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Contro il disprezzo nei confronti delle vittime



di Christine Rama


Volti sfigurati dall'acido o pieni di lividi, visi che recano impressi, incisi nella carne, con plastica evidenza, i segni della violenza esercitata sulle donne dai partner. Tracce che simboleggiano e rendono manifeste anche le ferite, le lacerazioni  della psiche prodotte dai maltrattamenti.

Sono questi visi a comporre, nella loro drammatica successione, il video di un minuto e mezzo realizzato a Sassari dalla regista Viola Ledda come contributo a una campagna contro la violenza domestica sulle donne. 

E sono questi volti a suscitare scandalo e non solo presso ambienti maschilisti, come si potrebbe pensare. 

«Non si combatte la violenza con immagini che la esprimono» scriveva due anni fa Giovanna Cosenza, una citazione ripresa da un articolo di Un altro genere di comunicazione consacrato all'analisi critica, anzi, alla stroncatura dello spot in questione. 

Ne desumo, a contrario, che, per  condurre un'efficace battaglia contro la violenza sulle donne,  si debba cessare di raffigurarla, di renderla visibile  agli occhi del pubblico; in altre parole, che la si debba occultare. 

La rappresentazione realistica dei segni provocati dalla violenza sembra essere ormai percepita in certi ambienti come oscena e, proprio perché tale, se ne invoca la fuoriuscita (out/scena), la sparizione dalla scena pubblica e l'occultamento nell'ombra della sfera domestica dove la violenza si manifesta e si concretizza  nei volti tumefatti, negli occhi pesti, nei lividi, nelle ferite che lacerano il corpo delle donne.  Segni concreti, tangibili della violenza commessa dal marito, dal convivente, dal compagno che l'articolo di Un altro genere di comunicazione ci invita sostanzialmente  a nascondere, a sommergere nel non detto, soffocando così la voce del corpo sofferente della donna. Un dolore indecente, sconveniente, in quanto connesso alla figura spregevole di una «poveretta» che reca impresso sul corpo lo stigma, il marchio della vergogna, della colpa di non essere riuscita a contrastare la violenza del partner e di essersi lasciata sopraffare dalla sua maggiore forza fisica. Sì, perché la poveretta, «la donna con l'occhio nero», ossessivamente evocata nell'articolo, con una serie di reiterazioni, non è soltanto un'immagine, ma è una realtà scomoda e il disprezzo riversato sulla sua raffigurazione si estende inevitabilmente al soggetto in carne ed ossa che viene rappresentato. 

«La poveretta» non ha neppure diritto ad un nome che la definisca con precisione e le restituisca dignità, in quanto il termine e il concetto di «vittima» viene esorcizzato e rimosso dal vocabolario  dell'autrice del post, così come da quello di molte post-femministe. In qualsiasi dizionario la parola vittima indica «chi sia, senza sua colpa, danneggiato da persone e circostanze», ma nell'articolo in questione (e non solo in quello) viene caricata di significati indebiti, pesantemente negativi, ed accostata ad immagini incongrue. Così, la «donna con l'occhio nero», ossia l'innominabile vittima, è rappresentata come un essere incapace di intendere e di volere, di scegliere una maternità responsabile, di autodeterminarsi, addirittura di uscire la sera e di indossare minigonne ed esibire scollature.

L'essere e il venir rappresentate come vittime viene associato all'idea di debolezza, come se la minor forza fisica e, quindi, la materiale impossibilità di difendersi dai colpi di un partner violento costituisse una colpa, in quanto prova tangibile della strutturale posizione di subordinazione della donna all'uomo. Sì, perché anche la reale natura  delle relazioni di coppia imperniate sulla violenza maschile deve essere occultata. Che non si sappia, che si cancelli dalla mente quanto afferma la Convenzione di Istanbul appena ratificata dalla Camera, ossia che la violenza costituisce «una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione». La realtà concretissima, riconosciuta nei documenti ufficiali e ribadita dai Centri antiviolenza e da molte associazioni femministe, della subordinazione della donna all'uomo come origine della «natura strutturale» della violenza viene trasformata nell'articolo in questione in mero «stereotipo»

Comprendo il disagio che produce riconoscere l'oppressione e la subordinazione che ancora connota la condizione delle donne e che struttura parecchie relazioni di coppia, ma negare una realtà non ci aiuta certo a combatterla,  ma contribuisce piuttosto a perpetuarne l'esistenza.

A differenza di quel che si afferma nell'articolo, lo status di vittima non è connesso a questo o a quell'altro tratto caratteriale, come ad esempio la debolezza psicologica. Ho conosciuto molte donne dal carattere forte che hanno subito maltrattamenti fisici; persone il cui spirito ribelle e la cui determinazione a sottrarsi ai rapporti di dominio e di controllo scatenava l'aggressività dei partner. Ciò che definisce una vittima non è, infatti, la sua personalità, ma l'aver subito un danno da un'altra persona, senza averne alcuna colpa.

Non c'è nulla di più irreale, infondato ed ingiusto, poi, che definire la donna maltrattata un essere passivo. Se c'è qualcosa che la caratterizza è, infatti, l'attivismo che si concretizza nella costante vigilanza e nella continua e creativa elaborazione e realizzazione di strategie che ritiene, a torto, possano evitare l'abbattersi su di lei della violenza del partner.

Alla spregevole debolezza della «donna con l'occhio nero» viene affiancata nell'articolo che sto commentando l'idea del «bisogno di protezione» e di «tutela». Il diritto di  esigere dallo Stato l'applicazione delle norme giuridiche poste a salvaguardia della vita e dell'integrità fisica e psichica  delle donne viene sprezzantemente definito affidamento, tipico dei deboli, al «governo machista», quasi che la soluzione ideale fosse, invece, quella di lavare i panni sporchi in famiglia o di stendere il partner con abili mosse di Karate. E se non si è abili nelle arti marziali, se il partner è più forte, se non si vuole riprodurre la violenza che si subisce, se non si ha un lavoro, un posto dove fuggire che si fa? Ci si arrangia, pur di non ricorrere all'intervento dello Stato? E che significa che «la donna con l'occhio nero» attende la salvezza dal «principe azzurro»? Ciò che aspetta e desidera non è l'arrivo dell'uomo perfetto delle favole, ma semplicemente la cessazione della violenza e il rispetto della propria vita, della propria  dignità, della propria libertà ed autodeterminazione.

Il disprezzo nei confronti delle «donne dagli occhi pesti» che traspare in questo come in molti altri articoli, pubblicati in Italia e all'estero, si traduce - lo si voglia o meno - in una colpevolizzazione delle donne maltrattate e in una richiesta implicita di soppressione del termine e, quindi, della realtà stessa delle vittime, intese nell'accezione arbitraria che ne dà l'autrice del post in questione.

Ma la rimozione dell'oggettiva ed ingombrante presenza delle vittime comporta inevitabilmente - lo si desideri o meno - l'occultamento di chi le ha rese tali: gli aggressori, in quanto i due concetti sono strettamente correlati ed indissociabili. Le une non esistono senza gli altri. Gli uomini maltrattanti possono così eclissarsi, scomparire dalla coscienza collettiva e rifugiarsi nella confortevole ombra della casa, dove il libero dispiegamento della violenza è garantito dalla configurazione della sfera domestica come spazio sottratto all'applicazione del diritto e dall'affievolimento o dalla scomparsa della consapevolezza sociale dell'esistenza della figura della vittima.

Infatti, di solito non viene contestata la diffusione delle immagini di donne sfigurate dall'acido, poichè gli aggressori sono in questo caso più probabilmente identificati con uomini stranieri di fede musulmana. La violenza maschile dell'uomo straniero, del musulmano, è nominabile, è mostrabile, non c'è ragione di occultarla. Anzi.

Vorrei ora soffermarmi sull'assai diversa valutazione con cui vengono accolte le immagini dei volti tumefatti e dei corpi martoriati delle vittime (termine in questo caso non contestato) della violenza di Stato: da Federico Aldovrandi, a Stefano Cucchi ai numerosi manifestanti anticapitalisti italiani, turchi, brasiliani...che hanno subito l'azione duramente repressiva delle forze dell'ordine.  A queste immagini, incessantemente riprodotte, diffuse, fatte circolare dai mass media di movimento e, in certa misura, anche da quelli mainstream, viene riconosciuto uno statuto diverso da quello attribuito alle rappresentazioni della violenza domestica.

L'esibizione di questi corpi massacrati viene giustamente considerata un atto di documentazione e di denuncia della violenza esercitata dallo Stato nello spazio pubblico, oltre ad essere concepita come uno strumento che  può risvegliare le coscienze e renderle consapevoli della costante violazione dei diritti dei cittadini che viene attuata anche nei Paesi che si definiscono democratici.

I segni della violenza impressi sul corpo di queste persone evocano immediatamente la responsabilità dei loro autori: le istituzioni statali.

All'opposto, si suggerisce, invece, di non rappresentare e di dislocare nel campo dell'ineffabile e dell'inenarrabile le tracce materiali degli atti violenti dei partner delle donne maltrattate, ripristinando così quella separazione della sfera pubblica, regno visibile del diritto, dalla sfera privata, spazio invisibile dell'arbitrio e dei rapporti di forza,  per il cui superamento il femminismo lotta da tempo.

La rappresentazione dei segni della violenza domestica può svolgere, invece, la stessa funzione sociale  attribuita alla riproduzione delle immagini della violenza di Stato: quella di attestare, di smascherare e di denunciare una realtà inaccettabile, dalla quale troppi vorrebbero allontanare lo sguardo, a partire dagli aggressori stessi che desidererebbero agire indisturbati, senza veder rispecchiate in quelle raffigurazioni gli effetti degli abusi di cui sono responsabili, fino ai negazionisti della violenza domestica sulle donne e a molte di queste ultime, che preferirebbero ignorare l'oppressione e i rapporti di subordinazione agli uomini che ancora caratterizzano la condizione femminile. Ma non è negando o sentendosi umiliati dalla realtà che la si combatte e la si trasforma.

Personalmente non mi sento affatto disturbata dalla rappresentazione di donne dal volto ricoperto dai lividi. Mi preoccupa, invece, la cancellazione dal discorso pubblico delle vittime e, quindi, degli aggressori e la sollecitazione a cessare di rappresentare vividamente la realtà della violenza, così come mi offende l'epiteto di minus habentes, di poverette incapaci di intendere e di volere che viene affibbiato alle donne per il solo fatto di avere o di avere avuto gli occhi pesti, di aver cioè subito violenza dai partner.

Vedi anche:
L'attacco alle vittime (Il Ricciocorno schiattoso - 27.01.2013)
Ancora sulle vittime (Il Ricciocorno schiattoso - 18.06.2013)
L'ordine neoliberista, il tabù della vittima e l'occultamento delle ingiustizie (Consumabili 14.06.2013)

One Response to “Contro il disprezzo nei confronti delle vittime”

  1. Non so, credo non sia questione di sentirsi disturbate da donne con i lividi, quanto piuttosto la sensazione che a volte ci sia, come accade anche in altri tipi di violenza, una sorta di compiacimento nel mostrare violenza e sangue e il rischio di attivare forme di voyeurismo mediatico. Oltre al fatto che viene troppo sottovalutata nella comunicazione la tendenza naturale delle persone a seguire i comportamenti altrui pur sapendo che sono socialmente indesiderabili, tendenza che è stata dimostrata anche dagli studi di Robert Cialdini, uno dei più illustri psicologi internazionali dediti allo studio della persuasione. Forse invece che mostrare le vittime dovremmo cominciare a mostrare i carnefici. O anche a parlare maggiormente degli esempi positivi, in modo da incoraggiare l'imitazione di comportamenti positivi invece che negativi. Sarà un caso che da quando i media hanno cominciato a denunciare le violenze sulle donne soffermandosi sulle vittime invece che sugli autori dei reati, le violenze sembrano essere aumentate? Ogni volta che vedo l'immagine di una donna che ha subito violenza non riesco a non pensare ai rischi del contagio imitativo. E se accadesse come con i suicidi, per i quali è stata documentata la capacità dei mezzi di comunicazione di istigare al suicidio per imitazione? E se le cronache di violenze sulle donne fossero in grado di generare un aumento dei casi di violenza sulle donne, nonché suggerire l’adozione di modalità di violenza analoghe a quelle dei casi riportati? E' solo un dubbio che ho e penso che la discussione ci possa aiutare a trovare un equilibrio tra l'esigenza di denunciare e il rischio di generare fenomeni di imitazione. Grazie per il tuo contributo.

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