Enrico Mentana, in apertura di Bersaglio mobile, ha suggerito a chi maramaldeggia sul M5S di non seguire la sua trasmissione. Ha poi stigmatizzato la rappresentazione di Nigel Farage come quella di un mostro, di un Hitler, per mettere in cattiva luce il M5S e il suo nuovo alleato europeo, uno che comunque ha vinto le elezioni nel suo paese. 

Tra i temi in discussione, c’è anche questo: quanto sia giusto indignarsi per l’incontro tra Beppe Grillo e il leader nazionalista britannico, e quanto una tale indignazione sia strumentale. Dipende da come si vede il M5S e da come si pensa lo vedano gli altri. Se una forza progressiva o regressiva. Ci è quasi indifferente l’incontro tra Matteo Salvini e Marine Le Pen. Troviamo normale che un partito xenofobo si incontri e si allei con un altro partito xenofobo. Siamo quasi tutti d’accordo sul fatto che la Lega sia un partito xenofobo. Nel 1995, il dibattito sulla Lega era più rumoroso. Quel partito faceva parte della maggioranza di centrosinistra a sostegno del governo Dini e Massimo D’Alema, il segretario del Pds, definiva il movimento di Umberto Bossi una costola della sinistra. Se quella tesi fosse ancora attuale e così autorevolmente sostenuta, l’incontro con il Front National verrebbe brandito come una palese smentita.

Oggi c’è chi vede il M5S allo stesso modo. Come una costola della sinistra. O persino come un movimento la cui collocazione naturale sarebbe a sinistra, almeno nella sinistra intesa come sistema di valori. Io stesso l'ho visto così per molto tempo: il partito delle lotte ambientaliste, contro la Tav, per i beni comuni, a difesa dei consumatori, dei precari. Alle politiche del 2013, sono stato indeciso al senato se votare SEL o M5S. Strada facendo, il M5S ha accentuato le sue ambiguità sul razzismo e sul sessismo. Ha accentuato la sua opposizione antipolitica e antisistema contro la cosiddetta casta, confondendo spesso l’opposizione al governo con l’opposizione al parlamento. Ha pensato di favorire le larghe intese, per speculare e crescere nella logica del tanto peggio tanto meglio. Si è concepito come impresa, azienda politica, che agisce in modo spregiudicato in funzione del consenso. Capace di occupare gli spazi di destra, se si chiudono quelli di sinistra. Il suo leader è un attore abile e predisposto a recitare il ruolo più conveniente.

L’incontro con l’Ukip, sarà in contraddizione con le origini del M5S, ma è coerente con la sua evoluzione. Dato il PD al 40%, Grillo pare scegliere di occupare il campo opposto, dove c’è più spazio per tornare ad espandersi: quello dell’antieuropeismo populista e nazionalista. Poteva provare a mantenere un profilo ibrido, confluendo nel gruppo dei verdi, in linea con le sue origini. Oppure, volendo preferire l’Ukip, avrebbe potuto presentarlo come un accordo esclusivamente tecnico, come fecero i radicali con il Front National nel 1999. Invece ha scelto la via di un accordo politico, con alcuni punti qualificanti, ed ha scelto di difendere sul blog l’immagine del suo interlocutore [1][2].

Sui social media sono state divulgate citazioni di Nigel Farage e di esponenti del suo partito, alcuni espulsi altri no, di chiaro segno razzista e sessista. Si è obiettato trattarsi di frasi estrapolate dal contesto, come se potessero esistere contesti tali da renderle accettabili. Tuttavia, è sufficiente consultare il sito del partito o la scheda inglese di Wikipedia dedicata ai nazionalisti britannici, per vedere quali sono i punti qualificanti del suo programma. Una sintesi in italiano del programma dell'Ukip è stata curata da Renato Brunetta nel novembre 2013, molto prima che l'identità di quel partito fosse motivo di polemica politica in Italia. 

L’Ukip nasce da una scissione a destra del partito conservatore. Nella precedente legislatura del PE faceva gruppo con la Lega Nord. Propone il ritiro della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Riduzione drastica delle tasse e della spesa pubblica, abolizione dell’imposta di successione, una sola aliquota. Decentramento e riduzione del Servizio sanitario nazionale. Abrogazione della legge sui diritti umani, e ritiro della Gran Bretagna dalla Convenzione europea sui rifugiati e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per permettere la deportazioni di sospetti criminali e terroristi. Pieno sostegno alla monarchia e al suo ruolo costituzionale. Riduzione dell’immigrazione in Gran Bretagna, blocco dei visti per cinque anni, preferenza per i rifiugiati cristiani. Favore per le unioni civili tra omosessuali, ma opposizione ai matrimoni gay, per rispettare la sensibilità delle fedi religiose, che si vederebbero costrette a celebrare unioni contrarie ai loro precetti. Scetticismo sul cambiamento climatico, contrarietà agli investimenti sulle energie rinnovabili. Isolazionista in politica estera, contrario alle missioni militari, favorevole comunque ad un aumento delle spese della difesa. Vuole il raddoppio della capienza delle carceri.

Da uno studio sui flussi elettori, pubblicato dal Financial Times, nel 2013, l'Ukip risulta votato al 57% da uomini, al 71% da over 50, al 77% da persone con un reddito inferiore alle 40 mila sterline (49 mila euro). Al 60% da conservatori, al 7% da laburisti, al 15 % da liberaldemocratici.

Il Guardian, giornale della sinistra britannica, ha indicato dieci buoni motivi per non votare Ukip. 1) L’Ukip si oppone a tutto ciò che riguarda il parlamento europeo, anche a provvedimenti vantaggiosi o di puro buon senso, a norme che aumentano la sicurezza stradale, riducono il potere delle lobby, aumentano la trasparenza e l’accesso al pubblico, combattono il riciclaggio di denaro sporco, tutelano i consumatori. 2) L’Ukip ha brutte amicizie in Europa, con cui forma il suo gruppo europarlamentare (2009-2014): la Lega Nord di Umberto Bossi e Mario Borghezio; i Veri Finlandesi; il Partito del popolo danese. 3) Sul piano interno attira tipi poco raccomandabili, che si qualificano per affermazioni razziste, islamofobe o soltanto offensive. 4) Tratta in modo benevolo i suoi esponenti che esprimono misoginia e razzismo, solo di recente con la crescita elettorale è ricorso a qualche provvedimento disciplinare; 5) Odia la UE, ma ne incassa i finanziamenti, gli stipendi e le indennità. 6) Gli eurodeputati dell’Ukip vogliono distruggere il PE dall’interno, ma sono famosi per le loro assenze. 7) L’Ukip è vulnerabile agli interessi particolari, per esempio quelli del businessman Paul Sykes, finanziatore della sua costosa campagna elettorale. 8) L’Ukip mente o parla con lingua biforcuta. 9) L’Ukip è troppo dipendente dal suo leader. 10) L'Ukip ha reso semplicistico e impossibile il dibattito sull’Europa e l’immigrazione.

Leggo un paradossale post di Alessandro Giglioli. Dove schiera Gandhi, Einstein, Agazzi e Berlinguer, per accusare Barbara Spinelli di mancare alla parola data. Perchè lei starebbe ripensando alla possibilità di assumere l'incarico di europarlamentare. Per cui è stata eletta. Darebbe così prova di incoerenza. Tra il dire e il fare. Motivo della perdita di rappresentanza della sinistra e della mancanza di fiducia nei suoi sedicenti rappresentanti.

Si direbbe che per l'autore del post, coerenza, fiducia, rappresentanza e cambiamento siano meglio realizzati nelle candidature che fanno da specchietto per le allodole. Quelle per cui voti uno e, senza saperlo, eleggi un altro.

La Lista Tsipras ha ottenuto circa un milione e centomila voti. Ha superato il quorum con uno scarto di ottomila voti. Barbara Spinelli era candidata in tre collegi. E' risultata eletta nel collegio Centro con 37 mila voti, e nel collegio Sud con 28 mila voti. Inoltre, nel collegio delle Isole ha raccolto oltre 13 mila voti.

Tutti questi elettori, quasi 80 mila, hanno votato lei per il piacere di non eleggerla? Tutti questi elettori ritrovandosi eletto un altro guardagneranno fiducia, si sentiranno meglio rappresentati, apprezzeranno la coerenza tra il dire e il fare, scoprendo magari solo adesso che da qualche parte esiste una foglia di fico dichiarativa, con cui la candidata annunciava l'intenzione di dimettersi?

Foglia di fico a cui qualcuno nella Lista tiene così tanto da farne un giuramento, il punto di una questione morale. Molto curioso. Come se - a proposito di coerenza - non ci fosse da essere contenti e soddisfatti se Barbara Spinelli, dopo che l'abbiamo candidata capolista in due collegi e votata in decina di migliaia, scegliesse come è suo diritto e dovere di rappresentarci in Europa.

Il ripensamento di Barbara Spinelli, è attribuito nel post dell'Espresso alle pressioni di interessati capataz della lista Tsipras. A quanto riferisce il Manifesto pare che tra i capataz ci sia lo stesso Alexis Tsipras.

Io non sapevo per certo che Barbara Spinelli e Moni Ovadia avessero dichiarato l'intenzione di essere candidati di facciata. Ne ho solo sentito parlare. E non ne ho pensato bene. Lo considero un metodo di dubbia correttezza per guadagnare consenso.

Si può intuire che in gioco vi sia una questione di equilibri politici. Il primo escluso nel collegio Centro è un candidato di SEL (Marco Furfaro 23 mila preferenze) e la prima esclusa nel collegio Sud è una candidata di Rifondazione Comunista (Eleonora Forenza 22 mila preferenze). Mentre al Nord Moni Ovadia lascerà il posto a Curzio Maltese («società civile»). Una petizione perchè Spinelli e Ovadia accettino l'investitura a Strasburgo è attribuita ai verdi.

Ma sono le questioni di equilibrio politico tra i gruppi di una lista a ridare senso alle parole fiducia, rappresentanza e coerenza? E' nel nome di questi equilibri che una discutibile dichiarazione diventa una promessa? Gli equilibri si decidono nel definire le candidature. Gli eletti competono agli elettori. I candidati di SEL e Rifondazione, che saranno bravi, bravissimi, hanno preso molti meno voti della capolista. Questo è il fatto. L'indicazione di preferenza dei cittadini elettori ha la precedenza sulle legittime aspettative di dirigenti, militanti e giornalisti supporter. In primo luogo, è alle elettrici e agli elettori che si deve coerenza.


Riferimenti:

Le Elezioni Europee hanno avuto (per me) un esito soddisfacente rispetto ai pronostici. La Lista Tsipras supera la soglia di sbarramento. Forza Italia declina a forza intermedia. Il M5S perde il confronto con il PD. L’affluenza alle urne è al 60%, contro la media UE del 44%, per la elezione di un parlamento europeo, sia pure dotato di competenze crescenti, ancora privo del potere reale di dare la fiducia al governo dell’Unione.

La Lista Tsipras ha superato per un pelo la soglia di sbarramento del 4% ed ha eletto tre eurodeputati: Curzio Maltese, Marco Furfaro e Eleonora Forenza. Peccato per la mancata elezione di Lorella Zanardo. Oltre 16 mila preferenze. Sopravvanzata soltanto dalla capolista e da due candidati che potevano contare ciascuno sul sostegno di un partito. Se la Lista Tsipras avesse conseguito il suo risultato fisiologico, quello che davano i primi sondaggi (6-7%), probabilmente ce l’avrebbe fatta.

Nessuno dei due grandi sconfitti ha fatto autocritica. Berlusconi se l’è presa con i giudici e con Napolitano, Grillo se l’è presa con i media e con gli stessi elettori. Pensionati che non pensano ai loro figli e nipoti. Nonostante l’anno scorso sembravano averci pensato. Un cambiamento culturale troppo lento. Eppure nel 2013 era veloce. Gran parte del dibattito sull’esito elettorale è condotto da professionisti della comunicazione e così molte analisi si concentrano sul modo di comunicare dei partiti. A Grillo sono rimproverati i toni, magari dagli stessi che per molto tempo gli hanno spiegato che i toni alti pagavano, accoppiandoli a sondaggi che lo davano sempre in crescita, per non dire di alcuni suoi prestigiosi supporter, in forza al Fatto Quotidiano, ma anche a qualche altro giornale, che spiegavano quanto fosse controproducente stigmatizzare Grillo, mentre magari gli davano pure man forte nell’insultare e dileggiare gli avversari e soprattutto le avversarie. I toni alti hanno spesso voluto dire sessismo e xenofobia. Caratteri che si ritrovano nel nuovo alleato oltre Manica con cui Grillo e Casaleggio vorrebbero formare il gruppo all'europarlamento. La verità probabile è che un anno di opposizione pentastellata sia risultata polticamente inconcludente. Dopo le elezioni politiche, molti grillini pensavano che indurre PD e PDL alle larghe intese avrebbe portato il M5S al 40%. Dopo un anno il 40% lo ha fatto il Partito democratico.

Leggo a sinistra commenti variamente preoccupati per la vittoria di Matteo Renzi. Il leader del PD lo sento estraneo, ho votato contro di lui in due consultazioni primarie, non mi è piaciuto il modo in cui ha rimpiazzato Enrico Letta, non ho condiviso le sue proposte di riforma, l’ho apprezzato soltanto e parzialmente sulla parità di genere (metà donne nel governo, le cinque donne capolista, ma non il modo in cui ha liquidato la questione nella definizione della nuova legge elettorale). 

Tuttavia, penso l'attuale presidente del consiglio sia meglio di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. La sconfitta dei due è molto salutare e passa per la vittoria di Matteo Renzi. E’ una differenza qualitativa. Matteo Renzi è stato paragonato tante volte all’ex Cavaliere, ma non è padrone di un’azienda e non sta in politica per risolvere i suoi debiti con le banche e i suoi guai con la giustizia. Non è neanche padrone di una squadra di calcio. Diversamente da Berlusconi e Grillo, il leader del PD non è il padrone del suo partito. Non lo ha fondato e creato, non costituisce la guida carismatica. E’ emerso in lotta contro il vecchio gruppo dirigente, è oggi molto importante, ha un grande potere, ma rimane espressione del suo partito, è un elemento che ha sostituito i suoi predecessori e che potrà in futuro essere eventualmente sostituito, senza che la sua parabola coincida necessariamente con la parabola del partito. Meglio un partito burocratico, con i suoi organismi dirigenti, le sue correnti, i suoi circoli, che non un partito carismatico, incline ad accarezzare il pelo degli umori più reazionari del paese. Il PD di Matteo Renzi sta nel Partito socialista europeo. Non è amico di Matteo Salvini che è amico di Marine Le Pen. Non si allea con i populisti dell’Ukip di Nigel Farage. Meglio sia lui a prevalere che non uno degli altri due.

Il PD è stato paragonato alla Democrazia cristiana. Potrei tornare a dire, meglio la Dc che i fascisti. Il paragone è stato molto criticato. A parte la percentuale e l’estrazione cattolica del leader e di parte del gruppo dirigente, mancano tante cose per essere la Dc. Il blocco sociale, il riferimento alla Chiesa cattolica, l’anticomunismo, il voto di scambio specie nel meridione, dove la Dc era più forte, mentre il PD continua ad essere relativamente più debole. La zona bianca dove il PD è cresciuto è quella del nord-est. Artigiani e autonomi, già elettori di Berlusconi e di Grillo, lo hanno preferito con lo spirito di chi tenta una nuova scommessa. Questo sembra in generale il senso dell’affermazione del PD renziano. Un investimento sull’ultima carta nuova, capace di coagulare e integrare umori diversi: il rottamatore energico, veloce, ottimista e rassicurante. Avverso al fallimento e alla rabbia fine a se stessa.

Il PD si colloca nel PSE e sembra in linea con l'evoluzione dei partiti socialdemocratici in partiti pigliatutto, volti alla conquista di tutti gli elettori disponibili, analizzata fin dagli anni '60 da Otto Kirchheimer, già iniziata con la trasformazione del PCI e poi del PDS/DS. Drastica riduzione del bagaglio ideologico; minor accentuazione del riferimento a una specifica classe sociale per reclutare elettori tra la popolazione in genere; assicurazione dell'accesso a diversi gruppi di interesse, la scelta di temi consensuali che trovano ampio consenso nella popolazione.

Il voto al PD non sembra esprimere un consenso consapevole e informato sui contenuti precisi dei provvedimenti del governo. Dalle riforme del mercato del lavoro alle riforme elettorali e costituzionali. L’esito del voto può mettere in discussione queste stesse riforme. L’Italicum concepito per far fuori il M5S, con questi risultati, potrebbe far fuori il centrodestra, ed essere così sconveniente per Forza Italia, principale controparte dell'accordo del Nazzareno. Il PD per anni ha inseguito il consenso necessario a governare, mediante il trucco della legge elettorale. Ora che il consenso l’ho ha finalmente ottenuto con una normale legge proporzionale, può non sentirne più il bisogno. La crisi dei partiti, della politica, della rappresentanza, non ha portato nulla di buono in questi ultimi trent’anni. Un consolidamente è al di là da venire, ma non è male la prospettiva di avere un partito e un governo con un consenso più forte. Una politica più forte, stabile e legittimata, puà essere una politica più democratica, più autonoma nel rapporto con i cosiddetti poteri forti, in Italia e in Europa, anche al fine di contrastare e correggere la politica di austerità.


Riferimenti:
Il voto alla Lista Tsipras per le Elezioni Europee
Elezioni Europee 2014
Elezioni Europee 2014 - Dati Ministero dell'Interno
I 73 italiani eletti al Parlamento Europeo
I flussi elettorali
Flussi elettorali SkyTG24
Analisi SWG sulla composizione sociale del voto
Exit Pool e proiezioni

Il comportamento elettorale è influenzato da tanti fattori. Uno di essi è il significato attribuito alle elezioni. 
In Italia, le prossime elezioni europee sono considerate un test per valutare chi è più forte tra Renzi e Grillo e di quanto. Per sondare il gradimento del governo e le sue prospettive di sopravvivenza. Per ricalibrare i rapporti di forza al fine di rinegoziare le incerte riforme istituzionali. 
Per alcuni, le elezioni sono un referendum. Su un leader, sul governo, su un pericolo emergente, su un intero ordinamento economico e sociale. Per altri ancora il voto è l’esito di un calcolo, l’elargizione di un premio ad una singola proposta o ad una singola persona, lo scambio con un favore. 
C’è chi le affronta come fosse un concorso matrimoniale, dove in gioco è la scelta del partner. Scegliere bene chi sposare è molto difficile e impegnativo, tanto che può essere conveniente rimandare in attesa del principe azzurro o della fata turchina, mentre nel frattempo si sceglie di rimanere liberi da responsabilità e compromessi. Eppure gli eletti sono già liberi dal vincolo di mandato, non c’è ragione che proprio gli elettori si sentano vincolati.

Un comportamento elettorale è l’astensione. Da molti anni l’astensionismo cresce, è il primo o il secondo partito. Il partito più eterogeneo. In esso confluiscono i delusi di destra, di centro e di sinistra. Gli informati e i disinformati. I militanti e gli indifferenti. I sofferenti e gli appagati. Ci si astiene per dare un segnale. L’astensione di segnali ne dà una infinità in tutte le direzioni. Negando il voto a tutti, lo si dà un po’ ad ognuno, da Matteo Salvini a Barbara Spinelli, passando per Angelino Alfano, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi. L'astensione è priva di influenza diretta sull’esito del voto: le elezioni sono valide con qualsiasi percentuale di votanti e i seggi sono comunque redistribuiti al cento per cento. La delegittimazione che deriva da una elevata astensione è relativa e forse persino opportuna per un moderno sistema post-democratico, nel quale la politica ha da essere il più debole dei poteri forti, retto in modo traballante da un suffragio semipopolare. All’astensionismo manca un precedente storico da vantare a suo favore, una situazione per la quale poter dire di aver cambiato il mondo. A parte l'eccezione di Ponzio Pilato.

Per parte mia, concepisco le elezioni come una opportunità per concorrere ad indicare una direzione e a determinare un contesto. Le prossime elezioni eleggono il parlamento europeo. Il contesto è l’Europa originata dai parametri di Maastricht. Su questa Europa si confrontano tre posizioni.

1) La politica europeista dell’austerità dei partiti liberalconservatori e socialdemocratici, alternati al governo o al governo insieme in grandi coalizioni: pareggio di bilancio, risanamento finanziario, cioè pagamento del debito con tutti gli interessi, controllo dell’inflazione, privatizzazioni, moderazione salariale, flessibilità del mercato del lavoro. In Italia ha portato il governo Monti, retto da PD e PDL ad approvare il fiscal compact, ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione, a manomettere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una politica che, volendo ridurre il debito, riduce anche il PIL. Il rapporto tra i due termini rimane invariato o addirittura peggiora. 

2) La politica antieuropeista degli euroscettici, partiti populisti, che vogliono uscire dall’Europa, rompere con l’Euro e tornare alla vecchia sovranità nazionale, alla vecchia moneta, per rilanciare le esportazioni con la svalutazione e il basso costo del lavoro. Identificano l’euro con la causa della crisi economica e l’Europa con la libertà dei migranti di trasferirsi in massa nel vecchio continente. Una destra nazionalista che soffia sul fuoco della xenofobia e della paura sociale. Il loro leader continentale è Marine Le Pen. In Italia sono la Lega di Matteo Salvini, i Fratelli d’Italia di Giovanna Meloni e, pur con tutti i distinguo e le distanze anche il M5S di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che mette al primo punto del suo programma il referendum sull’euro. Il loro progetto di fatto è sostituire il liberismo globale con un liberismo locale, più autarchico e protezionista.

3) La politica europeista della sinistra europea, che guarda al partito greco Syriza e candida il suo leader alla presidenza della Commissione europea, Alexis Tsipras. Contro l’Europa neoliberista e contro il ritorno ai nazionalismi, per una Europa sociale. Per un new deal europeo, che metta fine all’austerità, cancellando il fiscal compact, eliminando il pareggio di bilancio dalla Costituzione, e rinegoziando tutti i trattati europei, a cominciare dal Trattato di Maastricht, sulla base di parametri sociali e non solo finanziari, in primo luogo relativi alla lotta alla disoccupazione. Per la quale, la sinistra europea propone la riduzione dell’orario di lavoro e politiche espansive, libere dai vincoli di bilancio: il debito dei singoli paesi si ristruttura, mediante un parziale consolidamento (si cancella la parte che non si può con ogni evidenza riscuotere e si dilaziona il pagamento del rimanente). La BCE assume gli stessi poteri della Federal Reserve (la banca centrale USA), diventa prestatore e pagatore, può comprare i titoli di stato dei paesi più in difficoltà, per arginare la speculazione contrastata anche dalla Tobin Tax, favorisce il credito alle banche che garantiscono prestiti alle piccole e medie imprese, mentre i risparmi dei cittadini sono protetti dalla separazione drastica delle banche commerciali dalla banche di investimento. Propone politiche di integrazione e di accoglienza per i migranti, politiche migratorie che rendano possibile il raggiungimento del continente per vie legali, senza mettere a rischio la vita.

Io scelgo di votare la Lista Tsipras per modificare il contesto europeo in questa direzione - parametri sociali, occupazione, lotta alla speculazione, accoglienza.

Credo questo sia il prioritario interesse dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei giovani e dei migranti. E anche delle donne. Dopo, la vicenda che ha visto protagonista Paola Bacchiddu e un corteo di testi e immagini favorevoli ad una emancipazione berlusconiana secondo cui la libertà è la libertà di prostituirsi, ho letto molti commenti di amiche e compagne attiviste, intenzionate a negare il voto alla Lista Tsipras, ritenendola ambigua sui temi delle donne e del femminismo. Sicuramente buona parte del personale politico di questa formazione è impreparato su questi argomenti, come lo è il PD e tutta la sinistra italiana. A destra c’è il maschilismo, a sinistra c’è discussione, impaccio, imbarazzo, ambiguità, incertezza. Ma c’è uno spazio e va occupato. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento ha buone probabilità di essere eletta Lorella Zanardo, la migliore antitesi di quell’emancipazione berlusconiana che predica al soggetto di farsi oggetto. Se la Lista Tsipras supererà la soglia di sbarramento andrà in Europa a rafforzare la sinistra europea, la terza forza politica del continente, l’opposizione più coerente al liberismo. Cioè a quell’insieme di politiche economiche e sociali, quel sistema di valori, che tende a mercificare ogni aspetto della vita umana. E’ il neoliberismo il contesto nel quale l'emancipazione della donna si traduce in sfruttamento e autosfruttamento. Voto tenendo presente questa foto. Che è la foto del mondo.


«Prostituirsi è uno scambio intrinsecamente morale. È la sublimazione del godimento della propria indipendenza privata». Lo slogan «Siamo tutti puttane» di Annalisa Chirico, giornalista di Panorama, rilancia la morale di Silvio Berlusconi, sotto processo per sfruttamento della prostituzione: morale è far sognare, illudere, morale è evadere le tasse, morale è prostituirsi per fare carriera, morale è comprare e vendere qualsiasi cosa. Una rivendicazione che risolve la doppia morale borghese, assolutizzando il primo termine. I vizi privati sono pubbliche virtù.

La legittimazione delle «puttane» a vendersi per accedere alle risorse e fare carriera, è di fatto il paravento della legittimazione dei «puttanieri» a decidere la selezione, non per il godimento di tutti, ma per il proprio godimento privato e individuale. Le due parti a confronto, sono diseguali nel mercato. La libertà consensuale della prima fa da velo al potere reale della seconda, contro l’interesse pubblico.

Improbabile qualcuno desideri essere curato da un dottore, essere assistito da un avvocato, essere istruito, formato, da un professore, essere informato da un giornalista, che si trovi al suo posto, non per il valore delle sue competenze, ma solo per il valore del suo prezzo. A maggior ragione, se in attività intellettuali, politiche, scientifiche, mediche, il valore del suo prezzo è stato determinato dal suo corpo. Nessuno vorrebbe trovarsi in una sala operatoria sotto i ferri di una chirurga che ha saputo conquistarsi quel posto grazie alla sua capacità di brigare, prima con i suoi docenti, poi con il suo primario.

Esiste un nesso tra la valorizzazione del merito (per quanto il concetto non sia neutro) come criterio di selezione e un principio di selezione professionale aperta a tutti, senza discriminazioni. La prostituzione come modalità di accesso aderisce ad un sistema e lo rinforza. Un sistema di divisione sessuale del lavoro, nel quale alle donne competono le funzioni accessorie e subordinate. Lo slogan che titola il libro, reso al maschile universale (tutti), ignora o finge di ignorare che la prostituzione del corpo è proposta soprattutto dagli uomini, che occupano la maggior parte delle posizioni di potere, alle donne che invece ne sono escluse.

Sono le donne, in netta prevalenza, ad essere valorizzate per il loro corpo e ad essere svalutate sul piano intellettuale. Pubblicità e varietà televisivi in cui il nudo femminile è dilangante, non sono l'effetto della libera volontà, del desiderio, di miriadi di giovani veline, ma l'effetto del potere di autori e programmatori di palinsesti in funzione degli inserzionisti. Un mondo di uomini che usa il corpo delle donne e di donne che scelgono di fare buon viso a cattivo gioco o rinunciare. Se libera e vincente è la velina, altrettanto libera e vincente non è l’esperta di economia o di qualsiasi altra cosa. Con le consuete eccezioni che confermano la regola, in televisione gli autorevoli, i competenti, gli esperti continuano ad essere maschi, gli ornamenti, gli sfondi, i break, gli annunci, continuano ad essere femmine. Preferibilmente seminude, sezionate in pezzi di carne, magari in pose degradanti e umilianti. Da una indagine del Censis emerge che il 53% delle donne in televisione non ha voce, il 43% è associata a temi come sesso, moda, spettacolo e bellezza, e solo nel 2% dei casi a impegno sociale e professionalità. «I ruoli femminili nei media sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse». [Paola Manfroni, art director]

In politica e nelle attività intellettuali (ad esempio il caso Minetti), la vendita del corpo femminile per poter accedere, non costituisce un pedaggio diverso, ma aggiuntivo. Se anche i colleghi maschi si possono vendere sul piano delle doti intellettuali, della coscienza civile, politica, per poter essere assunti, promossi, candidati, nominati, la donna non salda il suo debito soltanto con il corpo. Anche a lei poi tocca di vendersi con il cervello. Lo scambio sessuale per le donne, non è uno scambio diverso - già questo è comunque discriminatorio - ma uno scambio in più.

Altre sono le battaglie che il femminismo dovrebbe condurre, sostiene Annalisa Chirico. Non contro la strumentalizzazione del corpo delle donne, ma per la procreazione assistita, per l’aborto, per superare il tetto di cristallo nel mondo del lavoro. Tuttavia, lei stessa si dedica alla lotta contro il «femminismo moralista» invece che agli altri temi «più importanti» da lei usati evidentemente solo come diversivo. Come quelli che chiedevano di parlare del Darfur e non della Palestina, salvo poi passare il tempo a difendere Israele. Diversivi che non vogliono aprire altri discorsi, vogliono solo chiudere il discorso nel quale si inseriscono. Diversivi fondati in genere su falsi dilemmi. Il mondo che discrimina le donne sul lavoro e ne limita l’autodeterminazione riproduttiva è lo stesso mondo che ne mercifica e ne strumentalizza i corpi. 

Un diversivo è il tema della libertà. Un tema sul quale non si può dire niente, se dissociato dalla responsabilità e dal contesto in cui agisce, che viene evocato appunto per questo, perchè non si dica niente, per azzittire la critica, per inibire un’altra libertà, quella del giudizio pubblico su atti e comportamenti pubblici. Un diversivo che ritorna spesso sul sessismo, ma che sarebbe inconcepibile su altre rappresentazioni, per esempio sul razzismo. Nel film «Via col vento», i personaggi neri si esprimono in maniera scorretta e sgrammaticata, come a voler esprimere la loro inferiorità culturale. Ciò può essere considerato razzista o realistico, se ne può discutere, ma non sarebbe corretto e pertinente obiettare che gli attori neri si sono prestati liberamente e volontariamente a quel tipo di recitazione, argomento sul quale non c'è nulla da discutere. La libertà individuale di svestirsi o di vestirsi integralmente non può essere discussa di per sè, ma solo nel suo significato in rapporto ad un contesto. Rivendicare l'uso del velo nell'Iran dello Scià o in quello degli Ayatollah cambia il senso della rivendicazione: opposizione o adesione al potere. Allo stesso modo lo cambia rivendicare il nudo nell'Italia democristiana degli anni '50 o nell'Italia del ventennio berlusconiano.

Altri temi importanti sono il diritto di famiglia in materia di separazioni e affido e la violenza sulle donne. Temi su cui Annalisa Chirico è in linea con i padri separati e con i neomaschilisti. «Il diritto familiare è sbilanciato a favore delle donne. Troppo spesso le donne usano i figli come arma di ricatto a vita. C’è una legge sull’affido condiviso che è sistematicamente violata. Per non parlare degli alimenti». «Il femminicidio? Un business fondato su una "emergenza” che tale non è» «l’Italia non è un paese di maschi stupratori e assassini» i femminicidi sono il 30 per cento degli omicidi. I maschi continuano a essere ammazzati assai più delle femmine». Dunque, diversi temi antifemministi che delineano una visione complessiva, coerente con quella berlusconiana. Una visione che adotta la sua neolingua, definisce talebane le femministe, così come spesso l’antisemitismo definisce nazisti gli ebrei. Da segnalare anche un ardito tentativo in difesa di Calderoli, che insultò la ministra dell'integrazione paragonandola ad un orango tango. Chirico sostiene che ognuno somiglia ad un animale e lei stessa si dichiara somigliante ad una cavalla, per sostenere che Cecilie Kyenge, in effetti, somiglia ad un orango.

C’è da chiedersi però quale coerenza vi sia tra questa visione e la visione della Lista Tsipras, dopo che la capo comunicazione del movimento, Paola Bacchiddu, è tornata a far parlare di sè con una nuova foto in cui pubblicizza il libro di Annalisa Chirico insieme con la stessa autrice, dando così un più chiaro significato retrospettivo alla foto precedente, nella quale si mostrava in bikini e dichiarava di essere pronta ad usare ogni mezzo per far votare la sua lista. Immaginiamo la stessa capo comunicazione farsi fotografare insieme con Oscar Giannino, nel mentre pubblicizza un libro a favore della privatizzazione dell’acqua o con Alesina e Giavazzi per pubblicizzare il libro «Il liberismo è di sinistra». Presumo ne risulterebbe un messaggio che sarebbe giudicato incoerente e che indurrebbe i leader del movimento a pronunciarsi senza essere sollecitati, per chiarire la linea del movimento. Perchè sulle questioni che reputano importanti, i partiti aspirano ad avere una linea chiara.

A proposito del post elettorale con la foto in bikini, Barbara Spinelli ha così risposto ad una intervista al Manifesto: «Non è una stra­te­gia della lista. È una mossa pro­vo­ca­to­ria nata all’interno del gruppo comu­ni­ca­zione, dan­nosa per il nostro pro­getto e per molti can­di­dati: per giorni lo sber­leffo ha oscu­rato il pro­gramma. Non so dirle per­ché sia nata; so solo che si tende a tra­sfor­marla in un’offensiva ideo­lo­gica con­tro il fem­mi­ni­smo, e anche con­tro la mia can­di­da­tura. Per quanto mi riguarda, con­si­dero la dia­triba del tutto assurda: non ho mai fatto parte né del movi­mento «Se non ora quando», né di altri movi­menti femministi».

Come è corretto interpretare questa risposta? Barbara Spinelli, pur valutando il danno ricevuto, è neutrale rispetto ad una diatriba, che non dovrebbe coinvolgerla? Dice, come Grillo con l'antifascismo, che il femminismo non è di sua competenza?


Puoi leggere anche:
La comunicazione (con ogni mezzo) della Lista Tsipras
Moralista è il maschilismo
Donne e media in Europa (Censis)
Il fascino discreto del puttanismo (Marina Terragni) - Con citazioni del libro di Chirico
Il corpo deve essere nostro. Nè dello stato nè del mercato (Intervista a Silvia Federici)
Il corpo è mio e non è mio (Ida Dominijanni)
Fantasmi in libertà. Risposta ad Angela Azzaro (Ida Dominijanni)
Libera sarai tu? (Cristina Morini)
A proposito di corpo, libertà, differenza sessuale (Maria Luisa Boccia)
Il corpo non è solo mio (Marina Terragni) 
Il corpo della libertà (Paola Rudan)



di Maria Rossi


Il sistema prostituente è intrinsecamente violento, come ho ribadito più volte nei miei articoli, a partire da questo.

Ad essere stuprata, legata, seviziata, crocifissa da un cliente sadico è stata, questa volta, Andreea Cristina Zamfir, una ragazza romena costretta dalla fame (altro che libera scelta!) a prostituirsi. Trenta euro il prezzo del suo atroce assassinio. Cristina non è la sola ad essere stata brutalizzata dall'idraulico fiorentino che  ha ammesso di aver commesso violenza anche nei confronti di altre prostitute.

C'è chi ha affermato che sarebbe sufficiente consentire la costituzione di cooperative di sex workers o la condivisione degli appartamenti ove si lavora per sradicare la violenza che si esercita nei loro confronti. Con tutto il rispetto per chi l'ha formulata, l'ipotesi mi pare piuttosto ingenua per alcuni, semplicissimi motivi. In primo luogo, non esiste alcun sistema di regolamentazione della prostituzione che contempli come unica forma di organizzazione la cooperazione o, comunque, la condivisione di appartamenti fra le donne che la praticano.

Non esiste alcuno Stato neoregolamentarista in cui le cooperative o i bordelli abbiano determinato la scomparsa della prostituzione di strada.

Ci si potrebbe chiedere anche perché, là dove è consentito crearle, le cooperative non si siano diffuse in modo capillare, soppiantando altre forme di organizzazione della pratica prostituente. Formulo, per interpretare il fenomeno, due ipotesi complementari. La costituzione di una società cooperativa richiede generalmente un atto pubblico e l'adempimento di procedure burocratiche, mentre lo stigma, che colpisce le persone prostituite in tutti gli Stati del mondo, le induce a tenere celata la propria attività. La seconda ragione della scarsa diffusione delle cooperative va probabilmente individuata nella concorrenza alimentata dal genere di attività che si vuole esercitare per il più breve tempo possibile, ciò che induce ad incrementare il numero dei clienti e dei rapporti da praticare in un arco temporale ristretto.

Quel che mi preme sottolineare, però, è quanto sia illusorio credere che esercitare la prostituzione nell'ambito di una cooperativa o al chiuso garantisca sicurezza. I rapporti sessuali sono celati allo sguardo altrui, sicché un malintenzionato può escogitare mille espedienti per soffocare le grida della donna nei confronti della quale sta esercitando violenza e impedire l'intervento di altre persone. Anche nel caso in cui le colleghe si rendessero conto di quel che sta accadendo, l'arrivo della polizia potrebbe risultare tardivo, mentre l'irruzione nella stanza potrebbe far correre loro notevoli rischi.

L'omicidio insoluto della vittima ungherese della tratta Bernadette Szabò nel 2009, accoltellata in un bordello legale del quartiere a luci rosse di Amsterdam, mostra come la pratica dei rapporti mercenari in un locale autorizzato non garantisca protezione contro la violenza. Inoltre, anche se il crimine è stato eseguito in una zona controllata, quasi quattro anni dopo, non è stato ancora individuato alcun responsabile né dell'omicidio, né della tratta della donna. Riprenderò in altra occasione il tema della scarsa sicurezza dei bordelli per chi vi opera.

Vorrei soffermarmi un attimo sulle convinzioni "culturali" che potrebbero aver armato la mano dell'assassino. Innanzitutto un numero considerevole di clienti ritiene, una volta esborsato il denaro, di aver diritto di fare qualsiasi cosa desideri, senza tenere in alcuna considerazione le reazioni della donna sulla quale ritiene di aver acquisito un potere temporaneo, sì, ma illimitato.

Inoltre - ed è questa un'osservazione fondamentale - il ricorso alla prostituzione comporta una particolare concezione della donna che la pratica. Quest'ultima non viene riconosciuta come pieno soggetto umano, ma come oggetto,  come merce o, come afferma Julia O' Connell Davidson, come una "persona che è fisicamente viva, ma socialmente morta, cioè senza potere, nascita e onore". [La prostituzione. Sesso, soldi e potere, p.182] "La costruzione delle prostitute come «Altro» serve effettivamente ad offrire ai clienti degli oggetti sessuali disumanizzati e degradati pronti per l'uso" [p.185] Questo rende più facile commettere atti di violenza nei loro confronti.

E' proprio questa concezione che possiamo definire "stigma", il quale risulta quindi connaturato alla prostituzione, nel senso che se non esistesse renderebbe assai più basso, se non prossimo a zero, il numero dei clienti. Per questo lo stigma continua a persistere negli Stati che hanno regolamentato la prostituzione, nella Nuova Zelanda, come in Australia e nei Paesi Bassi.

Per questo sostengo che la prostituzione sia intrinsecamente violenta.

Rendersene conto rappresenta, a mio parere, un primo fondamentale passo per giungere all'implementazione di soluzioni e di progetti che consentano di prevenire l'ingresso nella prostituzione o di facilitarne l'uscita: dall'introduzione di un reddito garantito, alla riduzione dell'orario di lavoro, alla realizzazione di programmi di formazione professionale, al riconoscimento dei titoli di studio delle migranti, all'approvazione di una normativa che consenta la libera circolazione delle persone di cittadinanza extraeuropea ecc.

E' essenziale poi che tutti gli uomini si rendano conto che non esiste una categoria di donne-merci da consumare e sulla quale esercitare un dominio assoluto. Nessuna persona può essere concepita come un "oggetto sessuale disumanizzato, pronto per l'uso".


Vedi anche:
La violenza diminuisce nel modello nordico
Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro
Intervista a Kajsa Ekis Ekman (Lunanuvola)
Che bello lavorare in un FKK! (Il Ricciocorno Schiattoso)

Una ricerca negli Stati Uniti dice che le ragazze subiscono le molestie dei propri compagni senza denunciarle, considerandole un fatto sgradevole, ma normale, perchè ne danno per scontata l'esistenza in un contesto maschilista. 

Qualcuno commenta che non bisogna aver paura di reagire, di fronte ad una molestia a volte è sufficiente uno schiaffo. A margine di studi o fatti di cronaca sulle molestie sessuali, questa è un'affermazione frequente, talvolta accompagnata dalla considerazione che le donne possono o devono sapersi difendere da sole. 

A commento di una serie di denunce anonime riguardanti casi di molestie all'Università di Roma, anni fa, il sociologo Franco Ferrarotti disse che si trattava di una tempesta in un bicchier d'acqua, di una esagerazione«Qualche episodio potra' essere successo e non me ne stupisco perche' questo è un aspetto non positivo dell'università' di massa, come dimostrano i casi di alcune università americane. Ma a Roma credo che non si possa parlare di fatti gravi. Insistere sulle molestie subite sarebbe comunque quasi sprezzante proprio per le studentesse, che sono tutte maggiorenni: non credo che si facciano mettere facilmente le mani addosso e se succede basta uno schiaffo per rimettere le cose a posto»Il già noto Luigi Soriga spiega la denuncia da parte di una donna con la sua fragilità: lei è affetta da disagio psicofisico, stati d’ansia, insonnia, mentre un’altra donna (evidentemente più forte) magari avrebbe liquidato l’episodio con uno schiaffone e una valanga di insulti. Le deputate PD apostrofate con insulti sessisti da un onorevole del M5S sono state rimproverate di aver querelato, mentre invece potevano reagire con un sano vaffanculo.

Una donna forse può risolvere così, con gli insulti, con uno schiaffo, però correndo almeno due rischi: quello di fare male al suo molestatore, passando dalla parte del torto, oppure quello di esporsi ad una reazione ancora più violenta.

L'idea che sia normale, adeguato, proporzionato, sistemare le molestie con un insulto o con uno schiaffo ha un presupposto, che nulla c'entra con la valutazione sulla forza delle donne. Che le molestie siano in sostanza un fatto di maleducazione, un corteggiamento maldestro, e non un reato. A nessuno, infatti, verrebbe in mente di dichiarare sufficiente uno schiaffo per mettere a posto un borseggio, un taccheggio, un parcheggio in divieto di sosta. Comportamenti di lieve o relativa gravità, ma chiaramente riconosciuti come violazioni di legge.

In verità, basta credere sia sufficiente rispondere con uno schiaffo, per banalizzare le molestie e contribuire a rinforzare il contesto maschilista che le legittima.



Vedo almeno due motivi per essere contrario alla riforma del senato proposta da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Il primo è un motivo parziale, il secondo più oggettivo.

1) La sfiducia nella qualità delle leggi che potranno essere adottate in futuro. Storicamente la sinistra è stata a favore del monocameralismo. Una sola camera vuol dire leggi approvate in una sola lettura. Dunque, cambiamenti più rapidi. In un cliclo storico riformatore, come il trentennio compreso dal dopoguerra agli anni 70, il bicameralismo ha costituito un rallentamento, per l’approvazione di provvedimenti favorevoli ai lavoratori, ai poveri, agli studenti, alle donne, all'insieme della cosiddetta sinistra sociale. Tuttavia, in un ciclo storico controriformatore, come sono stati gli anni ‘80 e poi il ventennio berlusconiano, il bicameralismo ha costituito un’argine. Così, a secondo delle aspettative che abbiamo nei confronti del ciclo storico prossimo futuro, se lo immaginiamo imperniato in prevalenza su valori collettivi, solidaristici, cooperativi o competitivi e individualisti, possiamo preferire un procedimento legislativo più decisionista o più valutativo. Dato che la crisi finanziaria globale non ha messo sostanzialmente in discussione l'egemonia liberista sulle politiche dei governi, continuo a preferirne uno più valutativo.

2) L'ncomprensione per un bicameralismo imperfetto. In alcuni paesi la camera alta è l'evoluzione del vecchio consiglio regio, in altri è l'espressione di regioni e stati federati. L'Italia ha adottato il bicameralismo perfetto, con entrambe le camere elette a suffragio universale fin dalla caduta della monarchia ed è uno stato unitario.
Posto che sia preferibile il monocameralismo, anche ai fini di una riduzione dei costi della politica, si fatica a capire perchè Renzi e Boschi vogliano trasformare il senato in una camera non elettiva delle autonomie, anziché abolirlo del tutto. Proposte di correzione alle leggi ordinarie possono venire direttamente dalle autonomie locali. Mentre il potere di intervento su leggi costituzionali e di revisione costituzionale richiede almeno una legittimazione democratica diretta, non una nomina. Tanto più che un senato composto da 108 sindaci dei capoluogo, 21 presidenti di Regione, e 21 esponenti della società civile nominati dal presidente della repubblica andrebbe ad affiancarsi ad una camera dei deputati eletta con l’Italicum, cioè con liste bloccate, senza voto di preferenza, tre soglie di sbarramento e premio di maggioranza per chi raggiunge il 37%, altrimenti ballottaggio tra i primi due. Quindi, con una sproporzionata alterazione della rappresentanza. Una sproporzione già riscontrata negli effetti della legge elettorale (il porcellum) con cui è stato eletto l'attuale parlamento, che secondo il governo, ormai dopo le elezioni europee, dovrebbe metter mano, non solo alla legge elettorale, ma persino alle riforme costituzionali.


Riferimenti:



Mentre il «femminismo moralista» esiste solo come proiezione ad uso e consumo di un surreale attivismo libertario, il moralismo, quello vero, agisce per voce e tastiera dei soliti maschilisti. Quelli che, appena vedono una ragazza con scoperto qualche centimetro in più di pelle, si sentono subito autorizzati ad apostrofarla come «puttana», in modo diretto o in tante varianti allusive, a seconda della loro greve creatività. 

In questi giorni, la tanto discussa foto di Paola Bacchiddu è stata presa a pretesto da molti maschietti, e pure da qualche donna, per dare sfogo alle proprie pulsioni misogine. Tra questi, il più noto è stato forse l'onorevole (si fa per dire) Mario Adinolfi, che nella sua meschina ignoranza ha confuso un reato con una battuta.

La responsabile nazionale della comunicazione per la Lista Tsipras, Paola Bacchiddu, ha postato la propria foto in bikini sulla sua bacheca di Facebook, con il messaggio: «Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras».

Alessandro Giglioli spiega oggi la scelta di Paola come un gesto di esasperazione: «in questo Paese e con questo sistema mediatico, l’unico modo per finire sui giornali è mostrare le tette o il culo». Non dice se ha fatto bene o male, lascia decidere ai lettori, chiede solo di tener conto del contesto. «Con una foto delle vacanze, Paola è riuscita a ottenere molto più spazio di quanto aveva conquistato pubblicando centinaia di notizie, analisi, video, infografiche e interviste sull’austerità, sul fiscal compact, sull’aumento della forbice sociale, sul programma della lista Tsipras e sulla e idee di Barbara Spinelli».

Riguardo il contesto, credo che far dipendere lo scarso interesse per la Lista Tsipras, e quindi il suo boccheggiamento nei sondaggi, dall'oscuramento mediatico, sia una operazione un po' pigra. Vi sono state forze politiche emerse nel totale oscuramento mediatico. La Lega dei primi anni '90 o il Prc di Garavini e Cossutta. Il M5S inizialmente si è sviluppato soltanto intorno al blog di Beppe Grillo. Ormai, metà dell'informazione è su Internet, dove ci si può autorappresentare senza passare per filtri redazionali. Come può essere resa virale una foto, può esserlo una proposta politica, se interessante, convincente, credibile, sostenuta da leader e candidati legittimati. E' possibile anche ricevere attenzione dai media tradizionali. In passato, proprio in rappresentanza di questa area politica, Fausto Bertinotti ha per molto tempo ricevuto un discreto riscontro in televisione e sui giornali.

Riguardo il fatto, penso che qualsiasi fatto possa essere valutato secondo almeno tre criteri di giudizio. 1) Normativo: risponde alla domanda se il fatto è legittimo, cioè conforme alla legge, alla regola pubblica o se dovrebbe esserlo; 2) Etico: risponde alla domanda se il fatto è morale, giusto, cioè conforme alla nostra regola interiore. 3) Politico: risponde alla domanda se il fatto è opportuno, cioè conveniente, se porta vantaggi, se è efficace.
Spesso nelle discussioni, questi piani di giudizio si confondono. Si afferma qualcosa su uno e si riceve risposta sull'altro.

Sul piano normativo c’è poco da dire. Paola ha osservato la legge, i regolamenti, la netiquette, non ha violato alcuna regola, ha esercitato il suo diritto di iniziativa. Il suo atto è pienamente legittimo. Una campagna volta a difendere la libertà di una donna di usare il proprio corpo come meglio crede, che pure è stata promossa [1] [2], sfonda una porta aperta, salvo immaginare Paola Bacchiddu come una compagna di lotta di Aliaa Magda el Mahadi, la giovane blogger egiziana che si mostrò nuda sul suo blog, per protestare contro una società che induce o costringe le donne a velarsi. Scrive Cinzia Arruzza:

Presentare l’Italia come un paese in cui ci si scandalizza come delle suorine in un convento appena una tetta trapela sotto la maglietta è semplicemente ridicolo. È ormai da qualche decennio che siamo tutti e tutte bombardati da immagini di tette, culi, labbra, vagine, farfalline, caviglie, cosce, e ogni tanto persino peni, per gentile concessione. La comunicazione è talmente saturata di sesso e sessualità che ormai le parti anatomiche circolano come significanti separati dal corpo a cui teoricamente dovrebbero appartenere, sono mezzi di scambio e comunicazione, contribuiscono a costruire e gestire affetti, e partecipano al generale feticismo delle merci. Quello di cui alcune e alcuni si sono scandalizzati non è l’esposizione di un bel corpo seminudo. L’appello all’autodeterminazione c’entra come i cavoli a merenda. Quello di cui ci si scandalizza casomai è l’ormai evidente divorzio tra mezzo e contenuto.

Che qualcuno possa avere inviato a Paola qualche messaggio irritato, aggressivo, maleducato è deplorevole, purtroppo succede a chiunque si esprima in pubblico, ma è un po’ poco per vedere messa in pericolo la libertà individuale e per imputare un tale pericolo al femminismo, ad una sua presunta componente moralista, o a qualche altra entità collettiva.
Paola non è stata censurata, il suo post è stato ripreso dai siti dei principali quotidiani, in modo benevolo e divertito. Infatti, la foto in bikini è stata usata proprio come mezzo sicuro per bucare una censura di fatto.
Sul piano delle regole, l’unica cosa che eventualmente può essere contestata a Paola Bacchiddu, in quanto «capo comunicazione nazionale della Lista Tsipras», è di aver rappresentato il suo movimento con una iniziativa, nella quale i candidati, i dirigenti, i militanti, i volontari, potrebbero sentirsi non rappresentati o persino sconfessati.

Sul piano etico, si può ritenere che Paola abbia agito bene, perchè ha servito una causa giusta (dare visibilità alla sua Lista), senza fare del male a nessuno. Oppure si può ritenere che abbia agito male, perchè ha puntato a sedurre, ad offrire uno specchietto per le allodole, l’immagine del suo bel corpo, per carpire l'attenzione dell'opinione pubblica, o il un consenso dei suoi potenziali elettori, che poi gli eventuali eurodeputati eletti potrebbero spendere in voti, deliberazioni, scelte politiche, in dissenso con chi ha manifestato consenso solo per un bel fondoschiena.
Nel 1993, alle elezioni comunali di Torino, un candidato del Pds, Stefano Esposito, ebbe una idea: scrivere una lettera a tutti i cittadini elettori di cognome Esposito. L’iniziativa fu criticata. Un espediente di dubbia correttezza il suggerire che l’omonimia possa essere affinità politica, anche se ovvio che l’individuo gestisce il suo cognome come preferisce, anche a scopo di marketing politico.
Spesso, i partiti politici usano espedienti per conquistare consenso. Puntando sulla bellezza dei candidati, sulla loro notorietà conquistata in campi diversi dalla politica, su proposte demagogiche, sulla lotta contro capri espiatori, sull’invettiva e la violenza verbale, per guadagnare un consenso che poi spenderanno in modo del tutto svincolato dalle ragioni per cui l’hanno ottenuto.

E’ morale, è opportuno, che una lista di sinistra alternativa faccia altrettanto, faccia lo stesso? Può usare i mezzi degli altri, per affermare contenuti diversi? Diceva Mao: «Se usi il fango per fare una casa, avrai una casa di fango».

Sul piano dell’opportunità, si può pensar bene, perchè l’obiettivo dell’attenzione è stato raggiunto. Oppure si può pensare male, perchè è stata ottenuta un’attenzione fine a se stessa e in buona parte negativa. Il proprio campo è stato diviso. Quella che voleva essere una provocazione contro i media, strada facendo, è presto diventata una provocazione contro le femministe, sostenuta da articoli e commenti misogini, si è dato luogo ad un conflitto tra “post” e “vetero” femministe. Si è riproposta l’immagine della donna oggetto, del corpo femminile ridotto a cosa per vendere cose. Un messaggio incoerente con la candidatura qualificante di Lorella Zanardo.
Ne rimane la sottovalutazione costante delle tematiche femministe. Come non fossero davvero parte di un progetto politico. Come se le donne non fossero considerate davvero elettrici. La foto in bikini si rivolge ai maschi elettori. Sulle tematiche femministe si è di nuovo consentito di buttarla in caciara, tanto è roba da donne e non determinano spostamenti di voti.

Forse uno dei motivi per cui la sinistra alternativa risulta poco interessante, non solo nei media tradizionali, ma anche nei nuovi media, se è ridotta ai minimi termini, se combatte sempre per galleggiare appena sopra la soglia di sbarramento, è anche per questo suo non prendere seriamente in considerazione oltre la metà dell’elettorato.


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