Ignoriamo se la rottamazione del vecchio gruppo dirigente del PD sia davvero condivisa dalla maggioranza degli elettori del centrosinistra, ma è indubbio che il successo della campagna di Matteo Renzi esprima una crisi di legittimità di quel gruppo dirigente. In particolare di Massimo D'Alema. E pure di Walter Veltroni. La percezione della loro inadeguatezza è di vecchia data. Per molti anni, sono state ripetute come un tormentone due frasi di Nanni Moretti: «D'Alema, dì qualcosa di sinistra!» (1996); «Con questi dirigenti non vinceremo mai» (2001). Moderati e perdenti. Con la prima che spiega la seconda.

Eppure questi dirigenti hanno vinto due elezioni politiche (1996 e 2006) e molte elezioni amministrative. Per la prima volta hanno portato la sinistra al governo. Oggi il loro partito è dato dai sondaggi come il primo partito. Ciò nonostante, questi dirigenti sono poco amati e rispettati. Forse è una sensazione relativa al fatto che lo erano troppo i loro predecessori, dirigenti sacrali di un partito chiesa, che agli occhi delle masse comunque rappresentavano qualcosa in più di singole carriere politiche: l'antifascismo, la resistenza, la classe operaia, la costruzione della democrazia e del progresso sociale nel paese. Il paese e il partito crescevano insieme.

La spiegazione preferita dei vecchi leaders recita all'incirca così: «Sappiamo vincere, ma poi non sappiamo gestire le nostre vittorie, perchè siamo troppi divisi e litigiosi». In genere per colpa dei partiti minori, e soprattutto del «massimalismo» della sinistra antagonista. Perciò la soluzione più predicata e praticata è andata nel senso di confezionare leggi elettorali e strategie delle alleanze il più possibile favorevoli ai partiti maggiori. Tagliare le ali e assorbire i minori, per non ripetere mai più la crisi del '98 provocata da Bertinotti o la crisi del 2008 voluta da Dini e Mastella. Tuttavia, come insegna la lunga vicenda della Democrazia cristiana e come stiamo vedendo nelle primarie in corso, la divisione può riprodursi e manifestarsi in modo abbastanza aspro anche all'interno dello stesso partito.

Una spiegazione meno preferita, ma che tocca la sensibilità di una parte dell'opinione pubblica di sinistra, è il rapporto con Berlusconi. Trattato come un nemico nella retorica, ma come un interlocutore nella pratica politica. L'antiberlusconismo e il patto della crostata. E' una storia vecchia, forse più vecchia della Bicamerale con cui si voleva riformare insieme alla destra niente meno che la Costituzione e forse pure la Giustizia. Una storia che risale almeno al 1985, quando il giovane Veltroni collaborò al decreto Craxi per salvaguardare le tre reti berlusconiane dall'oscuramento dei magistrati, al fine di ottenere la gestione di una nuova rete Rai, Rai3. Vero o falso che sia, lo scambio è comprensibile. Spesso il compromesso è osteggiato dalla base non per ragioni di infantile purezza, ma perchè non è soddisfacente lo scambio o addirittura è del tutto ignoto. Il centrosinistra non ha regolamentato il settore televisivo, non ha fatto la legge sul conflitto d'interessi, non ha cancellato le leggi ad personam. Per ottenere in cambio cosa, non si sa.

Un'altra spiegazione molto avvertita, ad esempio dal pubblico del Fatto Quotidiano e di Michele Santoro, è relativa ai costi della politica e alla questione morale. Una classe politica poco efficiente e che chiede sacrifici ha molta difficoltà a giustificare i suoi stipendi, i suoi vitalizi, i suoi rimborsi spese, i suoi piccoli o grandi privilegi, magari superiori a quelli in uso negli altri paesi europei. L'argomento della casta tocca poco l'elettorato di destra che magari apprezza furbizie e gerarchie, ma fa storcere il naso all'elettorato di sinistra, soprattutto quando vede che al privilegio si aggiunge la corruzione, come accade nelle amministrazioni locali dove il PD è riuscito a collezionare oltre un centinaio di indagati, tra cui Filippo Penati, già presidente della Provincia di Milano e braccio destro del segretario nazionale Pierluigi Bersani. Molti di questi inquisiti sono indicati dalla stampa come «dalemiani». Si potrebbe parlare di singoli mariuoli (come fece Craxi), se non fosse che la reazione del partito (e dei suoi dirigenti) non sembra tendere ad una moralizzazione. Già il centrosinistra con ministro Mastella ebbe la tentazione di decidere una stretta sulle intercettazioni. In un cablo pubblicato da Wikileaks, D'Alema dice all'ambasciatore americano Spogli, che la magistratura è la più grande minaccia per l'Italia. D'Alema smentisce. Ma è inverosimile? In vista delle prossime politiche, il PD rompe proprio con Di Pietro il pm di Mani Pulite. E proprio in questi giorni concorre a fare una legge anticorruzione di pura facciata, che  non reintroduce il falso in bilancio, invece attenua le pene per la concussione e accorcia la prescrizione. Questo, mentre si impone l'austerità in un paese dove la corruzione costa 60 miliardi l'anno.

Qui è possibile trovare una ulteriore spiegazione. Aggravata dalla crisi, ma già anticipata dai fischi di Mirafiori contro i sindacalisti, al tempo dell'ultima Finanziaria del governo Prodi. Il centrosinistra al governo o nella maggioranza parlamentare non migliora le condizioni di vita della sua base sociale. Aumenta l'età pensionabile, l'aumenta di un colpo solo: cinque anni a chi è nato nel 1952, non risolve il problema degli esodati, difende solo parzialmente l'articolo 18, subisce i tagli lineari della spending review, approva il pareggio di bilancio nella Costituzione e poi il fiscal compact. Vorrebbe introdurre un po' di equità a livello nazionale, nel quadro di una politica europea di austerità che continua ad avere come priorità il rispetto dei parametri finanziari a scapito dell'occupazione e dello sviluppo. Già nei suoi precedenti governi, il centrosinistra ha perseguito come suo principale compito, il risanamento finanziario, come avrebbe fatto un buon e onesto governo liberale, senza riuscire a determinare una tutela del lavoro, tanto meno il suo progresso. Nè occupazione, nè redistribuzione del reddito, nè miglioramento del welfare. Al contrario, ha introdotto le prime leggi di precarizzazione del lavoro.

Faro della sinistra italiana è stato per molti anni Tony Blair. A lui viene attribuita una citazione nell'anno in cui vinse le elezioni e divenne primo ministro della Gran Bretagna (1997). All'ingresso di Downing Street, disse all'incirca così: «Alla scadenza del mio mandato, per fare un bilancio del mio lavoro guarderò alle condizioni dei lavoratori. Se saranno migliorate avrò fatto bene, se saranno peggiorate, avrò fatto male». Ecco, forse su questa base, il vecchio gruppo dirigente del PD ha fatto male.

Il presidente degli Stati Uniti può essere eletto soltanto due volte, dal 1951, anche se la consuetudine è valsa dai tempi di Washington e Jefferson. 

Il limite dei mandati è stato introdotto anche in Italia in alcune delle nuove leggi elettorali. Allo scadere del secondo mandato non è immediatamente rieleggibile il sindaco, dal 2000 e il presidente della regione, dal 2004. Alcuni sindaci, per potersi candidare una terza volta, hanno fatto un mandato da vicesindaco. Come Putin in Russia, per poter essere rieletto presidente ha fatto una legislatura da premier.

Un limite di tre mandati (15 anni) per l’elezione di deputati e senatori è stato introdotto nello statuto del Partito democratico (PD), salvo la possibilità di chiedere una deroga alla Direzione, la quale può concederla al 10% dei parlamentari uscenti non rieleggibili. E’ la regola impugnata da Matteo Renzi per la cosiddetta rottamazione dei dirigenti più anziani.

Il limite dei mandati è una misura di cautela, per evitare che il potere si concentri per troppo tempo nelle mani di una stessa persona. A tal fine può aver senso soprattutto per i presidenti e i sindaci. E’ anche una forzatura al fine di garantire il rinnovamento. Visto in questo modo il limite dei mandati ha solo aspetti positivi. Dava sollievo sapere che un presidente come George W. Bush dopo otto anni avrebbe comunque dovuto ritirarsi, anche se è stato un peccato non avere la soddisfazione di vederlo sconfitto. Meno sollievo dà sapere la stessa cosa per Obama, sperando riesca ad essere rieletto almeno la seconda volta. Forse la presidenza Bush avremmo potuto evitarcela se Bill Clinton avesse potuto ricandidarsi una terza volta nel 2000.

Se il limite dei mandati impone vita breve a potenziali despoti e oligarchi, svolgendo una funzione democratica e di rinnovamento, può essere però anche concepito come un principio di rotazione, di avvicendamento all’interno di una oligarchia, per meglio preservarla, svolgendo così una funzione conservatrice e antidemocratica. Un capo innovatore deve ritirarsi nonostante il consenso, senza aver completato la sua opera, perchè otto anni possono essere pochi per realizzare riforme strutturali. Come pure controriforme. Uno stop and go, per cambiare il meno possibile. Pensiamo a cosa avrebbe voluto dire il limite del doppio mandato per Chavez in Venezuela, limite che fu infatti abolito da un referendum.

Il limite dei mandati si accorda ad un sistema dove gli eletti sono tali per nomina, dove la classe dirigente è selezionata per cooptazione, dove a candidarsi sono gli esponenti dei gruppi dominanti, i ricchi, i bianchi, i maschi. L’idea che la poltica non debba essere una professione, presiede all’idea di una politica aperta solo ai liberi professionisti e agli imprenditori, esperti e telegenici comunicatori, adeguatamente supportati da tecnocrati e burocrati. In un sistema effettivamente democratico, aperto a tutti, dove l’elezione è espressione di consenso attivo e di partecipazione, il limite dei mandati sarebbe probabilmente di intralcio, il sistema saprebbe rigenerarsi da sè, garantendo comunque il giusto tempo ai più innovatori e meritevoli.

In questo senso, non apprezzo la rottamazione e non festeggio la caduta dei vecchi oligarchi a vantaggio dei nuovi, in un meccanismo che riproduce e rinforza una concezione personalistica e oligarchica della politica. Se i D’Alema e i Veltroni devono ritirarsi è bene che siano dimessi dagli elettori, non dai rottamatori. D’Alema ha ragione a mettere l’accento sul consenso, ma ha avuto torto a non sottoporsi alla prova del consenso. Per esempio quando ha delegato a Bersani nel 2009, la candidatura a segretario, invece di candidarsi lui in prima persona. O opponendosi alle primarie per la scelta del premier. Oppure ancora contrastando la reintroduzione delle preferenze nel sistema elettorale. Il limite statutario dei mandati e la rottamazione assumono senso e valore solo con le liste bloccate del porcellum. Perciò, non si tratta di rottamare e di rinnovare, nè di difendersi invocando il galateo e il rispetto per gli anziani (cosa comunque civile), quanto di battersi per instaurare la verifica effettiva del consenso e della partecipazione.

Nelle elezioni amministrative del 1990, il Pci nel suo ultimo anno di vita, in mezzo ai due congressi del trapasso al Pds, preso dalla frenesia del rinnovamento e per adeguare il quadro locale a quello nazionale, volle sostituire molti sindaci e amministratori, quale che fosse la loro situazione. Mettendo insieme rese dei conti e avvicendamenti, alcuni opportuni, altri insensati, come sempre accade quando si procede con l’accetta.

Un rinnovamento del gruppo dirigente si era ormai attuato a livello nazionale. Il segretario generale Alessandro Natta fu sostituito nel 1988, con l’ausilio di un infarto, da Achille Occhetto. Lo stesso Natta era già circondato da una segreteria di quarantenni, dopo il pensionamento della vecchia guardia messo in atto al congresso di Firenze. Non più Renato Zangheri, Adalberto Minucci, Giancarlo Pajetta, Aldo Tortorella, Gerardo Chiaromonte, Giuseppe Chiarante, Alfredo Reichlin. Al loro posto Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Fabio Mussi, Antonio Bassolino, Gavino Angius, Piero Fassino, Livia Turco. Fu la rottamazione di quell’epoca. Forse di proporzione e significato ben maggiore di quella che potrebbe essere realizzata oggi, ma avvenne in modo pubblicamente pacifico, apparentemente non traumatico, come fosse consensuale e nel solco di un albero genealogico, anche se i quarantenni berlingueriani di tanto in tanto venivano appellati come «giovani turchi» dalla stampa. E D'Alema ne aveva pure l'aspetto. Tuttavia, militanti e simpatizzanti non manifestavano gioia o disperazione per la caduta dei vecchi e l’ascesa dei giovani. Tutto si teneva insieme. I vecchi erano rispettati per la loro autorevolezza seppure un po’ declinante, l’essere stati il gruppo dirigente di Enrico Beringuer scomparso nel 1984, i giovani erano apprezzati per il loro smalto, le loro battute: gente che finalmente sapeva rispondere a tono a Craxi e Martelli.

Come è noto i giovani dirigenti, sorpresi dal crollo dei regimi dell’est, decisero di archiviare il Partito comunista e l’idea stessa di partito del lavoro, per dare vita ad una nuova formazione politica dall’identità e ragione sociale incerte. Un partito dei ceti medi, genericamente progressista, oscillante tra i partiti socialisti europei, anch’essi in travaglio, e il partito democratico americano. Oscillazione più retorica che pratica. Saranno soprattutto Bill Clinton e Tony Blair i punti di riferimento della sinistra italiana degli anni ‘90, mentre Lionel Jospin, e la sua riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, animerà solo la resistenza di Fausto Bertinotti (e in parte di Cesare Salvi).

Due dirigenti anziani sopravvissero al pensionamento del vecchio gruppo dirigente del Pci: Armando Cossutta, l’oppositore dello strappo, che ai congressi del partito metteva insieme il 4% e Giorgio Napolitano che, con Emanuele Macaluso, guidava la corrente migliorista. Mentre tutti i suoi defenestratori erano scomparsi dalla scena politica, Armando Cossutta effettivo costruttore di Rifondazione comunista, nel 1998 in contrasto con Bertinotti concorreva a determinare le sorti del governo Prodi e poi del governo D’Alema. Giorgio Napolitano, deputato dal 1953 al 1996, fu presidente della Camera (1992--1994), ministro dell’interno (1996-1998), senatore a vita nel 2005 e presidente della repubblica dal 2006.

Altri si ritirarono dalla politica attiva, ma rimasero in campo nel dibattito politico e culturale della sinistra di alternativa: Pietro Ingrao, Lucio Magri, Luciana Castellina.

Vi sono carriere politiche che finiscono e altre che soltanto si eclissano. Dirigenti giovani e nuovi che non sempre costituiscono un progresso rispetto ai loro predecessori. Morale già insegnata dalla storia degli altri partiti della sinistra, quella che va da Pietro Nenni a Bettino Craxi o da Giuseppe Saragat a Franco Nicolazzi. La regola sembra indicare l’ineluttabilità opposta: quelli che vengono dopo di solito sono peggio.

Sesso è desiderio e piacere. Non è ginnastica e non è tirare giù la leva di una pressa. Cambiare un pannolone è pulire culi. Se cambi un pannolone gratuitamente o a pagamento, sempre culi pulisci. Se fai sesso a pagamento non c'è nè desiderio nè piacere. Essere oggetto o soggetto rispetto al sesso è provare desiderio e provare piacere mentre anche lo si da', in un rapporto di reciprocita'. Farlo senza provare desiderio e piacere è rendersi oggetto del desiderio e del piacere altrui. La libera prostituta decide liberamente di rendersi oggetto. Non di vivere la sua sessualita' da soggetto.

Essere oggetto o soggetto ha a che fare con l'identita'? Si. Ha a che fare con la percezione di sè? Si. Ha a che fare con l'identita' sessuale? Si. Identita' sessuale che certo ha a che fare con quella biologica e quella di genere ma anche quella di ruolo. Ed il ruolo della sessualita' femminile è da sempre, fino ad oggi, nonostante la liberazione sessuale e le lotte femministe, di "servizio".

(...) com'è che esite un fiorente mercato della prostituzione tanto da renderla professione attraente economicamente? Perchè c'è una fortissima domanda. Che significa che c'è domanda? Che c'è un numero elevatissimo di uomini disposti a pagare (anche molto pare) per un "servizio sessuale". cioè per cosa pagano? Per dare piacere e soddisfare il desiderio di una donna? Pagano perchè una donna soddisfi il loro desiderio e il loro piacere. Desiderio e piacere femminile in questa compravendita non sono previsti. Non esistono. Sono rimossi. ancora e ancora.

La prostituzione non è altro che monetizzazione, trarre profitto da un preciso ruolo di genere. L'uomo desidera e prova piacere, la donna è l'oggetto di questo desiderio e di questo piacere. E' talmente ovvio che lo sostiene Pia Covre in diversi documenti (...) sul sito della sua organizzazione: questo mercato esiste poichè esiste questa cultura patriarcale e maschilista. Visto che esiste, traiamone un profitto. e bando alle ipocrisie! 

Trovo il ragionamento (di akargo) fumoso e confuso. Prima di tutto, che vuol dire praticare libertà? Ci sono donne che all'interno del sacro vincolo del matrimonio, quindi da donne perbene, scelgono liberamente, di rinunciare alla propria realizzazione personale, di dividere la vita con un uomo che non amano, di subire imposizione di vario genere fino a qualche schiaffo di tanto in tanto. Tutto questo, a volte, lo scelgono proprio, perchè in ultima analisi la contropartita è sufficientemente attraente: posizione sociale e economica, tempo libero, shopping e manicure. E' una libera scelta. L'esercizio di liberta' sta nello scegliere di stare lì. Non condivido ma fatti loro (?). Ognuno scelga per sè. Vogliamo regolamentarla questa cosa?  Vogliamo stabilire per legge che questo tipo di istituzione matrimoniale è plausibile se una donna lo sceglie liberamente? Fino a non molto tempo fa, lo era. 

Ma soprattutto, (si può) sottocrivere questo?


"Dipende da cosa significa quel determinato gesto in un dato specifico contesto. E io non posso conoscere tutti gli specifici contesti. Posso però cercare di fidarmi della capacità delle donne di scegliere. Posso iniziare a fidarmi se qualcuna mi racconta un’esperienza che non collima con la mia. Posso pensare che ci siano più possibilità di quelle previste nel ventaglio dell’eterosistema. E che qualcosa che io non vorrei mai fare rappresenta una possibilità creativa per un’altra. Anche all’interno delle contraddizioni, con le quali è sempre buona pratica confrontarsi."

Non mettere in discussione la libertà individuale, in particolare delle donne, non si può confondere con la messa in discussione del significato di quelle scelte. Che qualcosa sia scelto liberamente non significa che sia una scelta come un'altra. Questo è un relativismo estremo. E in genere non porta nulla di buono.

Regolamentare per legge la conpravendita di sesso, sulla base dell'equiparazione della sessualita' ad un "servizio" (del resto non si può fare diversamente!) è rivendicare la definizione di sessualita' come servizio. Significa che tu quando fai sesso con il tuo uomo, stai prestando un servizio che decidi di erogare gratuitamente, magari perchè gli vuoi bene. Come si pulisce il culo del proprio padre oppure quello di un paziente.  Sto cercando di dire che farsi pagare per fare sesso, finchè rimane una scelta individuale, non mi riguarda ma quando il sesso viene definito per legge come un "servizio", mi riguarda eccome!
perchè stiamo dando, per legge, una definizione di sessualita'. (Tk)

Vedi anche:

A molti uomini è attribuita la caratteristica di essere fissati con le misure. Uomini che chiedono alle donne di dichiarare le proprie misure. Che ci ironizzano sopra con dubbio gusto. Che regalano alle proprie compagnie taglie di seno più grandi. Uomini fissati democraticamente con le proprie stesse misure: spalle, pettorali, bicipiti, tartarughe addominali. Disposti ad una serie di comportamenti sbagliati, o a prendere pericolose scorciatoie.

Svetta in cima alle misurazioni quella maschile per eccellenza. Con relative offerte di soccorso tecnologiche e chirurgiche, per coloro che si sentono inadeguati o molto ambiziosi. E con tanto di «studi scientifici» volti ad accreditare il più penoso dei problemi. Ultimo del genere, quello dello psicologo Stuart Brody, pubblicato dal Journal Sexual of Medicine, già commentato e smontato dal sessuologo Vincenzo Puppo.

Poco misurato sull'argomento, riesco ad avere solo una opinione intuitiva. Un po' conosco me stesso. E sulla base di questa approssimativa conoscenza, credo di poter distinguere due aspetti. Un conto è ritenere che una data forma fisica sia più gradevole visivamente, esteticamente, e magari anche più eccitante. Altra cosa è ritenere che perciò quella data forma fisica possieda il requisito fisico per dare più piacere. Due belle labbra carnose possono far sembrare il bacio più piacevole, ma non è vero che baciano meglio. Sarà banale dirlo, ma vista l'acqua calda che viene scoperta...

Sul piacere e la sessualità femminile, invece può essere utile consultare qualche studio meno recente, fatto non a volo d'uccello. Per esempio, The hite report.

Questo blog oggi compie un anno. Di tutti i blog che ho creato, è il primo che raggiunge questo traguardo temporale. Forse per una sollecitazione amica, forse perchè grazie ai social-network è più facile avere riscontri. O forse perchè ho indovinato la skin giusta.

Come per i blog precedenti, anche questo ha avuto una spinta propulsiva iniziale e poi è andato declinando. Basta consultare l'archivio e contare i post per mese: sopra i venti da ottobre a dicembre 2011, sopra i dieci da gennaio ad aprile 2012, e poi poche unità da maggio ad oggi. Un declino che però stavolta non è stato sufficiente per spegnersi del tutto.

Credo che un blog declini per tre motivi. 1) Perchè nei primi tempi si dice gran parte di quello che si ha da dire. Poi ci si ripete soltanto. 2) Perchè strada facendo qualcuno ti legge e quando ti senti osservato, stai più attento a quello che dici. 3) Perchè è difficile esprimersi per bozze e pensieri immediati, dopo aver pubblicato i primi post strutturati. Come quando cammini con il passo più lungo, dopo un po' la gamba tende a irrigidirsi. Naturalmente, parlo solo per me.

Questo blog dipende molto da quello che scrivo altrove. Su Metaforum, su Facebook. Sono anni che scrivo in rete, dal 1998 credo, esprimendomi in scambi diretti, polemiche, battibecchi e tutto finisce disperso. Poco male per il resto del mondo. Dato però che lo strumento c'è, fa poco male anche se tengo traccia dei miei modesti pensieri. Dice Gloria Steinem che troppo spesso non teniamo conto di ciò che scriviamo. Se lo dice lei che scrive libri, figurarsi uno che scrive su tanti foglietti virtuali sparsi per il web. Così qui capita che io scriva soprattutto estratti da altre conversazioni, a volte adattati a volte no, qualche volta poco comprensibili perchè davvero fuori contesto. Diceva Palmiro Togliatti che la miglior scuola di formazione politica è la redazione del verbale delle riunioni e lui redigeva personalmente i verbali delle riunioni della Direzione. Ecco, condurre un blog può essere in fondo come la redazione di un verbale delle voci che hai in testa, quelle che si formano nel confronto tra sè e gli altri o anche solo nel commento di un articolo di giornale.

In questo senso, il blog non ha una missione, non si propone uno scopo o una causa precisa e neanche di promuovere qualcuno o qualcosa. In questo anno il tema prevalente è stato il sessismo, insieme con la politica. Ma avrebbe potuto essere il razzismo, il pacifismo, il conflitto israelo-palestinese. Un tempo mi sarei appassionato di più ai partiti e ai leader della sinistra. Oggi solo leggere un articolo sulle primarie mi affatica. Il blog è titolato a me stesso, perchè non sono riuscito a individuare un titolo che non fosse pomposo o banale e navigando a vista non ho un tema da riassumere in un nome o una frase. Inoltre è così che si chiama la mia pagina su Facebook.

Correggo quanto postato tempo fa. Dicevo, ogni movimento di liberazione ha avuto un contribuito da esponenti della sua controparte, tranne il femminismo. Abbiamo avuto aristocratici liberali, borghesi socialisti e comunisti, europei anticolonialisti, bianchi antirazzisti, ma nessun celebre maschio femminista e pure fra i meno celebri si trova poco e nulla. 

Penso ancora sia in gran parte vero. Le altre forme di oppressione, sfruttamento discriminazione sono passate attraverso sistemi concentrazionari più facilmente identificabili, il sessismo passa attraverso un sistema molecolare, molto meno riconoscibile, anche nelle sue forme più violente. Ma sia pure a tempo parziale, vi sono stati alcuni uomini che hanno scritto qualcosa contro la discriminazione di metà del genere umano. La servitù delle donne (John Stuart Mill) e Il dominio maschile (Pierre Bourdieu).

Per tornare ai tempi nostri, con ambizioni più pratiche, immediate e circoscritte, ricordo un articolo a metà tra il saggio e il reportage di Cesare Fiumi, Uomini che uccidono le donne, pubblicato sulla rivista Il Mulino 1/2011. In libreria sta per uscire, Se questi sono gli uomini di Riccardo Iacona, una inchiesta sul femminicidio nell’Italia del 2012, dove dall’inizio dell’anno ormai un centinaio di donne sono state fisicamente eliminate dal loro ex partner (ambigua l'immagine del Corsera).

Immancabilmente, il titolo del libro ha provocato il risentimento di alcuni uomini nei quali il tema della violenza contro le donne allerta una sola emergenza: la difesa della immagine maschile. Puntuale il commento del Ricciocorno: All’uomo tanto infastidito dal titolo del libro vorrei chiedere: detesta altrettanto il libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi? A volte, di fronte a comportamenti che definiremmo disumani, siamo costretti a mettere in discussione l’idea stessa di umanità. Sul significato dei titoli generalizzanti, si può ascoltare questo video messaggio di Lorenzo Gasparrini.

Un'altro commento infastidito dice: se scrivessi un libro sulla delinquenza degli immigrati intitolandolo "Se questi sono gli immigrati" (...) verrei accusato di generalizzazione e razzismo. In questa analogia gli uomini stanno agli immigrati. Le donne stanno a X (gli autoctoni?). Per capire se una generalizzazione può avere un senso corretto, occorre contestualizzarla in una relazione. Se in alcuni reati gli immigrati hanno un primato in proporzione come autori, lo hanno anche come vittime. Dunque, non esiste una violenza di segno etnico rivolta contro gli autoctoni. Inoltre, le irregolarità commesse dai migranti sono transitorie, avvengono soprattutto durante i primi mesi di permanenza e dipendono spesso da una condizione sociale svantaggiata, non dall'abuso di una posizione dominante. Le generalizzazioni contro gli immigrati sono a supporto di politiche xenofobe, discriminatorie, respingenti, escludenti, non certo mirate a far opera di sensibilizzazione.

In rete esistono almeno due realtà maschili attive contro la violenza sulle donne. Maschile plurale, associazione presieduta da Stefano Ciccone e Noino.org Uomini contro la violenza sulle donne, frutto del bando della fondazione Del Monte e dell'Associazione Orlando.

Quello che penso è che i maschi "evoluti" siano maschi in grado di tenere in riga la bestia che abbiamo dentro, ma che dentro ci sia la bestia nel caso dei maschi sono assolutamente sicuro, tu compreso. 

Se è così, credo funzioni proprio come il rapporto con le bestie. Puoi avere il più imbizzarrito dei cavalli, ti occorrerà domarlo una volta, ma una volta che è domato è domato. Non c'è da fare un rodeo ad ogni cavalcata.

Ci sono padroni che portano a spasso dobermann e pitbull con una disinvoltura e una leggerezza impressionante. Tengono il guinzaglio con leggerezza, basta un loro cenno, un loro gesto perchè il cane risponda. Altri sono in difficoltà con un chihuahua che gli scappa di qua e di là.

(...) Al di là dei giudizi e dei perchè di chi si prostituisce, il punto vero è che nel momento in cui regoliamo la mercificazione della sessualità, non stiamo più parlando della sessualità di Morgane o chi per lei ma della sessualità di tutte noi. La stiamo definendo e oggettivizzando, tornando indietro e cancellando importanti conquiste. Le morgane facessero ciò che ritengono di loro stesse, sono libere di farlo ma non è possibile che si ridefinisca ancora la sessualità femminile come una cosa, un oggetto, un bene, che può essere reso disponibile, messo sottochiave, che può essere vendibile e comprabile o risarcibile. "Sante o puttane" è esattamente questo.

In gioco non c'è solo che quella roba in mezzo alle gambe non è una cosa di proprietà degli uomini di famiglia o degli uomini tutti. E' che non è una cosa ma la persona stessa. L'emancipazione non è che a venderla sono le proprietarie di questo oggetto e non più i padri. E' che non è vendibile, poichè non è un oggetto. La sessualità femminile è stata finalmente riconosciuta come espressione della soggettività femminile, del suo esserci, lì dove è stata venduta, comprata usata come un oggetto ad uso e consumo dell'unico soggetto da sempre riconosciuto, il maschio.

E qui credo che ci sia una confusione tra "libertà di" e "emancipazione da". Fare liberamente di sè della merce non è certo emanciparsi da quella cultura patriarcale che fa del corpo delle donne e della loro sessualità un oggetto al servizio della sessualità maschile. Questa è solo la libertà di monetizzare questo uso del proprio corpo. E ribadisco l'esempio del contratto di schiavitù di cui si è parlato di recente. Può lo stato ritenerlo valido e riconoscerlo nel senso di regolarizzarlo? No. Sarebbe aberrante. Poi che ognuno abbia la libertà di fare ciò che ritiene di sè, se non si danneggiano terzi, è un'altra cosa.

Mi fa direi tenerezza l'illusione di emancipazione di certe prostitute basata sulla profonda, profondissima interiorizzazione di ciò che alle donne è stato insegnato: il nostro corpo è una cosa. Ci si convince che siamo altro rispetto al nostro corpo e che se siamo noi a venderlo ci siamo emancipate. Questa alienazione dal proprio corpo, è la strategia che viene messa in atto dalla nostra mente per sopravvivere a uno stupro, agli abusi dell'infanzia e alla tortura. Leggere testimonianze di donne che si sono vendute a un numero esorbitante di uomini ma che ritengono di essersi salvaguardate poichè loro il cliente non lo baciano, mette una tristezza infinita, mista a tenerezza. Che incredibili cazzate riusciamo a raccontarci per sopravvivere a una nulla considerazione di noi stesse. 

E aggiungo che la prostituzione maschile (a prescindere dalle considerazioni sui condizionamenti culturali per cui anche in quel caso il maschio conduce il gioco e non diviene il gioco stesso) non risolve la questione con un pari e patta ma contribuisce casomai alla ridefinizione dell'individuo ancora in maniera degradante e inaccettabile: merce. (TK)


Vedi anche:
Legalizzare la prostituzione? /4
Legalizzare la prostituzione? /2
Legalizzare la prostituzione?
Punire il cliente. La strada svedese (Chiara Valentini, 26.02.2010)
Dieci motivi per non legalizzare la prostituzione

Academia del placer - Scuola di prostituzione (Valencia)
(La legalizzazione della prostituzione) è un argomento che smuove mille dubbi e riflessioni di vario genere a cui non sono sicura di sapere dare con certezza delle risposte. Certo c'è la questione della libertà individuale e del rispetto dovuto alle scelte e all'autodeterminazione, ed è per questo che sono assolutamente contraria alla criminalizzazione delle prostitute (donne, trans o uomini che siano). quello è un principio irrinunciabile. 

Ma se da una parte ci sono le scelte individuali che riguardano il privato degli individui dall'altro ci sono anche le ricadute che l'uscita dal privato provoca rispetto a principi che divengono quindi generali, non più scelte relative al privato dei singoli. E mi pongo questo problema rispetto alla prostituzione.

E' davvero tutto mercificabile? Ogni cosa ha un prezzo e si può vendere e comprare rientrando nelle logiche che regolano il mercato? Basta che ci sia la volontarietà? Allora perchè proibire lo sfruttamento della prostituzione? E' un lavoro come un altro, una compravendita come un'altra, una prestazione come un'altra. Perchè non possono guadagnare anche gli intermediari? Cosa c'è di male?

Che cosa è il sesso? Cosa è quello che (si definisce) una "prestazione sessuale"? Quando si compra e vende sesso, cosa si sta comprando e vendendo, ginnastica? Come si sposa tutto questo con la conquista del riconoscimento della sessualità femminile come espressione di soggettività? Cosa è la soggettività nella sessualità? Non è desiderio e piacere?

E tutto questo come lo mettiamo insieme alla violenza sessuale? Cosa rende diverso uno stupro dalla momentanea privazione della libertà e, che ne so, dall'essere obbligata a fare delle flessioni contro la propria volontà? E perchè non farne solo una questione di risarcimento. Del resto è merce. Te la rubano? Che paghino un giusto prezzo, si potrebbe pensare a un listino.

Academia del placer - Scuola di prostituzione (Valencia)
E se la prostituzione è espressione di libertà, cosa è libertà? Per esercitarla la prima condizione necessaria è essere soggetto, ma se una prostituta lo è nel momento della trattativa, non lo è più dal momento in cui è stata comprata la sua sessualità e il suo corpo dal quale si aliena, poichè diviene oggetto, usabile e comprabile.

Basta davvero solo la volontarietà? Per dire, se qualcuno fosse disposto, in cambio di un mantenimento, di soldi insomma, a sottostare a un contratto (matrimoniale?) che prevede, tra altre cose il soddisfacimento sessuale della controparte a prescindere dal proprio, a richiesta, dici che lo stato dovrebbe riconoscerlo e prevederlo come un'opzione poichè frutto di libera scelta? Del resto se ci si può vendere a numerosi clienti perchè non a uno solo ma di quelli buoni? E visto che si tratta di compravendita, una volta stipulato il contratto tra prostituta e cliente, se lei cambia idea, magari durante, che succede? Paga una penale? La si obbliga a terminare il lavoro? Perchè dovrebbe essere diverso da ogni altra compravendita?

Io capisco che nella regolamentazione si cerca il riconoscimento sociale e il rispetto a cui ogni essere umano ha diritto ma purtroppo non è così che è successo lì dove c'è stata la regolamentazione. In molte non si regolarizzano proprio per la stigmatizzazione sociale che permane. Anche se si pagano le tasse. Non basta questo per fare della prostituzione un lavoro come un altro. Io sono ben convinta che prostituirsi non sia certo la peggiore cosa che un individuo possa scegliere per sè (per esempio comprare qualcuno è di gran lunga cosa peggiore) ma neanche questo ne fa un lavoro come un altro.

Io davvero non so quale sia l'argomentazione più efficace per convincere un maschilista a rispettare la prostituta che sta comprando mentre la sta comprando. anche se la compra per 20 minuti, in quei venti minuti è cosa sua, lei non esiste. In verità non so neanche come si stabilisce il confine tra rispetto e umiliazione in quel contesto. L'uso della forza? Anche senza l'uso della forza ci può essere umiliazione e mancanza di rispetto. (Tk)


Vedi anche:
Legalizzare la prostituzione? /3
Legalizzare la prostituzione?

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