Attaccare il concetto di vittima e le vittime stesse è un altro modo d’impedire che l’indicibile – che la violenza contro le donne è commessa da uomini – venga enunciato con chiarezza.
(Patrizia Romito)

Paradossalmente, il termine “vittima” è oggi contestato o rifiutato da molti – femministe e anti-femministi – lasciando un vuoto linguistico ma anche politico per indicare chi, senza colpa, ha subito un danno da parte di un’altra persona, o a causa di un incidente o di un disastro. Dovremmo domandarci perchè troviamo accettabile parlare delle vittime di un incidente sul lavoro o di un terremoto, mentre invece siamo imbarazzate a parlare di vittime della violenza maschile. 
(Patrizia Romito, Creare la confusione per far sparire i fatti: l'occultamento delle violenze maschiliste contro le donne)

Mi sembra che, se il termine vittima disturba, è proprio perché designa in maniera fin troppo chiara le relazioni di potere che sono in gioco: c’è un aggressore, che causa un danno, e una vittima, che lo subisce. Se così è, forse allora dovremmo reclamare, come scelta politica, il termine vittima. 
(Patrizia Romito, Ibidem)

Se parlo di vittime, non si tratta assolutamente di persone passive, irrimediabilmente abbandonate al loro destino. Non si tratta di uno stato irreversibile; inoltre, esser stata vittima a un certo momento della vita non significa che vittima si debba restare per il resto dei propri giorni. Utilizzo il termine vittima nel senso che queste persone non sono responsabili della violenza che è, o è stata, loro inflitta, nel senso che non hanno scelto di essere vittime, né erano nate vittime. Le vittime sono persone che si trovano confrontate a una realtà spesso brutale, e che fanno del loro meglio per tirarsene fuori”
(Irene Zeilinger, Non c'est non, 2008, p. 9).

Costruendo il fatto di essere vittima come uno stato psicologico, quasi una debolezza della vittima stessa, e non come una condizione obiettiva, il discorso anti-vittime contribuisce a negare la violenza maschilista e l’ingiustizia sociale che rappresenta, e a delegittimare le rivendicazioni delle donne che hanno subito violenza.
(Cole, 2007. Citato da Patrizia Romito)

L'assenza o la minimizzazione delle esperienze di violenza nei resoconti di alcune donne prostituite va letta con gli stessi strumenti concettuali che utilizziamo per capire la negazione di altre forme di violenza da parte di donne non prostituite. Non c'è nessun vantaggio nel riconoscere la violenza e la degradazione subite se la persona non vede una via di uscita, non ha gli strumenti per dare una lettura politica di quello che le è successo e se questi processi non avvengono in un contesto di sostegno emotivo e materiale. In assenza di queste condizioni, riconoscersi vittima è troppo doloroso e umiliante e forse inutile. 
(Patrizia Romito, Un silenzio assordante, p.137)

Citazioni rubate dalla pagina di Maria Rossi

Gli Usa combatterono il blocco sovietico, non perchè costituisse una minaccia militare (nella cronologia della corsa agli armamenti, gli Usa precedono sempre l'Urss), nè perchè era "comunista". Lo era anche la Cina, degli anni '70 e '80. Bensì, perchè era un mercato chiuso, il più grande impero territoriale, che al pari dei vecchi colonialismi, limitava l'espansionismo economico americano. Se davvero gli Usa avessero temuto una minaccia militare da parte sovietica, si sarebbero ben guardati dal promuovere la rottura della coalizione antifascista, dal dare avvio alla guerra fredda, come invece fecero, proprio valutando l'incapacità sovietica di reggere la competizione.

Era questo ciò che pensava George Kennan, il teorico della guerra fredda, e profondo conoscitore dell'Urss. Egli attribuiva effettivamente ai dirigenti sovietici velleità espansioniste, ma unicamente basate sulle teorie crolliste del capitalismo, cioè sul sedersi a riva in attesa di veder passare il cadavere del nemico. In realtà, secondo Kennan, per una serie di debolezze strutturali inerenti al sistema politico ed economico sovietico, l'Urss avrebbe avuto difficoltà, non solo ad espandersi ulteriormente, ma anche a mantenere il proprio controllo sui paesi dell'est europeo, come più avanti dimostreranno l'Ungheria (1956), la Cecoslovacchia (1968), la Polonia (1981) e infine il disfacimento dei regimi del Patto di Varsavia nel 1989. In queste condizioni, l'alleanza con l'Urss non era necessaria al mantenimento della pace, che infatti perdurò anche nella guerra fredda.

Quindi, la dottrina Truman non nacque dalla convinzione della esistenza di una minaccia sovietica, ma dalla valutazione che quel blocco antagonista fosse inferiore nella competizione, non avrebbe retto ed anzi sarebbe potuto divenire un grande mercato aperto per il capitalismo americano.

Ecco in sintesi la causa delle incomprensioni sul conflitto mediorientale. La spiega Alessandro Litta Modigliani su Notizie Radicali, pubblicazione del più filoisraeliano dei partiti italiani. Il conflitto è chiamato con il nome "sbagliato": israelo-palestinese. Al posto di quello "giusto": arabo-israeliano. L'articolo è ripreso dall'Opinione.

1) Il nome giusto del conflitto sarebbe “arabo-israeliano”, perchè la guerra cominciata nel 1948 e proseguita nel 1956, 1967, 1973, 1982, ha sempre visto gli stati arabi come controparte di Israele.

In realtà, l’attacco arabo al neonato stato israeliano avvenne quando la nakba era già in atto (Il massacro di Deir Yassin è precedente la proclamazione d’indipendenza). La guerra civile comincia nel novembre 1947, subito dopo il voto di spartizione all’Onu, e il conflitto esisteva già da molto prima del 1947-48.

Negli anni venti e trenta numerose furono le dimostrazioni di protesta da parte dei neo nati movimenti palestinesi, che sovente sfociarono in veri e propri scontri a tre tra l'esercito di Sua Maestà britannica, i residenti arabi e i gruppi armati dei coloni ebrei. Spesso gli attriti non erano dovuti all'immigrazione in sé, ma ai differenti sistemi di assegnazione del terreno: gran parte della popolazione locale per il diritto inglese non possedeva il terreno, ma per le abitudini locali possedeva le piante che vi venivano coltivate sopra (tra cui gli alberi di ulivo, che erano la coltura prioritaria e che, vivendo anche secoli, divenivano dei "beni" passati di generazione in generazione nelle famiglie); di conseguenza, molti terreni usati dai contadini arabi, erano ufficialmente (per la legge inglese) senza proprietario e venivano quindi acquistati (o ricevuti in affidamento) da coloni ebrei appena immigrati che, almeno in un primo tempo, erano ignari di questa situazione. Questo meccanismo, unito alle regole con cui venivano solitamente gestiti i terreni assegnati ai coloni (la terra doveva essere lavorata solo da lavoratori ebrei e non poteva essere ceduta o subaffittata a non ebrei), di fatto toglieva l'unica fonte di sostentamento e lavoro a moltissimi insediamenti arabi preesistenti (Wikipedia).
Ma, dopo aver sostituito “palestinese” con “arabo”, retrodatare l’inizio del conflitto “arabo-israeliano” a prima del 1948 implicherebbe sostituire anche “israeliano” con “sionista”. Il principale manuale di riferimento del conflitto, Vittime, ad opera di Benny Morris, ha per sottotitolo: Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001. Definizione che, se introdotta nel linguaggio pubblicistico corrente, evocherebbe la messa in discussione della legittimità di Israele, già definito “entità sionista” dai suoi nemici, proprio per negarne il riconoscimento come stato. Tuttavia, la negazione di una soggettività politica (quella palestinese), inevitabilmente fa traballare anche l’altra (quella israeliana).

2) Il nome "sbagliato" del conflitto sarebbe israelo-palestinese, per tre ragioni: 1) l’intifada palestinese sarebbe solo una guerra per procura (gli stati arabi farebbero la guerra ad Israele attraverso i palestinesi, impossibilitati a farla direttamente), 2) Controparte di Israele è anche Hezbollah, partito islamista libanese sciita (mentre i palestinesi sono sunniti), 3) Infine, l’Iran che vuole dotarsi dell’arma nucleare per dominare il mondo arabo e distruggere Israele. L’Iran che è non è neppure uno stato arabo.

Qui le cose si complicano. 1) Come il soggetto del conflitto lo si può estendere da un lato, lo si può estendere anche dall’altro. Se i palestinesi sono armati e finanziati dall’Iran e da alcuni paesi arabi, Israele è finanziata e armata dagli Stati Uniti e da alcuni paesi europei, oltre che dalle comunità della diaspora ebraica. La stessa Israele, fin dal suo progetto originario, si concepisce come un avamposto dell’Occidente in un mondo di barbari. 2) I palestinesi vengono definiti sunniti, ma il sunnismo è un orientamento dell’Islam, può riguardare Hamas, ma molte organizzazioni palestinesi a cominciare da Fatah, sono laiche. Se si vogliono connotare i palestinesi per appartenenza religiosa, come si fa per gli Hezbollah e l’Iran, si finisce per parlare di una guerra di religione. Allora il nome giusto del conflitto sarà “ebraico-musulmano” o peggio ancora “giudaicocristiano-musulmano”. 3) Impossibile, infatti, tenere l’Iran persiano nei confini di un conflitto “arabo-israeliano” se non intendendo l’arabo come un sinonimo del musulmano.

Se è un conflitto di religione che coinvolge più stati, ne risulta il vecchio conflitto di civiltà, pensato dopo il 1989, da Samuel P. Huntington, precursore involontario dei neocons. I radicali, in materia mediorientale, hanno molto in comune con i neocons. Che lo schema fosse congeniale ad Israele fu intuito da Sharon nel 2001, dopo l’attacco alle torri gemelle, secondo cui il conflitto “israelo-palestinese” non era altro che la prima linea del conflitto di civiltà. Sharon come Bush e Arafat come Bin Laden. Al Qaeda fu in effetti una grande sciagura per le sorti della seconda intifada.

Tuttavia, credo Litta Modigliani, preferisca uno schema nel quale Israele risulti solo contro tutti, o quanto meno contro un grande insieme arabo-musulmano (persiani inclusi). I suoi argomenti non sono del tutto sbagliati (a parte l'idea che gli stati arabi abbiano ancora in cima ai loro pensieri la guerra ad Israele). Lo diventano se pretendono di essere esclusivi, di voler sostituire altri argomenti invece che limitarsi ad aggiungersi. E’ evidente che esiste una tensione tra Israele e Iran, come tra Israele ed Hezbollah. E’ evidente che sono esistite guerre arabo-israeliane. Così come è evidente che esiste un conflitto israelo-palestinese. Questi conflitti esistono tutti insieme e di ognuno va riconosciuta la sua specificità, la sua ragion d’essere, irriducibile entro questa o quella cornice. Spiegarsi tutto con un odio e un fanatismo fuori contesto, è un buon modo di dialogare come un sordo.

L’articolo non spiega se quella palestinese sarebbe una guerra per procura, perchè i palestinesi da soli non avrebbero la forza di ribellarsi all’occupazione israeliana dei loro territori, o perchè non avrebbero in realtà alcuna ragione per ribellarsi e la stessa occupazione israeliana neppure esisterebbe se solo i palestinesi si comportassero bene (o tutti gli arabi dovrebbero comportarsi bene?). Lo sguardo che riduce i palestinesi a pedine di forze più potenti (gli stati arabi, l’Iran), che nega loro ogni soggettività, ogni ragione autonoma di conflitto, è speculare allo sguardo di chi si spiega ogni conflitto - dalle pussy riot alla guerra civile siriana - come frutto di un complotto della Cia, di una interferenza americana o occidentale volta a destabilizzare questo o quel regime. Le interferenze ci sono, ma queste non annullano e non sovrastano le cause interne e autonome di quei conflitti. Allo stesso modo, gli interessi degli stati arabi o dell’Iran non annullano la causa palestinese, l’aspirazione all’autodeterminazione o quanto meno il riconoscimento di uno status giuridico, di una cittadinanza. E’ infatti, ben difficile sobillare, strumentalizzare e armare la minoranza palestinese residente e cittadina in Israele. La questione palestinese è precedente il 1948, era già implicita (proprio perchè negata) nello slogan originario del sionismo, una terra senza popolo, per un popolo senza terra, e viene rilanciata nel 1967 con l’occupazione e poi la colonizzazione di Gaza e della Cisgiordania.

E’ comunque vero che sul conflitto mediorientale esiste un dialogo tra sordi, anche più di uno. Tra chi vede solo diritti esclusivi e concepisce il conflitto come un gioco a somma zero. Tra chi è favorevole alla convivenza, ma presume che i diritti di una parte debbano essere subordinati a quelli dell’altra. E tra chi pensa che gli uomini siano tutti uguali e pure i diritti debbano essere uguali, riconosciuti allo stesso modo, incondizionatamente, reputando perciò intollerabile che da oltre 40 anni, a tre milioni di persone sia negata la sovranità e l’indipendenza sulla propria terra e nello stesso tempo sia negata la cittadinanza dello stato occupante.

Le donne provocano, desiderano, fantasticano, vogliono. E così le prendono. Uno dei luoghi comuni più odiosi è quello secondo cui alle donne piace essere maltrattate. Questa credenza, in modo esplicito o sottointeso, indica in un naturale masochismo femminile la causa principale, o una concausa molto importante, della violenza maschile. Una credenza che agisce nella coscienza diffusa, che fa puntare l’obiettivo su di lei quando rimane vittima della violenza di lui. Che si domanda perchè lo ha sposato, perchè non lo ha lasciato, perchè gli ha concesso ancora un incontro, perchè lei non ha fatto per tempo le cose giuste e nel modo opportuno per evitare di essere colpita. Alla fine è colpa sua, se l’è cercata o se l’è meritata. Lui certo è un violento, ma questa è una condizione normale. Lei ha davanti un albero, deve fermarsi o deviare, altrimenti va a sbattare e se va a sbattere tutti gli interrogativi riguarderanno lei e non l’albero che è sempre stato lì.

Talvolta la colpevolizzazione della vittima viene messa in atto persino nei commenti a situazioni impreviste e improvvise, quali possono essere un’aggressione per strada o nella violazione del proprio domicilio, come racconta Anna Salter (2009). Così come nei consigli preventivi: ad esempio la polizia di Brooklyn, che suggerisce alle ragazze di vestire abiti più castigati per evitare gli stupri. Tuttavia, come insegna certa giurisprudenza italiana, anche l’abito più castigato può essere una prova a sfavore.

Da certi ambienti religiosi, lo spirito soffia nella stessa direzione: Le donne subiscono violenza perchè provocano (Associazione Gesù e Maria 2012), Le donne provocano gli stupri (Vescovo di Foligno 2011). Qui, come dall’altra parte dell’oceano.

Passando dalla realtà alla creatività artistica, le cose non migliorano. Marco Ferradini è entrato nella storia della canzone (e nei ricordi di tutti) solo grazie ad una strofa del suo Teorema. La conclusione del testo corregge e smentisce, ma le parole che sono rimaste impresse per decenni nella nostra testa sono quelle che recitano: Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore (...) e allora si vedrai che ti amerà... Un luogo comune per esser vero si accontenta di poche conferme, a dispetto di molte eccezioni, e chiunque può dire di conoscere almeno una donna come quella cantata.

Di tanto in tanto, un’attrice, una cantante famosa, in genere una sex symbol, confessa di gradire poca o tanta brutalità maschile, con immancabile enfasi mediatica, da Eva Longoria a Rihanna. Vero o falso, ne guadagna in facile pubblicità.

La letteratura dà il suo contributo. In testa alle classifiche dei libri più venduti del 2012, Cinquanta sfumature di grigio, seguito da Cinquanta sfumature di nero, e Cinquanta sfumature di rosso, trilogia ad opera di Erika Leonardi, in arte E. L. James, inclusa dal Time Magazine nella lista delle 100 persone più influenti del mondo. E’ la storia di una ragazza ribelle che si sottomette ad un maschio dominatore. (...)

Ad Ana viene proposto un contratto, in cui sono elencate le "regole" da seguire durante la relazione con Christian: il loro rapporto dovrebbe essere ricondotto al ruolo di Dominatore e Sottomessa. Christian è abituato a non avere nessun tipo di relazione affettiva con una donna, il contatto è limitato alla sola vita sessuale, in cui lui impartisce ordini e la donna deve compiacerlo o verrà punita. I comandi variano dal tipo di vita da seguire durante la giornata, agli atteggiamenti da avere durante i momenti di intimità: così il bello e affascinante Christian si trasforma in un essere sadico-masochista, dalle tendenze sessuali fuori dalla norma. A differenza però di tutte le donne con cui è stato, Ana si rivela essere una novità, difficile da gestire, ma soprattutto da interpretare e l'ingenua e innocente Ana, invece di rifiutare, si butta a capofitto in questa relazione, pensando di essere in grado di gestirla. Pian piano viene travolta in una realtà di erotismo e di pratiche BDSM mai immaginate prima, in cui dolore e piacere si uniscono in un connubio inscindibile di cui non può fare a meno (Wikipedia).

L’opera, edita in Italia da Mondadori, è valorizzata da Panorama, perchè permette alle donne di sentirsi finalmente libere, sottomesse e felici. Si dirà, è una rivista conservatrice e berlusconiana. Sfogliamo allora una rivista progressista e antiberlusconiana, il supplemento Donna di Repubblica. Nel suo ultimo numero pubblica i risultati di uno studio scientifico sulle fantasie erotiche femminili. Prima fantasia, neanche a dirlo, quella di essere stuprate.

La complessità del cervello femminile si riflette nella produzione, frenetica e sorprendente, di fantasie sessuali. Non ci sono limiti all'immaginazione delle donne quando c'è di mezzo il desiderio. Persino un evento aberrante come lo stupro può diventare fonte di eccitazione, così come esser costretta ad avere un rapporto orale, anale o ricevere avances da parte di un'altra donna. 
La semplicità del cervello di un comune consumatore di pornografia non avrebbe saputo desiderare di meglio.

Se questo è l'immaginario stereotipato di certa cultura popolare, amministrativa, religiosa, patinata, conservatrice o pseudoprogressista e pseudoscientifica, proviamo ad esplorare l'immaginario della cultura alternativa, più alternativa che si può, dove potremo ascoltare e leggere finalmente qualcosa di diverso (?). Eccoci sul blog “Femminismo a Sud”:

(...) Immaginate cosa deve essere un dolore a due, dove la coppia esiste in co-dipendenza. Dove gli incastri sono perfetti. Lui cerca una che goda dell’imposizione di passioni cicliche, altalenanti, esplosive. Lei ne è attratta e ne ha paura allo stesso tempo. Lui impone dolore e odore e lei si eccita all’odore ma teme il dolore.
Sono due creature informi che si riattivano della reciproca esistenza. Si fiutano l’un l’altr@ e si feriscono, l’un@ con la totalizzante presenza e l’altr@, forse, con la persistente indifferenza. Il caldo e il freddo, altalenanti, non mi ferire, feriscimi, perché il dolore è vita, perché io voglio vivere, perché ho paura di vivere.
Il dolore a due è una danza, il cui ritmo cresce, gioisce, scivola, muore, rinasce e ricresce. La violenza è parte di tutto questo. Perché la passione non è mai piatta. Provate a chiedere alle donne che sono sopravvissute alla violenza se quell’amore dipendente l’hanno più provato, se l’hanno archiviato con facilità, se la loro carne è viva o se è sopita. Se la violenza sia un dolore o una necessità (...). 

Che dire? Tutto il mondo è paese.
Cambiano le sfumature. Tra cinquanta, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Su questa copertina ha detto quello che c'era da dire Norma Rangeri sul Manifesto. Scontato il repertorio delle reazioni in difesa.

La copertina è ironica. Quindi, se non l'apprezzi non hai il senso dell'umorismo. Perchè questo è il senso dell'umorismo: non la mia capacità di farti ridere, ma la tua capacità di ridere delle mie battute e trovate. Se è ironica, la copertina dissimula o dissacra qualcosa. Forse. Dev'essere il sacro cuoco e la sacra abilità culinaria accostati alla profana donna e alla sua profana sessualità. Senza offesa, s'intende (per il sacro o per il profano?). Ironico potrebbe essere solo comico. Una cosa fatta per divertire, far ridere, sorridere, provocare. Un meccanismo del comico è il cliché che si ripete. Donna nuda e doppio senso sono tra le cose più ripetute del mondo. Almeno in Italia. Per non dire della macchietta dell'uomo che non deve chiedere mai: lui in posa rigidamente indifferente dietro una simboleggiante orata nel pugno di una adorante modella. Certo che fa ridere. Molte rappresentazioni offensive fanno ridere. La comicità di per sè non nega l'offesa. La negano solo i comici dopo che sono stati contestati.

La critica della copertina è moralista. Come se volesse rivestire la donna nuda per difendere il pubblico decoro. Eppure motivo della critica è il corpo della donna reso oggetto, usato come gadget per vendere qualcosa, un auto, un cuoco, una banca, una vacanza, qualsiasi cosa. Fosse stato nudo lui il pubblico decoro ne avrebbe risentito di più, ma questa critica non esisterebbe. Sarebbe stato più logico. Se la copertina vuol significare l'irresistibile attrazione per il cibo e chi lo cucina, ha senso esibire doti e grazie dell'attraente, non quelle dell'attratta.

La modella è libera di spogliarsi. Senza dubbio, ad essere in discussione non è la libertà individuale della modella, ma la rappresentazione scelta da GQ e dallo chef. A dirla tutta, neppure le commesse, le call-center, gli impiegati, gli operai, i minatori, etc sono costretti in catene. Ciò nonostante stanno all'interno di un modello produttivo analizzato e criticato più volte.

Non è un fatto grave, la reazione è esagerata. Una copertina non è un fatto grave. Ma sta su uno sfondo grave, lo esprime e lo rinforza. Un contesto nel quale gli uomini sono soggetti e le donne oggetti, dove la violenza è un fatto deplorato, ma considerato normale, dove l'umorismo più praticato consiste nell'apostrofare come troia questa o quella o tutte. Su una copertina si possono trovare molte scuse, le solite, su una sequenza di copertine, di cartelloni, di spot, di gag, si trovano le costanti. Come nel documentario «Il corpo delle donne», le scene viste in sequenza fanno tutto un altro effetto delle singole scene viste nei singoli programmi. La sequenza ti cambia lo sguardo, ti fa vedere quel che si ripete sempre, la sostanza (offensiva) di quella comicità, che usa le donne in funzione degli uomini.

Gli fate solo pubblicità. E' l'idea espressa da una massima di Oscar Wilde, pare fatta propria da Churchill. «Non importa come se ne parla, l'importante è che se ne parli». Però l'insofferenza alle critiche sembra dimostrare il contrario. Cracco rimprovera Rangeri di non aver letto neanche l'articolo, altrimenti avrebbe capito la copertina. Io l'articolo sinceramente non l'ho letto e data quella illustrazione  (e altre foto) non mi interessa neanche leggerlo. Se mi ricorderò di questo famoso chef è solo perchè si è fatto fotografare con una modella nuda. E se un giorno lo sentirò citare, non mancherò di rievocarlo. Anche questo è un effetto pubblicitario.

E' una lotta contro i mulini a vento. Sarà. Ma i mulini a vento non si giustificano, non fanno la parte degli ironici e brillanti incompresi.

E già che siamo in lotta, diciamo pure che è indegna l'esposizione di quell'orata. Non perchè rappresenta (con stupefacente originalità e fantasia) un simbolo fallico. Perchè è il corpo morto di un essere che era vivente. Fosse stato un cadavere l'avremmo pensata così. Ma noi siamo esseri umani e ci diamo molto più valore. Prova ne sia che con la nostra umanità sappiamo ridere di una orata morta, messa davanti al pube di un seduttore inflessibile come un baccalà, nel pugno di una modella liberamente nuda e «onorata di posare per GQ».


Aggiornamento:
Offende la dignità femminile

Esiste un dibattito pubblico sulle controversie giuridiche e di opportunità in merito alla trattativa stato-mafia e sulle relative inchieste delle procure, in particolare quella di Palermo. Il presidente della repubblica ha sollevato presso la corte costituzione un conflitto di attribuzione per ciò che concerne le sue conversazioni telefoniche con Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza. La consulta gli ha dato ragione. 

A questo dibattito pubblico però sembra che Antonio Ingroia non debba partecipare, neanche dal confino in Guatemala. Le sue critiche alla sentenza sono paragonate alla infuriate berlusconiane e Forza Italia vuole intentare una causa contro di lui, raccogliendo le firme sul web. Motivo per cui è già partita una petizione a favore: www.iostoconingroia.it

Tutte le sentenze possono essere criticate. Bisogna poi vedere se la critica ha fondamento, come è argomentata e se proposta in modo tale da non delegittimare i giudici. Di solito, quelli che criticano le sentenze sono parte in causa come imputati e inquisiti e anche come legislatori di proposte di legge che limitano l'indipendenza dei giudici o il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Non mi sembra questo il caso. Ingroia è accusato di aver violato la legge. Anche nel dibattito pubblico. Perchè non può difendersi?

La consulta ha emesso la sua sentenza (le cui motivazioni sono ancora ignote). Ma l'ex pm dissente. E con lui non solo Marco Travaglio, ma anche eminenti giuristi come Gustavo Zagrebelsky e Franco Cordero dissentono. Perchè non possono dirlo? Peraltro gran parte della contesa si fonda sulla confusione tra intercettazioni dirette e intercettazioni accidentali, poichè nessuno ha deciso di intercettare il presidente della repubblica. Intercettato era Nicola Mancino, che ha telefonato a Giorgio Napolitano.

Le sentenze non si mettono in discussione nel senso che non si possono non applicare (ma è da vedere se questa sentenza può essere di chiara applicazione). Tuttavia si possano criticare. Inoltre, dal luglio 2012, Ingroia non è più un pm della procura di Palermo, l'inchiesta oggetto della sentenza non è più sua. L'altra parte in causa, il presidente della repubblica, non si è astenuto dal dire quello che pensa. Come anche il capo del governo, parlando a proposito delle intercettazioni di violazioni e abusi «sotto gli occhi di tutti», ben prima che la consulta si pronunciasse, e quindi obiettivamente condizionandola. Tutti possono parlare contro il pm, ma il pm non può rispondere.

L'intercettazione indiretta, essendo indiretta, non è il frutto di una decisione della procura. Intercettato è un indagato per falsa testimonianza che telefona al presidente. La procura, senza volerlo, ha in mano una intercettazione del presidente. Ciò non c'entra nulla con il fatto che il presidente non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni (ammesso che accettando di interloquire con le richieste di un indagato, stesse esercitando le proprie funzioni). Il presidente infatti non è stato accusato di nulla, appunto le intercettazioni sono state ritenute irrilevanti. Peraltro se dalle intercettazioni fosse possibile (teoricamente) ricavare il fondato indizio di alto tradimento o di attentato alla costituzione - per esempio, per passare informazioni che sono sotto segreto di stato - le intercettazioni sarebbero utilizzabili. Escludere invece che lo siano, presuppone una valutazione.

Ha poco senso dire che le intercettazioni del presidente non devono neanche essere ascoltate: sono state registrate in automatico. Esistono. Secondo l'interpretazione favorevole al diritto alla riservatezza del presidente, vanno distrutte con una procedura che le sottragga al contraddittorio, altrimenti diventano pubbliche. Secondo invece una interpretazione favorevole al diritto alla difesa le intercettazioni vanno sottoposte alla valutazione delle parti. Il punto è: prevale il diritto alla difesa degli indagati o il diritto alla riservatezza del capo dello stato? Il diritto alla difesa è un diritto costituzionale.

Una intecettazione può essere usata anche come prova o documento utile per difendersi. Perciò, il GIP non può distruggere le intercettazioni senza il consenso della difesa. L'indagato ha il diritto di avere a disposizione tutti gli atti prodotti dall'istruttoria. Sta a lui valutare se possono servirgli o meno. Se il GIP distrugge un atto, un qualsiasi atto, senza il suo consenso, viola la costituzione e lui può denunciarlo. Questo principio non vale più se nell'atto è accidentalmente registrata una conversazione del presidente della repubblica? Sarà interessante leggere nelle motivazioni della sentenza, come la consulta spiega la precedenza di questo principio ipergarantista a tutela del presidente.

Ciò detto, le polemiche, le controversie, i conflitti di attribuzioni relativi all'inchiesta, finiscono per oscurare i contenuti della stessa. Così, in tema di domande ultime, valgono quelle poste da Alfonso Gianni: (...) Ma ciò che è più importante, al di là di disquisizioni causidiche, è che rimangono senza risposta alcune fondamentali domande. Andando dalla più lieve alla più grave: perché Mancino telefonava al Quirinale? Cosa successe e perché ci fu la trattativa Stato-Mafia agli inizi degli anni Novanta? Forse qualcuno allora volle applicare misure da "stato d'eccezione" per dirla con Agamben e qualcun altro oggi vuole coprire quella pagina? Che relazione c’è tra quest’ultima e l’uccisione in particolare di Paolo Borsellino? Le "ragioni del diritto" di cui vaneggia oggi Scalfari nel suo editoriale non saranno mai ristabilite finchè non si darà risposta esauriente e convincente a queste domande.

Questa descrizione di un elettorato del PD benestante e quindi indifferente alle politiche del governo Monti, sembra più una proiezione che un'analisi (su cosa si basa?). Occorrerebbe qualche dato sulla composizione degli iscritti o degli elettori. Molti anni fa (1994), lessi un libro sulla composizione degli elettorati (Rifondazione, Pds, Forza Italia, An). Risultavano tutti misti, con alcune prevalenze. Con mia sorpresa, l'incidenza dei liberi professionisti era più alta in Rifondazione che nel Pds. Elevata anche l'incidenza di laureati e diplomati.

A naso, credo di poter dire che il Pd è un partito del ceto medio (più tendente al basso che all'alto). Le persone che ho visto alle primarie, tra gli elettori e gli scrutatori, avevano un aspetto normale, non trasandati, ma neanche particolarmente eleganti, tipo operai, impiegati, casalinghe.

Neanche il PCI era un partito di «poveri». Nelle regioni rosse teneva insieme operai, contadini, artigiani e piccoli imprenditori, soci delle cooperative. Nelle città industriali era il partito dell'aristocrazia operaia, dell'operaio specializzato, più che del generico. 

Nell'attuale PD credo sia cresciuta l'incidenza dei pensionati e del pubblico impiego, prima più appannaggio della Dc e poi di An. Una componente relativamente protetta dalla crisi, perchè - almeno nell'immediato non rischia i licenziamenti - ma ha i salari fermi da più di tre anni, è stata nel mirino del governo Berlusconi con la campagna sui fannulloni e adesso, con la manomissione dell'articolo 18 e con la spending review, comincia ad essere a rischio anche lei. Lo spettro della Grecia incombe sui dipendenti pubblici.

Certo, è un elettorato che non chiede prospettive di rivolta o rivoluzione, chiede sicurezza e protezione.

SPI-CGIL, analisi dell'elettorato italiano (Roma, 4 luglio 2012)

Si vota per il secondo turno delle primarie del PD. Anzi, del centrosinistra. Il primo turno è andato bene per livello di partecipazione. Circa tre milioni di elettori. Un dato che forse farà delle primarie un metodo permanente per la selezione dei candidati. L’esito del voto invece è stato meno buono. Ha prevalso, come era nelle prevsioni, il segretario Pierluigi Bersani, cioè il candidato centrista, mancando però l’obiettivo della maggioranza assoluta, che gli avrebbe permesso di vincere al primo turno. Il candidato di destra Matteo Renzi, è andato molto sopra il 30 per cento. Il candidato di sinistra Nichi Vendola molto sotto il 20 per cento. Irrilevanti le percentuali di Laura Puppato e Bruno Tabacci. 

Mi dispiace molto per Laura Puppato. L’unica candidata donna. Questo è un limite tanto serio, quanto dato per scontato e sottovalutato. La principale forza progressista del paese ha schierato cinque candidati alle primarie. Quattro uomini e una donna. Tre uomini realmente in lizza per un risultato di rilievo nazionale. E’ una espressione di arretratezza, tanto più arretrata in quanto vissuta con indifferenza, nonostante i proclami degli stessi candidati per la parità di genere nella composizione del futuro governo.

Nichi Vendola, dopo le elezioni regionali e la sua riconferma a governatore della Puglia (2009) e fino all’avvento del governo Monti (novembre 2011), era considerato il possibile candidato vincente di eventuali primarie del centrosinistra. Invece alla prova della consultazione, ha raccolto solo i suoi voti, come Bertinotti nel 2005 contro Prodi. Un esito così deludente, anche se ormai previsto e annunciato dai sondaggi, è stato spiegato con una collocazione tutta interna al Partito democratico. Con la rinuncia a riaggregare e ricostruire una sinistra autonoma dal Pd.

Con i suoi voti, Vendola può concorrere alla vittoria definitiva di Bersani nel secondo turno e ottenere per sè una posizione di prestigio nei futuri assetti istituzionali. Si parla di una nomina a commissario europeo. Così come Bertinotti ottenne la presidenza della camera. Ruoli importanti, ma non direttamente coinvolti nel governo. Perchè le opportunità di esercitare un effettivo condizionamento sono minime, se non nulle. Di Bersani si elogia la capacità di mediazione. Medierà soprattutto con il candidato di destra (se rimarrà, come dice, nel centrosinistra). Come personalità, Bersani può somigliare ad Hollande. Ma le condizioni in cui si trova ad operare sono sensibilmente diverse. Hollande sconfisse nelle primarie la candidata di sinistra Martine Aubry, mentre lui rappresentava l’opzione moderata. E per formare la sua maggioranza non ha poi dovuto cercare l’alleanza con forze equivalenti all’Udc. Qui in Italia, Bersani contro Renzi è l’opzione di sinistra e nel prossimo parlamento rischia di essere condizionato soltanto da destra, se le sinistre divise rimarranno di nuovo escluse non riuscendo a superare la soglia di sbarramento.

Per quanto il danno sia ormai compiuto, è meglio che al secondo turno Bersani vinca con il miglior risultato possibile. Non è il candidato ideale. E’ un amministratore pragmatico. Uno che pensa di rendere un po’ più equa l’agenda Monti, più graduali le riforme delle pensioni e del lavoro. Con queste sue caratteristiche, è anche un leader che non chiude definitivamente a destra la mutazione genetica del principale partito della sinistra. Come i suoi predecessori, dirigenti del Pds/Ds/Pd, Bersani è un amministratore che pensa di temperare la corrente più forte e se cambia il vento, può cambiare anche lui. In questo Matteo Renzi è diverso: non è moderato per realismo, per senso di responsabilità, o per paura. Al liberismo, all’atlantismo, egli esprime proprio un’adesione valoriale. Per Renzi, la parola «merito» è più bella di «uguaglianza», la Palestina all’Onu è da bocciare, gli F35 sono da comprare, l’età pensionabile è da alzare (anche con gli scaloni), dell’articolo 18 non gliene può fregar di meno, i negozi possono, anzi devono, rimanere aperti il primo maggio, il cimitero dei feti si può concedere al Movimento della vita, la questione meridionale è data dalla mentalità del sud, l'acqua si deve privatizzare e gli inceneritori non fanno venire il cancro. Se Bersani vorrebbe ma non può, Renzi vuole proprio qualcos’altro.

Non predico il meno peggio o il voto utile. Questioni che si porranno il giorno delle elezioni, quando ci sarà da valutare anche la possibilità di scegliere una sinistra alternativa. Oggi non c’è un’alternativa, ci sono solo due candidati alla guida del centrosinistra. Per quanti limiti possa avere, è meglio che il candidato scelto sia una personalità non estranea alla vicenda del movimento operaio.

Annoto qui alcune citazioni lette sulla pagina FB di una mia amica.

Quel che la prostituta vende veramente non è sesso, è degradazione. E l'acquirente non sta comprando sessualità, ma potere, potere su un altro essere umano, l'ambizione vertiginosa di essere, per un determinato periodo di tempo, signore della volontà di un altro. 
(Kate Millet, Prostituzione. Quartetto per voci femminili)

La retorica della scelta protegge sia le donne prostituite, la loro stima di sé e il loro senso di autonomia, sia le altre, le non prostituite, che possono così evitare di confrontarsi con l'obiettiva miseria della sessualità di molti uomini e il loro disprezzo per le donne. 
(Patrizia Romito, Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori).

Alcune teorie psicologiche [ad esempio quella della corresponsabilità] possono diventare strumenti potenti per colpevolizzare le vittime [di violenza] e ridurle all'impotenza. Più in generale, la psicologizzazione consiste nell'interpretare un problema in termini individualistici e psicologici piuttosto che politici, economici o sociali e nel rispondere di conseguenza in questi termini. E' un meccanismo sociale potente per disinnescare la consapevolezza dell'oppressione e la potenziale ribellione.
La psicologizzazione è quindi una tattica di depoliticizzazione a sostegno dello status quo e dei rapporti di potere dominanti. 
(Patrizia Romito, Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori).

"Sembra dunque, in base ai nostri dati, che la motivazione dominante (anche se non esclusiva) nella frequentazione delle prostitute di strada sia l'esercizio della brutalità (sessuale e/o fisica) sulle donne. Rapportarsi a loro come "pezzi di carne" (giovani albanesi), "animali in calore" (nere) o "bambole di pezza" (tossicodipendenti) significa in fondo per il cliente spostare l'interesse da una forma di sessualità a una forma di sadismo.
[...] I corpi delle donne straniere possono essere insultati, irrisi, colpiti, violati, usati sessualmente. [..] L'impunità di cui godono i clienti e altri cittadini quando si confrontano con le prostitute più deboli, soprattutto straniere, appare qualcosa di ovvio e quindi, in ultima anlisi, implicitamente legittimato dalla società. E' questa che fornisce quadri di riferimento, cornici culturali e gerarchie, grazie a cui alcuni hanno accesso legittimamente all'uso della forza (il "senso di diritto" dei clienti), mentre altri esistono solo come esseri naturali, a nostra disposizione. Più in generale, la brutalità non è estranea a un codice di sottomissione degli stranieri, tollerabili solo [..] se in una posizione servile. [...] A noi sembra che questa cultura della sottomissione possa essere definita, senza esagerazioni, coloniale. Tipicamente coloniali sono l'ambivalente percezione (un misto di attrazione e repulsione) del corpo del nativo come lascivo, la sua rappresentazione come carne indifferente, priva di "anima" e di individualità, la sorridente indifferenza con cui il cliente umilia o brutalizza la donna - un comportamento analogo a quello del colonizzatore che spia le contorsioni di un nativo sotto la sferza" 
(Emilio Quadrelli, Corpi a perdere, in Alessandro Del Lago, Emilio Quadrelli, La città e le ombre)

La violenza è una strategia sistematica per mantenere le donne subordinate agli uomini.
Lungi dal consistere in comportamenti devianti o spiegabili con problemi psicologici del singolo uomo, la violenza maschile rappresenta uno strumento razionale, che per funzionare efficacemente, come di fatto funziona, necessita di un sistema organizzato di sostegno reciproco e di complicità ampie a livello sociale. 
E' altresì chiaro perché opporsi alla violenza maschile sia un compito così formidabile: si tratta infatti di mettere in discussione un sistema di controllo e di privilegi strutturato e ben radicato.
E' bene ripetere che ogniqualvolta si metta in discussione una forma di controllo sulle donne ci si deve aspettare un'opposizione violenta.
(Patrizia Romito, Un silenzio assordante)

Negare l'oppressione e la violenza subita è un comportamento tipico delle vittime e dei dominati, non limitato alle donne. Si utilizza la strategia del controllo interpretativo per cui se non è possibile controllare la realtà, si cerca almeno di controllarne il significato. 
(Patrizia Romito, Un silenzio assordante, p.173)

La non conoscenza ha una funzione per i dominanti come per i dominati e cioè il mantenimento dell'ordine delle cose. [...] E' proprio tra gli oppressi che la negazione dell'oppressione è più forte.
(Nicole-Claude Mathieu)

Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico, [..] la legge del diritto sessuale maschile viene affermata pubblicamente e gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne. Ecco cosa c'è che non va nella prostituzione.
(Carole Pateman, Il contratto sessuale, pp.270-271)


Testimonianze eloquenti di clienti francesi di donne prostituite (con relativa traduzione)*:

La prostituta: una merce
«Una donna che si prostituisce, la si può prendere come un oggetto. [..] E' come quando si va a comprare qualche cosa per gratificarsi.»
«Une prostituée, on peut la prendre comme un objet [...] C'est comme quand on va acheter quelque chose pour se faire plaisir»

«Per l'uomo, è il bisogno di scoprire nuove cose, nuovi corpi femminili. E' come se si entrasse in un supermercato e si scegliesse la merce. Si legge l'etichetta, questa mi piace, questa no, si prende o non si prende».
«Pour l'homme, c'est le besoin de découvrir de nouvelles choses, de nouveaux corps féminins. C'est comme si on rentrait dans un supermarché et qu'on choisissait sa marchandise. On lit l'étiquette, ça plaît, ça ne plaît pas, on prend ou on ne prend pas».

«Come Le diranno molti uomini, le donne, ad eccezione della propria madre, sono oggetti sessuali»
«Comme beaucoup d'hommes vous répondront, à part sa mère, les femmes c'est des objets de plaisir»

La prostituta: bambola inanimata
«L'ideale sarebbe che fossero inanimate [..] che fossero bambole con un meccanismo estremamente sofisticato.»
«L'idéal serait qu'elles n'aient pas d'âme [..] que ce soit des poupées avec une mécanique extrêmement sophistiquée»

L'ebbrezza del dominio
«Io credo che sia il potere di sottomettere, cioé di possedere qualcuno con il denaro.»
«Je crois que c'est le pouvoir de la soumission, c'est-à-dire de posséder quelqu'un par la valeur de l'argent».

Il dominio e la violenza implicita nella prostituzione
«Senza far del male alla donna... io mi vendico un po' su di lei di qualcosa, sento la sessualità, la penetro con un po' di violenza. In fondo a lei, a lei piace, le sta bene...[..] Non provo amore, sento la bestialità, non l'amore. Attenzione, non che le voglia far male....Toh guarda!, la domino».
«Sans faire de mal à la femme...je me venge un peu sur elle quoi, je sens la sexualité, je la pénétre un peu violemment. Enfin elle, elle aime ça, ça va. [..] Je ne ressens pas l'amour, je ressens bestialité, pas l'amour. Je ne pas envie de faire mal, attention...Tiens, je la domine».

La teorizzazione della specializzazione delle prestazioni di servizio. Ovvero: due o più donne sono meglio di una sola: la moglie per stirare camicie e la prostituta per far sesso.
«Avere una donna che non vi dà nulla a letto, ma che vi offre molte altre cose: un sorriso, un pasto, un abito stirato e da cui non ci si vuole separare. E si va da un'altra ragazza perché a letto non si ha niente (non si è soddisfatti o non si fa niente)».
«Avoir une femme qui ne vous apporte rien au lit, mais qui vous apporte tellement de choses à côté, un sourire, un repas, un vêtement repassé et qu'on n'a pas envie de s'en séparer. Et on va voir une autre fille à côté parce qu'au lit on n'a rien».


*[Claudine Legardinier et Saïd Bouamama, Les clients de la prostitution. L'enquête, 2006; Saïd Bouamama, L'homme en question. Le processus du devenir-client de la prostitution, 2004]


La crudeltà, la disumanizzazione, il razzismo e la colonizzazione dominatrice dei corpi stranieri nelle testimonianze di alcuni giovani clienti genovesi (ragazzi tra i 17 e i 23 anni) intervistati dal sociologo Emilio Quadrelli:

«Ogni tanto vado con delle prostitute straniere. Sono stato sia con le slave che con le nere. Preferisco le nere. Sono una novità e poi mi sembra che si possa fare con loro quello che si vuole, sono un po' come delle bestie, sempre in calore che non patiscono niente. [..] Te l'ho detto, è come avere a che fare con degli animali. Vado con loro proprio per questo» [Cliente di 21 anni]

«Ogni tanto, diciamo una volta alla settimana, vado con le negre. Sono stato anche con altre prostitute, ma con le negre mi diverto di più, è come fare un safari. Mi sembra di andare a caccia. Mi sembra di cacciare degli animali grandi e grossi. Poi sono tutte uguali, vai nel mucchio, non hai il problema della scelta. Poi loro per i soldi fanno tutto, ti senti una potenza. Non mi interessa tanto la cosa di per sé, è l'idea di possedere un animale, di poterlo usare come ti pare che rende la cosa particolarmente eccitante. Una volta volevamo caricarcene una di forza in macchina e farcela senza pagare, ma ci è scappata e l'altro mio amico si è beccato anche un calcio nelle palle» [Cliente di 23 anni].

«Sono stato con delle prostitute straniere qualche volta. Ci vado perché loro sono così naturalmente, si vede che gli piace, sì lo fanno anche per guadagnare, però sono più portate, specialmente le slave, sembrano che non aspettino altro. Mi sembra che per le straniere sia il lavoro preferito. Poi con le negre sei anche curioso, sembrano un po' degli animali feroci, ci vai e ti sembra di rischiare, l'idea del rischio fa aumentare il desiderio. A volte lo dico per scherzo, a volte però lo credo sul serio, e magari le dico: "Ehi, non mi mangiare". [..] Quando vai con una nera che magari è settanta chili la paura ti viene, allora subentra il gioco di chi è più forte, di chi comanda.» [Cliente, 19 anni].

«Le negre non mi piacciono, con loro mi diverto, insieme ai miei amici, a farle arrabbiare. Ci fermiamo vicino a un gruppo, stiamo lì, così loro non lavorano, oppure passiamo, ci avviciniamo e quando quella si abbassa le tiriamo la testa dentro e le diciamo: <<adesso ci fai un pompino a tutti, se no non ti lasciamo andare, tanto sei una troia negra» [Cliente, 21 anni]

«Vado con le straniere in media una volta alla settimana, non ho preferenze, tanto le straniere sono tutte uguali, sono lì, basta pagarle, vengono qua apposta. Delle volte vado anche in giro ad infastidirle, magari siamo al bar e non sappiamo cosa fare e ci viene in mente di fare un giro per puttane. Le facciamo un po' di tutto, le insultiamo, ci avviciniamo e le tocchiamo e poi sgommiamo via, delle volte facciamo finta di investirle» [Cliente, 19 anni]

(Emilio Quadrelli, Corpi a perdere, in Alessandro Dal lago e Emilio Quadrelli, La città e le ombre, pp.231 e 237)

Qui ho scritto che l’eReader, in particolare il Kindle di Amazon, può presentare molti vantaggi rispetto alla carta stampata. Vantaggi di risparmio, quantità e archiviazione. Poi, qui ho scritto che il Kobo presenta alcuni vantaggi sul Kindle: legge il formato quasi universale .epub, non dipende dalla libreria Amazon, e i libri con esso comprati sono effettivamente comprati e non soltanti noleggiati in modo revocabile a discrezione del noleggiatore.

Ora aggiungo un’alternativa. Dato che gli eReader hanno un prezzo che varia dagli 80 ai 130 euro, a secondo del tipo e della marca e dato che essenzialmente gli eReader leggono soltanto libri elettronici, chi vuol spendere questo prezzo può considerare anche la possibilità di acquistare un mini-tablet o mini-ipad. Gli stessi Kindle e Kobo ne producono uno dai 160 ai 200 euro. E’ possibile trovarne anche intorno ai 100 euro. Uno l’ho trovato sul portale di Miglior Tablet. E’ il Mediacom Smart Pad. Con questo catalogo. L’unico che ho provato è il 706i. Si trova tra i 70 e i 90 euro. Il rapporto qualità/prezzo sembra buono. Per trovare altri prodotti basta cercare tablet confronta prezzi su Google, o cercare su un negozio online. 

Quale sia il rapporto con gli altri mini-ipad di marche più blasonate (Apple, Samsung, Sony, Google Nexus), è certamente superiore agli eReader. Unico punto di relativo svantaggio potrebbe essere la retroilluminazione tipica dei monitor, anche se ormai di aggressività molto ridotta. Tuttavia, permette di leggere qualsiasi cosa in qualsiasi formato. Oltre libri, riviste, giornali e qualsiasi documenti di testo, direttamente gli stessi siti, qualsiasi pubblicazione online. Leggere e scrivere, guardare video, ascoltare musica, fare foto, consultare la posta e i vari social-network.

In sintesi, a parità di prezzo, il mini-tablet o mini-ipad mi sembra vantaggioso rispetto all’eReader. Ma per saperne di più consultate e chiedete nei forum di supporto, per esempio nel forum di Android (sistema operativo per dispositivi mobili).

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