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Vittime della violenza maschile

Attaccare il concetto di vittima e le vittime stesse è un altro modo d’impedire che l’indicibile – che la violenza contro le donne è commessa da uomini – venga enunciato con chiarezza.
(Patrizia Romito)

Paradossalmente, il termine “vittima” è oggi contestato o rifiutato da molti – femministe e anti-femministi – lasciando un vuoto linguistico ma anche politico per indicare chi, senza colpa, ha subito un danno da parte di un’altra persona, o a causa di un incidente o di un disastro. Dovremmo domandarci perchè troviamo accettabile parlare delle vittime di un incidente sul lavoro o di un terremoto, mentre invece siamo imbarazzate a parlare di vittime della violenza maschile. 
(Patrizia Romito, Creare la confusione per far sparire i fatti: l'occultamento delle violenze maschiliste contro le donne)

Mi sembra che, se il termine vittima disturba, è proprio perché designa in maniera fin troppo chiara le relazioni di potere che sono in gioco: c’è un aggressore, che causa un danno, e una vittima, che lo subisce. Se così è, forse allora dovremmo reclamare, come scelta politica, il termine vittima. 
(Patrizia Romito, Ibidem)

Se parlo di vittime, non si tratta assolutamente di persone passive, irrimediabilmente abbandonate al loro destino. Non si tratta di uno stato irreversibile; inoltre, esser stata vittima a un certo momento della vita non significa che vittima si debba restare per il resto dei propri giorni. Utilizzo il termine vittima nel senso che queste persone non sono responsabili della violenza che è, o è stata, loro inflitta, nel senso che non hanno scelto di essere vittime, né erano nate vittime. Le vittime sono persone che si trovano confrontate a una realtà spesso brutale, e che fanno del loro meglio per tirarsene fuori”
(Irene Zeilinger, Non c'est non, 2008, p. 9).

Costruendo il fatto di essere vittima come uno stato psicologico, quasi una debolezza della vittima stessa, e non come una condizione obiettiva, il discorso anti-vittime contribuisce a negare la violenza maschilista e l’ingiustizia sociale che rappresenta, e a delegittimare le rivendicazioni delle donne che hanno subito violenza.
(Cole, 2007. Citato da Patrizia Romito)

L'assenza o la minimizzazione delle esperienze di violenza nei resoconti di alcune donne prostituite va letta con gli stessi strumenti concettuali che utilizziamo per capire la negazione di altre forme di violenza da parte di donne non prostituite. Non c'è nessun vantaggio nel riconoscere la violenza e la degradazione subite se la persona non vede una via di uscita, non ha gli strumenti per dare una lettura politica di quello che le è successo e se questi processi non avvengono in un contesto di sostegno emotivo e materiale. In assenza di queste condizioni, riconoscersi vittima è troppo doloroso e umiliante e forse inutile. 
(Patrizia Romito, Un silenzio assordante, p.137)

Citazioni rubate dalla pagina di Maria Rossi

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