Da sinistra: Cancellieri, Severino, Fornero

Ha detto Stefano Boeri: «Un Governo post-Berlusconi senza una consistente presenza di donne nei Ministeri, nei Ministeri chiave, non e' un Governo post-Berlusconi. Diciamolo forte e chiaro.». Ha detto Emma Bonino: «Stiamo rischiando di avere un governo da Arabia Saudita, tutti maschi». E' stato fatto anche un appello: nel prossimo governo devono esserci anche giovani e donne.

Alla fine ne è venuto fuori un governo con l'età media di 64 anni e tre donne, collocate però in tre dicasteri importanti: Anna Maria Cancellieri agli Interni, Elsa Fornero al Welfare e Paola Severino alla Giustizia. Governo monogenere scongiurato. Questo risultato - sia pure ancora insoddisfacente - è frutto di una rivendicazione, non la smentita di una previsione sbagliata.

Dire che quello che conta è il merito, la competenza, e non il genere e l'età, è una grande ipocrisia. Di più, è una mistificazione. Come se i criteri di selezione fossero neutri di fronte al genere e all'età. A chiedere davvero che contino merito e competenza, sono quelli che si oppongono alla esclusione dei giovani e delle donne dai luoghi decisionali. Se i criteri fossero davvero merito e competenza è ovvio che ne risulterebbe un governo a composizione mista e tendenzialmente equilibrata, un po' anziani e un po' giovani, un po' uomini e un po' donne. Solo una persona che ha pregiudizio contro i giovani e contro le donne, può pensare che naturalmente un governo di competenti non possa che essere un governo di vecchi maschietti. 

Sarebbe ingenuo credere che nella formazione del governo non contino anche la similitudine, la familiarità, la coptazione. Un maschio sceglie i maschi, un anziano sceglie gli anziani, un milanese sceglie i milanesi, un cattolico sceglie i cattolici, un banchiere sceglie i banchieri e via così. Poi in questo ambito si può scegliere il meglio o il peggio, ma funziona così, nell''incrocio poi di trattative tra ambiti analoghi.


Anna Maria Cancellieri
Elsa Fornero
Paola Severino



A Torino, il giudice Casalbore allontana dall'aula una interprete araba perchè ha il capo coperto da un foulard in ossequio all'obbligo di legge il quale prevede che si stia in aula a capo scoperto.

Mi ricorda un caso del 1985 al comune di Roma, quando un funzionario fece allontanare da una riunione tutte le donne presenti, poichè il regolamento (uguale per tutti) prevedeva l'obbligo di indossare giacca e cravatta, per rispetto nei confronti dell'istituzione.

La ragola e la sua applicazione dovrebbero avere un senso: è evidente che suore, religiose musulmane, pazienti in chemioterapia, non si coprono il capo per mancare di rispetto alla giustizia.


Molto probabilmente però ad una suora non sarebbe successo.



Berlusconi, si dice, è stato mandato a casa, non dall'opposizione checché ne dica Bersani, non dalla sfiducia del parlamento, non dai magistrati, non dai giornali indipendenti, non dai suoi scandali, ma dai mercati finanziari, dal quel differenziale tra titoli tedeschi e titoli italiani che giunto al 7% ci ha portati molto vicini al default, la bancarotta dello stato. In effetti, come ha più volte ripetuto Guido Crosetto a Ballarò lamentando i festeggiamenti, le dimissioni di Berlusconi non erano un atto dovuto, le ha concesse lui per senso di responsabilità. Tuttavia, il motivo non lo ha spiegato. E così bisogna accontentarsi dell'idea che il cavaliere politico non sarebbe stato in grado di realizzare i diktat della BCE, nonostante si sia inoltrato per quella via con il patto di stabilità, senza rompere la sua maggioranza e compromettere il suo consenso elettorale, a fine legislatura. Mentre come imprenditore si è trovato d'accordo con i mercati finanziari, nell'esigere un governo più efficiente e meno esposto al condizionamento del consenso popolare. Una vecchia vignetta di Vauro mostrava un Berlusconi ridente che sotto il titolo "conflitto d'interessi" diceva: "Quale conflitto? Io con i miei interessi sono sempre andato d'accordo". Questa volta invece il politico e l'imprenditore si sono trovati in disaccordo, con le azioni Mediaset in rotta come il resto del mercato azionario. Non so chi lo ha detto: il cavaliere è entrato in politica per salvare le sue aziende e adesso ne esce per lo stesso motivo.


Mediaset e lo spread (Il Fatto Quotidiano)



Oltre alla mitizzazione e alla demonizzazione (di chi vive nel passato), esiste anche la banalizzazione di chi il passato non lo conosce, o se lo conosce preferisce rimuoverlo. Lo stato pontificio e i feudi medievali sono precedenti la democrazia. Il fascismo è successivo, tanto che per affermarsi ha dovuto abolirla. Ammesso che esistano periodi storici necessari, il fascismo certo non lo era.

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Questa definizione - "male assoluto" - l'ho sentita da parte di Fini, il quale disse in Israele che il fascismo fu parte del male assoluto, riferendosi all'alleanza con Hitler e all'attiva collaborazione nella persecuzione degli ebrei. L'ho sentita anche da Papa Wojtyla, sempre in riferimento al nazifascismo, per distinguerlo dal comunismo da lui detto "male necessario". Non mi viene in mente nessun altro. 

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Soltanto nel 1992, l'MSI di Gianfranco Fini celebrava il cinquantenario della marcia su Roma e due anni dopo Fini definiì Mussolini il più grande statista del secolo. Quale sia stato il percorso che ha portato Fini a definire il fascismo parte del male assoluto, non è noto, poichè tra una affermazione e l'altra in mezzo non c'è niente. Nel 2002, il sessantesimo anniversario della marcia su Roma, è semplicemente ignorato da An e dal Secolo d'Italia. Dieci anni prima una manifestazione celebrativa, dieci anni dopo neanche una parola. Rimozione totale. L'incoerenza è relativa, poichè lo stesso fascismo era così. Mussolini all'incirca diceva che "la nostra ideologia è la politica che facciamo oggi". Il fascismo è stato anticlericale e concordatario, socialista e liberista, monarchico e repubblicano, nazionalista e asservito allo straniero. Non ha mai elaborato una sua sostanza autonoma. Si è identificato con un regime. Altre ideologie, religioni, filosofie hanno ispirato ordinamenti, ma senza smettere di vivere di vita propria, persino in contrasto con quegli ordinamenti. Il fascismo no, è soltanto il suo regime, il suo partito, il suo duce. Tanté che quando volle pubblicare la prima grande Enciclopedia universale, dovette rivolgersi a studiosi cattolici, liberali e marxisti. Di fascisti capaci di scriverla, ce n'erano veramente pochi. 

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Il fascismo ha negato la democrazia in paesi in cui la democrazia c’era già. Il comunismo non ha promosso la democrazia in paesi in cui non c’era mai stata (salvo eccezioni nel dopoguerra). Lo stesso il liberalismo colonialista, che praticava un razzismo di tipo culturale, secondo cui alcuni popoli non sono pronti, non sono maturi, non sono degni, non sono capaci, di adottare la democrazia. E’ quello che pensavano gli stessi inglesi degli italiani nel 1943-45, quando immaginavano per il futuro dell’Italia un fascismo senza Mussolini. Ogni sistema ha realizzato qualcosa di buono e ha commesso crimini. Questa equanimità però non ci dice nulla sul rapporto tra le due cose, la bontà e i crimini, in ciascuno di essi. Sul piano quantitativo il comunismo è stato certamente più cruento. Ma il comunismo è andato al potere contro le vecchie classi dirigenti. Ha dovuto lottare contro l’aristocrazia, contro il clero, contro la borghesia, contro eserciti invasori. Ha dovuto vincere una autentica guerra civile. Mussolini invece, come è noto, andò al potere in vagone letto, atteso dal re e con il consenso di chiesa, confindustria, agrari, esercito, magistratura. Dovette solo dare una bella randellata al movimento operaio. Ma dovette davvero una volta esauritosi il biennio rosso? I comunisti, come anche i colonialisti o i crociati, sono stati criminali per fare quello che hanno fatto. Il crimine era uno strumento funzionale alle loro realizzazioni. Nel fascismo invece il crimine è stato soltanto un modo di essere. Non serviva affatto per fare l’Inps, l’Iri, e la bonifica dell’Agro Pontino. Matteotti, Gobetti, Amendola, Gramsci, potevano pure sopravvivere e le buone realizzazioni del fascismo ci sarebbero state lo stesso. Invece l’industrializzazione sovietica non ci sarebbe stata senza i gulag e lo sterminio dei kulaki. Salvo qualche progresso, non è esatto dire che il fascismo ha industrializzato l’Italia, anche perchè ha molto presto convertito l’industria della produzione civile alla produzione bellica, in un contesto di autarchia. E questo ha frenato lo sviluppo del paese e lo ha poi portato al disastro della seconda guerra mondiale. L’Italia diventa davvero un paese industriale soltanto con il miracolo economico, ufficialmente nel 1962, quando il numero degli occupati nell’industria supera per la prima volta nella storia, il numero degli occupati in agricoltura. Non esistono periodi storici necessari, ma periodi storici che segnano una evoluzione o soltanto una deviazione. Quando un dato periodo storico si conclude, può cominciare una storia nuova (se esso è consistito in una evoluzione), oppure si ritorna alla storia precedente (se esse è consistito soltanto in una deviazione). Dopo il comunismo non si è tornati allo zar. Dopo il fascismo si è tornati allo stato liberale, con qualche variazione nei rapporti di forza, qualche correzione rafforzativa per prevenire nuove dittature, ma la storia è ritornata là dove era stata interrotta nel 1922, con gli stessi partiti, lo stesso personale politico (o la sua seconda fila), per riproseguire nella direzione verso cui si stava già avviando: un maggior protagonismo della chiesa e del movimento operaio in un sistema democratico. 

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Tra le eccezioni mi viene in mente solo la Cecoslovacchia del 1948. E riguardava non tanto una rivoluzione comunista, quanto di fatto una conquista militare dell’Urss. La differenza tra il non promuovere la democrazia dove non c'è e l'abolire la democrazia dove c'è, può sembrarti sottile se ignori lo stadio di sviluppo di un paese. Senza questa sottigliezza, potresti equiparare il fascismo a qualsiasi movimento storico precedente. D'altra parte Mussolini immaginava di essere un Giulio Cesare. E’ falso che il fascismo abbia permesso l’ingresso delle masse in politica. Queste stavano già entrando per conto loro. Il partito socialista era un partito di massa, lo era il partito popolare. Erano organizzazioni di massa i sindacati e le leghe. Il sistema elettorale era diventato proporzionale e a suffragio universale. Il fascismo si è abbatttuto su tutto questo per poi ingabbiarlo nelle sue forme paternalistiche e autoritarie. Le masse non potevano essere rigettate indietro, potevano solo essere irregimentate. Il fascismo aveva paura della democrazia. Era la reazione paurosa delle classi dirigenti italiane alla democrazia. Qualcosa che stride con l’idea di un movimento di massa e popolare fondato sul consenso. Certo, un po’ di consenso il fascismo lo aveva, come lo ha chi detiene il potere e redistribuisce risorse, ma quanto non è dato sapere. Di certo non tanto da poter correre il rischio di una competizione democratica. Il modo in cui comunismo e fascismo hanno conquistato e mantenuto il potere riguardava la differenza tra un nuovo potere autonomo in lotta contro i vecchi poteri e un nuovo impiegato, un intermediario, un manganello dei vecchi poteri. Fu disumana l’industrializzazione a tappe forzate dell’Urss? Non più di quanto lo fu la prima industrializzazione inglese. Poteva scegliere una strada più graduale? Forse, ma l'Urss sarebbe arrivata impreparata allo scontro con la Germania nazista. 

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La letteratura storiografica sul fascismo e sulla resistenza è molto vasta. Quando si pretende, per il passato, di attribuirle un modo di essere, agiografico, reticente, falso, come succede ad esempio al volgarizzatore Gianpaolo Pansa, bisogna dire di quali autori, di quali opere si parla e di quale periodo. Siamo ormai nel 2011. Le polemiche revisioniste infuriavano già negli anni '80. Negli anni '50, addirittura il ministero della pubblica istruzione chiedeva di festeggiare il 25 aprile nelle scuole, come anniversario della nascita di Guglielmo Marconi. Ci fu un tempo relativamente d'oro per l'antifascismo e la memoria della resistenza tra gli anni '60 e gli anni '70, ma fu anche un periodo di confronto tra la storiografia comunista e quella azionista, con in più le opere monumentali di Renzo De Felice, pubblicate da Einaudi.



 Oggi ho riletto «La solitudine del riformista» un articolo che l'economista Federico Caffé scrisse per il Manifesto nel 1982. Un riformista criticato da sinistra da chi prospetta future palingenesi e criticato da destra da chi non vuole riformare niente e affidarsi solo alla spontanea regolazione del mercato. Ripubblicato dall'ultimo numero di Micromega, rivista che si autodefinisce laica e riformista.

Su Federico Caffé e su Micromega ho poco da obiettare, ma la parola «riformista» continuo a considerarla il nome non bellissimo di un amico, di un parente oppure di un gambero. O infine, il nome della versione di centrosinistra del «Foglio», un giornale di proprietà degli Angelucci.

Negli anni '80, il Pci usava la parola «riformatore» o «riformatrice» e questo gli veniva rimproverato come sintomo dello stare in mezzo al guado, come refrattarietà ad adottare finalmente la parola «riformista». Eppure Adalberto Minucci spiegava bene la differenza di significato. Il riformatore come il riformista si muove nel gradualismo democratico parlamentare, ma con l'ambizione di avere un disegno complessivo di trasformazione sociale. Insomma, il riformatore si propone di andare oltre i confini del sistema, di riformare tutto il sistema, di fare un altro sistema, mentre il riformista si accontenta solo di puntellare, migliorare il sistema dato. E' vero che il riformatore può di fatto svolgere la stessa funzione del riformista, non ne codifica i limiti in un suo presupposto ideologico. Insomma, vada per le riforme graduali e democratiche, ma senza porre limiti alla divina provvidenza.

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Per me, la parola «riformista» ha un significato classico. E' Riformista colui che vuole trasformare la società capitalista in senso socialista, in modo graduale, attraverso le leggi della democrazia parlamentare. Dopo Bad Godesberg (1959), il significato di questa parola si è ridimensionato, venendo meno l'obiettivo del socialismo e assumendo un orizzonte di compromesso, per cui il riformismo diventa, nell'ambito di questa società, la realizzazione di alcuni obiettivi sociali di importanza storica: la piena occupazione, la redistribuzione del reddito e l'universalizzazione dell'assistenza sociale.

In Italia, con qualsiasi significato, la parola "riformista" è sempre stata giocata in chiave polemica contro la sinistra "rivoluzionaria" o presunta tale. In particolare contro il Pci, la cui prassi politica era certamente conforme alle definizioni sopra formulate. Così è stato da Saragat a Craxi. Ma, mentre Saragat ancora si riconosceva in un politica di riformismo classico, con Craxi il significato della parola si trasforma fino a ribaltarsi: così il riformismo diventa quello del gambero: una politica che gradualmente smantella gli elementi di socialismo introdotti nell'economia capitalistica, procedendo in senso liberista.

Oggi, il confronto tra centrodestra e centrosinistra, pare attestarsi proprio su questo piano con lo scopo di stabilire, secondo il lessico diessino, quale delle due parti sa meglio rispondere alle "sfide della modernizzazione". E paradossalmente, chi ancora persegue una politica riformista, si autodefinisce antagonista. (Dec 30 2003, 14:57)


Federico Caffè, La solitudine del riformista
Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.
La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematica mente distrugge. È agevole contrapporgli che, sin quando non cambi il «sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».
Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.
Persino Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano l’istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò l’opposizione di chi ritenne il provvedimento come pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini che, per capacità proprie avrebbero continuato a dar vita a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne obiettato al Sella che: «Vi sono due modi di amare la libertà; (...) Vi è il modo nostro: amarla di vero affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più si possa benefica; (...) Vi è poi un altro modo; e consiste nel professare a parole un amore sviscerato per la libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente strozzare».
Più che essere colpito dagli strali del retoricume neo-liberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l’incapacità di uscire dal «sistema». Egli è, tuttavia, troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare alla sua vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale contraddizione, il fatto di doversi occupare di palingenesi immaginarie. Sollecitato in vari modi a farlo, il riformista ha finito col rendersi conto che si pretendeva da lui qualcosa di simile a quello che si chiede a un pappagallo tenuto in gabbia, dal quale, con la guida di una bacchetta, si cerca di ottenere che scelga, con il suo becco, uno dei variopinti manifestini che si trovano in un apposito ripiano della gabbia.
Spaventato da questa implicita trasformazione in intellettuale pappagallesco, il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose: «Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente, (...) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie facciano presa prima che abbiano venticinque o trent’anni di età, cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».
(il manifesto 29 gennaio 1982)

Le dimissioni di Berlusconi sono percepite come la sua definitiva caduta. Come la fine di Mussolini, come la fine di Craxi. I festeggiamenti sotto il Quirinale come il lancio di monetine all'hotel Raphael. Eppure non è la prima volta che Berlusconi si dimette, cade, perde. Del ventennio che gli viene attribuito, per la precisione diciassette anni, ha governato solo dieci anni (quasi). Fu detronizzato dal ribaltone di fine 1994, perse le elezioni del 1996. Si dimise nel 2005, per dare poi vita ad un Berlusconi bis. Perse (di poco) le elezioni del 2006. Cosa c'è di diverso questa volta? Forse solo una eccessiva fretta di archiviazione. O forse un dato fisiologico. Berlusconi ha 75 anni. Difficilmente potrà prevalere nelle prossime elezioni. Dal 1994, l'elettorato italiano ha sempre punito il governo in carica. Improbabile abbia il tempo di prendersi una rivincita. Tuttavia, potrebbe avere l'età giusta per tornare in campo come presidente della repubblica. Ipotesi che faccio per puro esorcismo.

Berlusconi non è stato abbattuto dall'opposizione politica, nè dai magistrati, nè dal giornalismo indipendente, anche se gli scandali lo hanno certamente logorato. E' stato abbattuto dai mercati finanziari. Lo spread btp-bund è arrivato al 7%. Secondo Emma Marcegaglia uno spread così alto varrebbe 8,7 miliardi di euro. Se giunge all'8% - si dice - lo stato va in bancarotta, non sarebbe più in grado di pagare il suo debito. Dai qui la necessità di sostituire Berlusconi con Monti. Altro dato è l'evidenza di un capo di governo molto concentrato sui fatti suoi. Oltre che sui suoi interessi privati, l'andamento delle sue aziende, i suoi guai giudiziari, per cui non ha esitato a farsi continuamente leggi di comodo, anche sui suoi divertimenti privati. Un leader stanco e assonnato di giorno, a causa dei suoi intrattenimenti notturni, come è emerso anche dai cables di Wikileaks relativi alle rassegnate lamentazioni dei suoi più importanti collaboratori. Quale che sia il futuro, Mediaset forse sopravviverà e potrà ancora essere il centro gravitazionale della destra in Italia, magari in una versione più sobria interpretata da Piersilvio o più probabilmente da Marina. Un berlusconismo dal volto umano, persino femminile. Tutto sta a vedere se il conflitto di interessi rientrerà tra le emergenze a cui dare soluzione o se lo si lascera intatto e capace di riprodursi. Per intanto si festeggia.


Fine di un'era, Berlusconi si è dimesso (Il Fatto Quotidiano)
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Berlusconi, i giorni della caduta (Repubblica)
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La fine del cavaliere in copertina (Liquida)



Credo nel buon comunista come nel buon cattolico. Nel comunismo e nel cristianesimo posso vedere una contraddizione tra mezzi e fini. Nel fascismo o nel nazismo invece non ce li vedo. Il fascismo non nasce come ideale di liberazione, che poi viene tradito o contraddetto in tutto o in parte dalla sua concreta realizzazione. Ho una idea positiva anche del buon liberale, del buon socialdemocratico, del buon ambientalista, del buon protestante, del buon musulmano, del buon ebreo, del buon buddista, etc. In tutti vedo un pluralismo, un travaglio, tante potenzialità e l'impossibilità di essere ridotti ad una versione demonizzante. Credo nei messaggi originari la cui sorte è spesso simile a quella dei messaggi in bottiglia.



La violenza sessuale è parte di una arretratezza culturale oppressiva e bigotta. Non è certo la via del progresso e della liberazione. Lo affermo in relazione a chi crede che la violenza sia un male trasgressivo, qualcosa che, pur sbagliando anche gravemente, comunque si contrappone alla sessuofobia.

I casi di i casi Strauss-Kahn e Assange porta l’opinione pubblica a dividersi tra innocentisti e colpevolisti. Hanno commesso il fatto? Sono loro vittime di un complotto? Il reato in sè, quello per cui sono accusati non dovrebbe essere messo in dicussione, come non lo sarebbe se fossero stati accusati di qualsiasi altro reato, per esempio la corruzione. Molti politici vengono fatti fuori con una accusa di corruzione. Il grande rivale di Putin, Chodorkovskij o l’ex primo ministro ucraino Timoshenko. Sono veramente colpevoli o sono vittime di un complotto? La domanda non porta a negare il reato di corruzione o di evasione fiscale. I dubbi su Strauss-Kahn e Assange non dovrebbero portare a negare il reato di violenza sessuale. O a ridimensionarlo.

La legge non tutela la donna, tutela le vittime dei reati, in questo caso le vittime di violenza. In grande maggioranza sono donne, ma possono essere anche uomini. Uomini vittime di donne. Anche se in condizioni di inferiorità nella forza muscolare, il fatto è tecnicamente più che possibile, esistono gli stupri di gruppo, magari con l’ausilio di armi da fuoco o da taglio. Pare che circa il 2-3% degli stupratori siano donne. Talvolta le donne sono complici dei loro compagni violenti a danno di altre donne. Gli uomini possono essere vittima di altri uomini. Per esempio nelle carceri. Dunque, la tutela dalla violenza riguarda sia gli uomini sia le donne. E secondo i medesimi criteri.

Cosa è violenza? E’ impedire ad una persona di fare qualcosa che ha il diritto di fare. Oppure imporle di fare qualcosa che non ha il dovere di fare. Questi impedimenti o queste imposizioni possono avvenire mediante minaccia fisica o psicologica diretta, ma possono avvenire anche mediante abusi più sottili, per cui la vittima nell’immediato non è nelle condizioni di esplicitare un rifiuto. Forse la legge italiana non distingue chiaramente tra acconsentire e volere, ma ritengo che questa distinzione sia implicita nel codice penale là dove si parla di “abuso di autorità” o di “abuso della inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto” o di “inganno della persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

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Non si tratta di una inferiorità della donna di fronte all’uomo. Ma della figlia di fronte al padre, della nipote di fronte allo zio, della segretaria di fronte al capo ufficio, della soldatessa di fronte all’ufficiale, della ubriaca di fronte al sobrio. La difficoltà di definire l’abuso, la violenza psicologica esiste anche per altri reati, per esempio il mobbing.

Il ruolo del giudice è ineludibile. Impossibile formulare leggi, reati e sanzioni che siano poi applicati da un pilota automatico. Ci vorrà sempre la mediazione di un giudice, il lavoro di una istruttoria, la messa a confronto di versioni contrastanti, la ricostruzione di un contesto. Il giudice potrà essere uno bravo o un incompetente. E’ un inconveniente inevitabile. C’è il giudice che parte dal presupposto dell’inferiorità della donna, c’è quello che pensa che stuprare la moglie sia meno grave, quello che non crede che si possa imporre il sesso orale, o quello che non crede sia possibile spogliare una ragazza con i jeans. Considerando la quantità di assoluzioni, direi che prevalgono ancora pregiudizi a scapito delle vittime.

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Ho scritto esempi, deducendoli dai casi previsti dal codice penale. Oltre alla violenza e alla minaccia, anche l’abuso di autorità o l’abusare delle condizioni di inferiorità fisica della vittima. Puoi sostenere che la seconda situazione è più complicata da determinare, tuttavia esiste. E comunque, non è detto, dipende sempre da caso a caso.

Non condivido l’uso del verbo scandalizzare in rapporto alla violenza sessuale, come non lo condividerei in rapporto all’omicidio, al tentato omicidio, al provocare lesioni gravi. Si tratta di reati contro la persona, non contro la morale o il pubblico decoro. Possono allarmare, indignare, ferire, non scandalizzare.

Una condizione di inferiorità psichica/psicologica è quella data da un contesto in cui l’aguzzino insulta, offende, mortifica, denigra, umilia sistematicamente la vittima, la quale al momento di subire atti sessuali non voluti, è completamente disarmata, spossata, priva di qualsiasi energia per opporre resistenza. In questo caso, oltre al reato di violenza si ha anche quello di maltrattamento familiare, per cui può essere prevista pure la procedibilità d’ufficio, mentre la violenza richiede la querela di parte. Quindi non è vero che il reato a sfondo sessuale sia di per sé sempre considerato il più grave.

Tuttavia, data l’invasività psico-fisica nella sfera dell’intimità e dato il numero elevato di casi di violenza, la maggior parte dei quali resta impunita, il tema della violenza sessuale non è affatto marginale.

Secondo me, l'evocazione della morale cattolica non è pertinente, è uno spauracchio, un parafulmine. Se in Italia abbiamo una legge sulla violenza sessuale più civile e avanzata, che tutela meglio rispetto al passato è grazie a battaglie laiche condotte anche contro la chiesa cattolica e la democrazia cristiana. Nei paesi laici la legislazione sulla violenza sessuale è più severa della legislazione dei paesi cattolici. In Scandinavia sono più severi che nell’Europa mediterranea.

Il sottomettersi alla divisione sessuale del lavoro è una sudditanza di tipo culturale. Una sudditanza talmente forte che talvolta sono le stesse donne a bandire gli uomini dal lavoro domestico o dall’accudimento dei figli.

La figura del padre siciliano iperprotettivo si afferma e conquista spazio proprio in assenza della tutela dello stato. Tale assenza, fa si che i tutori emergano proprio nella cerchia dei potenziali violenti. Il padre che tutela dal fratello o il fratello che tutela dal padre, il marito o il fidanzato che tutelano dall’ex fidanzato, il figlio che tutela dal padre, etc. E se la donna non ha un uomo che la tuteli, le conviene trovarsene uno. L’alternativa pratica e concreta alla tutela pubblica è solo la tutela privata. O il farsi giustizia da soli.




Che il governo tecnico sia poco compatibile con la democrazia, se non una autentica contraddizione, lo si può capire dalla stessa nomina del professor Monti a senatore a vita, decisa dall'attento e scrupoloso Napolitano, di modo che il futuro premier favorito, non sia una persona esterna alla politica e alle istituzioni. Qualsiasi cosa ne pensi Gramellini, questo suo articolo rende bene l'idea di come un governo tecnico sia un governo presieduto e formato, non tanto da tecnici ed esperti prestati alla politica, quanto da persone appartenenti al potere meno visibile, ora costrette a collocarsi in prima linea per l'inettitudine del potere più visibile. In una visione complottista sono i burattinai che si devono mettersi a fare anche i burattini.

Verso il Presidente della Repubblica ho stima e fiducia. Nel grafico mostrato da Giglioli, concorrerei all'ascesa della linea verde, ma non condivido lo sbocco che il Quirinale intende dare alla crisi. Condivido poco lo stesso ragionamento di Giglioli, il quale in sostanza dice che certo sarebbe bello avere governo e parlamento rappresentativo, ma la politica si è finora dimostrata incapace di esprimere questo e così ci tocca il governo tecnico. Invece di lamentarsene, la politica riaquisti legittimità. Ma chi ha deciso che la politica non è più legittima ed è invece legittimo il professor Monti? Il sondaggio a favore di Napolitano? Anch'io sono favorevole a Napolitano, ma non ad ogni sua decisione, ad ogni sua opinione. I cittadini italiani hanno tutto il diritto di decidere la conferma di Berlusconi. Oppure di eleggere al suo posto Bersani. Oppure di decidere che nè Berlusconi, nè Bersani vanno bene e di far emergere una terza forza.

Se Giglioli fosse realmente conseguente con il suo ragionamento, dovrebbe sostenere che si chiude il parlamento e si fa il governo Monti, si realizza in nome dell'emergenza finanziaria una chiara sospensione della democrazia. Così si mette realmente da parte la politica. Invece qui si fa il governo Monti con tutta la politica "incapace" e "delegittimata" messa insieme, Pdl, Pd e Terzo Polo, compresi gli Scillipoti, le Carlucci e i Calearo.

Se due o più partiti vogliono mettersi insieme per fare le cose che dice la BCE nulla di male: formino una alleanza elettorale e si prensentino al voto con quel programma. Vedremo se passeranno o se emergerà un altra forza che vuole il default (come l'Islanda) o che ha un'altra ricetta per risanare il debito. L'Europa può esigere il rigore finanziario, ma come lo realizziamo dovrebbero essere solo affari nostri.


I governi cosiddetti tecnici o amministrativi sono i peggiori governi politici che si possa immaginare, il loro scopo è quello di fare il contrario di ciò che la sovranità popolare ha indicato, sono antipopolari e reazionari.

(Palmiro Togliatti, durante il discorso alla Camera dei Deputati, 1963)


Il fatto più rilevante della seconda puntata di Servizio Pubblico è stato l'intervento di Claudio Messora, il blogger Byoblu, che ha rappresentato Mario Monti come uomo delle banche e della grande finanza, ribaltando così l'esito del sondaggio sulla probabile ipotesi di un governo presieduto dall'ex commissario Ue e sostenuto da Pdl, Pd e Terzo Polo. Santoro, dando ragione ad un commento su Twitter, lo ha definito un po' complottista. Riguardo i dati di ascolto sono sostanzialmente confermati quelli della prima puntata.


Roma, 11 nov. (Adnkronos/Ign) - La seconda puntata di 'Servizio pubblico', il nuovo programma di Michele Santoro in onda su una multipiattaforma tv, radio e web, e' stata vista da 2.633.000 pari al 10.42% di share. A questi dati andrebbero poi aggiunti quelli del web.
Rispetto alla prima puntata, che era stata vista da 2.838.000 spettatori con il 12,03% di share - si registra un lieve calo di spettatori, legato anche al furto di alcuni ripetitori di Telelombardia.
I dati sugli ascolti sono usciti con molto ritardo rispetto al solito e il capogruppo dell'Udc in Commissione di Vigilanza Rai, Roberto Rao, punta il dito contro l'Auditel. "Non e' la prima volta che senza apparente motivazione si registrano problemi e gravi ritardi nella pubblicazione dei dati d'ascolto tv. E' anomalo che i soci di maggioranza del consorzio Auditel, Rai, Mediaset e le altre televisioni private, non si chiedano il perche' di un ritardo quanto mai sospetto in una giornata come quella di oggi, in cui c'e' grande attesa per il risultato della seconda puntata del programma di Santoro, andata in onda sulla multipiattaforma (televisioni locali, satellite e web)".
"Un sistema che vuole essere attendibile affidabile e realmente terzo -continua Rao- non puo' causare disservizi di questa entita', senza fornire alcuna spiegazione. Ormai e' chiaro che il sistema, che peraltro non si e' adeguato alle novita' delle piattaforme televisive, e' datato e va cambiato per non alimentare legittimi sospetti".

Servizio pubblico diventa "la terza tv del Paese" (Liquida)

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