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Fascismo male assoluto?



Oltre alla mitizzazione e alla demonizzazione (di chi vive nel passato), esiste anche la banalizzazione di chi il passato non lo conosce, o se lo conosce preferisce rimuoverlo. Lo stato pontificio e i feudi medievali sono precedenti la democrazia. Il fascismo è successivo, tanto che per affermarsi ha dovuto abolirla. Ammesso che esistano periodi storici necessari, il fascismo certo non lo era.

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Questa definizione - "male assoluto" - l'ho sentita da parte di Fini, il quale disse in Israele che il fascismo fu parte del male assoluto, riferendosi all'alleanza con Hitler e all'attiva collaborazione nella persecuzione degli ebrei. L'ho sentita anche da Papa Wojtyla, sempre in riferimento al nazifascismo, per distinguerlo dal comunismo da lui detto "male necessario". Non mi viene in mente nessun altro. 

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Soltanto nel 1992, l'MSI di Gianfranco Fini celebrava il cinquantenario della marcia su Roma e due anni dopo Fini definiì Mussolini il più grande statista del secolo. Quale sia stato il percorso che ha portato Fini a definire il fascismo parte del male assoluto, non è noto, poichè tra una affermazione e l'altra in mezzo non c'è niente. Nel 2002, il sessantesimo anniversario della marcia su Roma, è semplicemente ignorato da An e dal Secolo d'Italia. Dieci anni prima una manifestazione celebrativa, dieci anni dopo neanche una parola. Rimozione totale. L'incoerenza è relativa, poichè lo stesso fascismo era così. Mussolini all'incirca diceva che "la nostra ideologia è la politica che facciamo oggi". Il fascismo è stato anticlericale e concordatario, socialista e liberista, monarchico e repubblicano, nazionalista e asservito allo straniero. Non ha mai elaborato una sua sostanza autonoma. Si è identificato con un regime. Altre ideologie, religioni, filosofie hanno ispirato ordinamenti, ma senza smettere di vivere di vita propria, persino in contrasto con quegli ordinamenti. Il fascismo no, è soltanto il suo regime, il suo partito, il suo duce. Tanté che quando volle pubblicare la prima grande Enciclopedia universale, dovette rivolgersi a studiosi cattolici, liberali e marxisti. Di fascisti capaci di scriverla, ce n'erano veramente pochi. 

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Il fascismo ha negato la democrazia in paesi in cui la democrazia c’era già. Il comunismo non ha promosso la democrazia in paesi in cui non c’era mai stata (salvo eccezioni nel dopoguerra). Lo stesso il liberalismo colonialista, che praticava un razzismo di tipo culturale, secondo cui alcuni popoli non sono pronti, non sono maturi, non sono degni, non sono capaci, di adottare la democrazia. E’ quello che pensavano gli stessi inglesi degli italiani nel 1943-45, quando immaginavano per il futuro dell’Italia un fascismo senza Mussolini. Ogni sistema ha realizzato qualcosa di buono e ha commesso crimini. Questa equanimità però non ci dice nulla sul rapporto tra le due cose, la bontà e i crimini, in ciascuno di essi. Sul piano quantitativo il comunismo è stato certamente più cruento. Ma il comunismo è andato al potere contro le vecchie classi dirigenti. Ha dovuto lottare contro l’aristocrazia, contro il clero, contro la borghesia, contro eserciti invasori. Ha dovuto vincere una autentica guerra civile. Mussolini invece, come è noto, andò al potere in vagone letto, atteso dal re e con il consenso di chiesa, confindustria, agrari, esercito, magistratura. Dovette solo dare una bella randellata al movimento operaio. Ma dovette davvero una volta esauritosi il biennio rosso? I comunisti, come anche i colonialisti o i crociati, sono stati criminali per fare quello che hanno fatto. Il crimine era uno strumento funzionale alle loro realizzazioni. Nel fascismo invece il crimine è stato soltanto un modo di essere. Non serviva affatto per fare l’Inps, l’Iri, e la bonifica dell’Agro Pontino. Matteotti, Gobetti, Amendola, Gramsci, potevano pure sopravvivere e le buone realizzazioni del fascismo ci sarebbero state lo stesso. Invece l’industrializzazione sovietica non ci sarebbe stata senza i gulag e lo sterminio dei kulaki. Salvo qualche progresso, non è esatto dire che il fascismo ha industrializzato l’Italia, anche perchè ha molto presto convertito l’industria della produzione civile alla produzione bellica, in un contesto di autarchia. E questo ha frenato lo sviluppo del paese e lo ha poi portato al disastro della seconda guerra mondiale. L’Italia diventa davvero un paese industriale soltanto con il miracolo economico, ufficialmente nel 1962, quando il numero degli occupati nell’industria supera per la prima volta nella storia, il numero degli occupati in agricoltura. Non esistono periodi storici necessari, ma periodi storici che segnano una evoluzione o soltanto una deviazione. Quando un dato periodo storico si conclude, può cominciare una storia nuova (se esso è consistito in una evoluzione), oppure si ritorna alla storia precedente (se esse è consistito soltanto in una deviazione). Dopo il comunismo non si è tornati allo zar. Dopo il fascismo si è tornati allo stato liberale, con qualche variazione nei rapporti di forza, qualche correzione rafforzativa per prevenire nuove dittature, ma la storia è ritornata là dove era stata interrotta nel 1922, con gli stessi partiti, lo stesso personale politico (o la sua seconda fila), per riproseguire nella direzione verso cui si stava già avviando: un maggior protagonismo della chiesa e del movimento operaio in un sistema democratico. 

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Tra le eccezioni mi viene in mente solo la Cecoslovacchia del 1948. E riguardava non tanto una rivoluzione comunista, quanto di fatto una conquista militare dell’Urss. La differenza tra il non promuovere la democrazia dove non c'è e l'abolire la democrazia dove c'è, può sembrarti sottile se ignori lo stadio di sviluppo di un paese. Senza questa sottigliezza, potresti equiparare il fascismo a qualsiasi movimento storico precedente. D'altra parte Mussolini immaginava di essere un Giulio Cesare. E’ falso che il fascismo abbia permesso l’ingresso delle masse in politica. Queste stavano già entrando per conto loro. Il partito socialista era un partito di massa, lo era il partito popolare. Erano organizzazioni di massa i sindacati e le leghe. Il sistema elettorale era diventato proporzionale e a suffragio universale. Il fascismo si è abbatttuto su tutto questo per poi ingabbiarlo nelle sue forme paternalistiche e autoritarie. Le masse non potevano essere rigettate indietro, potevano solo essere irregimentate. Il fascismo aveva paura della democrazia. Era la reazione paurosa delle classi dirigenti italiane alla democrazia. Qualcosa che stride con l’idea di un movimento di massa e popolare fondato sul consenso. Certo, un po’ di consenso il fascismo lo aveva, come lo ha chi detiene il potere e redistribuisce risorse, ma quanto non è dato sapere. Di certo non tanto da poter correre il rischio di una competizione democratica. Il modo in cui comunismo e fascismo hanno conquistato e mantenuto il potere riguardava la differenza tra un nuovo potere autonomo in lotta contro i vecchi poteri e un nuovo impiegato, un intermediario, un manganello dei vecchi poteri. Fu disumana l’industrializzazione a tappe forzate dell’Urss? Non più di quanto lo fu la prima industrializzazione inglese. Poteva scegliere una strada più graduale? Forse, ma l'Urss sarebbe arrivata impreparata allo scontro con la Germania nazista. 

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La letteratura storiografica sul fascismo e sulla resistenza è molto vasta. Quando si pretende, per il passato, di attribuirle un modo di essere, agiografico, reticente, falso, come succede ad esempio al volgarizzatore Gianpaolo Pansa, bisogna dire di quali autori, di quali opere si parla e di quale periodo. Siamo ormai nel 2011. Le polemiche revisioniste infuriavano già negli anni '80. Negli anni '50, addirittura il ministero della pubblica istruzione chiedeva di festeggiare il 25 aprile nelle scuole, come anniversario della nascita di Guglielmo Marconi. Ci fu un tempo relativamente d'oro per l'antifascismo e la memoria della resistenza tra gli anni '60 e gli anni '70, ma fu anche un periodo di confronto tra la storiografia comunista e quella azionista, con in più le opere monumentali di Renzo De Felice, pubblicate da Einaudi.



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