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La Convenzione di Istanbul è europea, non turca



di Christine Rama


Il 28  maggio  la Camera ha  ratificato la Convenzione elaborata dal Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica siglata ad Istanbul nel maggio del 2011.

Considerare questa Convenzione inutile e poco convincente e affermare che l'unica parte seria che meriterebbe di essere presa in considerazione è quella relativa alla violenza omofobica, come fa la blogger di Abbatto i muri, significa non condividerne i presupposti, gli obiettivi e le disposizioni. Sbaglio?  La critica è rivolta solo ad alcune norme? In tal caso, allora, perché emettere un giudizio così drastico?

Ad ogni modo, questo documento,  di  portata dirompente, è  imperniato su alcuni fondamentali e condivisibili assunti: « il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto» viene indicato come «l' elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne»; quest'ultima è riconosciuta « come una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione». Viene inoltre affermata la «natura strutturale della violenza sulle donne, in quanto basata sul genere» e il suo carattere di meccanismo sociale cruciale «per mezzo del quale le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».

Dunque, la Convenzione individua con precisione le cause strutturali della violenza, che  ritiene diretta  alla creazione e al mantenimento del dominio  degli uomini sulle donne. Pur affermando che anche gli uomini possono subire violenza domestica, la Convenzione riconosce, infatti, che quest'ultima colpisce le donne in misura sproporzionata. 

Considera, poi, vittime di violenza domestica anche i bambini che assistono ai maltrattamenti perpetrati all'interno della famiglia.  Anch'essi, pertanto, devono essere tutelati dalla legge. 

Cos'è che non convince di questo preambolo che accoglie le acquisizioni delle Ong e delle associazioni, come i centri antiviolenza, che del fenomeno si occupano con grande competenza e sensibilità? 

Alla luce  delle premesse che compongono il Preambolo, la Convenzione si propone di conseguire i seguenti obiettivi:  « prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica», « contribuire ad» annullare «ogni forma di discriminazione contro le donne», finalità da conseguire mediante il rafforzamento della loro autonomia e autodeterminazione e il sostegno alla loro emancipazione. Si prefigge, inoltre, di «promuovere la parità fra i sessi»,  di «predisporre misure e politiche di protezione e di assistenza alle vittime», di « sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l'eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica». Le legislazioni degli Stati contraenti dovrebbero attenersi rigorosamente a questi principi e non dovrebbero attuare alcuna  forma di discriminazione fondata sul sesso, sulla razza, sul colore della pelle,  sulla classe, sull'appartenenza a minoranze nazionali, sullo status di rifugiato, sull'orientamento sessuale.... Dunque, le disposizioni della Convenzione si applicano a tutte le vittime di violenza, inclusi migranti, lesbiche, gay, transessuali.  

I principi e gli obiettivi dichiarati vengono tradotti in una serie di disposizioni  assai pregnanti che meriterebbero di essere illustrate una per una, dedicando loro uno specifico post. Quel che è certo è che non si tratta affatto di norme inutili! Anzi!

Vorrei però soffermarmi su un'altra questione sollevata dalla blogger di Abbatto i muri, che, nell'articolo che sto commentando, istituisce un collegamento strettissimo tra la sanguinosa repressione del dissenso attuata dal dispotico governo turco di Erdogan e la stipula  della Convenzione da parte  del medesimo.

Faccio notare, anzitutto, che il documento è stato elaborato dal Consiglio d'Europa previa consultazione delle Ong e delle associazioni che si occupano di violenza sulle donne e che esso recepisce molte delle indicazioni suggerite dalla Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo e altre contenute nelle Raccomandazioni Cedaw (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna) all’Italia, come osserva Luisa Betti nell'ottimo articolo consacrato all'argomento. «La Convenzione di Istanbul - afferma, del resto, Bianca Pomeranzi del Comitato Cedaw - è molto avanti, e ha un linguaggio avanzato con un approccio olistico che connette la discriminazione con il femminicidio. Un approccio e un linguaggio che è avanti anche rispetto alle Nazioni Unite dove questo tipo di trattazione potrebbe avere addirittura difficoltà, a partire dalla stessa definizione di femminicidio saldamente basata sul genere, e dalla tipizzazione della violenza sulle donne in tutte le sue forme” (dalla violenza domestica ai matrimoni forzati).» 

Dunque, la Convenzione non è emanazione del governo autoritario di Erdogan e il fatto che quest'ultimo l'abbia ratificata non ne inficia il contenuto progressista, apprezzato da associazioni, giornaliste, femministe che si occupano della violenza  sulle donne, e volto a superare  «i rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione».

Semmai, dovremmo chiederci  se la sottoscrizione di un documento così  dirompente da parte di un governo che  reprime le libertà personali, si propone di intervenire contro il diritto di aborto e di contraccezione,  intende impedire le relazioni pre-matrimoniali e  confinare le donne nella sfera domestica non costituisca, in realtà, una  mistificazione, una vera e propria impostura. 

Ratificare una Convenzione,  infatti, non significa applicarla. Anche l'Italia, del resto, dispone di leggi che sanzionano la violenza domestica, ma tali norme sono in genere disapplicate dalle autorità giudiziarie e poliziesche che derubricano  i maltrattamenti familiari, riducendoli a mere manifestazioni della conflittualità tra i partner. 

Sono convinta, perciò, che il governo turco non recepirà le disposizioni della Convenzione e la depotenzierà fino a neutralizzarla  completamente, proprio perché conculcare le libertà personali e i diritti   degli oppositori politici mal si concilia con la lotta contro quella particolare forma di oppressione, di repressione del dissenso e di privazione di autonomia e  di diritti che è la violenza esercitata sulle donne dai partner.

Il nesso tra queste due questioni è del resto chiaramente delineato dall'art. 5 della Convenzione. 

Articolo 5 – Obblighi degli Stati e dovuta diligenza1 Gli Stati si astengono da qualsiasi atto che costituisca una violenza nei confronti delle donne e garantiscono che le autorità, i funzionari, i rappresentanti statali, le istituzioni e ogni altro soggetto pubblico che agisca in nome dello Stato si comportino in conformità con tale obbligo.2 Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili e risarcire le vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.

L'articolo collega strettamente, dunque, il dovere degli Stati contraenti e dei loro rappresentanti e funzionari di  astenersi dal commettere atti di violenza nei confronti delle donne alla solerzia delle medesime autorità nel prevenire, indagare e sanzionare penalmente i maltrattanti e nel risarcire le vittime.

Non credo che la Turchia applicherà questo articolo, traducendolo in norma da inserire nel proprio ordinamento giuridico. Forse non lo farà neppure l'Italia. Ho già illustrato, infatti, nel precedente articolo,  l'inclinazione delle autorità giudiziarie e di polizia a sottovalutare la violenza domestica e a neutralizzare le denunce presentate dalle donne che  l'hanno subita.

Le forze dell'ordine, in genere,  soffocano le manifestazioni nel sangue  per salvaguardare l'ordine capitalista e lasciano generalmente impunita la violenza domestica per mantenere intatta la sacralità della famiglia e l'ordine patriarcale. Si tratta, in ogni caso, di reprimere il dissenso: quello espresso dai dimostranti contro il sistema capitalista e le ingiustizie che produce e quello manifestato dalle donne che querelano un partner violento nei confronti  dell' ordine patriarcale che le costringe ad occupare una posizione subordinata all'uomo.

Anche solo per la presenza dell'art.5 (in realtà di disposizioni importanti ve ne sono molte altre), che condanna contemporaneamente la violenza statale e quella domestica sulle donne, la Convenzione di Istanbul merita di essere presa in seria onsiderazione.

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