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Il riformista di Caffé

 Oggi ho riletto «La solitudine del riformista» un articolo che l'economista Federico Caffé scrisse per il Manifesto nel 1982. Un riformista criticato da sinistra da chi prospetta future palingenesi e criticato da destra da chi non vuole riformare niente e affidarsi solo alla spontanea regolazione del mercato. Ripubblicato dall'ultimo numero di Micromega, rivista che si autodefinisce laica e riformista.

Su Federico Caffé e su Micromega ho poco da obiettare, ma la parola «riformista» continuo a considerarla il nome non bellissimo di un amico, di un parente oppure di un gambero. O infine, il nome della versione di centrosinistra del «Foglio», un giornale di proprietà degli Angelucci.

Negli anni '80, il Pci usava la parola «riformatore» o «riformatrice» e questo gli veniva rimproverato come sintomo dello stare in mezzo al guado, come refrattarietà ad adottare finalmente la parola «riformista». Eppure Adalberto Minucci spiegava bene la differenza di significato. Il riformatore come il riformista si muove nel gradualismo democratico parlamentare, ma con l'ambizione di avere un disegno complessivo di trasformazione sociale. Insomma, il riformatore si propone di andare oltre i confini del sistema, di riformare tutto il sistema, di fare un altro sistema, mentre il riformista si accontenta solo di puntellare, migliorare il sistema dato. E' vero che il riformatore può di fatto svolgere la stessa funzione del riformista, non ne codifica i limiti in un suo presupposto ideologico. Insomma, vada per le riforme graduali e democratiche, ma senza porre limiti alla divina provvidenza.

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Per me, la parola «riformista» ha un significato classico. E' Riformista colui che vuole trasformare la società capitalista in senso socialista, in modo graduale, attraverso le leggi della democrazia parlamentare. Dopo Bad Godesberg (1959), il significato di questa parola si è ridimensionato, venendo meno l'obiettivo del socialismo e assumendo un orizzonte di compromesso, per cui il riformismo diventa, nell'ambito di questa società, la realizzazione di alcuni obiettivi sociali di importanza storica: la piena occupazione, la redistribuzione del reddito e l'universalizzazione dell'assistenza sociale.

In Italia, con qualsiasi significato, la parola "riformista" è sempre stata giocata in chiave polemica contro la sinistra "rivoluzionaria" o presunta tale. In particolare contro il Pci, la cui prassi politica era certamente conforme alle definizioni sopra formulate. Così è stato da Saragat a Craxi. Ma, mentre Saragat ancora si riconosceva in un politica di riformismo classico, con Craxi il significato della parola si trasforma fino a ribaltarsi: così il riformismo diventa quello del gambero: una politica che gradualmente smantella gli elementi di socialismo introdotti nell'economia capitalistica, procedendo in senso liberista.

Oggi, il confronto tra centrodestra e centrosinistra, pare attestarsi proprio su questo piano con lo scopo di stabilire, secondo il lessico diessino, quale delle due parti sa meglio rispondere alle "sfide della modernizzazione". E paradossalmente, chi ancora persegue una politica riformista, si autodefinisce antagonista. (Dec 30 2003, 14:57)


Federico Caffè, La solitudine del riformista
Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.
La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematica mente distrugge. È agevole contrapporgli che, sin quando non cambi il «sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».
Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.
Persino Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano l’istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò l’opposizione di chi ritenne il provvedimento come pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini che, per capacità proprie avrebbero continuato a dar vita a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne obiettato al Sella che: «Vi sono due modi di amare la libertà; (...) Vi è il modo nostro: amarla di vero affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più si possa benefica; (...) Vi è poi un altro modo; e consiste nel professare a parole un amore sviscerato per la libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente strozzare».
Più che essere colpito dagli strali del retoricume neo-liberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l’incapacità di uscire dal «sistema». Egli è, tuttavia, troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare alla sua vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale contraddizione, il fatto di doversi occupare di palingenesi immaginarie. Sollecitato in vari modi a farlo, il riformista ha finito col rendersi conto che si pretendeva da lui qualcosa di simile a quello che si chiede a un pappagallo tenuto in gabbia, dal quale, con la guida di una bacchetta, si cerca di ottenere che scelga, con il suo becco, uno dei variopinti manifestini che si trovano in un apposito ripiano della gabbia.
Spaventato da questa implicita trasformazione in intellettuale pappagallesco, il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose: «Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente, (...) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie facciano presa prima che abbiano venticinque o trent’anni di età, cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».
(il manifesto 29 gennaio 1982)

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