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E' diventato di destra?

La prima volta che misi a fuoco Fabrizio Rondolino fu al Circolo Garibaldi di Torino, sede della 25esima sezione del Pci. Passato mezzogiorno, tutti raccolti intorno ad un tavolo ad ascoltare dal telegiornale l'atteso annuncio della morte di Enrico Berlinguer. C'era anche lui e commentò: «Adesso potremo migliorare i nostri rapporti con i compagni socialisti». Erano i socialisti di Craxi. Quelli che tagliavano la scala mobile, quelli che mettevano i missili a Comiso, quelli che prendevano le tangenti. Quelli che erano ormai parte integrante del sistema di potere democristiano e ne acceleravano la degenerazione. Battuta sarcastica, auspicio, previsione. Non ricordo bene. A giudicare dalla sua successiva evoluzione, si direbbe un auspicio. E allora mi parve così. Ne pensai male e già dal quel giorno, avrei risposto alle sue odierne riflessioni: «Si, sei diventato di destra e sei pure un traditore».

«Traditore» è un insulto. Si usa per la carica di disprezzo morale che contiene. Lo si rivolge a chi è passato al campo avverso. Volendolo punire per la sconcertante e irritante sorpresa che ci ha procurato. Oppure è un esorcismo ironico, una parodia dell'intolleranza, un modo per dire scherzando, quel che detto seriamente sarebbe troppo offensivo. In verità, «traditore» è il doppiogiochista. Colui che finge di stare con te, mentre in realtà sta con il tuo nemico e lavora per lui. Contro di te. In questo senso, nessun voltagabbana è un traditore. Semmai un divorziato. Qualcuno che ha cambiato idea o ha cambiato lavoro. Se ne trae vantaggio personale, è un opportunista. Ma non c'entra con il tradimento. In genere, non è un percorso soltanto individuale. Nella tradizione politica italiana è un fenomeno consueto, è trasformismo. Il modo attraverso cui gli elementi dell'opposizione sono cooptati dalla classe dirigente.

Poi ciascuno, ripensando al suo percorso prova a razionalizzarlo, per ricostruirne la coerenza. Una coerenza è possibile ci sia, ma chissà quale. La libertà? Tutti, compresi i neofiti del libertarismo, hanno un rapporto problematico con la libertà, specie quella degli altri. A proposito di America, Alexis de Tocqueville valorizzava molto la libertà di stampa: Le opinioni che si stabiliscono in America sotto l'impero della libertà di stampa sono spesso più tenaci di quelle che si formano altrove sotto il regime della censura. E ancora: Per godere degli inestimabili benefici che la libertà della stampa assicura, è necessario sottomettere gli inevitabili mali che provoca. Ma il neolibertario Rondolino al pari del neolibertario Sansonetti vorrebbe una legge bavaglio in nome della privacy. Ecco che la libertà diventa per lui variabile dipendente di un altro valore.

Il Pci degli anni '70 era un partito che nel nome della lotta al terrorismo voleva realizzare un compromesso di governo con la Democrazia cristiana, che approvava la legislazione emergenziale e la linea della fermezza sul caso Moro. Un partito che reprimeva il movimento giovanile del '77. Un partito che, sia pure criticamente e in modo sempre più tenue, era collocato nel campo dell'Urss di Breznev. Un partito che si riconosceva in un ideale di liberazione. Ma non di libertà, intesa come valore delle libertà individuali. Come ammette lo stesso Rondolino era l'idea per cui la libertà di tutti era condizione della libertà di ognuno e non il contrario. Forse un borghese entrando in quel movimento poteva liberare se stesso dalla propria estrazione sociale e familiare. Forse. Ma una volta libero, avrebbe dovuto sentire presto il bisogno di liberarsi di nuovo.

Può succedere ci si riconosca in una idea forte. Che poi fallisce. Allora si sente il bisogno di trovare una nuova idea forte: una nuova ideologia, il riformismo, il liberalismo, un nuovo leader, Craxi, anche solo come riferimento spirituale, un nuovo stato guida, l'America. E ci si converta. Può succedere che ci si riconosca in una idea annunciatrice del futuro. Poi il futuro va da un altra parte. E allora ci si converte all'idea che va da quella parte. Per sentirsi sempre nel senso della storia. Può succedere si creda in una grande idea, in una grande chiesa, in una grande storia collettiva. Poi tutto questo finisce e allora si smetta di credere e ci si disponga a stare sul mercato, perchè tanto non c'è niente di meglio da fare.

C'entra poco il giudicare un percorso individuale. Con la crisi e poi il crollo del comunismo, questo è stato un percorso collettivo. Di un intero partito o di intere sue correnti. E' vero: il gruppo dirigente dalemiano degli anni '90 voleva fare del partito della sinistra, erede del Pci, un partito più liberale di Forza Italia, il partito di Berlusconi. Era già quello un collocarsi a destra. E non lo dicevano solo i veterocomunisti. Lo diceva Norberto Bobbio, che infatti, proprio a partire dal progetto dalemiano, sentì l'esigenza di scrivere un libretto «Destra e Sinistra», per rimettere le cose a posto, per dire che compito della sinistra non è la rivoluzione liberale, ma l'uguaglianza. In Italia, la destra è stata storicamente identificata con il fascismo. Così, il sistema politico italiano, tre mani le ha sempre avute, perchè tutti i destri non fascisti si definivano di centro. Di centro era la Dc. Lo stesso D'Alema diceva «Andiamo al centro». Ma in qualsiasi paese europeo, si sarebbe trattato di una sovrapposizione alla tradizione liberal-conservatrice, alla destra, a quella parte politica che si è sempre proposta di tagliare la spesa pubblica e di abbassare le tasse. E così in parte è stato, soprattutto con Blair, ma pure con le altre socialdemocrazie, chi più, chi meno, tutte attratte dall'orbita neoliberista, dopo il crollo dell'Urss e la crisi fiscale dello stato assistenziale.

La conversione neoliberale della sinistra in buona parte si è realizzata e i governi di sinistra hanno fatto le loro politiche di privatizzazione, di precarizzazione del lavoro, di risanamento finanziario, quindi di redistribuzione del reddito alla rovescia. Ma l'elettorato votante, ha per lo più preferito affidarsi all'originale tradizione liberal-conservatrice che, in particolare in Italia, non ha esitato ad allargare i cordoni della borsa e a indebitarsi, per gestire il consenso. In questo senso la sinistra neoliberale ha fallito. La sua conversione è stata più amministrativa che valoriale, cioè mero strumento per vincere. Invece quasi sempre ha perso e quando ha vinto non ha saputo tenere tutti i suoi pezzi insieme, quindi ha perso di nuovo. Inoltre, dal 2006-2007, la nuova ideologia è parsa responsabile di una crisi finanziaria globale di proporzioni paragonate, a torto o a ragione, a quella del 1929, e sembra incapace di indicare la via d'uscita, ancora oggi nel 2012. Ora, una sinistra in crisi di riferimenti tende a rivalutare il keynesismo. In parte anche la destra, anche l'America. Obama, più ancora di Hollande, cerca di convincere la Merkel ad attenuare le politiche di austerità, ad allungare i piani di rientro dei paesi in difficoltà, e ad avviare un politica di sviluppo. Obama è stato accusato di tante cose spaventose per la destra: di essere musulmano, socialista, comunista, marxista. E' stato l'unico leader della sinistra occidentale, ad aver tentato una riforma in senso univeralistico, la riforma sanitaria.

Così è possibile, che un ex militante di sinistra, oggi collaboratore di Sallusti, qualche domanda sulla sua collocazione, se la possa fare anche quando atterra a New York. Se poi piace la sensazione di essere di sinistra stando a destra o di essere di destra stando a sinistra, direi che questo ormai non è precluso neanche in Italia. Ma per rispondere alla domanda direi: «Si, sei diventato di destra, come il tuo ex partito dopo l'89. Forse con qualche intuizione già prima. Adesso ti trovi in un altro giornale, in un'altra collocazione, perchè la somiglianza favorisce tutti quei cambiamenti che in fondo non cambiano poi molto». La vedova Almirante si dice pronta a votare Pd.

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