraliste. La sua antagonista, Angela Azzaro la rappresenta come una disputa tra femministe che scopano e femministe che non scopano. Ciascuna parla della proiezione dell'altra. Nel gergo delle comunità virtuali, sarebbe lo scontro fra un troll e un flamer. Lo scontro prosegue su Facebook, nelle bacheche delle duellanti, con partecipato coinvolgimento delle relative amicizie. Più disciplinato lo schieramento di Azzaro, i cui esponenti di tanto in tanto esclamano: "Io sto con Angela Azzaro!". Qualche amico di entrambe, esprime il proprio scoramento e la richiesta di smetterla. Militanti anti-autolesionisti.

Poco edificante, ma neppure particolarmente distruttivo. Nati e cresciuti spettatori di media tradizionali, abbiamo coltivato un'idea sacrale di leader e intellettuali, immaginandoli nei loro comportamenti sempre retti, autorevoli e composti. Come Napolitano. Da attori di media interattivi, li cogliamo invece nelle loro umane debolezze attraverso quelle pareti di vetro che sono i nostri monitor. Il mezzo induce all'immediatezza. Basta un attimo di stanchezza, un moto di irritazione, un nervo scoperto e scoppiano i fuochi d'artificio. Alcuni non si espongono e si limitano a postare comunicati stampa. Altri si mettono in gioco, corpo a corpo, facendo anche democratiche figuracce. Sono preferibili. Se non diventa una modalità di relazione, se non si rompe la comunicazione, se si scoprono le carte.

Ridotto all'osso, il pensiero di Marina Terragni è abbastanza chiaro: non le piace che nella televisione il corpo femminile sia ridotto a cosa per vendere le cose. In questo senso la sua critica (come quella di Lorella Zanardo e Loredana Lipperini) è rivolta alla televisione, ad un modello, ad un sistema. Ridurre all'osso il pensiero di Angela Azzaro è un po' più complicato. In sostanza dice di non sentirsi rappresentata dalla candidatura di Lorella Zanardo al cda della Rai, perchè il suo pensiero è "pericoloso" e "moralista". Non riconosce la soggettività delle donne quando esprimono comportamenti che a lei non piacciono, quindi non riconosce la libertà delle donne. Stigmatizza la sessualità e il corpo invece di contestare i ruoli, invece di puntare sulla moltiplicazione delle immagini di donne. In questo senso la sua critica è rivolta a Lorella Zanardo. Moralizza la "moralista". Ma non è chiaro se esprima una critica alternativa alla televisione, al modello, al sistema, o se difenda di fatto l'esistente. Una femminista "moralista" nel cda della Rai non è comunque meglio di un qualsiasi maschista? E' pure molto dubbio che la critica a Zanardo centri il bersaglio e non sia frutto di un grande fraintendimento. L'autrice del Corpo delle donne, ha più volte chiarito di non voler contestare la scelta di una ragazza di fare la velina, ma di voler mettere in discussione la rappresentazione televisiva dominante del femminile.

Però, il fraintendimento insiste e insiste con parole spettrali, spesso seminate en passant: burqa, intolleranza, pericolo, conformismo, moralismo, censura, oltre al divieto di scopare. Forse perchè consente di darsi un ruolo e uno spazio (essere l'anti-Zanardo). Alle divergenze ideologiche, si accompagnano anche competizioni professionali. Forse perchè si teme una cosa sola: la sessuofobia. E questo fa velo all'uso sessista e strumentale dei corpi femminili. Come chi avesse paura della siccità e sentisse criticare l'acqua minerale in bottiglie di plastica. O forse perchè sono io ad aver frainteso. Vedrò di farmi altre letture. Magari sul postfemminismo, sul femminismo individualista. Su Gli Altri e su un articolo del Foglio commentato da Gad Lerner e diffuso su FB dalla stessa Azzaro - è citato un libro di Valeria Ottonelli. La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, che Lidia Ravera riassume in «Libera coscia in libero mercato» Me lo procurerò. Intanto, segnalo la recensione di Brunella Casalini e quella di Miriam Ronzoni su Micromega. Azzardo solo un appunto. Assolutizzando un punto di vista è sempre possibile costruire una critica antimoralistica. Se dico che fumare fa male a sè e agli altri che stanno intorno, sto dicendo una cosa ovvia e di buon senso o sto criminalizzando i fumatori?

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