di Maria Rossi



Queste parole non sono state pronunciate da Alice Schwarzer, la femminista pasionaria tedesca che si batte per l'abolizione della prostituzione ed ha recentemente lanciato un appello in tal senso, sottoscritto anche dalla grande Margarethe von Trotta . No. A pronunciare queste parole è stato Helmut Sporer, commissario generale della polizia criminale di Augusta, città della Baviera di 300.000 abitanti circa, con una delle più elevate concentrazioni di locali dove ci si prostituisce. Le ragazze che praticano rapporti mercenari sono 600-700, disperse in 11 grossi bordelli e 130 appartamenti. Sporer si occupa da 20 anni di lotta contro la tratta e contro lo sfruttamento della prostituzione ed ha constatato un grave deterioramento della situazione dopo la promulgazione della legge del 2002: la ProstG. 

Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek vorrebbero farci credere che il fallimento della legge debba attribuirsi alla sua mancata implementazione in molti Stati della Repubblica Federale tedesca dovuta alla persistenza di remore morali nei confronti della prostituzione. 

Le critiche di Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek non mi paiono affatto pertinenti. L'inchiesta di Der Spiegel illustra, infatti, i drammatici effetti sulle condizioni di vita delle prostitute prodotti dall'applicazione della ProstG nei legalissimi bordelli e nelle vie di Colonia dove si pratica in conformità della legge, mentre Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek ci rendono edotti del fatto che molti Länder (altri evidentemente sì) non consentono di prostituirsi o di sistemare un bel FKK a mezzo metro da un Kinderkrippe (asilo nido), da un Kindergarten (scuola dell'infanzia) o da una Grundschule (scuola elementare). I due studiosi ci informano che vi sono Stati federati che non permettono di prostituirsi o di piazzare un mega bordello a 2 m. dal Duomo di una città, ma ne impongono la costruzione in periferia o consentono di praticare la prostituzione solo di notte. Esisterebbero persino cittadine di 29.000 abitanti e paesini di 300 abitanti che non potrebbero vantare neppure un bordellino in formato mignon! Ora, tutto ciò non ha alcuna attinenza con le questioni sollevate dall'inchiesta di Der Spiegel. Che venga vietato l'esercizio della prostituzione nelle vicinanze di una chiesa cambia forse il modo in cui vengono trattate le ragazze in un legalissimo bordello?

Relativamente alle migranti (il 65% del totale secondo un rapporto Tampep che risale al 2009, pp.22-23) che esercitano la prostituzione in Germania, il 70% proviene da Paesi centro ed est europei e ad esse si applica la ProstG. Inoltre confesso di aver letto frettolosamente la legge tedesca sull'immigrazione (mi riprometto di rileggerla), e quindi, può darsi che l'informazione mi sia sfuggita. Resta il fatto che non sono riuscita ad individuare un articolo che annoveri tra le cause di esclusione del rilascio del permesso di soggiorno l'esercizio della prostituzione. Teniamo presente che l'immigrazione è una materia legislativa di competenza federale.

In realtà, la legge ProstG è un disastro, proprio perché, da un lato (lato business) funziona benissimo, dall'altro (quello dei diritti di chi la pratica) si è rivelata completamente inefficace e non perché molti Länder non permettono di costruire FKK nei pressi dei conventi, ma perché è imperniata sul falso presupposto che la prostituzione sia un lavoro come un altro. 

Ha riconosciuto la validità del contratto tra clienti e prostitute, consentendo a queste ultime di rivolgersi alla magistratura per esigerne l'esecuzione, scrivono Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek. Peccato che siano pochissime le donne prostituite che hanno denunciato un cliente per mancato pagamento della prestazione. In compenso, dell'esigibilità del contratto profittano clienti e gestori di FKK. "Fedele al motto: "E' bello essere un pascià", l'omonimo locale: il Pascha, il più grande bordello d'Europa, con sede centrale a Colonia e filiali a Monaco, Salisburgo e Linz, offre ai suoi clienti (circa 800 al giorno e 1000 nei week-end) la garanzia "soddisfatti o rimborsati", che si applica, come è noto, alle merci. In fondo, cosa sono le donne, per tanti clienti e proprietari di bordelli, se non prodotti provvisti di organi genitali (oggetti sessuali, appunto), che possono deludere le aspettative dei compratori, i quali possono, pertanto, pretendere il rimborso dell'importo versato? Il Pascha si vanta di essere l'unico bordello al mondo ad offrire questa "fantastica" garanzia ai suoi amati clienti. Chissà che non ve ne siano altri, invece, fra i 3000-3500 esistenti o che la "magnifica" idea non ispiri presto altri ingegnosi gestori di FKK et similia. 

La scrupolosa tenutaria dei bordelli Fun Garden e Ville Auberge a Emmerich nella Renania Settentrionale-Vestfalia, invece, annotava nei registri di contabilità "la qualità delle prestazioni" offerte dalle "sue" ragazze. Ogni cliente era infatti invitato a compilare un questionario di valutazione del rapporto appena consumato, o meglio, della merce appena acquistata, visto che in cambio riceveva un buono acquisto di 5 euro, come nei supermercati.[Der Spiegel 1/2014]. Il contratto deve essere eseguito a regola d'arte dalla prostituta...mica dal cliente! Nel bordello "Su Casa", nella zona industriale di Lechhauser, Sabina viene stuprata da un cliente, ma il tribunale non riconosce la sussistenza del reato, dal momento che la ragazza ha accettato il rapporto sessuale. Trattasi evidentemente, per il giudice in questione, di puro e semplice adempimento del contratto stipulato con il cliente. (Dell'articolo esiste anche anche la traduzione in francese).

Nel 2007 il Ministero della Famiglia, come rivela l'inchiesta di Der Spiegel, ha redatto un rapporto dal quale si evince come la nuova normativa non abbia «apportato alcun apprezzabile miglioramento reale alla sicurezza sociale delle prostitute» e alle loro condizioni di lavoro. Del resto, soltanto l'1% delle donne intervistate aveva dichiarato di aver sottoscritto un contratto di lavoro come prostituta. Analogamente, le iscrizioni delle prostitute alla previdenza sociale sono quasi inesistenti

Quanto all'assicurazione sanitaria, proprio dalla ricerca della dottoressa Barbara Kavemann, cui rinvia l'articolo di Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek, si apprende che su un totale di 245 prostitute, solo 13 nel 2007 risultavano iscritte all'assicurazione sanitaria in quanto prostitute. Tutte le altre avevano indicato una professione diversa. [www.cahrv.uni-osnabrueck.de pag. 20].

Matthias Lehmann e Sonja Dolinsek osservano che la legge proibisce l'esercizio di qualsiasi forma di coercizione da parte dei datori di lavoro nei bordelli, ma la questione è che è assai difficile dimostrare l'infrazione di questo divieto in mancanza della testimonianza delle vittime, qualsiasi prova oggettiva si riesca a fornire. E' questo il significato da attribuire alle amare parole di Helmut Sporer, il commissario di polizia che da 20 anni si occupa della lotta contro il prossenetismo e la tratta:

La legge concede ora ai proprietari dei bordelli un potere direttivo sulle donne prostituite. Essi hanno ormai il diritto di dar ordini alle donne. Rimane illegale soltanto imporre le peggiori pratiche sessuali, vale a dire certe specifiche pratiche con alcuni clienti. Ma, concretamente, tutte le forme di subordinazione sono diventate lecite con l'approvazione di questa legge. Ora fanno parte del potere direttivo dei proprietari dei bordelli. Le donne non sono più tutelate [dall'arbitrio] di queste persone e ciò per motivi connessi alla legge: la polizia, molto semplicemente, non può più intervenire. 

E' per altro assai difficile garantire il rispetto del divieto di imposizione di pratiche sessuali non gradite. Nel 2011 i tre gestori del Pascha di Monaco sono stati accusati di sfruttamento della prostituzione. Avrebbero, fra l'altro, costretto alcune donne a praticare rapporti orali senza preservativo. A causa dell'impossibilità di fornire prove inconfutabili di queste accuse, i tre sono stati rilasciati. L'anno scorso una redattrice del periodico femminista Emma si è recata però al Pascha di Colonia, fingendo di essere interessata a esercitare la prostituzione nel locale. Uno dei responsabili le ha fornito l'elenco delle pratiche sessuali obbligatorie: rapporto vaginale in tutte le posizioni desiderate dal cliente, rapporti lesbici se richiesti da quest'ultimo e la fellatio senza preservativo (qui la versione francese dell'inchiesta). Se il più grande bordello d'Europa si permette di infrangere così platealmente la legge, sicuro dell'impunità, attentando alla salute delle ragazze che vi praticano la prostituzione, proviamo ad immaginare cosa possa accadere in un bordello meno famoso che non sia oggetto della costante attenzione dei media.

Inoltre, la concorrenza ha ridotto i prezzi e ha prodotto il deterioramento delle condizioni di lavoro. Helmut Sporer osserva come sempre più frequentemente i clienti richiedano rapporti sessuali senza l'uso del preservativo, che molte prostitute acconsentono a praticare per guadagnare di più e per acquisire un vantaggio nel mercato altamente competitivo del sesso. 

L'articolo di Matthias Lehmann e di Sonja Dolinsek si sofferma poi sulle questioni dello sfruttamento della prostituzione e della tratta.

Relativamente a questi gravi problemi, le critiche rivolte alla legge riguardano il fatto che è diventato impossibile effettuare un'ispezione in un bordello senza che sussistano chiari indizi di commissione di un reato, e, soprattutto, che quest'ultimo, quali che siano le prove oggettive raccolte, non può essere accertato senza la testimonianza delle vittime, le quali raramente sono disposte a presentare querela e a deporre in un processo. [caloupile.blogspot.it] [http://ressourcesprostitution.wordpress.com] 

Oltre al caso del Pascha e di un importante bordello di Augusta, si può citare quel che è accaduto al Fun Garden e a Ville Auberge a Emmerich. La proprietaria dei due bordelli annotava diligentemente nei registri contabili le sanzioni pecuniarie inflitte alle donne che iniziavano il turno in ritardo (50 euro), che non ripulivano la cucina (10 euro), che non volevano o non potevano più lavorare (100 euro), l'orario e i turni di lavoro da rispettare, la durata di ciascun rapporto. Le ragazze non avevano diritto di scegliere o rifiutare i clienti e il "successo delle loro prestazioni" veniva accuratamente annotato. Una parte dei loro guadagni era estorta dalla proprietaria dei due bordelli e dal marito. Questi elementi concorrerebbero, in base all'art.181a del Codice Penale tedesco, a configurare il reato di sfruttamento della prostituzione,  eppure la tenutaria dei due bordelli e il compagno, malgrado avessero lasciato prova scritta del crimine commesso, non sono stati condannati per prossenetismo, per la comprensibile riluttanza delle vittime a testimoniare. Sono stati riconosciuti colpevoli di altri reati, non di questo

In conclusione, il rigore e la drammatica verità dell'inchiesta di Der Spiegel non mi paiono affatto scalfiti dalle critiche in larga misura poco pertinenti di Matthias Lehmann e di Sonja Dolinsek. 



di Maria Rossi


Sulla prostituzione nei Paesi Bassi è stata pubblicata la traduzione di un articolo che mi propongo di confutare.

Nel post si dichiara che il rapporto Schijin-Schaapman, avrebbe decretato che tra il 50 e il 90% delle prostitute operanti nel quartiere a luci rosse di Amsterdam sarebbero vittime di tratta. Questa tesi non troverebbe tuttavia un riscontro, anche alla luce del fatto che il ‘absolute doorlaatverbod’ obbliga legalmente il Dipartimento per le Investigazioni Criminali ad intervenire qualora ci fosse anche solo il dubbio di traffico di esseri umani. I due autori del rapporto non sono mai stati chiamati a rispondere della veridicita’ dei dati da loro utilizzati.

Una precisazione: il titolo autentico del rapporto non è quello riportato nella traduzione, ma è questo: Schone Schijn,  che significa Salvare le apparenze La relazione non è stata redatta da due pincopallini qualsiasi, che avrebbero prodotto dati falsi o di dubbia veridicità, come parrebbe doversi dedurre dalla lettura dell'articolo tradotto. No, signori! Essa è stata elaborata dal Korps landelijke politiediensten (KLPD) Dienst Nationale Recherche, come si può agevolmente constatare dalla lettura del frontespizio. Trattasi cioè di un rapporto di polizia, pubblicato nel 2008, dal contenuto, per altro, ancora più dirompente di quello che gli attribuisce l'autore dell'articolo tradotto. A pag.14 si asserisce, infatti, che gli indizi comprovanti la tratta non vengono colti dalla polizia e che nelle tre città oggetto del rapporto: Amsterdam, Utrecht e Alkmar (dunque non solo nel Wallen, il celebre quartiere a luci rosse della capitale) si stima che una percentuale compresa fra il 50% e il 90% di prostitute non lavorino volontariamente, siano cioè soggette a qualche forma di coercizione. [in alle drie de steden schatten zij het percentage onvrijwillig werkende vrouwen op 50-90% ] La stima più prudente, prosegue il rapporto, corrisponde a 4000 vittime di tratta (slachtoffers van mensenhandel) presenti nella sola città di Amsterdam. (Uitgaande van de laagste schatting van 50%, zou dit alleen al in Amsterdam 4.000 slachtoffers van mensenhandel op jaarbasis inhouden). 

Tuttavia, non è solo questo dato (altri, altrettanto significativi, li ritroveremo in ulteriori documenti che vi segnalerò fra poco) a conferire un'indubbia rilevanza al rapporto in questione. Le stesse circostanze che hanno condotto alla sua elaborazione appaiono estremamente interessanti. Esse non sono riconducibili al bisogno di verificare la fondatezza delle asserzioni, comunque importanti dell'ex esponente del partito laburista Karina Schaapman, fondate su uno studio che non ho letto, ma che, stando all'articolo tradotto e pubblicato sul blog Al di là del buco, mi pare approdi a conclusioni inquietanti. Che la maggior parte delle prostitute presenti ad Amsterdam abbia contatti di diversa natura con membri della criminalità legata alla prostituzione mi sembra una notizia tutt'altro che rassicurante, qualsiasi cosa ne pensi il redattore dell'articolo che sto confutando. L'informazione, come vedremo, è, per altro, confermata da altre ricerche. 

La redazione di Schone Schijin da parte della polizia olandese è stata sollecitata dall'individuazione, dall'incriminazione e dall'arresto nel 2007 del gruppo criminale Dürdan, che ha rivelato l'esistenza, la gravità e la diffusione raggiunta nel Paese dai fenomeni della prostituzione coatta e della tratta che si credevano debellati in seguito all'abrogazione del divieto di gestione dei bordelli. [p.10 del rapporto]. Tali spietati magnaccia hanno potuto operare indisturbati in Olanda per dieci anni, grazie all'esistenza di un'ampia rete di complicità e di connivenze che ha rivelato quanto sia agevole la penetrazione della prostituzione coatta nel settore legale e regolamentato. Nel corso degli anni il gruppo criminale ha mantenuto contatti con la polizia, con i proprietari delle vetrine, con un'agenzia di consulenza fiscale incaricata di espletare le operazioni amministrative necessarie al rilascio dell'autorizzazione all'esercizio della prostituzione. Le ragazze sfruttate erano regolarmente registrate nei Comuni in cui erano domiciliate. Numerosi componenti del gruppo e parecchie vittime alloggiavano in un cottage ed avevano ottenuto uno sconto di gruppo, concesso anche da una clinica estetica che aveva eseguito su molte prostitute sfruttate interventi, richiesti dai prosseneti, di mastoplastica additiva. E' plausibile supporre che molte di queste persone fossero a conoscenza o, per lo meno, sospettassero l'esistenza dello sfruttamento della prostituzione, ma nessuno di loro ha mai pensato di rivelare i propri sospetti alla polizia. Inoltre, le ragazze sfruttate dal gruppo criminale, oltre a possedere tutti i documenti richiesti dalla legislazione olandese, avevano stipulato regolari contratti di affitto con i proprietari, legalmente autorizzati, delle vetrine delle cinque città dove esercitavano la prostituzione: Amsterdam, Alkmar, Utrecht, L'Aia e Haarlem. Alcuni gestori delle vetrine mantenevano i rapporti esclusivamente con le prostitute, altri facevano affari direttamente e senza problemi con i magnaccia. Anche i primi, tuttavia, erano spesso consapevoli, come si evince dalle intercettazioni telefoniche, dello sfruttamento cui erano sottoposte le ragazze da parte dei prosseneti, ma nessuno ha mai informato la polizia! [KLPD - Dienst Nationale Recherche, Politie, Korps landelijke politiediensten, Schone Schijn, cit., pp.11-12 e 32-39.] Altro che intervento tempestivo del Dipartimento per le Investigazioni Criminali al minimo sospetto di esistenza della tratta! 

Uno degli obiettivi politici che la regolamentazione intendeva conseguire era quello di sopprimere o, quanto meno, di ridurre drasticamente il fenomeno della tratta e della prostituzione coatta. Gli estensori del rapporto di polizia affermano che questo obiettivo non è stato conseguito. [Ibidem, p.24, Eén van de beleidsdoelen die met de opheffing van het bordeelverbod werd beoogd was de bestrijding van de exploitatie van onvrijwillige prostitutie. Uit het onderzoek Sneep blijkt dat deze doelstelling niet is gehaald]. Aggiungono, anzi, che l'attuale politica olandese non è sufficientemente attrezzata per identificare la tratta e la prostituzione coatta [Ibidem, p.100. Ten eerste is het huidige beleid niet voldoende uitgerust om onvrijwillige prostitutie ofwel mensenhandel te signaleren] ed è per questo che, malgrado l'ampiezza del fenomeno, solo una minuscola frazione di trafficanti e di sfruttatori della prostituzione viene individuata e perseguita.

Gli autori del rapporto, ad ogni modo, si sforzano di individuare alcune delle cause che nei Paesi Bassi intervengono ad ostacolare, se non ad impedire, l'implementazione di un'efficace politica di contrasto ai fenomeni della prostituzione coatta e della traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale.
  • Il decentramento amministrativo conduce ad elaborare strategie di lotta contro la tratta eterogenee, diverse da un comune all'altro e non sufficientemente coordinate sul piano nazionale;
  • la cooperazione e la comunicazione tra le agenzie che dovrebbero contrastare la prostituzione coatta è insufficiente;
  • benché la legge attribuisca ai comuni una fondamentale funzione di controllo della prostituzione, le tre città oggetto del rapporto: Amsterdam, Utrecht e Alkmar non sono intervenute nella fase di segnalazione delle potenziali vittime di tratta e hanno delegato alla polizia i compiti di sorveglianza del settore e di accertamento della regolarità delle licenze di esercizio della prostituzione;
  • riconoscere la presenza della tratta non è compito delle autorità di registrazione. A queste ultime (ad esempio alla Camera di Commercio) possono essere presentati passaporti falsi, come in effetti è avvenuto parecchie volte;
  • le modalità di svolgimento dei controlli operati dalle forze dell'ordine li rende assolutamente inidonei all'identificazione delle vittime della tratta. Gli ispettori di polizia si limitano in genere a controllare la validità e la regolarità dei documenti delle prostitute. Alcuni chiedono soltanto la carta d'identità, altri il passaporto, altri ancora esigono anche il certificato di iscrizione alla Camera di Commercio e il numero di registrazione alla previdenza sociale obbligatoria. Il possesso dei documenti richiesti, tuttavia, non garantisce che la prostituta sia libera da vincoli coercitivi. Si pensi alle ragazze, perfettamente in regola, sfruttate dal gruppo Dürdan. Inoltre, non è raro che le prostitute possiedano documenti falsi. I controlli durano pochi minuti ed è improbabile che in questo breve lasso di tempo una vittima decida di confidarsi. Il fatto che le donne siano attentamente sorvegliate dai protettori e dalle guardie del corpo rende ciò ancora più improbabile. Inoltre, i controlli della polizia sono rigorosamente limitati al settore legale della prostituzione e trascurano completamente quello informale che - lo si apprende da altri studi- costituisce quasi la metà dell'intero settore.
  • La disponibilità delle vittime a denunciare la tratta è bassa per la paura di subire la violenza e le ritorsioni dei magnaccia o per il rapporto affettivo che hanno instaurato con loro ( è il fenomeno dei loverboys) o, infine, perché sono vincolate da un contratto. 
  • Sono state riscontrate gravi violazioni del codice di condotta cui le forze dell'ordine dovrebbero attenersi. Ispettori di polizia si intrattengono in piacevoli conversazioni nei bar con i proprietari delle vetrine o con i magnaccia e con le guardie del corpo e manifestano nei loro confronti un atteggiamento amichevole. Ciò, ovviamente, aumenta il rischio di collusione e riduce la fiducia delle vittime della tratta nelle forze dell'ordine. [Ibidem, pp.16 e 87. Riporto il brano di p.16: Andere afwijkingen van de gedragscode zijn prostitutiecontroleurs die koffie drinken bij exploitanten of raamverhuurders of controleurs die contacten onderhouden met pooiers of bodyguards. Dit laatste verhoogt ondermeer het risico op collusie of afglijdgevaar, iets waar ook de gedragscode voor waarschuwt. Bovendien komt deze handelswijze het vertrouwen van mogelijke slachtoffers van mensenhandel in de controleurs niet ten goede. Il brano di p.87 è tradotto anche in inglese da un cliente olandese trasferitosi in Gran Bretagna: «{a victim of forced prostitution said:} “When I see [prostitution inspectors] shake hands with pimps or [see] them throw an arm around them, and when I see [prostitution inspectors] drink coffee with the brothel operators, I have the feeling I can’t say anything anymore”». Una vittima delle prostituzione coatta ha dichiarato: «Quando vedo gli ispettori della polizia addetti al controllo della prostituzione stringere la mano agli sfruttatori o li vedo abbracciarli o bere un caffè con i gestori dei bordelli, ho la sensazione di non poter più denunciare nulla»]
  • Può accadere, infine, che, se una prostituta ritira una denuncia, non venga avviata alcuna indagine, malgrado questo comportamento sia illegale, perché la tratta è un reato perseguibile d'ufficio. [Ibidem, p.16]

Al di là di queste ragioni, però, a mio parere, il motivo cruciale dell'insuccesso, anzi, dell'impossibilità di impostare nei Paesi Bassi una seria politica di contrasto alla prostituzione coatta risiede nella legalizzazione stessa, che trascina con sé, inevitabilmente, anche quella di determinate forme di prossenetismo.

La materia è disciplinata dall'art.273 f del Codice Penale che recita: «Chiunque costringe un'altra persona a prostituirsi, induce un minore a prostituirsi, recluta, preleva o rapisce una persona per obbligarla a prostituirsi in un altro Paese (ai sensi della Convenzione Internazionale del 1933 sulla repressione della tratta delle donne maggiorenni), ricava profitti dalla prostituzione forzata o di minorenni, costringe un'altra persona a consegnargli i proventi della prostituzione, è punito con la pena della reclusione fino ad un massimo di otto anni». [Dutch Ministry of Foreign Affairs, Dutch Policy on Prostitution, Questions and Answers 2012, What penalties are imposed?, p.4]

Si noterà come l'articolo, introdotto nel Codice Penale nel 2005, a differenza di quanto prevede la legislazione italiana, non includa tra le fattispecie di reato il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione altrui, salvo che questo sia esercitato secondo modalità coercitive. Dunque: vivere dei proventi della vendita dei corpi altrui costituisce un'attività legale, legittima, socialmente riconosciuta nei Paesi Bassi. 

La legalizzazione del prossenetismo esercitato in forme non violente è un'ovvia conseguenza della trasformazione della figura dello sfruttatore in rispettabile imprenditore del sesso (proprietario di un sex club, di una vetrina ecc.). Nei Paesi Bassi si è proceduto anche alla legittimazione dell'intermediario parassita, una figura simile al "caporale": un individuo che vive dei proventi della prostituzione altrui.

La distinzione tra lenocinio coercitivo e lenocinio non violento rende peraltro assai difficile perseguire tanto il primo quanto la tratta, per la difficoltà di distinguere il primo dal secondo.

Inoltre: quando il prossenetismo può definirsi non coattivo? Perché una prostituta dovrebbe consegnare una parte, più o meno cospicua , dei propri guadagni a un magnaccia, se non perché subisce una qualche forma di costrizione? Perché un'operaia o una donna delle pulizie non condivide il suo reddito con un estraneo e una prostituta invece sì? O tutto lo sfruttamento della prostituzione è coercitivo o l'esercizio della prostituzione si configura come un'attività molto pericolosa che comporta un rischio elevatissimo di subire violenza e rende pertanto necessario ricorrere ai servizi a pagamento di un protettore. Entrambe le ipotetiche risposte al quesito appaiono inquietanti.

Riguardo alla prostituzione coatta, comunque, i poliziotti intervistati da Anton van Wijk e dai suoi collaboratori in una ricerca del 2010 sulla pratica dei rapporti mercenari ad Amsterdam propongono una stima compresa fra il 30-40% e il 90% [Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep. Een onderzoek naar de prostitutiebranche in Amsterdam. Una professione vulnerabile. Un'indagine sul settore della prostituzione di Amsterdam, 2010, p.164].

E' da questo studio, che reca il titolo di Kwetsbaar beroep, che si apprende che nelle vetrine del celebre quartiere a luci rosse di Amsterdam: De Wallen, tutte o almeno il 90% delle prostitute risultano assoggettate ad un magnaccia, che estorce loro almeno la metà dei proventi. Il dato è fornito dalle stesse ragazze che praticano rapporti mercenari e confermato da poliziotti ed assistenti sociali. [Ibidem, p.165 Op de Wallen is er vrijwel geen prostituee die zonder pooier werkt, althans dat zeggen verschillende geïnterviewde respondenten, zowel politie en hulpverlening als de prostituees zelf.[...] Over hun collega-prostituees op de Wallen, zeggen zij dat 90 procent voor een pooier werkt aan wie zij een groot deel van de inkomsten moet afdragen (na aftrek van de raamhuur de helft van de opbrengsten). Di questi due periodi esiste anche una traduzione in inglese: "On De Wallen there is virtually no prostitute who works without a pimp, at least that's what several interviewed respondents say, police as well as social work and the prostitutes themselves. [..] About their colleague-prostitutes on De Wallen, they say that 90 percent work for a pimp to whom they have to hand over a large part of their income (after deduction of the window rent half of the revenue)]. Questa informazione è rilanciata nel rapporto Gemeente Amsterdam, Ministerie van Veiligheid en Justitie, Projectgroep Emergo, De gezamenlijke aanpak van de zware ( georganiseerde) misdaad in het hart van Amsterdam [L'approccio comune alle forme gravi di criminalità (organizzata) nel cuore di Amsterdam], 2011, p.84]

La prostituzione coatta, diffusissima nelle vetrine, è presente anche in altri settori più opachi e scarsamente controllati dalla polizia. Nella regione di Groningen , ad esempio, ogni 3 o 4 settimane, i sex club ricevono una visita da parte di magnaccia che "offrono" ai proprietari le prestazioni di una o più prostitute, anche se la situazione negli ultimi tempi sembra lievemente migliorata. [A.L. Daalder, Prostitution in the Netherlands since the lifting of the brothel ban, 2007, p.79] L'attività di controllo e di ispezione della polizia, ad ogni modo, è concentrata nel settore legale e ciò limita le attività di monitoraggio e di indagine sulle forme di sfruttamento della prostituzione penalmente sanzionate nel settore non autorizzato, (che è molto esteso, per altro) [Ibidem, p.11]. La stessa critica è formulata da Anton van Wijk e collaboratori nella ricerca Kwetsbaar beroep, nella quale si lamenta la mancata attivazione della polizia e del Comune di Amsterdam nella ricerca di possibili club e case chiuse clandestine [Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep, cit, p.70] Nei sex club legali le ragazze possono essere sottoposte a pressioni da parte dei prosseneti, presenti all'esterno dei locali, i cui proprietari, pur essendo a conoscenza del fenomeno, non intervengono per paura di provocare risse e perché spesso le prostitute sono considerate lavoratrici autonome e i gestori non si assumono la responsabilità dell'allontanamento dei magnaccia. [Ibidem, p.84] Quanto alle agenzie di escort ad Amsterdam, si presume che la tratta non vi sia presente su larga scala, ma questo è un settore opaco che rappresenta la parte meno visibile e controllabile della prostituzione, [Ibidem, p.68] tant'è vero che da un terzo alla metà delle ragazze non dipende dalle agenzie, ma opera nel settore illegale [Ibidem, p.98]. Di loro, ovviamente, non si sa nulla, tanto meno se sono vittime di tratta o sfruttate dai magnaccia. 

Date le condizioni illustrate dai rapporti sopracitati, in particolare da quello redatto dalla polizia, è facile intuire come i dati ufficiali sulla tratta risultino notevolmente sottostimati. Non è forse inutile notare, en passant, come la registrazione di tali dati sia affidata ad un'Ong: CoMensha, che, come ho scoperto recentemente, è integralmente finanziata dal Governo, il quale, ovviamente, è favorevole alla legalizzazione della prostituzione, opinione, guarda caso, condivisa anche dall'organizzazione in parola. 

Qualche tempo fa, il ricercatore universitario Pietro Saitta scriveva a proposito delle Ong contrarie alla prostituzione: "Ciò nonostante, malgrado i chiari limiti e i sospetti relativi alla effettiva neutralità delle agenzie che le producono ed esibiscono con intenti “lobbistici” (volti per lo più allo stanziamento di fondi pubblici per progetti di intervento), queste statistiche influenzano le scelte dei legislatori e degli organi sovranazionali"

Chissà se Saitta sarebbe disposto ad estendere questa accusa a CoMensha! Quanto a me, non nutro alcun dubbio sulla diligenza con cui questa Ong assolve la funzione che le è stata affidata. Ogni anno essa registra un incremento del numero delle vittime della tratta. 

Come rileva, però, il Relatore Nazionale sulla Tratta nel rapporto Trafficking in Human Beings le statistiche non rispecchiano la reale entità del fenomeno che rimane in gran parte occulto, anche perché poche vittime presentano denuncia [National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring, 2010, p. 89]. "Since human trafficking is often hidden and victims are often unwilling or afraid to speak out (or do not realise that they are victims), there are probably a large number of unknown cases of human trafficking(a large ‘dark number’). Consequently, statistical trends based on the number of known cases of human trafficking usually do not directly reflect developments in the total number of cases of human trafficking". La stessa osservazione la ritroviamo nel già citato rapporto Kwetsbaar beroep a p.162.

Il rapporto della polizia olandese, la ricerca di Anton van Wijk e dei suoi collaboratori sulla prostituzione ad Amsterdam, lo studio De gezamenlijke aanpak van de zware ( georganiseerde) misdaad in het hart van Amsterdam, che riprende i dati riportati nel testo di van Wijk e che è stato redatto dal comune di Amsterdam e dal Ministero della Giustizia, la relazione Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring del Relatore Nazionale sulla tratta che include il brano sopracitato sono evidentemente considerati da Marco Leening robaccia da gettare nella pattumiera in quanto priva di qualsiasi validità scientifica. Polizia, Ministero della Giustizia, Municipio di Amsterdam, studiosi sarebbero tutti incompetenti secondo l'autore dell'articolo in questione.

Qualche ricerca che, secondo l'insindacabile giudizio di Marco Leening, appaia ispirata a rigorosi criteri scientifici però c'è. Una di queste l'ho letta. Si tratta del rapporto di Regioplan, redatto nel 2007 dallo studioso A.Daalder. Ne esiste anche una versione in lingua inglese che reca il titolo di Prostitution in the Netherlands since the lifting of the brothel ban. w164574-prosentret.php5.dittdomene.no/.../nederl...Farò riferimento ad essa. A p.13 è effettivamente riportata la notizia che solo l'8% delle donne operanti nel settore legale del mercato del sesso ha rivelato all'intervistatore di essere stata costretta a prostituirsi. Tuttavia, lo studioso prosegue osservando che ad ostacolare la lotta contro la prostituzione coatta è il fatto che gli addetti al rilascio delle licenze prestino la propria attenzione unicamente ai proprietari dei locali che le richiedono e non ai magnaccia che possono operare in modo occulto, esercitando forme di coercizione. Aggiunge che il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione è ancora molto diffuso soprattutto nelle vetrine, nelle case e fra le escort [Pimps are still a very common phenomenon. Prostitutes with pimps mainly work behind the windows, in the escort business, and at home.] La bassa percentuale di prostitute che rivelano all'intervistatore di essere state costrette a prostituirsi, a questo punto, mi pare facilmente spiegabile. Come rivelano le inchieste e i rapporti sopracitati, le donne assoggettate ad un magnaccia non aprono bocca né con la polizia, né con i ricercatori, né con le assistenti sociali. Tuttavia, se il quesito viene formulato in modo diverso, chiedendo alle prostitute se conoscono qualche collega subordinata a un pappone, si ottiene una risposta affermativa. Le donne che esercitano rapporti mercenari nel quartiere a luci rosse di Amsterdam, ad esempio, affermano che tutte o almeno il 90% delle loro colleghe risultano assoggettate ad un magnaccia, che estorce loro almeno la metà del reddito percepito. [Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep, cit, p.165].

Faccio notare anche come il fatto che nessuna prostituta abbia rivelato all'intervistatore di essere vittima di tratta, viene accolto positivamente dall'autore dell'articolo in commento, quando, in realtà, ciò dovrebbe destare sospetti sulla veridicità delle dichiarazioni delle donne intervistate, giustamente preoccupate di garantire la propria incolumità, malgrado l'intervista sia, ovviamente, anonima. Vi pare possibile che fra le 354 prostitute intervistate non vi sia neppure una vittima di tratta?

Potrei soffermarmi ancora ad analizzare questo interessante rapporto, tutt'altro che ottimista, ma non vorrei abusare della vostra pazienza. 

Anche del secondo rapporto citato da Marco Leening esiste una versione in lingua inglese che rende il contenuto accessibile a tutti. Si intitola Final Report of the international comparative study of prostitution policy: Austria ant the Netherlands A p.77 si osserva come esiste ormai nel dibattito nazionale un ampio consenso sul fatto che la tratta a fini di sfruttamento sessuale sia aumentata in seguito alla legalizzazione della prostituzione. A p.33 invece gli autori affermano che solo il 10% delle prostitute da loro intervistate (44 di cui, presumo 22 in Austria e 22 in Olanda, p.37) sostiene di essere stata ingannata in merito al lavoro che avrebbe successivamente svolto. Gli autori ne deducono che la tratta è assai meno diffusa di quanto ritenga l'opinione pubblica, salvo poi ammettere che l'ingresso volontario nella prostituzione non garantisce l'assenza di condizioni di sfruttamento più o meno intenso. Appunto! Prescindendo pure da ogni considerazione sulla diffidenza che le vittime di tratta possono nutrire nei confronti degli intervistatori, resta il fatto che anche se una migrante- poniamo - sa che praticherà la prostituzione nel Paese di destinazione, non è però cosciente delle condizioni concrete di esercizio dell'attività. Una migrante che ha contratto un debito, ad esempio, potrà sottrarsi alla pratica prostituzionale, se la non la gradisce, e dedicarsi ad un'altra attività o sarà costretta dal creditore ad esercitarla fino alla corresponsione della somma imposta? Temo che la seconda ipotesi sia quella corretta. La tratta indica, peraltro, il reclutamento, il trasferimento e il trasporto di una persona anche tramite l'abuso di una posizione di vulnerabilità a scopo di sfruttamento e non solo tramite la forza o l'inganno.
Il terzo link indicato da Marco Leening rinvia ad una pagina vuota, sicché non posso sapere a quale ricerca sui centri massaggio egli faccia riferimento. Quel che posso asserire è che Anton van Wijk è pervenuto alla conclusione opposta a quella enunciata nell'articolo in questione. Nella sua ricerca, si può leggere che nelle sale massaggio cinesi e thailandesi possono essere offerte illegalmente prestazioni sessuali. Nel 2005 vi erano 150 locali di questo tipo nei Paesi Bassi. Vi erano impiegate circa 400 donne, assoggettate ad un intenso sfruttamento, costrette a massacranti orari di lavoro, prive di contratto e scarsamente retribuite (3-5 euro lordi all'ora). Ad Amsterdam esistono 22 sale massaggio, in 18 delle quali è probabile vengano praticati rapporti mercenari. [Anton van Wijk , Kwetsbaar beroep, cit, p.134-135] Poiché è illegale offrire prestazioni sessuali nelle sale non provviste di apposita licenza, in esse mancano i preservativi e, dunque, presumibilmente, i rapporti sessuali sono praticati senza l'uso dei condom. In un forum di clienti è ripetutamente segnalata la pratica di rapporti sessuali non sicuri. [Ibidem, p.137].

In conclusione, non ritengo che l'articolo di Marco Leening abbia dimostrato alcunché e, alla luce dei rapporti che ho citato, non mi pare affatto convincente.

Roma, 12 aprile, manifestazione per il diritto alla casa. Un agente in borghese sale con il peso di tutto il suo corpo sul corpo di una ragazza ferita, stesa inerme per terra. Un video di Servizio Pubblico riprende la scena.

Il capo dela polizia dice che l'agente è solo un cretino da identificare e sanzionare, ma tutti gli altri si sono comportati in modo corretto, hanno lavorato bene e meritano applausi. Il questore di Roma, Mario Mazza, aggiunge: «Per tanti che hanno lavorato bene non è giusto perdere la faccia a causa di una persona che ha invece fatto un errore». Un errore.

Il capo della polizia e il questore di Roma interpretano il vecchio modulo della mela marcia nel cesto sano. Nonostante la mela marcia o il cretino calpesti la ragazza sotto gli occhi dei suoi colleghi, senza evidentemente temere di doversi vergognare. Dal cesto sano, nessuno si leva per fermare la mela marcia prima che calpesti la ragazza, nessuno lo redarguisce dopo che l’ha calpestata. Il cesto sano da solo non denuncia il caso, non avvia una inchiesta. Ha bisogno di essere incalzato da un video virale, il video di una autorevole testata giornalistica, ripreso da tutti i giornali. La mela marcia, solo quattro giorni dopo, si costituisce e ritiene di poter raccontare al cesto sano di aver confuso la ragazza con uno zaino.

Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, è in disaccordo con il capo della polizia: I poliziotti sono le «vere vittime». La mela marcia non è un cretino, bensì un frustrato. L'agente era in piazza per difendere i manifestanti. Quei manifestanti che lo ripagano prendendolo a bersaglio. Il suo lavoro è vano, lui è impotente, ha paura. Tutto questo per quattro soldi, è sottopagato, 1.200 euro al mese. Allora, il suo comportamento apparentemente inspiegabile diventa spiegabile.

In effetti, le violenze in piazza e negli stadi si sono sempre spiegate così. I violenti sono esseri umani rabbiosi e impotenti. Poveri, disoccupati, precari, senza un futuro, socialmente umiliati. Trovano uno sfogo nella violenza distruttiva. Ma erano i tifosi o i manifestanti. Per il prefetto di Roma, sembra che la spiegazione calzi a pennello anche per i poliziotti. Anzi, solo per loro. Dopo Pasolini, i poliziotti sono i proletari e i manifestanti i figli di papà. Eppure la rabbia e la frustrazione dei poliziotti si è abbattuta anche sui senzatetto della Montagnola.

Il prefetto di Roma rifiuta l’introduzione del codice identificativo, a meno che non si cambino le regole di ingaggio. Nel senso, si presume, di una più ampia licenza di comportamento. Ad essere contrario è anche il ministro dell’interno Angelino Alfano: rifiuta che sotto accusa finisca la polizia. Il codice identificativo vuol metterlo ai manifestanti. Minaccia di vietare l’accesso dei cortei al centro di Roma, per prevenire vandalismi e saccheggi.

Ignoro quale sia in merito il pensiero del premier Matteo Renzi e del Partito democratico. Al momento, non ho incontrato articoli che ne parlano, a parte una intervista di Filippo Bubbico, viceministro dell'interno: condanna gli abusi della polizia, ma esprime perplessità sull'introduzione del codice identificativo. Voluto invece da SEL, con una proposta di legge. Il capogruppo di SEL, Gennaro Migliore, chiede le dimissioni del prefetto di Roma.

Spesso si discute degli scontri tra polizia e manifestanti, come si trattasse degli scontri tra due bande di picchiatori, con la platea della pubblica opinione divisa in due tifoserie. Conta chi ha picchiato di più, chi ha cominciato per primo, chi ha commesso più fallì. Soprattutto i tifosi della polizia la mettono su questo piano e reputano che la correttezza della propria banda sia condizionata dalla correttezza della banda avversa. La quale deve essere la prima a rispettare la legge e, ad esempio, a non mettersi il casco in testa o a bardarsi il viso, altrimenti non si lamenti delle conseguenze, non pretenda codici identificativi.

Ma, non può essere così. Quello del manifestante non è un lavoro al quale si viene preparati e a cui si accede per concorso, superando un esame. Per i manifestanti non esistono corsi di aggiornamento o corsi di addestramento. I manifestanti non sono servitori dello stato. E’ normale che in mezzo ai disordini un manifestante non sappia cosa fare. Se stare fermo, se scappare. Se, e come difendersi. Non è preparato, non è tenuto ad esserlo. E’ tenuto solo a rispettare la legge, ma questo non lo garantisce dal trovarsi in una situazione di pericolo. Come abbiamo visto, di fronte ad un poliziotto arrabbiato e frustrato, anche un cittadino modello può assumere le sembianze di uno zainetto.

I manifestanti non possono fermare i poliziotti, non possono arrestarli. Non possono portarseli al centro sociale per identificarli. Non possono comportarsi così con nessuno di noi. Se uno di loro prova a fermarci, possiamo tirare diritto. Se uno di loro viene a bussare alla nostra porta, possiamo lasciarlo sul pianerottolo o persino cacciarlo via. Ma di fronte ad un poliziotto dobbiamo fermarci, mostrargli i documenti se li chiede. Seguirlo in questura, se vuole fare ulteriori accertamenti. Se la polizia si presenta a casa nostra, dobbiamo aprirgli la porta. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Così, non è la stessa cosa avere fiducia nei manifestanti o avere fiducia nella polizia. Avere fiducia in chi deve rispettare l’ordine pubblico e in chi, oltre a rispettarlo, ha il dovere di garantirlo per tutti.

Un cittadino deve poter avere fiducia in chi detiene il monopolio della violenza. Fiducia nel fatto che per l’unico detentore legittimo della violenza, il rispetto della legge è assoluto e incondizionato, e non può certo dipendere dal fatto che tutti gli altri si comportino bene, poichè se così fosse polizia e carabinieri non avrebbero neanche ragione di esistere. Perciò, il comportamento delle forze dell’ordine non è confrontabile con quello di nessun altro gruppo.

Il simpatizzante destrorso che detesta i manifestanti, può non esserne consapevole. Possono non rendersene conto alcuni poliziotti, per via della storia del cretino. Ma il capo della polizia, il questore della città, il prefetto, il ministro dell'interno, non possono non saperlo. E' molto superficiale quel rinnovamento, quella rottamazione, che accantona qualche anziano politico, ma lascia ai veritici dello stato funzionari e dirigenti con idee tanto dubbie e confuse sul ruolo e sui limiti delle forze dell'ordine e, in definitiva, sullo stato di diritto.


Riferimenti:
Roma, nuove manganellate sui manifestanti a terra (Youreporte Corriere Tv)
Il calcio sul volto al manifestante caduto a terra (Servizio Pubblico - Repubblica Tv)
"Paura e dolore mentre ero a terra pestata dalla Polizia" (Deborah Angrisani)
Montagnola, scontri tra manifestanti e polizia: il video da un balcone (Repubblica TV)
I calci, il numero e lo sdegno gratis (Alessandro Gilioli)
Ci vuole un codice identificativo per le forze dell'ordine (Luigi Manconi)

Il PD ha deciso di avere capilista donna in tutti e cinque i collegi per le prossime elezioni europee. Sembra che in questo modo, Matteo Renzi abbia voluto rimediare alla mancata introduzione della parità di genere nella legge elettorale. La decisione è apprezzabile, come ogni decisione orientata al riequilibrio tra uomini e donne nella partecipazione politica e nella presenza istituzionale. Perchè il superamento della discriminazione di genere è una questione civile, perchè istituzioni composte da uomini e donne possono funzionare meglio di istituzioni composte in modo totale o nettamente prevalente da soli uomini. 

Per un certo periodo, però, continuerà ad essere preferibile un dispositivo di legge che garantisca questo risultato per tutti i partiti, anzichè affidarsi alla sensibilità e alla disponibilità di un singolo leader, di un singolo partito. Matteo Renzi è accusato di essere strumentale, di voler sfruttare l’immagine delle donne, per rappresentare un finto rinnovamento, in definitiva per avere consenso. A maggior ragione, la parità di genere dovrebbe essere prevista per legge, per tutti i partiti. Nessuno potrebbe più usarla in modo strumentale.

In ogni caso, se anche la scelta di Renzi fosse strumentale, e probabilmente in parte lo è, la sua decisione è ugualmente un buon segno: vuol dire che la società è progredita, che anche alle donne sono ormai riconosciute competenza e autorevolezza, che presentarsi con il volto di una donna non è più penalizzante, può essere persino premiante. Il vecchio pregiudizio negativo, diventa positivo.

A partire dagli anni ‘90, nei paesi occidentali, in particolare in Italia, le donne tendono ad essere considerate migliori degli uomini. Per quanto questa valutazione possa considerarsi tanto irrazionale quanto quella opposta, ha il suo perchè. Il primato maschile in politica e in economia comporta l’assumersi l’onore dei successi e l’onere dei fallimenti. Negli ultimi venti, trent’anni abbiamo visto soprattutto fallimenti. Il crollo del comunismo, la crisi del welfare, l’impoverimento e le diseguaglianze causate dalla globalizzazione, la crisi finanziaria, la disoccupazione, il debito, la corruzione, il ritorno dei razzismi e dei fondamentalismi, la questione ambientale, un susseguirsi di guerre inutili e devastanti. Quell’uomo che distrugge, sporca, inquina, fallisce, non è più soltanto genericamente l’essere umano, sempre più spesso viene identificato con il maschio. Mentre le donne, nelle loro tradizionali attività private, sembrano essere molto più efficaci. Le donne curano, assistono, educano, sono il vero Welfare, e introdotte nella sfera pubblica ottengono buoni risultati nella scuola e sul lavoro. Le donne studiano meglio e più degli uomini. Come se non bastasse, sopportano l’insolenza, la volgarità e la violenza maschile. A torto o a ragione, consapevolmente o meno, una parte ampia di opinione pubblica, di elettorato, anche maschile, vede le cose in questo modo, pensa che se siamo nei guai, le donne possono essere l’ultima spiaggia, l’estrema rete di protezione. Lo stesso Beppe Grillo, che pure spesso dà prova di sessismo e misoginia, nella campagna elettorale 2013 ha detto più volte che l’economia del paese deve essere diretta da una donna, capace di amministrare il bilancio di una famiglia e tirare su tre figli.

Tuttavia, le donne non mancano di essere oggetto di ostilità. Come pure lo stesso PD. E le due cose si confondono. Così, le donne democratiche diventano un facile bersaglio, talvolta politico, talvolta sessista, talvolta un misto delle due cose. Il modo di bersagliarle, varcati i confini del politically correct, finisce per degenerare. Questa è una immagine che circola su Twitter e su Facebook. Tanti sono i post, sulle pagine della destra o dei pentastellati, a scrivere la stessa cosa o una sua variante, come abbiamo visto e sentito nello stesso parlamento.

Beppe Grillo qualifica le capolista PD come veline e mostra un fotomontaggio con le loro teste, le loro facce sovrapposte a quelle di quattro veline. Quattro sono già deputate e, secondo lui non dovrebbero concorrere per un altra carica, prestando la loro immagine per poi fare eleggere qualcun altro al posto loro. L’obiezione potrebbe essere pertinente, ma si mischia all’offesa sessista. Tante volte abbiamo visto candidature maschili di questo tipo, espresse direttamente dai leader, che si presentano per prendere il voto e poi cedere il posto. Berlusconi, Bertinotti, Ingroia, per citarne tre, candidati in tutte le circoscrizioni. Criticati, ma non sminuiti. Secondo Grillo, a raccontare e sbavare per le cinque capolista PD sarebbero i giornalisti pennivendoli.

Il giornalismo italiano è quello che è, si trovano penne per tutti i partiti, anche per Grillo. Ad esempio Andrea Scanzi. Rimprovera ad altri suoi colleghi di essere proni ad un partito diverso dal suo. Chiama «quote rosa» tutto quel che riguarda la partecipazione delle donne in politica. Ne denuncia «l’ipocrisia». Afferma che essere donna è un vanto, un pregio, una nota positiva se sei Rosa Luxemburg, non se sei Michela Biancofiore. Tuttavia, a fronte dei candidati e capilista maschi di altri partiti, la distinzione tra Karl Liebknecht e Maurizio Gasparri non ci viene esposta. Anche qui troviamo accenni critici pertinenti, legittimo preferire Giusi Nicolini a Caterina Chinnici, incapaci però di esprimersi senza argomenti, toni e battute sessiste. Scanzi ci scherza su, con la spiritosaggine sulle gambe della Bonafé, ma è la stessa ironia con cui Dell’Utri scherza sulle accuse di associazione mafiosa, mettendosi ad interpretare il ruolo. Tante volte l’ironia invece di respingere, rivela o conferma.

Un'altra fonte non prona a Matteo Renzi, è il Giornale che, a firma di Marcello Veneziani, vede nella scelta del leader PD l'idea che il maschio sia un ente inutile da sopprimere. Ministre e candidate stavolta sono definite madonne e sante protettrici, ovviamente incompetenti, perchè per Renzi il merito, la capacità individuale, la specifica competenza non contano un beneamato hazzo, con l'acca fiorentina aspirata. Il parlamento europeo non conta nulla, così lui si butta sul genere. A Renzi basta se stesso, il resto è contorno e ornamento, ciccia superflua.

Più seria e lineare, nonostante il suo mestiere (ormai tutti fanno il lavoro di tutti), è Sabina Guzzanti che vede ogni cosa in continuità. Renzi il proseguimento di Berlusconi, le donne di Renzi il proseguimento delle donne di Berlusconi. La «gnocca laureata». Le donne nel governo, una operazione demagogica, d’immagine. Senza esperienza, ancelle, capri espiatori, la cui carriera è segnata, destinate a scomparire. Due bellissime, per catalizzare l’attenzione dei giornali. Si sa che funziona così, sono armi di distrazione di massa.

Dello stesso avviso, la giornalista filosofa Ida Dominijanni: «le donne vengono usate, con il loro consenso, come un gadget, un brand, una trovata d’immagine. Come un «genere», come si dice nella lingua neofemminista, ma in senso mercelogico. E’ lo stesso, identico uso che ne faceva Silvio Berlusconi («Non le ho mai pagate. Potrei averne grandi quantità, gratis»), solo che Berlusconi prima di portarle al mercato politico le faceva passare per il mercato sessuale. Brand per brand, in fatto di «genere» Renzi questo è, un berlusconismo desessualizzato»

Se è vero che il successo d’immagine è una direttrice della politica e molto viene investito in funzione del consenso, il paragone tra le donne democratiche e le donne berlusconiane è offensivo, non solo nei confronti di Renzi, ma nei confronti delle stesse candidate. Offensivo anche per una parte delle stesse donne berlusconiane. Stefania Prestigiacomo non è Nicole Minetti. Parlare di un berlusconismo desessualizzato, a proposito della promozione delle donne del PD, significa sostenere che queste persone, per soli motivi di immagine, sono state prese da una situazione non politica (il varietà, i calendari, gli album di fotografie, etc.) e sono state messe in politica, senza passare per il letto. Cioè significa, misconoscere, per il solo fatto che si tratta di donne, per di più alcune con l’aggravante di essere attraenti, il percorso di studi, di militanza, il curriculum politico, nel partito e negli enti locali. Alessandra Moretti inizia come segretaria dell’associazione studenti di Vicenza (1989), Alessia Mosca esordisce con i giovani popolari; Simona Bonafé nel 2002 era un’amministratrice locale della Margherita ed è stata con Maria Elena Boschi, coordinatrice nella prima campagna delle primarie di Matteo Renzi, nel 2012, dunque un ruolo di staff e non di immagine. Pina Picierno, nel 2007, è la prima responsabile nazionale dei giovani del Partito democratico. Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, è una ex magistrata, già assessore alla Regione Sicilia.

Va da sè, che ciascuna di queste persone può essere criticabile, per qualità, competenze, orientamenti, e allora le critiche andrebbero argomentate. Altra cosa è liquidarle tutte insieme come veline, gadget, specchietti per le allodole, etc. per puro pregiudizio antifemminile. Cinque cretinetti maschi, al loro posto, sarebbero più rispettati.

Con dispiacere, ritrovo lo stesso pregiudizio liquidatorio su Lunanuvola: Nessun partito – coalizione – lista valorizza una donna candidata se non risponde almeno in parte ai criteri vigenti di scopabilità e/o pecoraggine intellettuale/politica, ne’ la candida perché costei ha in mente un futuro leggermente meno schifoso per le sue simili, ma perché ha un nome noto, o delle conoscenze altolocate o un costume da bagno molto sexy o dà garanzia di votare a comando.

Si direbbe alla fine, che le donne in politica abbiano una sola possibilità per sfuggire alle varie etichette loro affibbiate (velina, pecora, gadget, etc). Rinunciare al potere.

Entusiasta della scelta di Renzi, è invece Lucia Annunziata, che vede nelle donne designate capilista o nominate ai vertici delle aziende pubbliche, il modo giusto di sfondare il tetto di cristallo, che in Italia è un tetto di cemento. Sfondarlo quasi come operazione militare, per creare la breccia attraverso cui incanalare con velocità tutte le competenze e le forze femminili che pullulano alla base della piramide sociale. In modo da portare la presenza delle donne a un livello di massa critica. Perfettamente d’accordo. Curioso, contrapponga questo metodo alla norma sulla parità di genere, che pure lei insiste a chiamare «quote rosa», che sono lo strumento che può garantire questo sfondamento in modo sistematico senza doversi affidare ad un Matteo Renzi, se e quando c’è, che decide di farlo per i motivi suoi.


Riferimenti:

Renato Brunetta è uno dei più antipatici esponenti politici di Forza Italia, pur non mancando di risultare talvolta ridicolo. Un ex socialista craxiano, accasato nel centrodestra di Silvio Berlusconi. Rissoso e arrogante. In gergo volgare si direbbe uno stronzo. Ma è giusto dire un piccolo stronzo?

Protagonista di tante controversie. Da Ministro della funzione pubblica, nel 2008, lancia la campagna contro i dipendenti statali fannulloni, fino a minacciarne il licenziamento. Sul sito del ministero pubblica vignette satiriche contro i dipendenti pubblici. Da Enrico Mentana, si dichiara meritevole di vincere il Premio Nobel per l'economia. Nel 2009, il settimanale L'Espresso rivela che il libro "Microeconomia del Lavoro", di cui Brunetta è co-autore, è ampiamente basato sul più noto testo americano del 1980 (Labor Economics, prima edizione del 1970, edito da Prentice-Hall, Inc.) di Belton M. Fleisher e Thomas J. Kniesner, non citato nel testo italiano. In polemica con Mara Carfagna, attacca le donne impiegate, per dire che fanno la spesa in orario di lavoro. Attacca i poliziotti, panzoni che fanno i passacarte, invece di andare in strada a garantire la sicurezza. Richiamandosi a Sciascia, propone lo scioglimento della commissione antimafia. Attacca il mondo del cinema, riesumando la parola culturame, usata da Mario Scelba. Al convegno del Pdl veneto a Cortina d'Ampezzo, afferma che «Ci sono élite irresponsabili che stanno preparando un vero e proprio colpo di Stato» e mette in contrapposizione «i compagni della sinistra per bene» e quella che definisce «la sinistra per male» o «di merda» alla quale augura «vada a morire ammazzata». Definisce mostro il consiglio superiore della magistratura e dichiara che i magistrati si sono montati un po' la testa. L'11 settembre 2010, in una intervista a il Giornale afferma che «Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l'Italia sarebbe il primo Paese in Europa». Il 14 giugno 2011, al termine di una conferenza sull'innovazione nella pubblica amministrazione, una lavoratrice della Rete Precari, chiede di porre una domanda e viene invitata ad avvicinarsi dallo stesso Brunetta, ma quest'ultimo, una volta che la donna si presenta come appartenente alla rete dei precari della pubblica amministrazione, si rifiuta di ascoltarla allontanandosi velocemente dall'aula, dicendo "questa è la peggiore Italia".

Un politico dunque che si presta ad essere sfottuto. Uno dei bersagli preferiti della satira. Che però spesso, pur avendo a disposizione tanti argomenti, preferisce giocare facile e colpire la sua bassa statura fisica. Brunetta non ha gradito le vignette di Vauro nell’ultima puntata (e ora nel sito) di Servizio Pubblico: in una viene ritratto dentro un barattolo che ricorda il carro armato degli pseudo-secessionisti veneti, in un’altra ha le sembianze assai prossime di Dudù (“I cagnolini di Arcore, Dudù e Brubrù”) (...) In una delle vignette di Vauro: dal titolo “Brunetta pronto ad allearsi con il diavolo”, un demone esclama: “Ehi capo. Mi sa che ci hanno mandato il nano sbagliato”. In un’altra: “Incarichi in Forza Italia. Solo Brunetta resta in piedi”; Berlusconi di profilo si gira e spiega: “È l’unico che riesce a leccarmi il sedere anche senza bisogno di chinarsi” (Il Fatto 9.4.2014).

Il politico ha deciso di reagire. Accusa di razzismo e minaccia querela. Sui modi della reazione si può discutere, sul merito penso abbia ragione. Vauro, nella sua divertita autodifesa, sostiene che l'esagerazione e la volgarità sono la cifra della satira. Sarà. Tutto sta a vedere cosa esagerazione e volgarità prendono a bersaglio. Come questa vignetta che equipara una scimmia a Obama, evocandone la morte. Se mirano al colore della pelle, ai tratti somatici, alla appartenenza etnica, nazionale, religiosa, veicolano un contenuto razzista. I nani, non sono una razza dice Vauro. In senso stretto, non lo sono neppure i disabili, i meridionali, i gay, le donne. In senso estensivo, consideriamo razzista, il comportamento intollerante, insultante, dileggiante, contro un gruppo umano svantaggiato, per qualsiasi motivo connotato. Di certo, può considerarsi discriminatorio.

Un argomento a difesa di questa satira, sostiene che esiste uno scarto troppo grande tra la statura fisica di Brunetta e la sua smisurata arroganza e presunzione. Sarebbe ovvio, da parte di battute e vignette evidenziarlo. Come a dire che uno grande e grosso avrebbe più diritto di uno piccolo e basso, ad essere arrogante e presuntuoso. In verità, una buona e valida giustificazione non esiste. Come i politici ricorrono al consenso facile, con proposte e battute demagogiche, questa satira ricorre alla risata facile, con luoghi comuni, stereotipi e cliché. A scuola, i piccoli e i grassi li abbiamo sempre presi in giro. E per insultarci ci davamo tranquillamente dello spastico. La satira può essere meglio? Sembra di no, e allora dagli alla puttana, all'oca, al frocio, al tappo, al panzone, al gobbo. Non fa ridere la nostra intelligenza, ma fa sghignazzare il nostro bullo interiore. Lo riflette, lo conferma e lo riproduce. Come altri strumenti culturali, concorre a formare il nostro modo di vedere e di pensare. La nostra cultura, grazie alla quale esprimiamo rappresentanti politici come Renato Brunetta e oppositori satirici che gli rimproverano di non essere un altro uomo politico, migliore, più competente, più bravo, più onesto, veramente diverso. Cioè, alto, biondo, bello e con gli occhi azzurri.

Il M5S ha votato contro il DDL svuota carceri contenente la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Insieme con la Lega Nord e i Fratelli d'Italia. 

Ma a differenza dei due partiti tradizionalmente xenofobi, sostiene di essere stato favorevole all’abrogazione del reato. Dice anzi di aver voluto anche l’abrogazione dell’illecito amministrativo. Unico insieme a SEL. La rappresentazione di un M5S che vota contro l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina sarebbe opera dei galoppini del PD. Una ricostruzione di Giornalettismo sembra avvallare questa tesi perlomeno per quanto riguarda «come ha veramente votato il Movimento Cinque Stelle».

A mio avviso la posizione e il comportamento del M5S sono contorti e, in definitiva, come spesso accade, ambigui. Nel corso della vicenda, il movimento ha sostenuto una linea e anche l’altra. In principio sono i senatori del M5S a voler l’abrogazione del reato. Grillo e Casaleggio li sconfessano. Per loro la gente è a favore del reato e il movimento deve riflettere la volontà della gente, senza mettersi ad educarla. Indicono un referendum online e lo perdono. Al senato, il M5S vota a favore dell’abrogazione del reato. Alla camera il M5S vota a favore dei singoli emendamenti contro il reato, ma alla fine vota contro il DDL che contiene la depenalizzazione. Se il DDL cade, cade anche l’abrogazione, che evidentemente non è la cosa più importante, rispetto agli altri provvedimenti. Ma soprattutto, sui media vecchi e nuovi - ed è facilmente prevedibile - passa il messaggio che il M5S insieme a Lega e Fratelli d’Italia vota contro l’abolizione del reato di clanestinità. Una confusione e una ambiguità che stanno nella logica di un movimento che non vuole essere nè di destra, nè di sinistra, ma vuole pescare consensi da entrambe le parti, e così esprime una mossa per l’una e una mossa per l’altra.

I motivi per cui il M5S si dichiara contrario al DDL svuotacarceri, riguardano il fatto che si tratta di una legge delega su materie delicate e diverse, e il fatto che si tratta di depenalizzare o prevedere pene alternative per i reati minori. Tra le motivazioni divulgate, con l’ausilio di giornalisti sostenitori, il fatto che il provvedimento è la solita variegata macedonia (tipo femminicidio e Imu-Bankitalia) sulle depenalizzazioni in genere, tra cui - addirittura! - l'attenuazione di alcuni reati anche legati alla pedofilia. Mettiamo da parte la sparata sulla pedofilia. Mentre il femminicidio non c’entrava niente con la Tav e l’Imu non c’entrava niente con Bankitalia, tutti i provvedimenti compresi nel DDL riguardano la riforma del sistema sanzionatorio e raccolgono in parte le tre leggi di iniziativa popolare promosse dall’Associazione Antigone.

Secondo il DDL, gli arresti domiciliari diverranno la pena da applicare in automatico per i reati che prevedono pene inferiori ai tre anni. Per le pene dai tre ai cinque anni, decide il giudice valutando la gravità del reato e la capacità a delinquere del suo autore. In forza di una delega, il governo depenalizzerà una serie di reati in illeciti amministrativi, attualmente puniti con la sola multa o ammenda. Tra i reati depenalizzati vi è quello di immigrazione clandestina. Sono esclusi dalla depenalizzazione, i reati relativi a edilizia e urbanistica, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, gioco d’azzardo e scommesse, materia elettorale e finanziamento dei partiti, armi ed esplosivi, proprieta’ intellettuale e industriale. Il DDL estende dai minori agli adulti la messa alla prova: per reati inferiori a pene di quattro anni o con pena pecuniaria, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova, che consiste in lavori di pubblica utilità, condotte riparatorie e risarcitorie, l’affidamento ai servizi sociali. Se l’esito è positivo, il reato si estingue, in caso di trasgressione scatta la revoca. Durante il periodo di prova è sospesa la prescrizione. La riforma elimina la condanna in contumacia. Se l’imputato è irreperibile, il giudice sospende il processo, ma può acquisire le prove non rinviabili. Alla scadenza di ogni anno dispone nuove ricerche di reperimento dell’imputato, finchè dura la ricerca è sospesa la prescrizione. Se le ricerche hanno buon esito, il giudice fissa la nuova udienza, l’imputato può chiedere il patteggiamento o il rito abbreviato.

Il M5S ha votato contro la legge che impedisce le dimissioni in bianco. Ciò nonostante, il M5S ha rivendicato di essere dalla parte delle lavoratrici più di chiunque altro.

Il DDL contro le dimissioni in bianco a firma di Titti Di Salvo (SEL), ripristina di fatto la Legge Damiano, poi cancellata dal governo Berlusconi (comma 10, art. 39, legge 133/2008)

La lettera di dimissioni volontarie, volta a dichiarare l'intenzione di recedere dal contratto di lavoro, è presentata dalla lavoratrice, dal lavoratore, nonché dal prestatore d'opera e dalla prestatrice d'opera, pena la sua nullità, su appositi moduli predisposti e resi disponibili gratuitamente, oltre che con le modalità di cui al comma 5, dalle direzioni provinciali del lavoro e dagli uffici comunali, nonché dai centri per l'impiego.

Per Beppe Grillo, in tal modo il governo ha approvato una legge contro le donne. Perchè: «Fin dal 2001 esiste l’ottimo istituto della convalida: quando una lavoratrice dà le dimissioni, deve poi confermarle presso i Centri per l’Impiego o le Direzioni territoriali del Lavoro, in modo da certificare ufficialmente che non sia stata costretta (...) Su pressioni della lobby di Confindustria, vista nei corridoi della Camera a ronzare intorno ai deputati della maggioranza, infatti, ecco che a Montecitorio passa una legge che neutralizza la convalida».

E’ incomprensibile il motivo per cui i 5 stelle ritengano che andare alla direzione provinciale del lavoro a convalidare le dimissioni in bianco firmate all’atto dell’assunzione sia una tutela più efficace della sola possibilità di andare alla direzione provinciale del lavoro a firmare un modulo di dimissioni datato e valido solo per quindici giorni.

Davide De Luca sul Post e su Libero sostiene la tesi del M5S. La nuova soluzione proposta dal DDL Di Salvo tutela meno i lavoratori dalle cosiddette “dimissioni estorte”. Immaginiamo che il datore di lavoratore riesca ad obbligare un dipendente particolarmente debole a firmare il modulino valido per 15 giorni. A quel punto non c’è più niente da fare per il dipendente, che sarà costretto ad abbandonare il posto di lavoro. Con il sistema attuale, invece, è sempre possibile per il lavoratore recarsi alla Direzione territoriale del lavoro e dichiarare che le sue dimissioni sono state estorte

Ma così dicendo non si considera che è molto più facile estorcere dimissioni in azienda all'atto dell'assunzione che non alla direzione del lavoro, e che, con il medesimo ragionamento, è possibile anche estorcere la convalida. Infatti, l’istituto della convalida non ha impedito il licenziamento di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici. De Luca sparge generico scetticismo sui dati della Cgil, ma ignora quelli dell’Istat: (...) a fronte della stabilità tra le diverse generazioni della quota di madri che interrompono il lavoro per la nascita di un figlio, tra quelle più giovani generazioni aumentano le interruzioni più o meno imposte dal datore di lavoro. In questo contesto, le ‘dimissioni in bianco’ quasi si sovrappongono al totale delle dimissioni.

Così il voto contrario di Grillo non si capisce. Se non per il fatto di essere un voto contro il governo e forse a favore delle piccole e medie imprese, specie del nord-est, tra cui il M5S raccoglie un consenso molto ampio.


Riferimenti:

L'ultimo nato tra i quotidiani di carta, Pagina99, ha chiuso dopo 35 giorni di pubblicazione. Un record. Il quotidiano Pubblico di Luca Telese aveva chiuso dopo 103, nel settembre 2012. Pagina99 è un secondo giornale, cioè un quotidiano in competizione, non con La Stampa, il Corriere della Sera, la Repubblica, ma con il Fatto, l'Unità, il Manifesto. A giudicare dalle firme sembrava soprattutto una scissione del Manifesto.


In generale non lo so. Vedo che gli esperimenti chiudono rapidamente e che i vecchi giornali declinano, ragionano sulla trasmigrazione integrale nel web. Quindi, pare di no. In particolare, cioè a me personalmente, non serve. Di Pagina99 ho letto alcuni articoli, li ho trovati interessanti, ma non ne sono diventato un lettore affezionato.  Per due motivi. 

Le notizie le trovo sul web, prendendole un po' da tutti i giornali, anzi ormai con i social-network sono spesso loro che trovano me. Quasi in tempo reale. A cosa potrebbe servirmi un giornale, un giornale solo, in carta, che mi racconta e analizza le stesse cose il giorno dopo? Poteva esserci la differenza della comodità. Leggere su carta, specie gli articoli di approfondimento, è meglio che leggere sul monitor di un computer. Ma ormai esistono i tablet e gli smartphone. La differenza di comodità è annullata o addirittura invertita.

Riesco a riconoscermi in qualche giornalista, ma non più in un solo giornale. Un tempo il mio giornale era il Manifesto. La scelta del giornale implicava una scelta di appartenza ad una ideologia, ad un'area politica, ad una comunità di persone, parte di una orbita interna od esterna ad un grande partito, quale era il PCI e l'immediato ex PCI. Il Manifesto ne era la coscienza critica. In principio era stato potenzialmente lo strumento organizzativo di un nuovo partito. Insomma, aveva una funzione che andava oltre l'idea di fare soltanto informazione.

Oggi un nuovo giornale di carta deve fare i conti con la concorrenza del web e di tutti i dispositivi digitali che soppiantano la carta e con il vuoto pneumatico della politica. Così gli mancano sia lo spazio, sia l'utilità. I promotori del nuovo giornale sicuramente ci avranno pensato, ma lo hanno fatto lo stesso. Forse perchè per molti giornalisti, nati e cresciuti prima della rete, il giornale di carta è l'autentico e nobile formato dell'informazione. Qualcosa di simile ad una questione di status, ad una questione di rango.

Chiamparino balla con Renzi. Felici, con lo sguardo sorridente, ma basso, come a voler guidare con impacciata attenzione i propri passi di danza. Tra i due pare esserci un filo di tenerezza, di serena intimità. Pare. Purtroppo, è solo l'istantanea di un saluto, quasi abbraccio alla Leopolda, quando tutti e due erano sindaci. Un'istantanea scelta per fare il manifesto elettorale di Chiamparino candidato alla presidenza della Regione Piemonte. Un'immagine insolita per il modo in cui i due uomini si manifestano solidarietà e affetto, quasi fosse un messaggio subliminale antimachista. Per questo mi ispira simpatia. La sensazione di un messaggio molto laico e progressista.

Per il resto, lo slogan scritto dice solo che in Piemonte come in Italia il PD dà il meglio. Cioè, dà Chiamparino e Renzi. L'immagine è di nuovo insolita, ma questa volta lascia perplessi. Sergio Chiamparino, nel bene o nel male, è un uomo con una storia locale molto forte (e molto lunga). E' un «vecchio». Sindacalista della Fiom; segretario della Federazione torinese del PDS, regista dell'operazione Castellani, deputato PDS, poi sindaco di Torino, subentrato in extremis nel 2001 al prematuramente scomparso Sergio Carpanini, rieletto nel 2006 con la più alta percentuale in Italia. Il sindaco delle Olimpiadi invernali e della costruzione del metrò. Presidente della compagnia San Paolo. Un uomo di sinistra molto moderato, tanto e più della nuova leadership del PD, un ultras sostenitore della Tav, senza il folclorismo di uno Stefano Esposito.

Dunque, un candidato del Partito democratico con una forte legittimazione tanto interna quanto esterna, che si avvale di riflesso del consenso di un personaggio di ben poca storia (solo la rottamazione di una parte del gruppo dirigente del PD), sindaco di un altra città, Firenze, ora proiettato a Palazzo Chigi, non dalle vittorie sue, ma dalle sconfitte dei suoi predecessori, carico di aspettative. Il «vecchio» che si fa sponsorizzare dal «giovane» in nome del «meglio». Capisco il senso: «io non sono da rottamare», ma a differenza della prima immagine questa mi ispira poca fiducia e simpatia. La prima è coraggiosa, la seconda no. Nella stessa foto.

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