Le correzioni e le critiche antisessiste al linguaggio comune sono spesso avvertite come fossero artificiose e irrilevanti, come se si volesse modificare in modo intellettualistico qualcosa che si è formato in modo del tutto naturale. Ma c'è pure gente abituata a dire "negro" e sorride, fa un'alzata di spalle o persino si ribella, se le si suggerisce di dire "nero". Credo sia in fondo la stessa cosa. Cambiare le parole è difficile, e sembra inutile, se non si sa cosa si sta dicendo e perchè. Se si applica il senso critico al linguaggio invece può diventare più semplice. Quando ho compreso che dire "negro" significava disprezzare, non ho più voluto dirlo e oggi mi è diventato innaturale dirlo.

Il linguaggio comunica e trasmette una cultura, una logica e lo fa in modo subliminale. Gramsci diceva che l'egemonia si fa anche con la toponomastica. Allora, ancora di più si fa con l'uso delle parole. Il fatto che dire "Luca, Sara e Paola sono simpatiche" significhi che Luca è una donna, mentre il dire "Luca, Sara e Paola" sono simpatici non significhi che Sara e Paola sono uomini, ha un significato molto preciso: il maschile è l'universale, il femminile una particolare specificazione.

Questo è linguaggio, è cultura, è sistema di rapporti sociali. Nel momento in cui, uno di questi elementi cambia, anche gli altri traballano. Cercare di tener immobile un elmento, significa cercare di preservare tutto il resto. Non è tanto importante applicare alla lettera i suggerimenti di nuovi modi di dire, quanto iniziare a vedere e mettere in discussione i significati delle parole e delle espressioni che usiamo.

Suggerimenti sul modo di parlare arrivano, non per mero intellettualismo, ma perchè ormai i dubbi sul modo di esprimersi esistono realmente. Se possono sembrare artificiosi nuovi modi di esprimersi, iniziano a sembrare inadeguati i modi vecchi. Chi è che non è stato in dubbio tra ministro, ministra, signora ministro? O avvocato, avvocata, avvocatessa? Tante volte nel qualificare un gruppo misto (di persone o di concetti) prevalentemente femminile mi sono trovato in dubbio su come declinare gli aggettivi. Il più delle volte l'ho risolto declinando secondo il "sesso" dell'ultimo citato, magari facendo in modo che fosse "maschio", così la declinazione sembrava più assonante.


* * *

Qualsiasi linguaggio in qualsiasi tempo assume significato nell'ambito di un contesto. Non è mai linguaggio puro. L'associazione con le immagini aggrava la questione. Un secolo fa, una personalità femminile poteva essere solo un nome scritto su un documento, la sua femminilità solo un concetto nella tua mente. Oggi è una immagine che si muove in televisione e su internet. L'incongruenza tra il nome e la cosa è ancora più evidente. E' visibile. Come dice Beppe Severgnini, si vede che ha la gonna a fiori, non può essere il ministro. 

* * *

Ci sono persone che parlano con sicurezza confortate dall'imperativo di una convinzione o da una abitudine, esprimendosi in un ambiente culturalmente omogeneo. Altri, con o senza convinzioni imperative, hanno genuinamente dei dubbi. A me è successo di avere prima il dubbio, poi di iniziare a pensarci su e a maturare anche alcune convinzioni "politicamente corrette".

Esistono da tempo termini come avvocatessa e dottoressa e non come ministra, perchè le donne sono entrate in quelle professioni da più lungo tempo, mentre solo recentemente sono andate al governo. E per la prima volta nell'attuale governo occupano pure ministeri pesanti, così che siamo costretti a citarle o sentirle citare tutti i giorni.

Tuttavia, anche quando le donne iniziarono a entrare in quelle professioni, si pose il problema di come adeguare il nome della professione alla nuova presenza femminile. Anche all'epoca saranno esistite persone che trovavano ridicolo declinare il nome della professione al femminiile, quello stesso nome che oggi ci sembra "normale". O peggio sarà sembrato ridicolo che quella professione fosse esercitata anche da donne.

Da notare che quando il nome di una professione appartiene alla parte bassa o medio bassa della gerarchia sociale, la declinazione al femminile avviene in modo semplice, diretto, immediato, come fosse naturale, senza nessun problema, anche nel caso di attività particolarmente virili. Cosa c'è di più maschio di un operaio? Lavoro duro, pesante, usurante, sporco. Eppure fin da subito la donna in frabbrica è stata chiamata operaia. La A ha soltanto sostituito la O. Lo stesso per impiegato/ impiegata, segretario/ segretaria, bidello/ bidella, maestro/ maestra, panettiere/ panettiera, fruttivendolo/ fruttivendola, verduriere/ verduriera, imbianchino/ imbianchina, spazzino/ spazzina, etc.

Appena si sale nella gerarchia, la declinazione al femminile diventa un problema. Che viene risolto in modo non più immediato e diretto, come se dovesse proprio passare per una digestione. L'avvocato non diventa l'avvocata, ma l'avvocatessa, il dottore la dottoressa, il professore, la professoressa, etc. Non basta la A, ci vuole proprio il suffisso -essa. Che in origine aveva  un significato ironico e dispregiativo e si confondeva con il modo in cui venivano chiamate le mogli dei professionisti. -essa indica la "moglie di". Si tratta di nomi nati nell'ottocento.

* * *

Un'altra possibilità è che le parole che risultano incorreggibili cadano. Professore può essere superato con Insegnante o Docente. Anche Ministro, se non è declinabile al femminile si può archiviare, si troverà una nuova parola: responsabile, delegata/o, commissaria/o, segretaria/o, etc. 


Riferimenti:



La corte di cassazione ha detto no al carcere preventivo per gli stupratori di gruppo. I giornali hanno tradotto "no al carcere per lo stupro di gruppo". Ne è seguita una reazione allarmata e indignata. I garantisti hanno avuto buon gioco nel difendere la sentenza dalle esagerazioni giornalistiche. Dopo lo stupro della Caffarella, nel 2009, la ministra Mara Carfagna, promosse la custodia cautelare obbligatoria per il reato di violenza sessuale. Nel 2010, la corte costituzionale bocciò la nuova norma perchè inconstituzionale, in quanto metteva gli imputati di violenza sessuale in una posizione di disparità rispetto agli imputati di altri reati. La cassazione ha ora ritenuto che questo principio sia valido anche per gli imputati degli stupri di gruppo. Di conseguenza, si ritorna a prima del 2009 e non indietro di cinquant'anni, come è stato erroneamente affermato da alcune dichiarazioni di protesta: adesso è di nuovo il giudice di volta in volta ad avere il compito valutare l'opportunità della custodia cautelare per l'imputato, in base alla sua pericolosità sociale: se può fuggire, inquinare le prove, reiterare il reato. La custodia cautelare obbligatoria rimane valida per un unico reato: l'associazione mafiosa. Non perchè il reato mafioso sia più grave di altri, incluso quello sessuale, ma perchè l'imputato mafioso è inserito in una situazione culturale e associativa di tale capillarità da determinarne una sua maggiore pericolosità. In conclusione, con questa sentenza le donne non hanno subito alcuna sconfitta, si è soltanto ripristinata l'autonomia del giudice.

Tuttavia, il non promuovere una nuova norma e l'annullare una norma già esistente, costituiscono due atti di valore diverso, comunicano un messaggio diverso. Anche facendo la tara delle esagerazioni giornalistiche, il messaggio che viene dalla sentenza della cassazione - istituzione già famosa per sentenze molto più infelici - è: meno protezione per le vittime, minore gravità del reato. Se non è nelle intenzioni, è negli effetti. Lo stesso travisamento dei giornali non è solo causa, è parte di questo effetto. Certo, le strategie di comunicazione non possono interferire nel giudizio sulla costituzionalità di una norma, fino al punto di determinarlo. Resta però il dubbio che l'eccezione prevista per i crimini mafiosi possa essere valida anche per i crimini sessuali. Se il criminale mafioso è un pesce che nuota nella sua acqua, il criminale sessuale non è un verme solitario. Prova ne sia che il più odioso dei reati (almeno a parole), la violenza contro le donne e i minori, è anche uno dei meno perseguiti: le vittime spesso non denunciano e i pochi denunciati spesso finiscono assolti o scontano pene irrisorie. A parte i pochi maniaci anonimi, preferibilmente stranieri, che agiscono nei parchi e nei vicoli ciechi, si tratta per lo più di parenti, amici, conoscenti e colleghi, che vivono a contatto con la vittima. La quale è vittima, non solo di singoli atti, ma di una situazione permanente di violenza privata. E di una strutturale disparità di potere. Nel quadro di una indulgente indifferenza ambientale.

Cosa è la violenza contro le donne? E' soltanto una violenza odiosa commessa da singoli deviati, che riguarda solo loro e le loro vittime, o è una violenza sessuata, endemica, la manifestazione di un rapporto di potere, uno dei meccanismi sociali decisivi che costringono le donne a una posizione subordinata agli uomini? Per la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della violenza contro le donne del 1993, è la seconda che ho detto. Giuristi, commentatori, garantisti, se pure non vogliono riconoscere la violenza di genere, possono fare uno sforzo per confrontarsi con il suo significato. Come hanno saputo e voluto fare con la violenza mafiosa, che riguarda infatti chi comanda, chi controlla un territorio, di chi è il potere, di chi è l'autorità. Nei territori privati delle famiglie, degli ambienti di lavoro, cosa vale: i diritti umani e civili di uno stato democratico o l'autorità dei patriarchi? Diversamente essi dimostrano di saper leggere correttamente le sentenze, così come Don Abbondio sapeva parlare latino.

Tra questi, ovviamente, non colloco Barbara Spinelli, che non è la nota editorialista di Repubblica, ma una giovane avvocatessa femminista, curatrice del blog Femminicidio, su cui ha scritto in merito alla sentenza della cassazione un articolo che fa ordine sulla questione e rilancia gli obiettivi del movimento. Solo qualche appunto: 1) Provvedimenti restrittivi e securitari sono assunti a prescindere dalla legge sulla violenza sessuale. Di tanto in tanto prendono un notav e lo mettono in galera, dove ci passa una, due, tre settimane, senza che nessun processo lo abbia giudicato e condannato. Hanno deciso il reato di clandestinità, qualsiasi irregolare può essere privato della libertà, senza che abbia violato il bene di nessuno. Quale che fosse, quale che sia la legge sulla violenza sessuale. 2) Se cogliamo somiglianze tra la cultura dello stupro e la cultura mafiosa e ne deduciamo conseguenze sulle pene e le misure cautelari da infliggere ai rispettivi crimini e criminali, non credo che solo per questo siamo pronti per il fascismo. Anzi, credo siamo ancora più coerentemente antifascisti. 3) Gli obiettivi indicati nell'articolo sono assolutamente condivisibili, tra cui il il rendere i magistrati capaci di riconoscere il disvalore della violenza di genere e dunque in grado di adottare tutte le misure cautelari adeguate a proteggere le donne dalla rivittimizzazione (inclusa la custodia cautelare in carcere degli stupratori). E però, si tratta di una prospettiva lunga che contrasta con le esigenze di una tutela immediata. Questo per dire, in sintesi, che l'obbligo della custodia cautelare adesso è ancora necessario.


Riferimenti:

Beppe Grillo - non nuovo a certe prese di posizione - ha dichiarato che la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. Divide gli italiani in buonisti e xenofobi, distraendoli dai problemi reali. Si è così guadagnato molte critiche, come fosse un leghista, anche all'interno dello stesso Movimento a cinque stelle. Ma pure tante approvazioni: esiste una vasta area xenofoba oltre i padanisti, che non esita ad esprimersi appena un leader "credibile" le dà voce. Grillo si è difeso sostenendo di non essere per nulla contrario alla cittadinanza per gli immigrati, ma - afferma - vanno valutati modi e tempi a livello europeo. Ha inoltre lamentato che il suo movimento, poichè va forte nei sondaggi, è sempre più spesso bersagliato da vignettisti e pennivendoli della Repubblica e dell'Unità, la prima fila di una indistinta macchina della merda. Difensore di Grillo è Bruno Tinti, che lo paragona alla ministra degli interni Anna Maria Cancellieri. Secondo la ministra, lo ius soli non basta. Sì, invece, a una cittadinanza che «derivi da un insieme di fattori. Se un bambino è nato in Italia, i genitori sono stabilmente in Italia e magari ha già fatto parte degli studi qua ed è inserito, allora credo sia giusto». Bruno Tinti spiega il "corretto" pensiero di Grillo: la cittadinanza ai figli degli stranieri non è una priorità in tempi di crisi economica. E con ciò rimprovera i lettori superficiali e distratti, bene o male intenzionati.

Bruno Tinti confida troppo nel fatto che Grillo non sia letto con la dovuta attenzione, così per difenderlo meglio sostituisce una parola con un'altra. Grillo ha negato il senso, non la priorità della cittadinanza. Il senso è il motivo, la ragione (o forse il buon senso degli italiani). Invece motivo è evidente che c'è. Si tratta di bambini e ragazzi nati da genitori residenti da lunghi anni in Italia, che sono cresciuti in Italia, hanno frequentato le nostre scuole e che arrivati alla maggiore età rischiano di essere espulsi. In ogni caso restano privi dei diritti politici. Il più autorevole sostenitore della concessione della cittadinanza è il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, non proprio un personaggio che ama dividere e contrapporre gli italiani in opposte fazioni di tifosi. Una soluzione europea (quale?) potrà essere auspicabile, ma non è una prospettiva immediata e non può essere usata come scusa per rimandare decisioni che competono alla sovranità nazionale. Competono nel quadro della legislazione ordinaria, nessuno sta sollcitando decreti d'urgenza.

Può aver ragione la ministra Cancellieri a voler valutare i criteri di uno ius soli temperato - anche se l'argomento della paventata invasione delle partorienti mi pare poco serio -  molto meno Beppe Grillo e Bruno Tinti a negare il problema (degli altri) o a volerlo rimandare alle calende greche di una legge europea o di una fuoriuscita dalla crisi. La crisi durerà dieci anni, secondo le previsioni più ottimistiche e non si può immaginare di legiferare solo in materia economica per così lungo tempo, sospendendo ogni altra questione. Si trattasse della sospensione dei nostri diritti civili e politici, non la riterremmo una questione secondaria. Non c'è ragione di considerarla tale solo perchè riguarda i diritti civili e politici di persone con colore della pelle, tratti somatici, sangue, diversi dal nostro. Una tale discriminazione nel modo di pensare e valutare è molto difficile inscriverla in qualcosa di diverso dal razzismo. Anche l'idea che gli italiani si possano dividere tra buonisti e razzisti, ha il suo presupposto nella convinzione che oggetto della divisione siano diritti esclusivi (che per altruismo concediamo, o per egoismo neghiamo) e non di diritti universali, rispetto ai quali è semplicemente in gioco il principio di uguaglianza.


Riferimenti:

Melissa Panarello di tanto in tanto posta nudi di donna o di uomo sulla sua bacheca di Facebook, suscitando apprezzamenti, ma anche critiche e censure. L'eros è l'argomento che fa il suo successo di scrittrice. Ovvio che voglia giocare e provocare con i nudi e la sessualità di uomini e donne. Gioco che lei nobilita con la lotta al moralismo. I nudi maschili li ha introdotti con una battuta: «Per le care amiche che si indignano per un nudo femminile sostenendo che sia offensivo per le donne, che sostengono che i corpi nudi siano corpi oggetto, rispondo: (foto). E dico anche: (foto). E potrei continuare dicendo che: (foto). E se zuckerberg mi blocca di nuovo perché ho mostrato il culo di un uomo e non quello di una donna come accade 10000 di volte al giorno su questo social network, dico: (foto). E se i maschi eterosessuali miei amici si sentono offesi o cominciano a insultarmi infangando il mio santo nome con epiteti d'antica memoria, mi incazzo e dico: (foto)».

Io non mi offendo, semmai manifesto un po' di invidia. Solo c'è qualcosa che non mi torna, nella prima battuta, quella rivolta alle amiche. A ciascuno il suo mestiere: Melissa sa essere brillante, io so essere petulante e quindi colgo una simmetria che non c'è. Cosa offende le donne, il nudo femminile, la donna oggetto? Bastano nudi maschili e uomini oggetto per pareggiare i conti? Faccio un ragionamento per analogia: dico ai genovesi che sono troppo attaccati al denaro e poi dico agli ebrei che sono troppo attaccati al denaro. Ho detto la stessa cosa? Formalmente e testualmente si. Eppure la prima affermazione sembra un luogo comune persino divertente, la seconda una battuta in odor di razzismo. C'è una storia che fa da contesto e da un significato diverso a due frasi uguali.

Credo la storia dia un significato diverso anche al nudo femminile e al nudo maschile, alla donna oggetto e all'uomo oggetto. Il primo è il modo consueto, prevalente di guardare le donne, il secondo è soltanto uno dei tanti sguardi possibili sugli uomini, forse persino eccezionale e un po' paradossale. Se la donna oggetto fosse soltanto una delle tante possibili rappresentazioni femminili, non offenderebbe nessuna (e nessuno). Dopo il lungo ciclo della tv commerciale berlusconiana, tutta tette e culi, e l'apogeo del bunga bunga è difficile fare la lotta al moralismo come se fossimo negli anni '60 o '70. Ancora più difficile ai tempi di Internet, dove siti pornografici di qualsiasi genere sono accessibili da chiunque. O semplicemente Google immagini: nudi maschili e nudi femminili con il filtro regolabile a piacere.

Peppino Caldarola - insieme ad Antonio Polito - è stato condannato per aver diffamato Vauro. Nè dà notizia lo stesso Caldarola con un articolo su Linkiesta. Dice in sintesi Caldarola: Vauro ha rappresentato Fiamma Nirenstein in una vignetta con il naso adunco e la stella di Davide sul petto, connotandola razzialmente, ed io non posso in un articolo satirico interpretare tale vignetta come se le avesse detto "sporca ebrea". Caldarola incassa la solidarietà di Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, che insiste sulla connotazione razziale della vignetta e sottolinea come la sentenza di condanna sia avvenuta alla vigilia della Giornata della Memoria. L'articolo di Battista piace particolarmente a Ugo Volli, che ne predica la diffusione, rincarando la dose sui contenuti. Accuse di antisemitismo e persino di nazismo si sprecano in un insieme delirante riassunto da Filippo Facci su Libero e il Post. Accuse ribadite e rilanciate dalla stessa Fiamma Nirenstein sul suo blog. A così tanta asprezza si unisce la gentilezza di Ritanna Armeni: sul Foglio concede a Vauro il beneficio dell'inconsapevolezza (antisemita) e gli rimprovera con garbo severo la pretesa di voler incassare 25 mila euro di risarcimento. Provvedimento esagerato, a detta di Leonardo Tondelli sull'Unità, sia pure per uno scherzo che non fa ridere e per il quale è già pronta una sottoscrizione delle Comunità Ebraiche in favore di Peppino Caldarola. A tutti risponde Vauro sul Corriere della Sera. Puntualizza che gli è stata attribuita, senza far riferimento ad alcuna vignetta, una espressione virgolettata "sporca ebrea", che lui non ha mai pronunciato nè pensato, che reputa infamante perchè tipica di una subcultura razzista e quindi, attribuita a lui, lesiva della sua dignità professionale e morale.

Cosa pensarne? Da una parte o dall'altra non è stato rispettato il diritto di satira? La satira è soltanto una modalità di comunicazione. Comunica contenuti. Contenuti che sono da valutare in sè, non giustificabili dalla modalità con cui si è scelto di trasmetterli. Spesso c'è l'abitudine di considerare la satira un passepartout. Io non sono d'accordo: la satira non giustifica i suoi contenuti. Se una vignetta è antisemita, merita di essere condannata. Se un articolo satirico è diffamatorio, merita di essere condannato. Parlo di condanna come merito di un giudizio, non necessariamente di una sentenza di tribunale.

La vignetta di Vauro è antisemita? Secondo me, no. Aggiungo pure che molti amici di Israele e gli stessi dirigenti di Israele esagerano troppo nell'utilizzare l'accusa di antisemitismo per delegittimare i propri critici e avversari. Le accuse a Vauro, rientrano nel genere. In questo caso, le accuse si fondano su due argomenti: 1) Fiamma Nirenstein è rappresentata con il naso adunco e 2) con la stella di davide sul petto. Dunque, è connotata razzialmente. E' questa, al tempo stesso una esagerazione e un travisamento. Fiamma Nirenstein si qualifica per sua scelta come personaggio pubblico in relazione ad una appartenenza identitaria: è - e vuole essere - una esponente della comunità ebraica che si batte per il sostegno ad Israele. Lei si rapprenta così, a lei ci si riferisce così. Il naso adunco? Vauro ha smentito di aver voluto fare un naso adunco. Nelle caricature i tratti somatici sono sempre alterati. Un naso può venire a punta o rotondo. Fermo restando che Fiamma Nirenstein sta bene così con il suo naso, a mio modesto parere non è rappresentabile nè con un naso a patata, nè con un nasino alla francese. Secondo Leonardo Tondelli, in merito non è possibile avere una parola definitiva. Il simbolo della stella di davide è in relazione ad altri due, i simboli del Pdl e del fascio littorio. L'accostamento rappresenta l'alleanza elettorale nella quale Fiamma Nirenstein ha scelto di collocarsi nella campagna elettorale del 2008, a Roma, in una lista compredente Alessandra Mussolini e Giuseppe Ciarrapico e denuncia il fatto che una tale alleanza è contraddittoria, innaturale, mostruosa. Quindi evidenzia una incompatibilità, non propone una equiparazione. Si può non essere d'accordo, perchè gli ebrei come gli altri possono essere di destra o di sinistra. Ma pure gli altri sono criticati per scelte politico elettorali ritenute contradditorie: gli operai che votano per partiti liberisti, le donne che votano per partiti conservatori e tradizionalisti. Possono essere critiche sbagliate, ma non c'entrano nulla con il razzismo. Si obietta che per un ebreo è difficile convivere con l'antisionismo di sinistra. Tuttavia, proprio nel 2008, il Pd scelse di presentarsi da solo, con i radicali in lista - il partito più filoisraeliano della repubblica - senza la Sinistra Arcobaleno. Si obietta inoltre che i fascisti hanno un peso irrilevante nel Pdl, tale da non autorizzare l'accostamento tra la stella di davide e il fascio littorio. Sarà. Si tratta allora di una rappresentazione esagerata, sproporzionata e si può dir così, senza scomodare l'antisemitismo. Tuttavia - esempio sgradevole - se si aggiunge un piccolo pezzo di escremento ad un ottimo ragù, io eviterei di mangiarlo. Rispetto a certi ingredienti non è questione di proporzioni. Senza contare che nel Pdl vi sono uomini, da La Russa ad Alemanno, che pur non dichiarandosi più fascisti, non sembrano molto emancipati dalla loro cultura d'origine. Per non parlare poi del capo e padrone del Pdl, un tipo che si diverte anche raccontando barzellette come queste senza provocare alcuna mobilitazione antirazzista da parte di Nirenstein, Caldarola, Volli, Battista, Pacifici, Armeni,etc.

"Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese? No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perché aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un'ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh?" (Silvio Berlusconi, 29 settembre 2010)

L'articolo satirico di Peppino Caldarola è diffamatorio? Sinceramente faccio fatica a ridere delle sue battute. Forse non è scritto davvero per ridere o forse far ridere non è la cosa che riesce meglio all'autore. Vedo che Margherita Granbassi e Beatrice Borromeo sono rappresentate come due deficienti (due oche? Sarà maschilista il Caldarola?). L'articolo è del 23 ottobre 2008 e - nelle giustificazioni successive - vorrebbe riferirsi ad una vignetta del 13 febbraio 2008, ma nel testo non c'è alcun riferimento specifico a quella vignetta. Si dice soltanto: Vauro non accetta di censurare la vignetta che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein «Sporca ebrea». Insulta pure Gino Strada. Quale vignetta non si sa. Il lettore non è chiamato a confrontare l'interpretazione di un fatto con il fatto stesso (nessun fatto è riferito). Quella cosiddetta interpretazione non è tale: posta così diventa la pura e semplice attribuzione di un fatto che non esiste. Ed è una attribuzione diffamatoria, che si inserisce, alimenta, rafforza una campagna di accuse moralmente delegittimanti. Che meriti o no, querela e condanna, l'effetto diffamatorio (e probabilmente anche l'intenzione) è palese.




La giornata della memoria è stata criticata negli anni per almeno tre motivi: 1) E' un appuntamento retorico e come tale banalizzante; 2) Non riguarda l'Italia che non ha le responsabilità della Germania; 3) Afferma la centralità di un genocidio e così relativizza, peggio dimentica, l'importanza di altri genocidi.

* * *

In questo paese, non la pensiamo allo stesso modo nei riguardi di alcune giornate celebrative. Per esempio sul 25 aprile. Ma anche sul 1 maggio. Mentre il 25 aprile è apertamente contestato da una parte dello schieramento politico, il 1° maggio è vissuto come proprio solo da una parte degli italiani. Basta partecipare alle celebrazioni per rendersene conto.
Così è anche nei confronti della giornata della memoria. Il cui significato non è affatto universalmente riconosciuto, neppure qui in Italia, e non solo da parte dei fascisti o post-fascisti. Sorvolando su chi sostiene che l'olocausto è una "menzogna", si è diffusa negli ultimi anni, nella cosiddetta storiografia revisionista, una tesi relativista (sostenuta per esempio da Sergio Romano), secondo cui la Shoah, è stata si un grande massacro, ma pari ad altri grandi massacri, per esempio lo sterminio dei kulaki. Tesi che si è riflessa anche nel dibattito parlamentare istitutivo del giorno della memoria, in cui tutta la destra chiedeva fosse la giornata in onore delle vittime di tutti i totalitarismi.
Allora, nel paese che fu principale alleato della Germania hitleriana, che approvò le leggi razziali, che ha ancor oggi una parte importante del suo schieramento politico erede di quella storia, in cui il revisionismo storiografico è tutt'altro che ai margini e la memoria storica tra le giovani generazioni tutt'altro che diffusa e radicata, ha senso provare a costituire attorno al rifiuto totale del razzismo antisemita e della coscienza storica delle nostre responsabilità, un elmento di identità nazionale? Tentativo che è lotta politica, e non può essere altrimenti. Secondo me, si. (gen. 2003).

* * *

L'antisemitismo moderno ha avuto proprio nel nazionalismo il suo centro propulsore. La preoccupazione di attenuare le responsabilità del proprio paese nella persecuzione antiebraica - dell'Italia, il paese delle leggi razziali, del manifesto della razza, della esplusione degli ebrei stranieri, abbandonati alla mercè dei nazisti, della epurazione ebraica nella scuola, nelle università, nella pubblica amministrazione, il paese della Direzione demografica della Razza, al Ministero degli interni; il paese degli ebrei esclusi dal servizio militare, ma obbligati al lavoro forzato in guerra, il paese delle confische dei beni degli ebrei, dei campi di lavoro consegnati ai nazisti sotto la RSI. Il paese della più grande legislazione antisemita dopo la Germania - in cosa affonda le sue radici?

Sulla giornata della memoria non siamo d'accordo, perchè non siamo d'accordo sull'oggetto della memoria. Per questo non sarà mai una giornata di mera retorica e celebrazione, ma di scontro storico-politico anche aspro. Se pure venisse abolita, questa giornata probabilmente ormai sopravviverebbe. (gen. 2003)

* * *

Il regime fascista ha teorizzato l'equazione ebrei-antifascisti, ha prodotto una legislazione antiebraica, ha epurato gli ebrei da scuole, università e pubblica amministrazione, ha negato la cittadinanza agli ebrei stranieri che già la possedevano, cacciandoli dal paese, sotto occupazione la RSI ha concretamente e attivamente aiutato i nazisti nella persecuzione antiebraica. Migliaia di ebrei hanno perso la vita, molti di più hanno subito discriminazioni, umilliazioni, privazioni. Tutto ciò non è sufficientemente ripugnante? Non lo è ancora di più se si pensa alla natura politica della sua origine, al suo 'innesto in un paese, una società fino ad allora sostanzialmente immuni da razzismo e antisemitismo? (gen. 2003)

* * *

La maggior attenzione al genocidio degli ebrei, ha almeno quattro motivi: 1) E' avvenuto in casa nostra, in Europa e l'Italia ne è stata coinvolta come principale alleato del Terzo Reich: siamo il paese delle Leggi razziali (1938). E' qui che dobbiamo darci gli antidoti perchè non si ripeta. E di norma prestiamo più attenzione al nostro mondo. 2) Caso unico nella storia, quel genocidio è stato teorizzato e messo in atto con un sistema burocratico-industriale, per cui ogni elemento coinvolto, proprio come l'operaio della catena di montaggio, non aveva il controllo nè del processo, nè del prodotto, e non se ne sentiva responsabile. 3) La vittima era designata tale, non in ragione dell'esercizio di una qualche forma di opposizione, ma per via del suo solo essere ebreo. Senza conflitto. Un massacro fine a se stesso, senza guerra civile, senza terra da conquistare, senza popolo ribelle da sottomettere. 4) Quel genocidio è negato, a partire in particolare dagli anni '80, da pseudo-storici, simpatizzanti filo-nazisti con grande impatto mediatico. Ed ogni negazione, porta ad una riaffermazione. Anche del genocidio armeno ogni tanto se ne parla, soprattutto per dire e polemizzare con il fatto che la Turchia ancora si rifiuta di riconoscerlo. (nov. 2008)


Riferimenti:
Giorno della Memoria (Ucei)


Siamo su Rai Tre, il canale più colto e progressista della Rai, durante l'introduzione di Ballarò, un luogo di confronto sull’attualità politica e socio-economica condotto da Giovanni Floris e orientato a sinistra, con copertina satirica settimanale di un attore comico progressista, Maurizio Crozza.

Si diceva qualche post fa, che l sessismo fa così parte del dna italico che dare della puttana a una donna è un colpo sicuro, un successo assicurato.

Ed ecco Maurizio Crozza (a 0.32 minuti) dire che Carla Bruni è stata retrocessa da "premiere dame" a "colei che la dà a Sarkozy", per rendere l'idea del declassamento finanziario della Francia e ottenere così la prima risata del pubblico.


Argomenti correlati:

A leggere i commenti, esistono due punti di vista contrapposti. Uno dice che il video rappresenta il solito gingillo sessuale per maschi, l'altro dice che rappresenta la bellezza, la vitalità, il piacere del corpo. Insomma, la donna oggetto vs la donna libera e disinibita. Se schematizzo troppo, perdonate. Quello che invece è meno chiaro, è il procedimento attraverso cui si arriva a queste due affermazioni. Cosa e come pensate per vedere in quel video la donna oggetto oppure la donna libera e disinibita?

Dal mio pregiudiziale punto di vista di "vecchio bigotto" non trovo nel video elementi sufficienti per dire una cosa o l'altra. Non c'è un contesto, una trama, una descrizione, una narrazione, che gli dia un significato. Lo guardo e posso percepire molto di quello che ci proietto io stesso. La mia proiezione sarà condizionata dal mio contesto. Anche un paese che sventola tette e culi dappertutto forma un contesto e favorisce la formazione di significati. Quindi, non è strano che il video sia contestato. Fatte le debite proporzioni, poichè una bacheca personale non è la televisione e il bannaggio di un account per un video del genere non ci sta da nessuna parte.

Il video l'ho visto una volta sola e mi è sembrato piacevole. Le ragazze sono belle, ma normali, non hanno nulla di patinato, nè di provocante o piccante. Sono molto naturali. Ma il mio è uno sguardo maschile. Comunque, ho trovato più interessanti i primi piani sui volti che non sotto le gonne.

A determinare il salvataggio di Nicola Consentino, indicato dagli inquirenti come referente nazionale dei Casalesi e perciò oggetto di una richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera dei Deputati, non è stata soltanto la Lega Nord o la sua corrente orientata da Umberto Bossi e opposta a Roberto Maroni, in funzione della salvaguardia del rapporto di alleanza con il Pdl. E' stata anche una componente garantista. Determinanti sono stati i voti dei 6 deputati radicali, che hanno votato NO alla richiesta di arresto. Un diniego motivato dal fatto che la lettura delle carte degli inquirenti, oltre mille pagine, non presentava ragioni sufficienti per giustificare la reclusione preventiva dell'imputato. Si ricorda che la custodia cautelare è prevista nei casi in cui l'imputato può reiterare il reato, inquinare le prove, fuggire. Secondo i radicali Cosentino non potrebbe fare nulla di tutto ciò, alla luce delle accuse dei magistrati e del modo in cui sono sostenute (vedi in video Emma Bonino che risponde alle domande di Luciana Littizzetto). 

Non c'è motivo di dubitare della buona fede dei radicali, del carattere disinteressato del loro pronunciamento. Tuttavia non gli compete. La richiesta di autorizzazione a procedere, esiste per via dell'immunità parlamentare, per proteggere i rappresentanti del popolo da eventuali operazioni persecutorie messe in atto dagli organi repressivi dello stato finalizzate a colpire i loro orientamenti e comportamenti politici. Nicola Consentino è perseguitato dalla Magistratura perchè è un deputato del Pdl, perchè ha espresso certe idee, perchè essendo deputato ha intrapreso determinate iniziative? Queste sono le domande a cui devono rispondere i deputati messi di fronte ad una richiesta di autorizzazione a procedere. Non è invece compito dei membri del parlamento mettersi a valutare riguardo ad una inchiesta, se vi sono errori giudiziari o prove insufficienti, far valere il proprio innocentisimo o colpevolismo, come farebbe l'opinione pubblica di Porta a Porta o di Terzo grado.

I parlamentari non devono sostituirsi ai magistrati. Al limite possono valutare che l'istituto della carcerazione preventiva sia usato nella preparazione del processo con eccessiva discrezionalità o che ha un costo troppo alto per l'elevato numero di detenuti in attesa di giudizio. In tal caso, anziché di volta in volta salvare uno dei propri membri, dall'applicazione di leggi in base alle quali verrebbe recluso qualsiasi imputato non fosse tutelato da immunità, essi possono emendare o abolire la legge. Ma la legge, quale che sia, deve essere uguale per tutti.


Argomenti correlati:
La Zanzara si finge Bossi e telefona a Cosentino: lui ci casca e ringrazia il "finto" Senatùr (Liquida)

Ofir Haivry è un ricercatore di storia e pensiero politico, direttore degli studi al Centro Shalem di Gerusalemme. Ha scritto un articolo sulla questione demografica in Medio Oriente, pubblicato su Limes 5/2011: «Il declino demografico un mito duro a morire».

Secondo l'autore, sul sionismo hanno sempre pesato previsioni demografiche pessimistiche. I piani di spartizione di Gran Bretagna, Onu e altri soggetti, sarebbero stati gravati dall'idea che la popolazione ebraica non potesse aumentare drasticamente. Al contrario, la leadership sionista avrebbe sempre diretto la sua politica mantenendo l'obiettivo di Israele come casa per la grande maggioranza del popolo ebraico. In passato, come oggi.

Haivry cita le previsioni demografiche del passato rivelatesi poi errate. Nel 1898, lo storico ebreo Simone Dubnow prevedeva che nel 2000, in Palestina avrebbero vissuto solo 500 mila ebrei, perciò si opponeva all'idea sionista, giudicandola non realistica. Nel 1948, il professor Roberto Bachi, fondatore dell'Ufficio centrale di statistica dello Stato di Israele, dichiarò che entro il 1966 gli ebrei avrebbero perso la maggioranza in Israele e nel 2001 sarebbero stati solo 2 milioni e 300 mila, il 34% della popolazione. Ma nel 2011, in Israele vivono 6 milioni di ebrei: il 60% della popolazione locale (includendo i Territori), il 40% degli ebrei del mondo, e l'80% della popolazione dello Stato di Israele. La scuola "pessimistica" spiega il mancato avverarsi delle precedenti previsioni demografiche con il verificarsi di impreviste e irripetibili ondate di immigrati ebrei dopo la nascita dello stato e dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Data l'immigrazione dalla Russia esaurita e il tasso di natalità degli ebrei destinato a scendere a fronte del tasso di natalità degli arabi salito o rimasto costante, Arnon Soffer dell'Università di Haifa e Sergio Della Pergola dell'Università di Gerusalemme, prevedono un nuovo inesorabile declino. Inclusi i Territori, nel 2020 gli ebrei saranno solo il 42% della popolazione (6 milioni e 380 mila). Nella sola Israele, gli ebrei perderanno la maggioranza intorno al 2048.

Ofir Haivry non è d'accordo. Dal 1950 ad oggi non esiste alcuna tendenza negativa nei numeri delle nascite tra gli ebrei. E nell'ultimo decennio (2000-2010) - secondo la sua analisi dei dati - in Israele, crolla il tasso di natalità tra la popolazione araba e cresce costantemente il tasso di natalità della popolazione ebraica. Il tasso di natalità tra gli arabi cristiani scende dal 2,6 del 2000 al 2 del 2010. Il tasso di natalità tra gli arabi musulmani scende dal 4,75 del 2000 al 3,5 del 2010 (-33%). Il tasso di natalità scende anche per gli ebrei ortodossi dal 7,7 del 2000 al 6,2 del 2010 (-25%), ma sale tra la popolazione ebraica di ceto medio dal 2,5 del 2000 al 3 del 2010 (+20%). A parere di Haivry, i dati sono poco chiari per quanto riguarda i Territori (Giudea, Samaria e Gaza), in quanto l'Anp ha interesse a gonfiare i numeri della popolazione araba palestinese, per ricevere maggiore assistenza dall'Unrwa e maggiori sussidi da Usa, Ue e altre fonti. Secondo un gruppo di ricercatori americani e israeliani capeggiati da Robert Zimmermann e Yoram Ettinger oggi i residenti arabi nei Territori dell'Anp sarebbero 2,8 milioni, di cui 1,5 in Giudea e Samaria e 1,3 nella Striscia di Gaza. Anche il Fafo, centro di ricerca propalestinese in Norvegia, dichiarerebbe che il tasso di natalità tra gli arabi nei Territori è in fortissima discesa. Nella Striscia di Gaza, il 7,5 figli per famiglia del 2000 scenderebbe a meno di 4 nel 2015, mentre in Giudea e Samaria il 5,5 del 2000 calerebbe al 2,4 del 2015.

In conclusione, sostiene Ofir Haivry, nel 2018, cinquantesimo anniversario di Israele, gli ebrei in Israele saranno 6,3 milioni, rimarranno maggioranza solida con un alto tasso di natalità in ascesa, forse più alto di quello arabo, e per la prima volta nella storia gli ebrei di Israele diventeranno la maggioranza assoluta degli ebrei nel mondo. Se dunque aspettative demografiche pessimistiche mettevano Israele sulla difensiva, proteso a cercare in fretta il miglior accordo possibile con i palestinesi, perchè il tempo lavora a favore dei palestinesi e a pensare accordi e soluzioni (l'uscita di Israele da Territori con popolazioni arabe) sulla base di tali previsioni, adesso la prospettiva si capovolge: sono gli israeliani a sospettare che il tempo lavori per loro. Fra dieci o vent'anni la loro situazione potrebbe essere molto migliore, sicché i termini di un possibile accordo cambierebbero.

Un altra conclusione che potrebbe aggiungersi è che - sulla base delle previsioni di Ofir Haivry - viene meno la principale obiezione di parte israeliana contraria allo stato binazionale, quella secondo cui non sarebbe altro che uno stato arabo a minoranza ebraica.

Nel frattempo però, i due uffici nazionali di statistica, palestinese e israeliano, comunicano i dati attuali: nel mondo i palestinesi superano gli israeliani: 11 milioni contro 7 (una lacuna certa del lavoro di Ofir Haivry sono i palestinesi della diaspora). Basandosi sulle stime del Dipartimento di statistica israeliano per il 2012, il numero di palestinesi ed ebrei sarà di 6,3 milioni ciascuno per la fine del 2015, se i tassi di crescita attuali rimangono invariati. Tuttavia, il numero dei palestinesi nella Palestina storica arriverà a 7,2 milioni entro la fine del 2020, rispetto a 6,8 milioni di ebrei».


Riferimenti:

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.