Matrix, Tiberio Timperi, puntata sui padri separati, rilancio dei ritornelli: ex mariti indigenti penalizzati dalle leggi, false accuse di molestie da parte delle ex mogli.

L'accusa di muovere false accuse di violenze (che il Timperi ha definito un "classico") a scopo "estorsivo" nel contenzioso di separazione è in genere sostentuta da parte delle associazioni dei padri separati e dall'arcipelago dei vari gruppi misogini e maschilisti. Però non ricordo di aver mai letto dati e argomenti convincenti a sostegno. Questa è una delle testimonianze che viene fatta valere più spesso a favore della tesi delle false denunce. Su Metaforum, citata qui e qui. Però tutto l'argomento verte sul fatto che un certo numero di denunce viene poi ritirato. Cosa che in verità succede anche al di fuori dei contenziosi di separazione. Tante volte le denunce per violenze domestiche sono ritirate. Ma questo non significa che gli abusi non siano stati commessi. D'altra parte quante sono le corrispondenti querele per calunnia e diffamazione?  Secondo me, solo sulla base di congetture, supposizioni e casi particolari è profondamente sbagliato e ingiusto accreditare l'idea che le accuse di violenza siano tendenzialmente false, o siano in aumento quelle false, a fronte di un fenomeno sommerso di violenza domestica che rimane quasi sempre impunita.

I problemi economici di alcuni padri separati sono dati da condizioni oggettive: 1) i figli vanno mantenuti; 2) c'è la crisi. Non si tratta di colpe delle ex mogli, delle donne, del femminismo, elette a causa di tutti i mali. Se peggiorano le condizioni economiche dell'ex marito, non si modificano in automatico i suoi obblighi di mantenimento, ma in automatico, neppure diminuiscono i bisogni dei figli. Nè aumenta la capacità delle madri di farvi fronte. Anche per i genitori non separati ci sono sfratti, licenziamenti, malattie, aumento dei prezzi, dei mutui. Senza nessun automatico adeguamento del potere d'acquisto o di una riduzione degli obblighi.. Tuttavia, due cose sono sicure: 1) In prevalenza dopo la separazione peggiora la condizione economica delle madri separate, più che quella dei padri; 2) Due terzi dei padri separati non pagano gli alimenti che devono. Il 12,7% delle persone che si rivolgono alla Caritas sono separate o divorziate. Di queste il 66,5% sono donne.


Riferimenti:

Condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio (Istat).pdf

In una certa logica aziendale aspettare un bambino equivale ad essere malati o infortunati. E' vergognoso, ma fa già schifo l'idea che una persona possa essere licenziata o non retribuita perchè ha avuto un infortunio o una malattia. In un paese con una mentalità del genere, l'articolo 18 deve essere un tabù.
Poco importa che qui lo statuto dei lavoratori non c'entri direttamente, trattandosi di lavoro parasubordinato. Senza articolo 18 diventa possibile di fatto licenziare senza giusta causa, anche nel lavoro subordinato, donne in maternità o lavoratori malati e infortunati. Sono situazioni nel mirino dappertutto. L'articolo 18 è un caposaldo della civiltà del lavoro. E' una questione di cultura. Se lo si elimina, sarà più semplice penalizzare tutti i lavoratori, anche da parte di amministrazioni e istituzioni pubbliche come la Rai.
Ovvio che il datore non licenzia una lavoratrice con la motivazione ufficiale che è in maternità. Troverà un pretesto. Senza l'articolo 18, se lei fa causa dovrà sostenere le spese legali e dimostrare di essere stata discriminata.

Non passa per l'articolo 18 la precarietà dei contratti atipici. Tuttavia, coloro che hanno introdotto i contratti atipici sono gli stessi che oggi vogliono abolire l'articolo 18. Per l’abolizione dell’articolo 18 passa però la precarietà di quelli che sono (o saranno regolari). Senza l'articolo 18 i datori potranno licenziare i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato come e quando vogliono, mal che gli vada pagando un semplice indennizzo. I licenziamenti saranno più facili e le donne saranno le prime ad essere licenziate.
Più in generale, attraverso l’articolo 18 passa l’idea di quale sia il rapporto di lavoro normale: quello stabile o quello precario. E’ una questione simbolica, ma non solo.
L’obbligo del reintegro è teorico. In pratica, il più delle volte, il lavoratore ingiustamente licenziato patteggia un indennizzo. La possibilità del reintegro serve a patteggiare un indennizzo più alto. Come già ricordato, con l’articolo 18 le spese legali e l’onere della prova sono a carico dell’azienda. Con il solo divieto di licenziamento discriminatorio sarebbero invece a carico del lavoratore.
E’ falso che i lavoratori dipendenti a tempo determinato siano incondizionatamente sicuri del posto fisso. Chi vuole licenziare per una ragione valida, può farlo legalmente e correttamente.
- Vi sono i licenziamenti collettivi (minimo cinque lavoratori) in caso di crisi economica o per esigenze relative a ristrutturazioni produttive e organizzative.
- Vi è il licenziamento per giustificato motivo, relativo ad inadempienze contrattuali o allo scarso rendimento del lavoratore.
- Vi è il licenziamento per giusta causa, relativo a fatti e situazioni esterne al rapporto di lavoro, che possono minare il rapporto di fiducia tra datore e prestatore di lavoro.
E’ falso che l’articolo 18 tuteli solo una minoranza di lavoratori. I lavoratori a tempo indeterminato sono l’87%. Su un totale di 17 milioni di lavoratori dipendenti, nelle aziende sopra i venti dipendenti, sono occupati circa 12 milioni e mezzo di lavoratori (dati Istat 2010). La maggioranza dei lavoratori dipendenti è tutelata dall’articolo 18. Nel 2003 si è tentato un referendum che estendesse questa tutela a tutti i lavoratori.
Risulta chiaro nel rapporto tra uomini e donne, che parità di diritti e opportunità, significa dare più diritti e più opportunità alla parte che ne ha di meno. Nel rapporto tra diverse categorie e condizioni di lavoro viene invece curiosamente applicato il criterio opposto.

Riferimenti:

Ma davvero il presidente tedesco si é dimesso in 7 minuti mentre i nostri parlamentari non se ne vanno nemmeno dopo 20 anni, come titola Il Fatto quotidiano? Ed è vero che la Merkel ha fatto una figura di Merkel (titolo di Libero) e che ora tutto il mondo sa che anche i tedeschi hanno… le mani lunghe? E che dire, invece, dell’inguaribile esterofilia di Repubblica che, tramite la boriosa firma di Barbara Spinelli, evoca l’esempio tedesco?
Pochi giornalisti italiani si sono presi la briga di come sono andate davvero le cose. Le dimissioni di Wulff non sono affatto una sorpresa, non sono giunte in 7 minuti e non fanno che ribadire un malcostume ricorrente tra i politici tedeschi.
Wulff è stato colto con… le mani nella marmellata un paio di mesi fa e ha fatto di tutto per restare al proprio posto. Non ha rubato, ha fatto il furbetto, come alcuni politici italiani e come era già accaduto in passato in Germania ad altri ministri di destra e di sinistra.
La verà novità è che a costringerlo alle dimissioni è stata la stampa tedesca, tutta la stampa tedesca, di destra e di sinistra che, superando le divisioni ideologiche, ha imbastito una campagna per constringerlo ad andarsene. Questa era la storia, straordinaria, che andava raccontata sui nostri giornali e debitamente commentata.
Ma siccome i giornalisti italiani non sanno il tedesco e non sono abbastanza umili da astenersi dal commentare fatti che non conoscono fino in fondo, si sono lasciati andare a considerazioni improbabili, dimostrando ancora una volta la propria inguaribile esterofilia, intrisa di un provincialismo autolesionista che li porta a mitizzare quel che accade fuori confine e a denigrare la propria identità e quel poco che resta di orgoglio nazionale.
Dimostrando, ancora una volta, perchè sia così facile colonizzare il nostro Paese.
O sbaglio?

MARCELLO FOA
fonte

Ma nel senso che osannare la stampa tedesca in contrapposizione a quella italiana (provinciale, autolesionista e poco umile) è esterofilia che mina l'orgoglio nazionale residuo?


Riferimenti:
Christian Wulff ha dato le dimissioni: la Germania dice addio al presidente (Liquida, 20.02.2012)

Accusa classica da parte conservatrice contro la sinistra, la socialdemocrazia in Europa e i liberals in America, è quella di essere troppo spendaccioni. Di far correre la spesa pubblica facendo crescere le tasse o il debito o entrambi a danno complessivo dell'economia. Accusa che ha finito per persuadere gran parte della stessa sinistra. Così per un trentennio è stata praticata la politica inversa: risanamento dei conti pubblici, taglio della spesa, riduzione delle tasse. Oggi, lo stato complessivo dell'economia occidentale è paragonabile alla Grande Depressione degli anni Trenta. Anch'essa capolinea di un lungo ciclo liberista.

L'egemonia liberista sulla sinistra è stata tale da generare persino inversioni di ruoli, per esempio in Italia dove i governi più spendaccioni sono stati quelli di centrodestra, come ha spiegato Oscar Giannino e come si può leggere in questa scheda di Linkiesta. Lo ammise pure Renato Brunetta: i governi Berlusconi del 2001-2006 hanno aumentato la spesa corrente, ma non la spesa sociale: all'aumento della spesa non è corrisposto un aumento delle prestazioni e della qualità dei servizi. Lo stesso centrosinistra in periodo pre-elettorale ha allargato i cordoni della borsa, vedi Amato nel 2000-2001, nonostante dalla crisi del 1992 sia tra gli interpreti della sinistra rigorista.

Come si comporterebbe la sinistra di ispirazione comunista o alternativa? Nell'immaginario consueto spenderebbe molto di più di liberals e socialdemocratici, mandando definitivamente in bancarotta lo stato. In effetti, ci sono cose per le quali questa sinistra vuole spendere di più: salari, pensioni, sanità, istruzione pubblica. Ma ci sono anche cose per le quali questa sinistra vuole spendere meno: esercito, grandi opere, megastipendi, detassazioni e finanziamenti indiscriminati. E poi lotta all'evasione e alla corruzione. Patrimoniale. Chi lo dice che il saldo alla fine non sarebbe positivo?

Esiste la contromanovra finanziaria di Sbilanciamoci che rispetta il pareggio di bilancio.

Siamo ancora dentro la grande distrazione berlusconiana. Lo si vede da come giudichiamo l'attuale governo e il suo presidente. Non ci importa chi e come lo ha designato. Potrebbe essere stato per nomina regia o per volontà divina. Non ci importa cosa fa. Potrebbe chiudere l'Inps o abolire i sindacati. Una sola cosa conta: che non sia Berlusconi. Non gli si chiede nulla di più o di meno, per essere il nostro presidente. E' un liberista che ci ricatta con gli imperativi dei mercati finanziari e degli investitori stranieri? Pazienza, dato che alla sinistra possiamo ascrivere i gulag, non c'è di che lamentarsi.
Il PD rinuncia ad essere una alternativa al liberismo e la sinistra più coerente è a pezzi. In questo momento si può facilmente prevedere una vittoria di Monti anche nelle urne, populisti permettendo. Ma se è così, perchè evitare di farsi legittimare dal voto, perchè mantenersi questo tallone d'Achille? Tanto più che Monti non è un parlamentarista. Al Parlamento europeo, a chi gli contestava la mancanza di una legittimità democratica, Monti non ha negato. Ha solo detto di non essersi mai voluto candidare, di avere accettato (con piacere) il suo incarico, perchè gli è stato chiesto di assumerlo. Non ha ritenuto di ricordare che l'Italia è una repubblica parlamentare, che eletto dal popolo è il parlamento e che spetta al parlamento scegliere i governi. Non lo ha ricordato, perchè egli stesso, da buon liberista, si riconoscere nella centralità dell'esecutivo. Come che sia il diritto alla previsione, anche facile, non può surrogare il diritto di voto. La sinistra può perdere per governare ma avere abbastanza consenso per tornare in parlamento. In Grecia, la sinistra radicale è data al 43,5%. La Grecia va al voto anticipato.

Ricordo una delle parole d’ordine di Bettino Craxi: “democrazia governante”. Il segretario del Psi era perciò definito decisionista. Non perchè volesse decidere, ma perchè intendeva l’elmento della decisione a scapito della partecipazione e della rappresentanza. E’ stato il difetto di tutte le idee di riforma elettoral, istituzionali, volte a realizzare un governo stabile ed efficiente. Così dopo anni di semplicazioni maggioritarie, uninominali, alternanze, presidenzialismi e premierati di fatto, scopriamo di aver originato una democrazia improduttiva, peggiore di quella del pentapartito e della prima repubblica. E ci affidiamo ad una nuova semplificazione: quella dei tecnici. In verità, non per la prima volta. Abbiamo già avuto Ciampi e Dini. Lo stesso Prodi non era propriamente un politico. Nè i cosiddetti tecnici sono propriamente tali. Si tratta di personalità che passano da un ruolo all’altro. Una volta al governo si appoggiano comunque su maggioranze parlamentari, quindi su coalizioni di partiti. Monti è sostenuto da Pdl, Pd e Terzo Polo (Berlusconi, Bersani e Casini). Difficilmente può decidere qualcosa contro gli interessi di questi tre, in particolare del primo, il più “interessato”. Piuttosto li esonera dal compito di assumersi direttamente e visibilmente la responsabilità di scelte “impopolari”. Tipo il sacrificio sulle pensioni. Tutti a prendersela con Fornero. Si ignora quale rapporto esista tra il sacrificio sulle pensioni e il risanamento del debito (il debito lo ha fatto l’Inps?) e questo non è sano. Altro argomento incomprensibile - già molto caro ai precedenti governi Berlusconi e alla Confindustria di D’Amato - è l’articolo 18, con relativa sequenza di battute incredibili: dalla monotonia del posto fisso ai giovani mammoni che vogliono trovare lavoro solo vicino a mamma e papà. Il debito, lo spread, lo ha fatto lo statuto dei lavoratori, lo hanno fatto questi giovani? Sono questi i problemi sul tappeto?

Da vent’anni siamo ancorati ad una questione. Come tenere in ordine i conti pubblici, entro i vincoli di Maastricht e dei successivi trattati europei. Con l’alternanza tra un centrosinistra un po’ più rigorista e un centrodestra un po’ più spendaccione. Nel quadro della medesima politica neoliberista. Che non ha mai prodotto sviluppo, che non ha mai redistribuito il reddito, che non ha mai creato occupazione se non precaria. E alla fine non ha risolto neanche il problema del debito, non solo e non tanto perchè si è speso di più, ma soprattutto perchè si è prodotto di meno. E con la crisi adesso ci troviamo in recessione. Ci siamo tolti la distrazione degli scandali giudiziari e sessuali del cavaliere, ma nella politica economica non siamo passati ad altro. Siamo in continuità con la politica neoliberista di sempre, meno soft, un po’ più hard. La Germania ci paga il debito e ci dice cosa dobbiamo fare e con quali uomini di governo, accelerando sulla riduzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro.

Stare dentro una spirale di risanamento/depressione aderente al ciclo recessivo, con la speranza che poi si avvi (non si capisce come) un nuovo ciclo espansivo, può essere una idea (l’idea attualmente praticata). Ma esistono almeno altre due idee. Quella di far pagare il debito a quella parte della società, il 10%, che detiene il 44% della ricchezza nazionale, una tassa patrimoniale sopra gli 800 milioni euro come proposto dalla Cgil. E quella di rinegoziare il debito, non falcidiare salari, pensioni, consumi per trasferire ulteriore ricchezza agli speculatori. Oppure ancora, una combinazione di queste ultime due. Chi lo decide? Gli elettori. Ci si presenta con un programma di risanamento, gli elettori scelgono, quel programma sarà attuato. Se sono convinti della linea Monti, PD, PDL, e Terzo Polo possono presentarsi insieme e fare del senatore a vita il proprio candidato. La democrazia (deliberante, ok) non è un treno che passa, è un intero sistema ferroviario, entro cui si deve poter scegliere su quale treno salire.


Riferimenti:
Bertinotti: Con governo Monti annichilita la democrazia. Sindacati subalterni (Facebook)

Leggo dall'editoriale di Galapagos sul Manifesto, che nel 2009 il debito pubblico della Grecia era il 120% del Pil e dopo due anni di cure da cavallo è diventato il 180% del Pil. L'austerità non ha risanato i conti, ha depresso l'economia, quindi il Pil, costringendo la Grecia a indebitarsi ulteriormente e a decidere ulteriori sacrifici. Una spirale perversa fino alla bancarotta (default). L'Italia in recessione (Pil -0.7% ultimo trimestre 2011, più 55 miliardi di debito per il solo mese di dicembre) è sulla stessa strada?

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Perchè non possiamo fare come l’Islanda? Un paese molto più grande come l’Argentina lo ha fatto.

Se io faccio un debito, poi devo restituirlo. Perciò, evito di farne. Ma qualcuno può decidere di farne al posto mio, senza che io possa oppormi. La mia banca o il mio governo. E se le cose vanno male, le conseguenze ricadono su di me. Se la banca fallisce, magari devo salvarla come contribuente. Se lo stato si avvicina alla bancarotta, devo rimetterci salario, servizi sociali o pagare più tasse. Perchè, insieme con tanti altri che sono stati indebitati a loro insaputa, dovrei accettare questo sistema?

Può succedere che io sia obbligato dal bisogno a fare un debito. E mi rivolga alla banca, a istituti finanziari, a privati. E che il credito mi venga concesso con tassi di interesse esosi. Se anche riesco a ripagare il debito, devo continuare ad indebitarmi per pagare gli interessi. E’ immorale ribellarsi agli strozzini?

In Italia, una grande quantità di risorse è assorbita dall’evasione fiscale, dalla corruzione politica, dalla criminalità organizzata. Inoltre, il 45% della ricchezza nazionale è posseduto dal 10% delle famiglie. Pagando il prezzo del debito, di fatto, non continuo a finanziare ruberie e diseguaglianze?

So che la Cgil ha proposto una tassa straordinaria dell’1% sui redditi superiori agli 800 mila euro l’anno. Riguarderebbe il 5% della popolazione e raccoglierebbe 18 miliardi in un anno, quasi l’equivalente dell’intera manovra annuale. Ma, l’argomento, non è neanche discusso.

Perchè è meglio dissanguare l’economia nazionale, i redditi dei ceti medio e medio bassi, per pagare un debito che non finisce mai?

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In una intervista Loretta Napoleoni propone: "L'Italia faccia come l'Islanda, scelga il 'default pilotato' ed esca dall'euro".

La sua soluzione non sarà semplice e lei stessa dice che è impraticabile a causa dell’opposizione francese, ma rischia di dover prima o poi diventare obbligata, se anche le manovre di risanamento si riveleranno inutili. Potrà diminuire il debito, ma se diminuisce anche il PIL, o crescono i tassi di interesse, il rapporto debito/PIL resta invariato o può persino peggiorare. Qual’è allora la soluzione semplice?

Tagliare pensioni, sanità, enti locali? Ma non sono soluzioni semplici per chi ne deve pagare le conseguenze. Inoltre cosa è questa soluzione se non un prelevare soldi da lavoratori, pensionati, malati, per darli ai creditori banchieri. Il meccanismo del debito e del suo continuo risanamento funziona come una permanente redistribuzione alla rovescia.

I fautori più convinti del risanamento del debito, per interessi di classe o per facilità di soluzione, non si concentrano sull’evasione fiscale, sulla concentrazione delle ricchezze, sulle risorse assorbite da corruzione e criminalità organizzata. Si concentrano sullo stato sociale. Sui redditi, sulle pensioni. Che però sono anche una leva dello sviluppo. Anche lo stato sociale è reddito redistribuito. E come si concilia la riduzione dello stato sociale con l’emancipazione dal Welfare privato e familistico e la possibilità per le donne di andare a lavorare?

All’inizio degli anni ‘80 il debito pubblico era al 60% del PIL e fino al 1990 era sotto il 100%. Poi, oltre la spesa pubblica - e va bene tagliare gli sprechi - hanno inciso i tassi di interesse, l’evasione e l’economia sommersa.

Infine, mi sfugge la razionalità e la necessità di un sistema in cui ogni stato è creditore e debitore, e si deve dannare per farsi pagare il debito e per ripagarlo a sua volta. Tra governo, imprese e famiglie, la Francia arriva ad un debito del 175% sul PIL. L'Italia al 220%

Senza il debito non potremmo fare investimenti? Ma anche il risanamento del debito sottrae risorse agli investimenti.


Riferimenti:

L'ex presidente dell'ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, saggista e studioso del Risorgimento esibisce nella bacheca di Facebook il gran bel culo di una donna piegata davanti ad un forno, con la didascalia "Il pranzo è quasi pronto". Cuoca, cameriera e sexy, per servire e sollazzare, come piace ai maschi. Che infatti, si sono affrettati a sghignazzare compiaciuti nei commenti e poi a stigmatizzare le proteste con la solita accusa di "moralismo", che fa pandan con quella della mancanza di "senso dell'umorismo". E poi l'armamentario più vestusto del lessico sessista: donnette, invidiose e isteriche. In pratica, un'autocerficazione. Se questi signori vogliono essere veramente ironici e trasgressivi, perchè non pubblicano il loro culo, o quello dei loro amici, o di un anonimo del proprio sesso? Così sarebbero veramente trasgressivi e antimoralisti. Nessuno avrebbe nulla da ridire, sarebbe solo uno dei tanti sguardi possibili sugli uomini, mica l'unico, ossessivo, pervasivo, permanente, dilagante. Non farebbe testo per offendere e suscitare proteste. Cosa c'entra che non sono gay? Non c'è nulla di male ad esserlo. E poi chi lo sa. In quel cameratismo maschile che apprezza e difende la condivisione di tette e culi, in quel ribadire la propria maschia identità ad ogni piè sospinto, chi lo sa cosa c'è. Quale che sia la motivazione, sono le conseguenze a preoccupare. A tal proposito condivido il nudo pensiero del presidente della repubblica: «Uno stile di comunicazione che offende le donne nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi» (Giorgio Napolitano, Donne e Media, 14 aprile 2010). Uno studioso, un saggista, un giornalista, il presidente dei giornalisti, dovrebbe tenerne conto. Perchè il sessismo è una forma di razzismo e merita di essere denunciata come tale, ogni volta che si manifesta.



Riferimenti:

Cosa centra la questione di genere con l'esito delle primarie di Genova?  C'entra con i caratteri e le direttrici che vengono attribuite alla maschilità o alla femminilità. Una persona predisposta alla contrapposizione, al comando è maschia, una persona predisposta al dialogo, all'ascolto è femmina. Non che sia necessario rappresentare le cose in questo modo, finendo così di riprodurre stereotipi e luoghi comuni. Ma dato che la prima cittadina uscente, Marta Vincenzi, si è paragonata niente meno che a Ipazia, mettendo Don Andrea Gallo dalla parte dei fanatici cristiani a sostegno del candidato maschio Mario Doria, si è sentita rispondere - ad esempio da Paola Tavella - che il vero maschio della competizione è stata lei. Insieme con la sua rivale, la senatrice Roberta Pinotti. Entrambe sconfitte. Forse il partito del cemento è un partito maschile, anche se lo guida una donna. A Milano con Moratti hanno perso le donne e con Pisapia hanno vinto gli uomini? Più probabile il contrario. 

* * *

A Genova è stato sconfitto il PD, per la sua politica nazionale? Il problema del PD esiste da vent'anni. Da quando ha smesso di essere un partito del lavoro ed è diventato un partito del ceto medio. Un problema che consiste nel moderatismo come collocazione politica strategica e non solo come tattica relativa a tempi e modi. Finché esistevano le due sinistre (Pds/Ds e Rifondazione) la situazione era ingessata da vincoli di appartenenza. Superate le due sinistre e introdotte le primarie (e forse anche la politica in rete), la situazione si è disarticolata. L'elettorato più militante, se ne ha l'opportunità, tende a scegliere il candidato alternativo. E' una tendenza generale, l'abbiamo già vista in Puglia, a Milano, a Napoli, a Cagliari. Forse l'avremmo vista anche a Torino se si fosse candidato Giorgio Airaudo. Oggi è confermata a Genova. Ciò, non significa non abbia anche ragioni locali, perchè il centrosinistra a livello locale è coerente con quello nazionale, riproduce le stesse dinamiche, gli stessi ruoli. La stessa politica.


Riferimenti:
Genova, alle primarie del centrosinistra l'indipendente Marco Doria spiazza il PD (Liquida, 13.02.2012)



Carlo Giovanardi ha equiparato il bacio tra due donne in pubblico al fare la pipì per strada. Ne è seguito un vespaio di reazioni, dall'indignato al sarcastico. Qualcuno ha proposto di iniziare ad ignorarlo, per non fargli pubblicità. Idea improbabile da mettere in pratica. Giovanardi è una figura pubblica, un rappresentante del popolo, persino un ex ministro della repubblica. Quando un personaggio pubblico, un uomo della politica e delle istituzioni esterna provocazioni demenziali (ammesso non ritenga di esprimersi sul serio, in tutta buona fede), oscurarlo è impossibile. Sarà comunque condiviso da una parte dell'opinione pubblica. Mentre tutti i media lo riterranno una buona occasione di vendita e di intrattenimento. Ci sarà sempre qualcuno a voler reagire. L'indifferenza ha senso se censura le provocazioni, molto meno se censura solo le reazioni al provocatore. Il silenzio può essere interpretato in tutti i modi. Da "chi tace acconsente" a "non è importante". Ma cosa non è importante, Giovanardi o insultare le donne lesbiche, o entrambi? Alla fine, chi tace sta zitto. Allora, è meglio reagire, trovare di volta in volta il modo più appropriato. Non male le tante foto apparse sui profili di Facebook, ritraenti baci saffici. Giovanardi, in modo caricaturale, grottesco, insolente, rappresenta la parte omofoba della società. Molti omofobi magari tacciano per vergogna, si limitano a pensare in quel modo, e di tanto in tanto dicono una parola, una battuta, all'apparenza normale e innocua, in realtà un'offesa latente. Nei loro confronti, la polemica può servire come un vaccino. Un modo per dire loro: "Guardate, se pensate così, se dite così, siete come Giovanardi!"


Argomenti correlati:
"Due donne si baciano per strada? Come fare pipì in pubblico" (Liquida, 13.02.2012)
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