di Christine Rama


Volti sfigurati dall'acido o pieni di lividi, visi che recano impressi, incisi nella carne, con plastica evidenza, i segni della violenza esercitata sulle donne dai partner. Tracce che simboleggiano e rendono manifeste anche le ferite, le lacerazioni  della psiche prodotte dai maltrattamenti.

Sono questi visi a comporre, nella loro drammatica successione, il video di un minuto e mezzo realizzato a Sassari dalla regista Viola Ledda come contributo a una campagna contro la violenza domestica sulle donne. 

E sono questi volti a suscitare scandalo e non solo presso ambienti maschilisti, come si potrebbe pensare. 

«Non si combatte la violenza con immagini che la esprimono» scriveva due anni fa Giovanna Cosenza, una citazione ripresa da un articolo di Un altro genere di comunicazione consacrato all'analisi critica, anzi, alla stroncatura dello spot in questione. 

Ne desumo, a contrario, che, per  condurre un'efficace battaglia contro la violenza sulle donne,  si debba cessare di raffigurarla, di renderla visibile  agli occhi del pubblico; in altre parole, che la si debba occultare. 

La rappresentazione realistica dei segni provocati dalla violenza sembra essere ormai percepita in certi ambienti come oscena e, proprio perché tale, se ne invoca la fuoriuscita (out/scena), la sparizione dalla scena pubblica e l'occultamento nell'ombra della sfera domestica dove la violenza si manifesta e si concretizza  nei volti tumefatti, negli occhi pesti, nei lividi, nelle ferite che lacerano il corpo delle donne.  Segni concreti, tangibili della violenza commessa dal marito, dal convivente, dal compagno che l'articolo di Un altro genere di comunicazione ci invita sostanzialmente  a nascondere, a sommergere nel non detto, soffocando così la voce del corpo sofferente della donna. Un dolore indecente, sconveniente, in quanto connesso alla figura spregevole di una «poveretta» che reca impresso sul corpo lo stigma, il marchio della vergogna, della colpa di non essere riuscita a contrastare la violenza del partner e di essersi lasciata sopraffare dalla sua maggiore forza fisica. Sì, perché la poveretta, «la donna con l'occhio nero», ossessivamente evocata nell'articolo, con una serie di reiterazioni, non è soltanto un'immagine, ma è una realtà scomoda e il disprezzo riversato sulla sua raffigurazione si estende inevitabilmente al soggetto in carne ed ossa che viene rappresentato. 

«La poveretta» non ha neppure diritto ad un nome che la definisca con precisione e le restituisca dignità, in quanto il termine e il concetto di «vittima» viene esorcizzato e rimosso dal vocabolario  dell'autrice del post, così come da quello di molte post-femministe. In qualsiasi dizionario la parola vittima indica «chi sia, senza sua colpa, danneggiato da persone e circostanze», ma nell'articolo in questione (e non solo in quello) viene caricata di significati indebiti, pesantemente negativi, ed accostata ad immagini incongrue. Così, la «donna con l'occhio nero», ossia l'innominabile vittima, è rappresentata come un essere incapace di intendere e di volere, di scegliere una maternità responsabile, di autodeterminarsi, addirittura di uscire la sera e di indossare minigonne ed esibire scollature.

L'essere e il venir rappresentate come vittime viene associato all'idea di debolezza, come se la minor forza fisica e, quindi, la materiale impossibilità di difendersi dai colpi di un partner violento costituisse una colpa, in quanto prova tangibile della strutturale posizione di subordinazione della donna all'uomo. Sì, perché anche la reale natura  delle relazioni di coppia imperniate sulla violenza maschile deve essere occultata. Che non si sappia, che si cancelli dalla mente quanto afferma la Convenzione di Istanbul appena ratificata dalla Camera, ossia che la violenza costituisce «una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione». La realtà concretissima, riconosciuta nei documenti ufficiali e ribadita dai Centri antiviolenza e da molte associazioni femministe, della subordinazione della donna all'uomo come origine della «natura strutturale» della violenza viene trasformata nell'articolo in questione in mero «stereotipo»

Comprendo il disagio che produce riconoscere l'oppressione e la subordinazione che ancora connota la condizione delle donne e che struttura parecchie relazioni di coppia, ma negare una realtà non ci aiuta certo a combatterla,  ma contribuisce piuttosto a perpetuarne l'esistenza.

A differenza di quel che si afferma nell'articolo, lo status di vittima non è connesso a questo o a quell'altro tratto caratteriale, come ad esempio la debolezza psicologica. Ho conosciuto molte donne dal carattere forte che hanno subito maltrattamenti fisici; persone il cui spirito ribelle e la cui determinazione a sottrarsi ai rapporti di dominio e di controllo scatenava l'aggressività dei partner. Ciò che definisce una vittima non è, infatti, la sua personalità, ma l'aver subito un danno da un'altra persona, senza averne alcuna colpa.

Non c'è nulla di più irreale, infondato ed ingiusto, poi, che definire la donna maltrattata un essere passivo. Se c'è qualcosa che la caratterizza è, infatti, l'attivismo che si concretizza nella costante vigilanza e nella continua e creativa elaborazione e realizzazione di strategie che ritiene, a torto, possano evitare l'abbattersi su di lei della violenza del partner.

Alla spregevole debolezza della «donna con l'occhio nero» viene affiancata nell'articolo che sto commentando l'idea del «bisogno di protezione» e di «tutela». Il diritto di  esigere dallo Stato l'applicazione delle norme giuridiche poste a salvaguardia della vita e dell'integrità fisica e psichica  delle donne viene sprezzantemente definito affidamento, tipico dei deboli, al «governo machista», quasi che la soluzione ideale fosse, invece, quella di lavare i panni sporchi in famiglia o di stendere il partner con abili mosse di Karate. E se non si è abili nelle arti marziali, se il partner è più forte, se non si vuole riprodurre la violenza che si subisce, se non si ha un lavoro, un posto dove fuggire che si fa? Ci si arrangia, pur di non ricorrere all'intervento dello Stato? E che significa che «la donna con l'occhio nero» attende la salvezza dal «principe azzurro»? Ciò che aspetta e desidera non è l'arrivo dell'uomo perfetto delle favole, ma semplicemente la cessazione della violenza e il rispetto della propria vita, della propria  dignità, della propria libertà ed autodeterminazione.

Il disprezzo nei confronti delle «donne dagli occhi pesti» che traspare in questo come in molti altri articoli, pubblicati in Italia e all'estero, si traduce - lo si voglia o meno - in una colpevolizzazione delle donne maltrattate e in una richiesta implicita di soppressione del termine e, quindi, della realtà stessa delle vittime, intese nell'accezione arbitraria che ne dà l'autrice del post in questione.

Ma la rimozione dell'oggettiva ed ingombrante presenza delle vittime comporta inevitabilmente - lo si desideri o meno - l'occultamento di chi le ha rese tali: gli aggressori, in quanto i due concetti sono strettamente correlati ed indissociabili. Le une non esistono senza gli altri. Gli uomini maltrattanti possono così eclissarsi, scomparire dalla coscienza collettiva e rifugiarsi nella confortevole ombra della casa, dove il libero dispiegamento della violenza è garantito dalla configurazione della sfera domestica come spazio sottratto all'applicazione del diritto e dall'affievolimento o dalla scomparsa della consapevolezza sociale dell'esistenza della figura della vittima.

Infatti, di solito non viene contestata la diffusione delle immagini di donne sfigurate dall'acido, poichè gli aggressori sono in questo caso più probabilmente identificati con uomini stranieri di fede musulmana. La violenza maschile dell'uomo straniero, del musulmano, è nominabile, è mostrabile, non c'è ragione di occultarla. Anzi.

Vorrei ora soffermarmi sull'assai diversa valutazione con cui vengono accolte le immagini dei volti tumefatti e dei corpi martoriati delle vittime (termine in questo caso non contestato) della violenza di Stato: da Federico Aldovrandi, a Stefano Cucchi ai numerosi manifestanti anticapitalisti italiani, turchi, brasiliani...che hanno subito l'azione duramente repressiva delle forze dell'ordine.  A queste immagini, incessantemente riprodotte, diffuse, fatte circolare dai mass media di movimento e, in certa misura, anche da quelli mainstream, viene riconosciuto uno statuto diverso da quello attribuito alle rappresentazioni della violenza domestica.

L'esibizione di questi corpi massacrati viene giustamente considerata un atto di documentazione e di denuncia della violenza esercitata dallo Stato nello spazio pubblico, oltre ad essere concepita come uno strumento che  può risvegliare le coscienze e renderle consapevoli della costante violazione dei diritti dei cittadini che viene attuata anche nei Paesi che si definiscono democratici.

I segni della violenza impressi sul corpo di queste persone evocano immediatamente la responsabilità dei loro autori: le istituzioni statali.

All'opposto, si suggerisce, invece, di non rappresentare e di dislocare nel campo dell'ineffabile e dell'inenarrabile le tracce materiali degli atti violenti dei partner delle donne maltrattate, ripristinando così quella separazione della sfera pubblica, regno visibile del diritto, dalla sfera privata, spazio invisibile dell'arbitrio e dei rapporti di forza,  per il cui superamento il femminismo lotta da tempo.

La rappresentazione dei segni della violenza domestica può svolgere, invece, la stessa funzione sociale  attribuita alla riproduzione delle immagini della violenza di Stato: quella di attestare, di smascherare e di denunciare una realtà inaccettabile, dalla quale troppi vorrebbero allontanare lo sguardo, a partire dagli aggressori stessi che desidererebbero agire indisturbati, senza veder rispecchiate in quelle raffigurazioni gli effetti degli abusi di cui sono responsabili, fino ai negazionisti della violenza domestica sulle donne e a molte di queste ultime, che preferirebbero ignorare l'oppressione e i rapporti di subordinazione agli uomini che ancora caratterizzano la condizione femminile. Ma non è negando o sentendosi umiliati dalla realtà che la si combatte e la si trasforma.

Personalmente non mi sento affatto disturbata dalla rappresentazione di donne dal volto ricoperto dai lividi. Mi preoccupa, invece, la cancellazione dal discorso pubblico delle vittime e, quindi, degli aggressori e la sollecitazione a cessare di rappresentare vividamente la realtà della violenza, così come mi offende l'epiteto di minus habentes, di poverette incapaci di intendere e di volere che viene affibbiato alle donne per il solo fatto di avere o di avere avuto gli occhi pesti, di aver cioè subito violenza dai partner.

Vedi anche:
L'attacco alle vittime (Il Ricciocorno schiattoso - 27.01.2013)
Ancora sulle vittime (Il Ricciocorno schiattoso - 18.06.2013)
L'ordine neoliberista, il tabù della vittima e l'occultamento delle ingiustizie (Consumabili 14.06.2013)



L’ignobile sparata di Dolores Valandro è razzista, poichè fa un profilo etnico dello stupratore. E' sessista, poichè nella ministra vede prima la donna. Fosse stato un ministro, l’augurio sarebbe stato rivolto “alle sue donne”.

Per capire questo non occorre una particolare sensibilità, è intuitivo.

Perchè lo stupro delle donne è endemicamente, a tutte le latitudini, strumento di tortura e vera arma. Lo è anche la sola minaccia. Nelle prigioni iraniane, negli scenari di guerra, nelle piazze turche, a Bolzaneto.

Le squadracce fasciste usano lo stupro come punizione, lezione e gesto dimostrativo da infliggere alle militanti politiche o alle ragazze ebree che hanno la tracotanza di esistere.

Che sia una sparata fatta da chi riveste un ruolo politico è inaccettabile, è evidente che non ha i requisiti minimi (come molti altri del suo partito, compresi quelli che oggi la cacciano) per quel ruolo.
Che arrivi da una donna è particolarmente ignobile, poichè assume lo sguardo dello stupratore, quello per cui Valandro e Kyenge, per il solo fatto di essere donne, sono stuprabili. E' così che si impartisce una lezione a una donna.

Non è dunque il dna a determinare la sensibilità o la non violenza, ma è ignobile (proprio nell’accezione di mancanza di dignità) assumere il punto di vista di chi (lo stupratore) per la sola appartenenza di genere (e qui si il dna ha la sua bella parte) ritiene lo stupro un efficace strumento educativo per impartire lezioni a Valandro e Kyenge.

Per capire questa ovvietà non serve una diversa sensibilità geneticamente determinata, non occorre essere donna, basta far funzionare la testa. (TK)




Il fatto che sia una donna ad evocare una minaccia di stupro contro un'altra donna mi fa impressione. Non tanto perchè abbia aspettative diverse nei confronti delle donne, per motivi «naturali». Semmai per condizione sociale. Che dovrebbe produrre una diversa coscienza sociale. Tuttavia, so bene che non fuziona così. 

Una donna che evoca la minaccia di uno stupro, è come un nero che evoca la minaccia di un linciaggio,  come un ebreo che evoca un pogrom, come un operaio che evoca i licenziamenti, come un palestinese che evoca rappresaglie israeliane. E' come un colonizzato che assume il punto di vista del colonizzatore. Ma è appunto questo ciò che capita ai colonizzati. E' parte della loro subalternità politica, sociale, economica. 

Per dirla in sintesi, una donna che minaccia uno stupro esprime un autolesionismo sdoganatore. Perchè lo stupro è una minaccia contro tutte le donne. Anche contro la minacciante. E perchè il fatto che sia espresso anche da donne, fornisce agli uomini un argomento per normalizzare la violenza e dire: «Vedete? Non è una violenza sessista, è una violenza normale. Lo dicono anche le donne». (ML)



A proposito dell'ultimo post, mi è stato fatto notare che all'epoca dell'elezione del Presidente della Repubblica Gronchi (1955) l'Italia non si stava spostando progressivamente verso sinistra. Tutt'altro. Era l'epoca del centrismo, della sconfitta della FIOM alla Fiat, dell'intensificazione dei ritmi di lavoro, della repressione in fabbrica e del licenziamento degli operai comunisti e socialisti per rappresaglia. Il governo era presieduto da Antonio Segni (quello del Piano Solo), Ministro dell'Interno era Tambroni, che fu nominato Presidente del Consiglio nel 1960 con l'appoggio determinante dei missini e che, consentendo, in quell'anno, lo svolgimento del congresso del MSI a Genova, medaglia d'oro per la Resistenza, scatenò la rivolta in città, una rivolta che dilagò poi in altri luoghi come Reggio Emilia e Palermo e fu duramente repressa. Ministro delle Finanze del governo Segni era Andreotti, Ministro del Tesoro il "camorrista" Silvio Gava (il padre di Antonio). La costituzione del primo governo di centrosinistra, risale al 1962, data corrispondente alla conclusione del mandato di Gronchi. Quanto a Macaluso definirlo "un convinto riformista" mi pare attribuirgli un immeritato riconoscimento. Macaluso è un convinto destrorso.

Ed io sono d'accordo. Alcuni delle espressioni da me usate sono da chiarire e precisare. Per esempio, la definizione di riformista per qualificare Macaluso e i miglioristi del PCI. Andrebbe scritta tra virgolette. Non l'ho intesa nel senso con il significato classico, quello che gli dava Federico Caffè, ma nel senso che ha finito per assumere da quando di quel nome se n'è appropriato Bettino Craxi. Un senso che può riassumersi in un titolo di Umberto Eco: Il riformismo del gambero. O in una breve spiegazione di Rossana Rossanda. Dagli anni '80, riformista non designa più colui che vuole introdurre gradualmente elementi di socialismo nel capitalismo, bensì colui che vuole introdurre gradualmente elementi di liberismo nello stato sociale. Questo è da venti, trent'anni il riformismo della cosiddetta sinistra di governo.

Riguardo l'Italia degli anni '50, distinguo l'immagine statica dei fotogrammi (l'egemonia del centrismo), dallo scorrimento della pellicola (lo spostamento verso sinistra). Se non per alcuni aspetti - per esempio, La Stampa di Torino era contro i latifondisti durante le occupazioni contadine - i soggetti governanti, dalla Dc alla Fiat, non erano progressisti. E non andavano per vocazione a sinistra. Anzi, potevano essere anche violentemente anticomunisti. PCI e PSI rischiavano di essere messi fuori legge e durante la guerra di Corea, i comunisti erano additati come la lebbra della nazione. Con il ministro degli interni Scelba furono istituiti reparti della celere, per affrontare manifestazioni operaie e contadini e varie volte la repressione si risolse in un eccidio. Nel 1955, il ministero della pubblica istruzione diramò una circolare affinchè il 25 aprile fosse festeggiato come anniversario della nascita di Gugliemo Marconi. La Fiat istituiva i reparti confino, licenziava per rappresaglia, elargiva premi a chi restituiva la tessera Fiom, ciononostante incassava le proteste dell'ambasciatrice americana, stanca di rilasciare aiuti e finanziamenti, senza che la questione comunista si risolvesse nella grande fabbrica.

Ma questi conservatorismi erano una resistenza al cambiamento e alla modernizzazione del paese cominciata con il secondo dopoguerra. La sconfitta della Fiom nelle elezioni delle commissioni interne del 1955, il centrismo, il governo Tambroni, erano conservatorismi, resistenze allo spostamento a sinistra del paese, che si materializzava nel rafforzamento elettorale e organizzativo del movimento operaio. La Fiom perse le elezioni delle commissioni interne, perchè praticava una contrattazione centralizzata, era ancora fondata sugli operai di mestiere (settentrionali) e non aveva ancora acquisito la rappresentanza dei nuovi operai massa (meridionali), ma era questione di tempo. La Cgil reagì passando alla contrattazione articolata. Gli sconfitti sapevano, erano sicuri, di riprendersi la rivincita. A differenza dell'80, dopo i 35 giorni, quando gli sconfitti erano convinti che fosse finita un'epoca e fosse finita per sempre.

Il centrismo trionfa tra il 1948 e il 1953, dopo diventa "centrismo instabile", perchè la DC non è più autosufficiente nel costituirsi la maggioranza. Fallita la legge truffa si apre nella Dc il problema di aprirsi a sinistra. Anche se questo non si realizza subito e in modo lineare. Giovanni Gronchi, il nuovo presidente della repubblica, è un uomo della sinistra democristiana. Nel suo primo messaggio alla nazione si mostrò aperto sostenitore della distensione e della coesistenza pacifica e affermò essere impossibile qualsiasi progresso senza la partecipazione di quelle masse lavoratrici e di quei ceti medi che il suffragio universale che il suffragio universale ha condotto sino alle soglie dell'edificio dello stato, senza introdurle effettivamente dove viene esercitata la direzione politica. Sia Adone Zoli (1957), sia Fernando Tambroni (1960), suo uomo di fiducia, ebbero l'incarico di formare il governo con il mandato di una apertura a sinistra, anche se poi per sopravvivere dipesero invece dal voto della destra, monarchica per Zoli, missina per Tambroni. L'ingresso dell'MSI nella maggioranza e la convocazione del congresso missino a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, provocò proteste in molte città italiane, in particolare a Genova, Licata e Reggio Emilia, dove la polizia aprì il fuoco sui manifestanti, uccidendo cinque persone. Tambroni fu costretto a rassegnare le dimissioni e l'incarico fu poi affidato a Amintore Fanfani.

Gli anni '50 avevano in incubazione gli anni '60, a cominciare dal realizzarsi del miracolo economico. La produttività oraria aumenta in tutti i settori industriali.Tra il 1951 e il 1958, la crescita economica è del 5,5 per cento annuo. Tra il 1958 e il 1963 la crescita del PIL raggiunge il 6,3 per cento. Dal 1951 cominciano le migrazioni interregionali da sud a nord. 

Si può immaginare un andamento somigliante a quello rappresentato dalle onde lunghe della teoria di Kondratiev. Quella secondo cui c'è un alternarsi di cicli economici espansivi e recessivi che durano circa 30-40 anni. Ad ogni picco in alto o in basso succede qualcosa si traumatico, una rivoluzione, una guerra. L'ultima onda lunga espansiva è quella che va dal secondo dopoguerra al 1968-73. L'ultima onda lunga recessiva è quella che comincia con la crisi petrolifera degli anni '70 e finisce non sappiamo bene quando, forse con la crisi finanziaria globale, ma non possiamo dirlo perchè non siamo ancora entrati in una nuova fase espansiva. All'interno di questi cicli lunghi, esistono dei cicli più brevi (espansivi e recessivi). Così è nell'andamento politico e sociale. Al ciclo economico espansivo corrisponde un ciclo politico progressivo. E viceversa. Contenendo al suo interno cicli più brevi (progressivi o regressivi). Per cui si può avere il centrismo al principio della democrazia progressiva e  si può avere l'Ulivo durante il declino della democrazia.

Emanuele Macaluso è un dirigente storico del PCI. Siciliano. In segreteria dai tempi di Togliatti. Direttore dell'Unità nella prima metà degli anni '80. Tra i principali esponenti della corrente migliorista, insieme con Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte. Convinto «riformista» dalla nascita del Pds. 

Ieri ha scritto un articolo sull'Unità, per difendere il Partito democratico dall'accusa di aver tradito le aspettative dei suoi elettori, per non aver votato Stefano Rodotà alla presidenza della repubblica ed essersi alleato con il Pdl per formare il governo.

Secondo Macaluso, i franchi tiratori per Rodotà sarebbero stati 250 ed oggi il centrosinistra non esisterebbe più. Forse la sua valutazione è corretta, ma è come dire che il tradimento ci sarebbe stato lo stesso. Solo sarebbe stato più autolesionista. L'anziano dirigente, da vent'anni ormai consacrato al giornalismo, ricorda che il PCI in passato ha votato candidati altrui, solo in seguito ad un accordo. Votò Gronchi accordandosi con la DC. E poi Saragat, concordando persino la richiesta dei voti comunisti, da parte del PSDI. Non ha ricordato l'elezione di Cossiga, che fu quasi un prendere o lasciare, dopo la sconfitta del PCI alle amministrative e nel referendum sulla scala mobile.

Esempi pertinenti fino a un certo punto. Gronchi, il candidato della DC, era un democristiano. Saragat, il candidato del PSDI, era un socialdemocratico. Certo che per eleggerli con il massimo del consenso, mentre l'Italia si spostava progressivamente verso sinistra, occorreva chiedere i voti al PCI. Stefano Rodotà invece non è un grillino. E' da sempre un uomo della sinistra, prima presidente della Sinistra indipendente, poi del PDS, ed è tuttora più vicino al PD che a qualsiasi altro partito. Certamente autonomo da Beppe Grillo, come dimostrano gli insulti che si è recentemente preso. E' stato candidato dal M5S mentre l'Italia si rivolgeva a questo nuovo movimento, fino a farlo debuttare in parlamento con un terzo dei voti. Un esordio senza precedenti, mai realizzato da nessun partito, nemmeno da Forza Italia. L'accordo poteva realizzarsi direttamente in Parlamento, alla luce del sole. Sarebbe stata surreale una situazione che avesse visto la DC o il PSDI candidare una personalità eterodossa del Pci, mettiamo Umberto Terracini, e vedere il PCI rifiutarlo, perchè non gli sono stati chiesti i voti.

Per Macaluso, il governo con il PDL e con Scelta Civica è un governo di necessità. Perchè senza alternativa. Inimmaginabile l'alleanza con i 5 stelle. Macaluso ricorda l'umiliazione di Bersani nella diretta streaming durante l'incontro con i pentastellati. Grillo, in effetti, ha fatto molto per sembrare indisponibile e per favorire il cosiddetto governissimo. Forse ne sta pagando le conseguenze nei risultati delle elezioni amministrative, dove ha perso quasi due terzi dei voti. E' apparso irresponsabile e inconcludente. Ma non è vero che il PD gli abbia fatto una seria proposta di alleanza per il governo. Gli ha chiesto solo l'appoggio. E si sarebbe accontentato di ottenerlo anche solo da una parte dei parlamentari dei 5 stelle. Lo ha ammesso Marina Sereni: il PD non ha mai perseguito l'accordo con il M5S.

L'accusa di aver tradito le aspettative degli elettori di sinistra è fondata, anche volendo escludere il ricorso alle elezioni anticipate, che con l'attuale legge elettorale potrebbero riprodurre la situazione attuale, o peggio riconsegnare il paese alla destra. Il PD ha preferito il PDL al M5S. L'attuale capo del governo, Enrico Letta, lo dichiarò già nel corso del 2012: meglio votare Berlusconi che Grillo.

Invece tra il popolo di sinistra, e da parte di SEL, nonostante tutto, nonostante la demagogia, il populismo, le pesanti ambiguità sul razzismo e sul fascismo, è preferibile il M5S. Le stesse pesanti ambiguità riguardano anche la destra, con in più la questione morale e la pressoché totale assenza di istanze di sinistra, nelle politiche del lavoro, della redistribuzione del reddito, sull'ambiente. Ambiguità e persino certezze, per quanto riguarda una parte del suo personale politico. Si pensi ad Isabella Rauti, moglie di Gianni Alemanno, appena delegata da Angelino Alfano al ministero dell'interno per la lotta al femminicidio. Si pensi al fatto che il PD permette che una tale questione sia messa nelle mani di una dichiarata antifemminista. 

Il PDS/DS/PD ha spesso manifestato l'ambizione di costituzionalizzare la destra e  persino la Lega Nord. Adesso aveva l'occasione di costituzionalizzare il M5S. Ma Napolitano, D'Alema, Veltroni, Bersani, di riflesso Macaluso, come pure l'emergente Renzi, sono più rodati nel rapporto con la destra. Questione di codici. Forse è anche più facile aggiustare i propri scandali, per quanto eccezionali, con un alleato già compromesso, che non con un alleato che ostenta una volontà di moralizzazione. Altri dirigenti emergenti, i giovani turchi, cioè i giovani bersaniani (Stefano Fassina, Matteo Orfini, Andrea Orlando), Pippo Civati, Laura Puppato, e il partito di Nichi Vendola, possono e vogliono gestire il rapporto con il M5S.

Dato il suo assetto gerarchico, il tradimento del Pd, era inevitabile, annunciato per tutta la campagna elettorale, con il ripetuto proposito di tornare a governare con Mario Monti. Era iscritto nell'esito delle primarie, che assegnavano il primo e il secondo posto a due alleati contemporanei di Monti e Berlusconi.

Grillo voleva eleggere presidente della repubblica Stefano Rodotà, «un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi». In prima battuta però avrebbe preferito Milena Gabanelli, una falsificatrice da trascinare in tribunale. Ora sappiamo che ha pure concorso, sia pure indirettamente, ad eleggere presidente della camera una nominata per grazia di Vendola (...) non in grado di capire quello che legge, se legge (...) che deve studiare la Costituzione. Magari, da Roberta Lombardi.

Grillo sostiene di aver denunciato che da vent'anni il Parlamento viene spogliato dei suoi poteri, sanciti dalla Costituzione, senza che nessun partito abbia da ridire. Un Parlamento di "nominati" dai partiti, non di votati dai cittadini, il cui potere di legiferare e' stato di fatto trasferito al Governo con i decreti legge, un Parlamento neppure messo in grado di sfiduciare il Governo, come è stato per Berlusconi e Monti, e che prende ordini dai partiti. Questo è il Parlamento oggi. Negarlo è negare la realtà.

In effetti, l’abuso dei decreti legge era già contestato al governo Craxi (1983-87) dall’allora segretario del Pci Alessandro Natta. Che attaccava la maggioranza, senza svilire il parlamento. Era il decisionismo della democrazia governante, la fine del consociativismo, esercitato dal predicatore della grande riforma, che avrebbe permesso ai socialisti italiani di ribaltare i rapporti di forza nella sinistra, come già fecero i socialisti francesi nel sistema semipresidenziale.

Laura Boldrini non ha glissato sull’argomento, anzi ha rimproverato Grillo di ostinarsi a chiudere gli occhi sui cambiamenti in corso: la riforma del regolamento della Camera, avviata nelle prime settimane della legislatura, porterà proprio a ridare centralità all'attività parlamentare, limitando il ricorso ai decreti legge, rafforzando il ruolo delle commissioni e dando un iter certo e rapido alle proposte di legge di iniziativa popolare, fin qui troppo spesso ignorate. Lanciare invettive è facile. Cambiare le cose lo è meno, ma alla Camera, anche senza l'apprezzamento di Grillo, ci stiamo provando.

Ma non ha glissato neppure sui toni e le parole scelte dal leader 5 stelle: Le dichiarazioni di Beppe Grillo, scomposte e offensive, tendono di nuovo a colpire il Parlamento e quindi la democrazia. Sono dannose per il paese, per la sua immagine all'estero, per chi lavora a rinnovare le istituzioni rendendole più sobrie, efficaci e trasparenti e per gli stessi deputati del gruppo M5S.

Se frainteso, Grillo ha fatto di tutto per esserlo. Non è la prima volta, come si vede dall'immagine tratta dal suo magazine del 5 agosto 2012 (in alto a sinistra). I grillini accusano che si veda il fascismo dappertutto, ma è il loro stesso capo a provocare e a giocare con questa evocazione.

Oltre ad aver denunciato che il parlamento con l’attuale legge elettorale è di fatto nominato dai partiti (anche se alcuni hanno fatto le primarie) ed è svuotato del suo potere legislativo mediante i decreti del governo, Grillo non ha indicato nessuna soluzione, anzi ne ha prospettate genericamente due: la riforma o l’abolizione. Sempre accostando l’istituzione a immagini squalificanti. Il Parlamento ha ancora un senso? Va riformato, abolito? Una cosa è certa, oggi non serve praticamente a nulla. Il Parlamento potrebbe chiudere domani, nessuno se ne accorgerebbe. È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica. O lo seppelliamo o lo rifondiamo. La scatola di tonno è vuota. Ripeto: la scatola di tonno è vuota".

Per non essere frainteso, Grillo può scegliere cosa vuole rappresentare. Se la centralità del parlamento o gli umori anti parlamentari, anti istituzionali, della destra fascistoide, della zona grigia del paese. Rappresentare entrambi può riuscirgli nella gag di uno spettacolo comico. Se invece ci prova nelle dichiarazioni di leader politico, finirà per risultare pericolosamente ambiguo. In Italia, il parlamento è già stato chiuso per vent’anni. Per poi essere riaperto dall’antifascismo. Cioè, da quella cosa che Grillo reputa non essere di sua competenza.

Così è normale che la presidente della camera lo bacchetti. Al che Grillo chiarisce ogni dubbio. La violenza e l'insolenza verbale sono propri degli anti istituzionali, non dei sostenitori della centralità del parlamento.



Il consenso non è un'azione autonoma; non è altro che una risposta; è rispondere «sì» o «no» al desiderio di qualcun altro. [..] In un contesto di disuguaglianza, acconsentire è cedere. Nei fatti, il consenso è la sola espressione di «libertà» che sia permessa alle oppresse.

Le femministe possono rifiutare questa trappola. Noi possiamo rivendicare una sessualità autonoma, che non equivale quindi a prestare il proprio consenso all'iniziativa altrui: una sessualità fondata sul desiderio, non sul consenso. Sul desiderio.

(Binka, Consent vs Désire)



di Christine Rama


Il 5 giugno, nel corso di una conferenza stampa svoltasi a Palazzo Madama, le senatrici del PdL hanno presentato un Ddl composto da un solo articolo che introduce nel nostro ordinamento giuridico il reato di femminicidio e prevede l'aumento della pena da un terzo alla metà per tutti i delitti contro la persona che  puniscono chi procura a una donna  "danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica".

Contro questa proposta di legge si sono levate diverse voci critiche. Una di queste è la blogger di Abbatto i muri, le cui posizioni, però, malgrado le apparenze, finiscono per risultare piuttosto incoerenti.

Sull'argomento laglasnost  ha espresso le sue convinzioni in un articolo intitolato: Quell'aggravante per femminicidio che piace tanto alle donne di destra,  nel quale  manifesta la sua contrarietà all'inserimento nel nostro sistema giuridico di tale circostanza, anche se pare interpretare in modo riduttivo e sottovalutare la portata amplissima di tale proposta di legge, che non prevede di applicare l'aggravante al solo omicidio, ma a tutti i reati che procurano danni alle donne.

Nel post l'autrice attinge al consueto repertorio retorico di vocaboli che rimandano al campo semantico dell'autoritarismo, oltre ad impiegare termini sprezzanti come «donnismo»,  o  a ridurre le donne a una sineddoche: l'utero. Ricorre così a concetti come «securitarismi, repressione, paternalismi», ai termini «carcere duro, cadavere», agli aggettivi «autoritaria, conservatore», ai verbi «normalizzare e reprimere».

Benché non ami e, anzi, reputi offensivo il suo stile aggressivo, enfatico e irruente, ritengo che in questo articolo la blogger esprima una posizione perfettamente legittima che mi sento di condividere.

Sennonché,  nella petizione da lei promossa il mese scorso contro la violenza di genere, l'autrice, con mio grande stupore,  sollecita l'introduzione nel Codice Penale del «concetto “motivi di odio per l’orientamento sessuale, l’identità e il ruolo di genere” tra le circostanze aggravanti (dove si definiscono generici “motivi abietti e futili”) dell’articolo 575 (omicidio) del codice penale, volendo includere in questa formula dunque anche i delitti che riguardano vittime gay, lesbiche, trans». 

Quindi: l'aggravante per femminicidio viene qualificata come misura «securitaria, repressiva, paternalista, patriarcale, autoritaria, conservatrice», mentre quella per omicidio di  un omosessuale o di un trans viene presentata come progressista, femminista, libertaria. Perché questa disparità di trattamento? 

Non solo. La frase che ho sopra riportato è, per molti aspetti, sorprendente, oltre a contenere un errore di una certa rilevanza. L'art. 575 del Codice Penale consta di un solo comma che stabilisce che l'omicidio venga sanzionato con la pena della reclusione non inferiore a 21 anni.   Il testo  è molto semplice e, a differenza di quanto sostiene l'autrice della petizione, non  indica circostanze aggravanti come i "motivi futili e abietti" previsti, invece, dal comma 1 dell'art. 61.

I due articoli successivi a quello che introduce la fattispecie penale dell'omicidio: ossia il 576 e il 577 definiscono una serie di circostanze aggravanti speciali applicabili a tale delitto che, nel caso in cui si verifichino, comportano l'inflizione della pena dell'ergastolo. Orbene: tra le aggravanti il comma 4 dell'art 577 indica il «concorso di taluna delle circostanze indicate nei numeri 1 e 4 dell'articolo 61», ossia oltre «all’avere adoperato sevizie, o l’aver agito con crudeltà verso le persone» (comma 4) «l'aver agito per motivi abietti e futili» (la circostanza  cui si riferisce appunto l'autrice della petizione che la vorrebbe rendere più chiara e integrare con l'espressione “motivi di odio per l’orientamento sessuale, l’identità e il ruolo di genere”). 

Dunque, se la richiesta dell'autrice della petizione venisse esaudita si arriverebbe a comminare la pena dell'ergastolo all'assassino di un omosessuale o di un transessuale; posizione difficilmente qualificabile come "libertaria", né tale da legittimare veementi critiche contro altre femministe, sprezzantemente liquidate come "autoritarie", se non peggio. 

Non è finita qui. L'art.61 del Codice Penale enumera una serie di circostanze aggravanti comuni che determinano un incremento della pena fino ad un terzo e che si applicano a tutti i reati. Quindi, se la blogger di cui sto parlando  caldeggia l'inserimento nel Codice Penale dei "motivi di odio per l’orientamento sessuale, l’identità e il ruolo di genere”  come circostanze aggravanti  comuni, ciò significa che, se la sua proposta verrà accolta, ogni reato commesso contro un omosessuale o un transessuale comporterà l'aumento fino ad un terzo della  pena prevista per quel  crimine. Proprio quel che contempla il DdL presentato dall'onorevole Mussolini! Solo che quest'ultima vorrebbe applicare l'aggravante  ai reati commessi contro le donne e la blogger a quelli compiuti contro gay, lesbiche (pure loro, per altro, "portatrici di utero") e transessuali! 

Ancora. L'espressione "ruolo di genere" si applica anche alle donne. Viene evocata, ad esempio, nel Preambolo della Convenzione di Istanbul, poco amata dalla blogger in questione, laddove viene riconosciuta  «la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere».   Questa formula viene ribadita all'art.3, punti a e d del predetto documento, mentre al punto c del medesimo articolo si precisa che  «con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini». Dunque, l'aggravante prevista dalla blogger di Abbatto i muri si applicherebbe anche al femminicidio, quanto meno a quello commesso contro le casalinghe che riproducono, appunto, ruoli di genere tradizionali o alle mogli e alle fidanzate dalle quali si pretendono comportamenti accudenti e oblativi nei confronti dei partner, in quanto conformi ai modelli di comportamento ritenuti appropriati al loro sesso. Quel che si voleva cacciare dalla porta, viene, così, fatto rientrare dalla finestra.

Riassumendo: la proposta contenuta nella petizione promossa da laglasnost, se accolta, comporterebbe la comminazione dell'ergastolo agli autori degli omicidi motivati da omofobia e transfobia e l'inasprimento fino ad un terzo della pena prevista per  gli altri reati commessi contro  gay, lesbiche e trans dettati dalla medesima ragione.

Ora:  può darsi che la blogger di Abbatto i muri sia incorsa in un errore causato dalla disattenzione e    dall'impazienza di redigere una petizione sul grave problema della violenza di genere. Poiché la fretta è cattiva consigliera, laglasnost, probabilmente, non ha valutato con la dovuta attenzione le molteplici conseguenze derivanti dalle sue parole e dalle istanze presentate nel suo appello. Errare humanum est! Figuriamoci! Io ne commetto almeno 10.000 di errori al giorno! 

Resta il fatto che l'autrice della petizione ha esplicitato con estrema chiarezza e senza possibilità di fraintendimenti l'intenzione di introdurre nel nostro ordinamento giuridico l'aggravante per l'omicidio   causato da omofobia. Non si capisce, allora, perché manifesti tanta contrarietà all'inserimento nel Codice Penale dell'aggravante per femminicidio. Perché questa disparità di trattamento tra gay, lesbiche e trans, da un lato, e donne, dall'altro?  Perché la prima aggravante sarebbe libertaria e la seconda autoritaria? In fondo si tratta sempre, nell'uno come nell'altro caso, di inasprimenti di pena!

E ancora:  perché alcuni di quelli che hanno sottoscritto la petizione elaborata da laglasnost,  dimostrando di essere favorevoli all'introduzione dell'aggravante per l'omicidio dettato da ragioni omofobiche, manifestano poi la propria contrarietà all'aggravante per femminicidio?  


Una serie di articoli ha negato l’importanza o l’esistenza stessa del femminicidio. Sulla base dei dati diffusi dalla stampa, che sarebbero non veri, o gonfiati. Ne ha parlato Loredana Lipperini. Una campagna, l’ha definita Adriano Sofri. Ne parleremo ancora, perchè il punto, come ha scritto Nadia Somma è la rivendicazione di un osservatorio, di un monitoraggio della violenza sulle donne. Il fatto che manchino dati attendibili è parte del problema, non può essere argomento per negare il problema. O peggio: rendere l’idea che il problema sia soltanto una condizione fisiologica, con la quale rassegnarsi a convivere.

Questa «fredda» valutazione, ammantata di scientificità statistica, è una reazione al tentativo di definire, qualificare e quantificare il fenomeno, sostanzialmente ignorato dalle istituzioni, che è stato condotto specie sul web da giornaliste, blogger e militanti femministe. Che sono riuscite ad imporre il tema nell’agenda dei media tradizionali, prima interessati solo al sensazionalismo o ad una cronaca funzionale alla xenofobia.

Tentativi coraggiosi. Chi li compie si espone alle accuse di chi ha la coda di paglia, o la coda e basta (vuoi criminalizzare il genere maschile), al dileggio, agli insulti, alle intimidazioni, alle velate minacce della misognia militante più demenziale (che a dare una immagine delinquenziale del genere maschile, non è seconda a nessuno).

Tra questi tentativi, voglio tornare a segnalare il sito «In quanto donna», curato da Emanuela Valente. Un database del femminicidio. Che raccoglie le foto delle donne uccise, degli uomini assassini, una sintesi dei dati e delle storie. A sfogliare le pagine, a scorrere le immagini, a leggere le storie, ci si rende conto della insipienza del tono con cui si discute sui numeri. Oggi sono numeri. Ieri erano persone. In carne e ossa. Belle, meno belle, giovani, adulte, aziane, allegre, tristi. Mogli, fidanzate, compagne di scuola. Quando erano vive. Quando sopravvivevano alla violenza. Non rientravano nelle statistiche. Ed erano ancora tra le donne più tutelate del mondo. Fossero state adeguatamente valutate come persone, oggi la cattiva coscienza eviterebbe di volerle sottovalutare anche come numeri.

Ci sono le notizie, con tante apparenti assurdità. Donne che hanno denunciato e non sono state protette, uomini che hanno ucciso e sono stati “curati” invece che messi nelle condizioni di non nuocere più, oppure assolti o condannati a pene minime, uomini che hanno pure potuto reiterare il reato.

«Nella bacheca-archivio virtuale sono molti i casi "in cui non sembra esserci un colpevole. Tanti anche quelli in cui le perizie psichiatriche commutano il carcere con la casa di cura se non addirittura con l'assoluzione". Non mancano i casi incredibili, come quello di Denis Occhi, che confessa di aver ucciso l'ex moglie solo dopo che la sentenza è passata in giudicato e rimane dunque, per il sistema giuridico italiano, libero e innocente. O quello di Renato Di Felice, un uomo buono e tranquillo, reo confesso, che ha scontato 2 giorni di carcere per l'uccisione della moglie. Poi c'è Luca Delfino che, appena assolto dall'accusa di omicidio di Luciana Biggi, uccide Maria Antonietta Multari. E Maurizio Ciccarelli, già arrestato per il tentato omicidio della prima moglie, che mentre è ai domiciliari uccide la seconda. Lo stesso fa Franco Manzato». (Adriana Terzo - Globalist)

Ci sono le immagini di quelli che le hanno uccise. Gli uomini che hanno ammazzato le loro compagne o amiche, perchè abbandonanti o respingenti. «È un pugno allo stomaco il mucchio selvaggio di foto di mariti, fidanzati, conviventi, padri che hanno ammazzato la «loro» donna. Di bacheche zeppe di madri, figlie, fidanzate, amanti assassinate ne avevamo viste tante, in questi mesi. Ma mai una tale carrellata di assassini. Facce banali. Facce normali. Facce serene. Facce spesso «rassicuranti». E proprio per questo, messe tutte insieme, terribili» (Gian Antonio Stella).

E se qualcuno è citato per errore? Spiega la curatrice: sono riportati solo ed esclusivamente i nomi e le foto di chi è stato giudicato colpevole e quindi condannato, con l'unica eccezione di Denis Occhi, che pur essendo stato assolto ha confessato l'assassinio della moglie. Molti casi, come ad esempio quello di Antonella Falcidia il cui marito è stato giudicato innocente, o Chiara Poggi e così via, non sono stati inseriti. In alcuni casi, in cui gli uomini si dichiarano innocenti ma sono stati riconosciuti colpevoli, vengono evidenziate entrambe le versioni. Ciò detto, si tratta di un archivio che serve a capire meglio e non a giudicare.

In effetti, un delitto non è il fatto privato di un delinquente. Non si viola nessuna riservatezza se si racconta la sua vicenda giudiziaria sulla base di atti e documenti che sono già pubblici. A parte questo, l'iniziativa non vuole puntare i riflettori su singoli individui, quanto fare luce, attraverso l'insieme degli individui coinvolti, sulla dimensione sociale di un fenomeno, che sia pure con molta fatica, ci diventa ogni giorno più insopportabile.

Riferimenti:
Uomini che uccidono le donne Online la bacheca dell’orrore (Gian Antonio Stella)
Uccisa "In quanto donna". Online le foto dei killer (Adriana Terzo)
Uccise in quanto donna: parliamone! (Claudia Moschi)
Una banca dati online con i volti delle donne uccise dagli uomini che dicevano di amarle (Roberta Serdoz Tg3)
In quanto donna (Anna Tatò)



di Christine Rama


Il 28  maggio  la Camera ha  ratificato la Convenzione elaborata dal Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica siglata ad Istanbul nel maggio del 2011.

Considerare questa Convenzione inutile e poco convincente e affermare che l'unica parte seria che meriterebbe di essere presa in considerazione è quella relativa alla violenza omofobica, come fa la blogger di Abbatto i muri, significa non condividerne i presupposti, gli obiettivi e le disposizioni. Sbaglio?  La critica è rivolta solo ad alcune norme? In tal caso, allora, perché emettere un giudizio così drastico?

Ad ogni modo, questo documento,  di  portata dirompente, è  imperniato su alcuni fondamentali e condivisibili assunti: « il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto» viene indicato come «l' elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne»; quest'ultima è riconosciuta « come una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione». Viene inoltre affermata la «natura strutturale della violenza sulle donne, in quanto basata sul genere» e il suo carattere di meccanismo sociale cruciale «per mezzo del quale le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».

Dunque, la Convenzione individua con precisione le cause strutturali della violenza, che  ritiene diretta  alla creazione e al mantenimento del dominio  degli uomini sulle donne. Pur affermando che anche gli uomini possono subire violenza domestica, la Convenzione riconosce, infatti, che quest'ultima colpisce le donne in misura sproporzionata. 

Considera, poi, vittime di violenza domestica anche i bambini che assistono ai maltrattamenti perpetrati all'interno della famiglia.  Anch'essi, pertanto, devono essere tutelati dalla legge. 

Cos'è che non convince di questo preambolo che accoglie le acquisizioni delle Ong e delle associazioni, come i centri antiviolenza, che del fenomeno si occupano con grande competenza e sensibilità? 

Alla luce  delle premesse che compongono il Preambolo, la Convenzione si propone di conseguire i seguenti obiettivi:  « prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica», « contribuire ad» annullare «ogni forma di discriminazione contro le donne», finalità da conseguire mediante il rafforzamento della loro autonomia e autodeterminazione e il sostegno alla loro emancipazione. Si prefigge, inoltre, di «promuovere la parità fra i sessi»,  di «predisporre misure e politiche di protezione e di assistenza alle vittime», di « sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l'eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica». Le legislazioni degli Stati contraenti dovrebbero attenersi rigorosamente a questi principi e non dovrebbero attuare alcuna  forma di discriminazione fondata sul sesso, sulla razza, sul colore della pelle,  sulla classe, sull'appartenenza a minoranze nazionali, sullo status di rifugiato, sull'orientamento sessuale.... Dunque, le disposizioni della Convenzione si applicano a tutte le vittime di violenza, inclusi migranti, lesbiche, gay, transessuali.  

I principi e gli obiettivi dichiarati vengono tradotti in una serie di disposizioni  assai pregnanti che meriterebbero di essere illustrate una per una, dedicando loro uno specifico post. Quel che è certo è che non si tratta affatto di norme inutili! Anzi!

Vorrei però soffermarmi su un'altra questione sollevata dalla blogger di Abbatto i muri, che, nell'articolo che sto commentando, istituisce un collegamento strettissimo tra la sanguinosa repressione del dissenso attuata dal dispotico governo turco di Erdogan e la stipula  della Convenzione da parte  del medesimo.

Faccio notare, anzitutto, che il documento è stato elaborato dal Consiglio d'Europa previa consultazione delle Ong e delle associazioni che si occupano di violenza sulle donne e che esso recepisce molte delle indicazioni suggerite dalla Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo e altre contenute nelle Raccomandazioni Cedaw (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna) all’Italia, come osserva Luisa Betti nell'ottimo articolo consacrato all'argomento. «La Convenzione di Istanbul - afferma, del resto, Bianca Pomeranzi del Comitato Cedaw - è molto avanti, e ha un linguaggio avanzato con un approccio olistico che connette la discriminazione con il femminicidio. Un approccio e un linguaggio che è avanti anche rispetto alle Nazioni Unite dove questo tipo di trattazione potrebbe avere addirittura difficoltà, a partire dalla stessa definizione di femminicidio saldamente basata sul genere, e dalla tipizzazione della violenza sulle donne in tutte le sue forme” (dalla violenza domestica ai matrimoni forzati).» 

Dunque, la Convenzione non è emanazione del governo autoritario di Erdogan e il fatto che quest'ultimo l'abbia ratificata non ne inficia il contenuto progressista, apprezzato da associazioni, giornaliste, femministe che si occupano della violenza  sulle donne, e volto a superare  «i rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione».

Semmai, dovremmo chiederci  se la sottoscrizione di un documento così  dirompente da parte di un governo che  reprime le libertà personali, si propone di intervenire contro il diritto di aborto e di contraccezione,  intende impedire le relazioni pre-matrimoniali e  confinare le donne nella sfera domestica non costituisca, in realtà, una  mistificazione, una vera e propria impostura. 

Ratificare una Convenzione,  infatti, non significa applicarla. Anche l'Italia, del resto, dispone di leggi che sanzionano la violenza domestica, ma tali norme sono in genere disapplicate dalle autorità giudiziarie e poliziesche che derubricano  i maltrattamenti familiari, riducendoli a mere manifestazioni della conflittualità tra i partner. 

Sono convinta, perciò, che il governo turco non recepirà le disposizioni della Convenzione e la depotenzierà fino a neutralizzarla  completamente, proprio perché conculcare le libertà personali e i diritti   degli oppositori politici mal si concilia con la lotta contro quella particolare forma di oppressione, di repressione del dissenso e di privazione di autonomia e  di diritti che è la violenza esercitata sulle donne dai partner.

Il nesso tra queste due questioni è del resto chiaramente delineato dall'art. 5 della Convenzione. 

Articolo 5 – Obblighi degli Stati e dovuta diligenza1 Gli Stati si astengono da qualsiasi atto che costituisca una violenza nei confronti delle donne e garantiscono che le autorità, i funzionari, i rappresentanti statali, le istituzioni e ogni altro soggetto pubblico che agisca in nome dello Stato si comportino in conformità con tale obbligo.2 Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili e risarcire le vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.

L'articolo collega strettamente, dunque, il dovere degli Stati contraenti e dei loro rappresentanti e funzionari di  astenersi dal commettere atti di violenza nei confronti delle donne alla solerzia delle medesime autorità nel prevenire, indagare e sanzionare penalmente i maltrattanti e nel risarcire le vittime.

Non credo che la Turchia applicherà questo articolo, traducendolo in norma da inserire nel proprio ordinamento giuridico. Forse non lo farà neppure l'Italia. Ho già illustrato, infatti, nel precedente articolo,  l'inclinazione delle autorità giudiziarie e di polizia a sottovalutare la violenza domestica e a neutralizzare le denunce presentate dalle donne che  l'hanno subita.

Le forze dell'ordine, in genere,  soffocano le manifestazioni nel sangue  per salvaguardare l'ordine capitalista e lasciano generalmente impunita la violenza domestica per mantenere intatta la sacralità della famiglia e l'ordine patriarcale. Si tratta, in ogni caso, di reprimere il dissenso: quello espresso dai dimostranti contro il sistema capitalista e le ingiustizie che produce e quello manifestato dalle donne che querelano un partner violento nei confronti  dell' ordine patriarcale che le costringe ad occupare una posizione subordinata all'uomo.

Anche solo per la presenza dell'art.5 (in realtà di disposizioni importanti ve ne sono molte altre), che condanna contemporaneamente la violenza statale e quella domestica sulle donne, la Convenzione di Istanbul merita di essere presa in seria onsiderazione.

Aderisco all’iniziativa de La rete delle reti femminili. E pubblico la lettera che ho già inviato.



Al Direttore di rete Luca Tiraboschi
E, per conoscenza: Redazione di Le Iene • redazioneiene@mediaset.it
SLC - Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione • segreteria.nazionale@slc.cgil.it 
al segretario Francesco Aufieri

Egregio Direttore,
ultimamente un notissimo programma di intrattenimento e informazione di Italia1, Le Iene, reso molto popolare da servizi di denuncia che portano alla luce episodi di ingiustizie, truffe e corruzione, si è reso (inaspettatamente) portatore di contenuti fuorvianti e pericolosi riguardo alla percezione del tragico fenomeno della violenza di genere. 
Al punto di raccogliere l’idea, sostenuta da alcuni, che le denunce presentate dalle donne contro violenze sessuali e domestiche, o atti di pedofilia, sia in gran parte “falsa”, addirittura indotta da un presunto malcostume femminile di denunciare “falsi abusi” al puro scopo di fare dispetti a persone di sesso maschile o di ricattare i rispettivi compagni.

Un’idea rivoltante, che nessun riscontro ha nella realtà, e che comporta il gravissimo pericolo di alzare ulteriormente il tasso di misoginia in un paese che vanta già un tristissimo primato nel continuo susseguirsi di femminicidi.

Un’idea che fa capolino anche in un servizio dall’eloquente titolo “Stupro.. o sesso?”
presentato nella puntata del 2 giugno, in cui si mette in dubbio una sentenza di colpevolezza per stupro aggravato, senza alcun elemento serio. Dunque sulla base di cosa? Del parere dei due condannati.
Un servizio che ci ha profondamente indignato. I due uomini, condannati a 5 anni per stupro di gruppo e lesioni personali aggravate, hanno potuto dichiarare, davanti a milioni di persone, che la sentenza è persecutoria in quanto basata praticamente sul nulla: loro sono innocenti, in quanto adescati da una donna che ha richiesto di far sesso con loro. Cioè il quadro è esattamente lo stesso fornito eternamente dagli accusati, in tutti i processi per stupro che si rispettino: le vere vittime sono loro, mentre il colpevole è chi denuncia lo stupro. Una donna colpevole di calunnia e di avere ingiustamente devastato la loro vita di bravi ragazzi e lavoratori.
In nessun conto sono tenute le lesioni riscontrate dalla vittima al pronto soccorso:abrasioni agli arti, ecchimosi diffuse in tutto il corpo e sul volto. Secondo l’autorevole parere degli intervistati la ragazza se li è procurati nella passione di un atto consenziente: girandosi più volte nell'erba, e poi stava carponi sul terreno, è normale che avesse dei graffietti sulle ginocchia.
E perché la ragazza avrebbe deciso di affrontare un processo per stupro?
perché il giorno dopo si sarà pentita: di cosa? della sua intraprendenza sessuale, e avrà voluto dimostrare che non era colpa sua, andando così a denunciare i due sconosciuti al solo scopo di danneggiarli.
E cosa avrebbe giustificato un servizio che, oltre a colpevolizzare una vittima, infanga il lungo e paziente lavoro degli inquirenti? inesistenti risvolti oscuri.
In conclusione, il conduttore commenta la vicenda adombrando che questa sentenza non convince, e conclude dicendo: non esprimiamo giudizi, ma aspettiamo l'esito del processo di appello.
Si, anche noi. Con fiducia verso la magistratura, che non pensiamo metta in atto strategie persecutorie verso il genere maschile.

Ultimo, e non meno importante: i processi si devono fare solo nelle aule di giustizia, dove sono valutati gli elementi reali per farli. Non in tv, per giunta dando la parola ai soli accusati. 
Ferme tutte le garanzie costituzionali a difesa degli imputati e delle vittime, la giustizia "fai da te" suggerita in questo servizio delle Iene è inaccettabile nella tesi adombrata, e anche nel metodo, gravemente scorretto.

Pensiamo che il programma e i responsabili di rete si debbano scusare, e sconfessare senza reticenze simili contenuti e la filosofia che vi è sottesa.
Noi, invitando a una maggiore vigilanza nella qualità dei messaggi, e negli esiti che possono avere, chiediamo le scuse formali del programma e dei responsabili di rete.

3 giugno 2013

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