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Pd, cinque donne capolista per le Europee

Il PD ha deciso di avere capilista donna in tutti e cinque i collegi per le prossime elezioni europee. Sembra che in questo modo, Matteo Renzi abbia voluto rimediare alla mancata introduzione della parità di genere nella legge elettorale. La decisione è apprezzabile, come ogni decisione orientata al riequilibrio tra uomini e donne nella partecipazione politica e nella presenza istituzionale. Perchè il superamento della discriminazione di genere è una questione civile, perchè istituzioni composte da uomini e donne possono funzionare meglio di istituzioni composte in modo totale o nettamente prevalente da soli uomini. 

Per un certo periodo, però, continuerà ad essere preferibile un dispositivo di legge che garantisca questo risultato per tutti i partiti, anzichè affidarsi alla sensibilità e alla disponibilità di un singolo leader, di un singolo partito. Matteo Renzi è accusato di essere strumentale, di voler sfruttare l’immagine delle donne, per rappresentare un finto rinnovamento, in definitiva per avere consenso. A maggior ragione, la parità di genere dovrebbe essere prevista per legge, per tutti i partiti. Nessuno potrebbe più usarla in modo strumentale.

In ogni caso, se anche la scelta di Renzi fosse strumentale, e probabilmente in parte lo è, la sua decisione è ugualmente un buon segno: vuol dire che la società è progredita, che anche alle donne sono ormai riconosciute competenza e autorevolezza, che presentarsi con il volto di una donna non è più penalizzante, può essere persino premiante. Il vecchio pregiudizio negativo, diventa positivo.

A partire dagli anni ‘90, nei paesi occidentali, in particolare in Italia, le donne tendono ad essere considerate migliori degli uomini. Per quanto questa valutazione possa considerarsi tanto irrazionale quanto quella opposta, ha il suo perchè. Il primato maschile in politica e in economia comporta l’assumersi l’onore dei successi e l’onere dei fallimenti. Negli ultimi venti, trent’anni abbiamo visto soprattutto fallimenti. Il crollo del comunismo, la crisi del welfare, l’impoverimento e le diseguaglianze causate dalla globalizzazione, la crisi finanziaria, la disoccupazione, il debito, la corruzione, il ritorno dei razzismi e dei fondamentalismi, la questione ambientale, un susseguirsi di guerre inutili e devastanti. Quell’uomo che distrugge, sporca, inquina, fallisce, non è più soltanto genericamente l’essere umano, sempre più spesso viene identificato con il maschio. Mentre le donne, nelle loro tradizionali attività private, sembrano essere molto più efficaci. Le donne curano, assistono, educano, sono il vero Welfare, e introdotte nella sfera pubblica ottengono buoni risultati nella scuola e sul lavoro. Le donne studiano meglio e più degli uomini. Come se non bastasse, sopportano l’insolenza, la volgarità e la violenza maschile. A torto o a ragione, consapevolmente o meno, una parte ampia di opinione pubblica, di elettorato, anche maschile, vede le cose in questo modo, pensa che se siamo nei guai, le donne possono essere l’ultima spiaggia, l’estrema rete di protezione. Lo stesso Beppe Grillo, che pure spesso dà prova di sessismo e misoginia, nella campagna elettorale 2013 ha detto più volte che l’economia del paese deve essere diretta da una donna, capace di amministrare il bilancio di una famiglia e tirare su tre figli.

Tuttavia, le donne non mancano di essere oggetto di ostilità. Come pure lo stesso PD. E le due cose si confondono. Così, le donne democratiche diventano un facile bersaglio, talvolta politico, talvolta sessista, talvolta un misto delle due cose. Il modo di bersagliarle, varcati i confini del politically correct, finisce per degenerare. Questa è una immagine che circola su Twitter e su Facebook. Tanti sono i post, sulle pagine della destra o dei pentastellati, a scrivere la stessa cosa o una sua variante, come abbiamo visto e sentito nello stesso parlamento.

Beppe Grillo qualifica le capolista PD come veline e mostra un fotomontaggio con le loro teste, le loro facce sovrapposte a quelle di quattro veline. Quattro sono già deputate e, secondo lui non dovrebbero concorrere per un altra carica, prestando la loro immagine per poi fare eleggere qualcun altro al posto loro. L’obiezione potrebbe essere pertinente, ma si mischia all’offesa sessista. Tante volte abbiamo visto candidature maschili di questo tipo, espresse direttamente dai leader, che si presentano per prendere il voto e poi cedere il posto. Berlusconi, Bertinotti, Ingroia, per citarne tre, candidati in tutte le circoscrizioni. Criticati, ma non sminuiti. Secondo Grillo, a raccontare e sbavare per le cinque capolista PD sarebbero i giornalisti pennivendoli.

Il giornalismo italiano è quello che è, si trovano penne per tutti i partiti, anche per Grillo. Ad esempio Andrea Scanzi. Rimprovera ad altri suoi colleghi di essere proni ad un partito diverso dal suo. Chiama «quote rosa» tutto quel che riguarda la partecipazione delle donne in politica. Ne denuncia «l’ipocrisia». Afferma che essere donna è un vanto, un pregio, una nota positiva se sei Rosa Luxemburg, non se sei Michela Biancofiore. Tuttavia, a fronte dei candidati e capilista maschi di altri partiti, la distinzione tra Karl Liebknecht e Maurizio Gasparri non ci viene esposta. Anche qui troviamo accenni critici pertinenti, legittimo preferire Giusi Nicolini a Caterina Chinnici, incapaci però di esprimersi senza argomenti, toni e battute sessiste. Scanzi ci scherza su, con la spiritosaggine sulle gambe della Bonafé, ma è la stessa ironia con cui Dell’Utri scherza sulle accuse di associazione mafiosa, mettendosi ad interpretare il ruolo. Tante volte l’ironia invece di respingere, rivela o conferma.

Un'altra fonte non prona a Matteo Renzi, è il Giornale che, a firma di Marcello Veneziani, vede nella scelta del leader PD l'idea che il maschio sia un ente inutile da sopprimere. Ministre e candidate stavolta sono definite madonne e sante protettrici, ovviamente incompetenti, perchè per Renzi il merito, la capacità individuale, la specifica competenza non contano un beneamato hazzo, con l'acca fiorentina aspirata. Il parlamento europeo non conta nulla, così lui si butta sul genere. A Renzi basta se stesso, il resto è contorno e ornamento, ciccia superflua.

Più seria e lineare, nonostante il suo mestiere (ormai tutti fanno il lavoro di tutti), è Sabina Guzzanti che vede ogni cosa in continuità. Renzi il proseguimento di Berlusconi, le donne di Renzi il proseguimento delle donne di Berlusconi. La «gnocca laureata». Le donne nel governo, una operazione demagogica, d’immagine. Senza esperienza, ancelle, capri espiatori, la cui carriera è segnata, destinate a scomparire. Due bellissime, per catalizzare l’attenzione dei giornali. Si sa che funziona così, sono armi di distrazione di massa.

Dello stesso avviso, la giornalista filosofa Ida Dominijanni: «le donne vengono usate, con il loro consenso, come un gadget, un brand, una trovata d’immagine. Come un «genere», come si dice nella lingua neofemminista, ma in senso mercelogico. E’ lo stesso, identico uso che ne faceva Silvio Berlusconi («Non le ho mai pagate. Potrei averne grandi quantità, gratis»), solo che Berlusconi prima di portarle al mercato politico le faceva passare per il mercato sessuale. Brand per brand, in fatto di «genere» Renzi questo è, un berlusconismo desessualizzato»

Se è vero che il successo d’immagine è una direttrice della politica e molto viene investito in funzione del consenso, il paragone tra le donne democratiche e le donne berlusconiane è offensivo, non solo nei confronti di Renzi, ma nei confronti delle stesse candidate. Offensivo anche per una parte delle stesse donne berlusconiane. Stefania Prestigiacomo non è Nicole Minetti. Parlare di un berlusconismo desessualizzato, a proposito della promozione delle donne del PD, significa sostenere che queste persone, per soli motivi di immagine, sono state prese da una situazione non politica (il varietà, i calendari, gli album di fotografie, etc.) e sono state messe in politica, senza passare per il letto. Cioè significa, misconoscere, per il solo fatto che si tratta di donne, per di più alcune con l’aggravante di essere attraenti, il percorso di studi, di militanza, il curriculum politico, nel partito e negli enti locali. Alessandra Moretti inizia come segretaria dell’associazione studenti di Vicenza (1989), Alessia Mosca esordisce con i giovani popolari; Simona Bonafé nel 2002 era un’amministratrice locale della Margherita ed è stata con Maria Elena Boschi, coordinatrice nella prima campagna delle primarie di Matteo Renzi, nel 2012, dunque un ruolo di staff e non di immagine. Pina Picierno, nel 2007, è la prima responsabile nazionale dei giovani del Partito democratico. Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, è una ex magistrata, già assessore alla Regione Sicilia.

Va da sè, che ciascuna di queste persone può essere criticabile, per qualità, competenze, orientamenti, e allora le critiche andrebbero argomentate. Altra cosa è liquidarle tutte insieme come veline, gadget, specchietti per le allodole, etc. per puro pregiudizio antifemminile. Cinque cretinetti maschi, al loro posto, sarebbero più rispettati.

Con dispiacere, ritrovo lo stesso pregiudizio liquidatorio su Lunanuvola: Nessun partito – coalizione – lista valorizza una donna candidata se non risponde almeno in parte ai criteri vigenti di scopabilità e/o pecoraggine intellettuale/politica, ne’ la candida perché costei ha in mente un futuro leggermente meno schifoso per le sue simili, ma perché ha un nome noto, o delle conoscenze altolocate o un costume da bagno molto sexy o dà garanzia di votare a comando.

Si direbbe alla fine, che le donne in politica abbiano una sola possibilità per sfuggire alle varie etichette loro affibbiate (velina, pecora, gadget, etc). Rinunciare al potere.

Entusiasta della scelta di Renzi, è invece Lucia Annunziata, che vede nelle donne designate capilista o nominate ai vertici delle aziende pubbliche, il modo giusto di sfondare il tetto di cristallo, che in Italia è un tetto di cemento. Sfondarlo quasi come operazione militare, per creare la breccia attraverso cui incanalare con velocità tutte le competenze e le forze femminili che pullulano alla base della piramide sociale. In modo da portare la presenza delle donne a un livello di massa critica. Perfettamente d’accordo. Curioso, contrapponga questo metodo alla norma sulla parità di genere, che pure lei insiste a chiamare «quote rosa», che sono lo strumento che può garantire questo sfondamento in modo sistematico senza doversi affidare ad un Matteo Renzi, se e quando c’è, che decide di farlo per i motivi suoi.


Riferimenti:

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