(Traduzione di Maria Rossi)


Dal 25 al 31 agosto, in occasione del Nono Incontro internazionale della Marcia Mondiale delle donne, 1600 donne di 48 Paesi si sono riunite a San Paolo del Brasile per discutere della via da intraprendere e delle strategie del femminismo di fronte all'offensiva conservatrice. Svoltosi per la prima volta in Brasile, l'evento si è concluso con la scadenza del mandato brasiliano del Segretariato Internazionale della Marcia Mondiale delle Donne e con l'elezione della nuova direzione assunta dalla Marcia Mondiale delle Donne del Mozambico. Le militanti hanno  iniziato anche ad organizzare la quarta Azione Internazionale della Marcia Mondiale delle Donne che avrà luogo nel 2015. Queste azioni avvengono ogni 5 anni. Dopo una settimana di attività intense e di discussioni politiche, la Marcia Mondiale delle Donne ha prodotto il documento finale qui sotto riportato, che sintetizza il contenuto dei dibattiti.

Noi, donne brasiliane, presenti al Nono Incontro internazionale della Marcia Mondiale delle Donne che si è svolto a San Paolo dal 25 al 31 agosto 2013,  ribadiamo la volontà di resistere, contrastare e costruire alternative al modello patriarcale, capitalista, razzista, lesbofobo e coloniale.

La Marcia Mondiale delle Donne costruisce nella vita quotidiana e a partire dalla realtà delle donne un'azione locale strettamente connessa all'articolazione mondiale, un'azione  che individua il proprio asse portante nella solidarietà. Questa esperienza si è consolidata in una forza mondiale, che ha reso attuale il femminismo come progetto volto a garantire l'uguaglianza tra tutte le donne, nel quadro della costruzione di una società di donne ed uomini liberi ed uguali, senza discriminazioni di razza e di etnia e dotati della possibilità di esercitare liberamente la propria sessualità.

Riconosciamo che è fondamentale arricchire e approfondire  la riflessione sui rapporti tra il patriarcato, il colonialismo e l'oppressione etnico-razziale, così da salvaguardare le nostre radici e rafforzare la presenza tra di noi delle donne indigene.

Il capitalismo ha avviato un processo importante di ristrutturazione al fine di mantenere il suo attuale ordine di sfruttamento e di oppressione, oggi rafforzato dalla crisi mondiale. Ciò pone più che mai in evidenza il fatto che viviamo in un mondo ingiusto e insostenibile. Di fronte a tutte le crisi, questo sistema presenta false soluzioni che significano più mercato e maggiore concentrazione delle ricchezze. Esse sono imposte dagli Stati con  il ricorso a metodi violenti.

L'esproprio della natura, gli attacchi contro i diritti e la sovranità dei popoli, il controllo sui corpi e sulla vita delle donne, l'aumento della militarizzazione, la criminalizzazione e la violenza sono meccanismi che sostengono l'accumulazione tramite spogliazione.

A un'economia di mercato corrisponde una società di mercato che permette l'espansione della mercificazione di tutte le dimensioni della vita umana. Ciò passa soprattutto attraverso lo sfruttamento del corpo delle donne, dall'industria dei cosmetici fino alla tratta e alla prostituzione. Il nostro corpo è costantemente controllato e regolato a partire dai modelli morali sulla sessualità - eteronormativi, fallici, lesbofobi e centrati sul piacere maschile - e attraverso la maternità.

Noi riaffermiamo che la prostituzione è consustanziale al sistema capitalista e patriarcale. La nostra concezione non è né liberista, né moralista, ma riconosce il diritto delle donne di vivere liberamente la propria sessualità. Ripudiamo il dirottamento di senso del discorso femminista "il mio corpo mi appartiene" a favore del discorso "il mio corpo è il mio business". E' per questo che siamo contrarie al progetto di legge del deputato Jean Wylis che, lungi dal contribuire a migliorare le condizioni di vita delle prostitute, legalizza la sessualità come servizio commerciale, rafforzando così il prossenetismo e inasprendo lo sfruttamento delle donne.

Denunciamo l'imposizione della maternità come destino obbligatorio delle donne e riaffermiamo l'autonomia di decisione sui nostri corpi e il diritto all'aborto legale, sicuro e garantito dal servizio pubblico. Riaffermiamo la nostra concezione secondo la quale la sessualità è socialmente costruita e difendiamo il diritto alla sessualità lesbica come un diritto fondamentale per il libero esercizio di una sessualità senza coercizioni, senza stereotipi e senza rapporti di potere.

La violenza patriarcale è presente quotidianamente nella vita di tutte le donne. Questa violenza è spesso naturalizzata e legittimata ed è rafforzata anche dalle diseguaglianze di classe e di razza, che palesano il non riconoscimento delle donne come soggetti autonomi. I dati dovrebbero far rabbrividire, soprattutto perché mostrano che c'è ancora molto da fare per denunciare violenze come gli stupri punitivi e di gruppo, l'abuso sessuale dei bambini e l'impunità di cui gode un gran numero di assassini di donne.

Esigiamo la condanna degli stupratori appartenenti alla banda "New Hit" che hanno stuprato in modo barbaro due adolescenti a Bahia, così come i due stupratori assassini di Queimadas, a Paraiba. Esigiamo la reale applicazione della Legge Maria de Penha ( N.dT. legge brasiliana sulla violenza contro le donne). In ogni caso, denunciamo la colpevolizzazione delle donne che subiscono violenza.

E' in questo contesto che si intensifica la mercificazione dei beni comuni e l'appropriazione e il controllo dei territori a vantaggio dell'agro-business. Lo sfruttamento dei territori indigeni e dei quilombos (N.d.T. villaggi e comunità fondati dai discendenti degli schiavi africani in fuga) provoca morte e distruzione. Il popolo Guarani-Kaiowà del Mato Grosso do Sul è stato vittima di omicidi in numero maggiore di quello di due Paesi in guerra. Nelle aree urbane vi è un aumento della speculazione edilizia causato dai giganteschi cantieri prodotti dai mega eventi. Le imprese minerarie ampliano le zone di sfruttamento, provocando il degrado dell'ambiente e riducendo i mezzi di sussistenza delle donne. Ciò è direttamente connesso al rafforzamento delle militarizzazione e dello sfruttamento del corpo e del lavoro delle donne.

Esigiamo che le risorse pubbliche, in particolare quelle della BNDES (N.d.T. Banca dello Stato brasiliano per lo Sviluppo) non siano destinate alle grandi imprese allo scopo di finanziare l'agro-business, i mega eventi e il capitalismo verde. Denunciamo l'imposizione di sostanze fitotossiche e di sementi transgeniche che provocano la dipendenza dei contadini e delle contadine. Siamo le protagoniste della resistenza e della difesa dei nostri territori, come nel caso delle donne di Apodi in lotta contro l'agro-business e la mercificazione dell'acqua, e siamo favorevoli all'affermazione di un'agricoltura biologica come mezzo di produzione di alimenti sani  e necessari a garantire la sovranità alimentare.

In questo modello di società, il tempo e il lavoro delle donne sono utilizzati come un fattore di aggiustamento. L'economia di mercato si fonda sul nostro lavoro non remunerato e sulla diseguaglianza salariale che subiamo nell'ambito del lavoro remunerato. Assistiamo all'ascesa del conservatorismo, con la valorizzazione del ruolo delle donne nella famiglia al fine di giustificare il loro sovraccarico di lavoro.

Costruire un'economia femminista e solidale significa modificare i modelli di (ri)produzione, di distribuzione e di consumo e anche riconoscere e valorizzare il lavoro domestico e di cura in quanto fondamentale per la salvaguardia della vita umana.

Lo Stato capitalista e patriarcale è organizzato secondo una logica androcentrica che rafforza la divisione sessuale del lavoro e le forme di controllo sul corpo e sulla sessualità delle donne. Il modello di sviluppo egemonico funziona al servizio delle grandi imprese, espropriando i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, facendosi beffe delle donne e trovando nella militarizzazione uno dei suoi fondamentali pilastri.

Noi lottiamo per cambiare questa logica. Ciò sarà possibile  solo con la volontà politica e con l'assunzione di una prospettiva femminista che si traduce oggi nell'obiettivo della depatriarcalizzazione dello Stato. E' necessario garantire politiche di emancipazione costruite sulla base della sovranità e della partecipazione popolare.

Siamo solidali con le compagne di molte parti del mondo i cui stili di vita sono colpiti dalle industrie estrattive come Vale e dall'espansione dell'agro-business, come nel caso del Pro-Savana Project nel Mozambico. Ci opponiamo alla presenza militare del Brasile nelle missioni militari ad Haiti e nella Repubblica Democratica del Congo, così come all'acquisto di armi e di tecnologie militari da Israele. L'Organizzazione Mondiale del Commercio riprende i negoziati che rafforzano le asimmetrie tra i Paesi e la mercificazione della vita. Il Brasile, al contrario, deve promuovere un'altra forma di internazionalismo, basato sulla redistribuzione, la solidarietà e la reciprocità che le donne nel mondo già costruiscono tramite i loro movimenti.

Le nostre forme di occupazione degli spazi pubblici e politici esprimono l'irriverenza e l'audacia collettiva delle donne. A partire dai nostri metodi, dai nostri ritmi e dalle nostre voci, noi costruiamo una cultura femminista contro egemonica, che include le ragazze in un processo che comprende diverse generazioni in quanto parte di un  progetto comune di trasformazione delle nostre vite.

Noi resistiamo al monopolio dei media, alla logica della proprietà intellettuale e al controllo dei flussi di informazione che violano la nostra privacy e privilegiano le multinazionali. Costruiamo le nostre alternative di produzione di contenuti, linguaggi e media legati alle battaglie per l'emancipazione e per la sovranità popolare.

Affermiamo che l'autorganizzazione delle donne è la nostra strategia di rafforzamento come soggetto politico che costituisce una forza mondiale, in alleanza con i movimenti sociali che condividono la nostra lotta anticapitalista e per una società basata sui valori della libertà, dell'uguaglianza, della giustizia, della pace e della solidarietà.

Marcia Mondiale delle donne, San Paolo del Brasile, 31 agosto 2013



di Maria Rossi


Il 10 settembre si sono svolte dinanzi alle Commissioni parlamentari I e II le audizioni di espert* nell'ambito dell'indagine conoscitiva promossa in sede di esame del disegno di legge C.1540,  meglio noto come decreto contro il femminicidio.
E' stato realizzato un video degli interventi, di cui è disponibile in rete anche il resoconto stenografico.   
Inoltre Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna, appartenente all'Associazione Nazionale Giuristi Democratici, sentita in qualità di rappresentante della Piattaforma CEDAW e della "Convenzione NO MORE! Contro la violenza sulle donne-femminicidio!", ha reso pubblica la corposa relazione da lei redatta e presentata alle Commissioni parlamentari. 
L'intento di questo mio articolo è quello di esporre sinteticamente il contenuto degli interventi   alla Camera delle rappresentanti delle associazioni a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza maschile nell'ambito delle relazioni sentimentali.
Tutte hanno  evidenziato la natura strutturale e non emergenziale del fenomeno,  che il Preambolo della Convenzione di Istanbul, evocato da Giulia Lunetta Savino, intervenuta in rappresentanza di 36 comitati dell'associazione "Se non ora quando", definisce come "una manifestazione dei rapporti di forza, storicamente disuguali, tra i sessi che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti, nonché come uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini". E' a partire da  questa consapevolezza, ha osservato Lunetta Savino, che la Convenzione ha previsto una strategia articolata di lotta che contempla, secondo un approccio integrato, la predisposizione di misure di prevenzione, di educazione, di formazione degli operatori della scuola, dei servizi, delle forze dell'ordine, della magistratura, la presa in carico degli autori di violenza, nonché la regolamentazione e l'autoregolamentazione dei mass media e della pubblicità che dovrebbero promuovere il rispetto della dignità delle donne. E' indispensabile poi che si proceda alla riduzione dei tempi di svolgimento dei processi e  all'incremento delle possibilità occupazionali  così da rendere le donne più indipendenti e meno ricattabili.
Il decreto legge emanato dal governo, invece, è composto esclusivamente da disposizioni  di carattere sanzionatorio e, dunque, non recepisce nella sua integrità  le norme della Convenzione di Istanbul. Per Barbara Spinelli, anzi, esso ne tradisce lo spirito e la lettera, introducendo nel nostro ordinamento disposizioni che ne riducono la portata applicativa. La ragione è da individuare nella definizione restrittiva del concetto di violenza domestica, che se nella Convenzione designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, nel decreto legge è invece limitata agli atti non episodici di violenza, ossia ai maltrattamenti e agli atti persecutori. 
Le donne partecipanti alle audizioni hanno dunque proposto al Parlamento di consultare le associazioni, i responsabili della scuola, della sanità, dei servizi sociali, delle forze dell'ordine e della magistratura per pervenire all'elaborazione di un testo unico contro la violenza sulle donne che affronti il problema su un piano complessivo.
Quanto alle singole norme del decreto, le intervenute si sono sostanzialmente dichiarate favorevoli all'introduzione delle aggravanti nel caso di maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori (stalking) previste dall'art. 1. Tuttavia Barbara Spinelli, nella sua relazione scritta,  fa notare come esso si ponga in contrasto con la Convenzione di Istanbul che, all'art. 46, prevede una serie di circostanze aggravanti per tutti i reati  da essa contemplati: violenza fisica, psicologica, economica, matrimonio forzato, mutilazioni genitali femminili, violenza sessuale, stalking e non soltanto per questi ultimi e per i maltrattamenti come sancito dal decreto in questione. Quest'ultimo, dunque, riduce la portata applicativa della Convenzione.
Inoltre,   nella formulazione dell'art.1. comma 1, che stabilisce un aumento di pena per il maltrattamento commesso in presenza di minore di anni 18, viene eliminato ogni riferimento all'incremento di pena previsto dall'art. 572 del codice penale per il maltrattamento esercitato in danno di minore di anni 14. In relazione a questo comma, Barbara Spinelli osserva che "sarebbe stato più opportuno che il legislatore avesse introdotto l'aggravante della violenza assistita da minorenne come aggravante comune per tutti i reati dolosi, essendo evidente il maggior disvalore e danno derivante dal commettere un reato in presenza di un minorenne" (p. 21 della relazione). Per queste ragioni, la norma potrebbe presentare profili di incostituzionalità per violazione  degli art. 3 e 117 comma 1 della Costituzione, per il differente trattamento riservato a situazioni uguali, in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dal Parlamento italiano.
La giurista Spinelli muove gli stessi rilievi critici al comma 2 dell'art. 1 del decreto che introduce nuove circostanze aggravanti in materia di violenza sessuale. Fa rilevare, inoltre, come, stante la gravità e la varietà dei reati commessi in danno di partner ed ex partner, sarebbe stato più opportuno inserire l'aggravante prevista dal suddetto comma e dalla lettera a dell'art. 46 della Convenzione di Istanbul (quella relativa all'esistenza presente o passata di relazioni sentimentali tra aggressore e vittima) tra le aggravanti comuni di cui all'art. 61 del codice penale. (p. 22 della relazione).
A proposito di violenza assistita, commessa cioè in presenza di minori, Titti Carrano, Presidente dell'associazione DIRE,  cui aderiscono 63 Centri antiviolenza italiani,  ha sottolineato l'importanza di introdurre nel nostro ordinamento la violenza domestica come causa di esclusione  dall'affido condiviso e di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale, come richiesto, del resto,  dall'art.31 della Convenzione di Istanbul in modo da non compromettere la sicurezza della vittima e dei bambini e, aggiungerei, la loro salute psicologica già gravemente danneggiata. La violenza nei confronti della partner prosegue, infatti, spesso anche dopo la separazione e i figli sono spesso concepiti come gli strumenti che consentono al maltrattante di continuare ad esercitarla. Approvo la richiesta, che considero giusta e sacrosanta, dell'esponente dei centri antiviolenza. 
Quanto all' irrevocabilità della querela per  il reato di stalking, contemplata dal comma 3 dell'art. 1 del decreto, anche quelle esperte che non si sono dichiarate contrarie al principio,  introdotto verosimilmente con l'intento di proteggere la donna da eventuali ritorsioni e, secondo  Roberta Mori, Coordinatrice nazionale degli Organismi regionali di pari opportunità, coerente con il ruolo di uno Stato attivamente  impegnato  in un'azione di contrasto alla violenza "che va oltre la volontà dell'individuo", hanno riconosciuto che la sua applicazione in Italia risulterebbe assai rischiosa per l'incolumità della querelante, per l'assenza di un efficace sistema di protezione che le garantisca sicurezza e l'esercizio dei fondamentali diritti sociali ed economici, tra i quali il lavoro e un reddito adeguato che le consenta di intraprendere un percorso di uscita dalla violenza e di riappropriazione della propria esistenza. Lo Stato italiano  non eroga i fondi necessari a predisporre efficienti programmi di protezione delle vittime  e diretti ad estendere su tutto il territorio nazionale una rete capillare  di centri antiviolenza e di case di rifugio.  I centri sono solo un centinaio e non tutti in grado di offrire ospitalità alle donne vittime di violenza e ai loro figli. In intere regioni e in vasti territori non è presente alcuna struttura e molte di quelle esistenti rischiano la chiusura per la cronica  mancanza di stanziamento di fondi. 
Secondo la raccomandazione del Consiglio d'Europa, l'Italia dovrebbe disporre di almeno 5.711 posti letto destinati alle vittime di violenza e ai loro figli,  ma finora ne ha allestiti soltanto 500. E' questa  la drammatica e desolante realtà denunciata da Titti Carrano dell'associazione DIRE, una realtà che rende pericolosa l'introduzione nel nostro ordinamento dell'istituto dell'irrevocabilità della querela. 
Ad aggravare la situazione interviene la lentezza dei processi e l'inerzia delle forze dell'ordine di fronte alle denunce presentate dalle donne vittime di violenza. Come ha rilevato Barbara Spinelli, in ben 7,5 casi su 10, il femminicidio è l'ultimo, estremo atto di una serie di violenze pregresse, costituenti reato penale, che la donna aveva già denunciato o che  erano state oggetto di chiamate di emergenza alle forze dell'ordine o che erano note ai servizi sociali.
Le prime misure da adottare dovrebbero consistere pertanto nella  rilevazione sistematica da  parte del  Parlamento   e, più precisamente, di una Commissione bicamerale sul femminicidio, delle risposte del sistema di giustizia civile, penale e famigliare alla violenza maschile sulle donne e nell'accertamento della persistenza di pregiudizi di genere  nella pronuncia delle sentenze su questo genere di reati. Una volta rilevate le criticità esistenti, si dovrebbero adottare azioni e provvedimenti strutturali e organici di contrasto della violenza, opportunamente finanziati.  Il  Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere che, in base all'art. 5 del decreto, dovrebbe essere predisposto dal Ministro delegato per le pari opportunità con il contributo delle amministrazioni interessate, non dovrebbe invece prevedere nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. E' chiaramente impossibile elaborare un piano di questo tipo a costo zero! Esso non dovrebbe poi essere inteso come straordinario, giacché la violenza maschile sulle donne non costituisce un fenomeno emergenziale, ma un dato sociale strutturale.  
Quanto alle altre  norme del decreto, alcune delle rappresentanti delle associazioni che contrastano la violenza sulle donne e ne difendono i diritti si sono soffermate sull'art. 4. Alessandra Kustermann, responsabile del soccorso violenza sessuale e domestica della fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha invitato ad estendere il  permesso di soggiorno anche ai familiari della parte lesa quando questa non sia una cittadina comunitaria. Giulia Lunetta Savino ha rilevato, invece, l'assenza di specifiche garanzie  riguardo agli interventi di protezione prolungata e di sostegno all'autonomia e all'integrazione della donna straniera vittima di violenza domestica.
Nel corso dell'audizione sono state poi formulate proposte che includono  un'idonea formazione degli operatori di giustizia o la specializzazione dei magistrati che si occupano di violenza di genere. 
Le donne intervenute, soprattutto Alessandra Pauncz, Presidente dell'Associazione centro di ascolto uomini maltrattanti, hanno sottolineato poi l'importanza di un'adeguata presa in carico  degli autori della violenza, per interromperne il decorso.
"Perché è importante intervenire sugli uomini ?- si è chiesta Pauncz.- Intanto perché le donne vittime spesso lo chiedono; perché sono seriali – gli uomini terminano una relazione violenta e spesso entrano in una nuova relazione violenta –; perché anche per le donne che si allontanano spesso la violenza non si interrompe; perché con la separazione spesso la violenza peggiora o si trasforma in altre forme di reato come lo stalking; perché sono padri, e se noi vogliamo interrompere una trasmissione intergenerazionale della violenza dobbiamo incidere laddove la violenza viene trasmessa come messaggio d'amore [...] e perché alla fine – e forse questa è la ragione principale – la violenza si deve interrompere".
Vittoria Tola, Rappresentante  dell'UDI,  una delle Associazioni promotrici della Convenzione antiviolenza No More !, ha richiesto l'abolizione o, quanto meno, la modifica dell'articolo 1  del Testo Unico di Pubblica Sicurezza,  che risale al 1931  e che stabilisce che le forze di polizia, a richiesta delle parti, debbano provvedere "alla bonaria composizione dei dissidi privati". Proporre la "riconciliazione" tra i coniugi o i conviventi significa rimandare a casa la denunciante, sollecitandola a riappacificarsi con il compagno aggressore.
Eugenia Scognamiglio, Rappresentante dell'Associazione nazionale volontarie telefono rosa, ha proposto invece al legislatore di valutare l'ammissione al rito  abbreviato, che comporta la comminazione  di pene non congrue rispetto alla gravità dei fatti contestati, e alle altre misure alternative, degli autori di  reati contro la persona di particolare severità.  
Il mio augurio, a questo punto, è che il Parlamento recepisca le osservazioni e i rilievi critici formulati con grande competenza dalle partecipanti alle audizioni parlamentari, prima di affrettarsi a convertire in legge un decreto  elaborato in modo troppo frettoloso.


L'intervento di TITTI CARRANO
Presidente dell'Associazione DI.RE. (Donne in rete contro la violenza alle donne). 

Vorrei, innanzitutto, ringraziare i presidenti e i componenti delle Commissioni affari costituzionali e giustizia per l'invito a quest'audizione. 
  L'Associazione nazionale DI.RE. svolge da anni una costante attività di contrasto alla violenza maschile contro le donne e di coordinamento delle risorse disponibili su tutto il territorio anche attraverso una formazione specifica rivolta a operatrici e operatori che, a vario titolo, si occupano di violenza maschile. 
  DI.RE. rappresenta, al momento, 63 centri antiviolenza operanti a livello locale in tutta Italia; lavora in rete in ambito nazionale ed europeo internazionale con la rete europea WAVE, Women against Violence Europe, e con la rete internazionale dei centri antiviolenza del Global Network of Women's Shelters. 
  Vorrei specificare che i centri antiviolenza, le case rifugio dell'associazione DI.RE., sono pochi, autonomi, non istituzionali, gestiti solo da donne e hanno lo specifico obiettivo di accompagnare le donne a uscire dalla violenza attraverso percorsi individuali, sostenute da operatrici specializzate, che hanno competenza non solo con riguardo alle misure di sostegno della donna, ma anche per attivare e mettere in rete i diversi soggetti che devono occuparsi del fenomeno. 
  Possiamo affermare con forza che i cambiamenti culturali finora raggiunti sono in gran parte il risultato dell'impegno dei centri antiviolenza. La Convenzione di Istanbul è legge e ci auguriamo che non resti solo un'enunciazione di buoni princìpi. Proprio l'approccio della Convenzione si fonda, infatti, sul presupposto che la lotta alla violenza contro le donne richieda Pag. 23una strategia articolata e un lavoro tra attori impegnati su fronti diversi. Sono vari gli articoli della Convenzione che lo sostengono. 
  Il decreto-legge oggi in esame non risponde a quanto richiesto dalla Convenzione di Istanbul e, soprattutto, non riconosce il ruolo strategico e fondamentale dei centri antiviolenza, che continuano ad avere un ruolo di sussidiarietà. I centri sono completamente assenti, eppure sono l'unica esperienza in Italia che garantisca un accompagnamento della donna in tutto il suo percorso, con una specifica e appropriata metodologia dell'accoglienza e un efficace coordinamento delle risorse territoriali disponibili. 
  Aspettavamo una legge organica e, soprattutto, finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi e penali con un adeguato sostegno ai centri antiviolenza. Il decreto-legge, invece, contiene solo norme penali dal contenuto eterogeneo. 
  Vorrei anche sottolineare che, nella relazione di accompagnamento, si parla di allarme sociale: non siamo in presenza di alcun allarme sociale. La violenza contro le donne è un fenomeno strutturale della nostra società. 
  Passo ora a svolgere alcune veloci osservazioni sul capo I del decreto-legge riguardo alla violenza assistita, ossia agli atti commessi in presenza di minori degli anni 18, finora riconosciuta solo con grandi forzature dalla giurisprudenza minoritaria. Noi giudichiamo non sufficiente la disposizione recata dal decreto-legge, proprio in vista della tutela dei minori, sempre coinvolti in questo tipo di situazione. 
  L'articolo 31 della Convenzione di Istanbul chiede agli Stati di adottare misure legislative per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia o di visita dei figli, siano presi Pag. 24in considerazione gli episodi di violenza e, ancora, che l'esercizio del diritto di custodia di visita non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima e dei bambini. 
  Sarebbe, quindi, fondamentale introdurre esplicitamente la violenza intrafamiliare come causa di esclusione e di affidamento condiviso e di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale. Non dimentichiamo che sono tanti i bambini uccisi dal padre maltrattante solo per vendetta nei confronti della donna. 
  Un altro punto sul quale vorrei soffermarmi è l'irrevocabilità della querela per il reato di stalking. Si ignora che tante donne sono state uccise dopo che avevano ripetutamente e inutilmente denunciato. L'irrevocabilità della querela, introdotta verosimilmente con l'intento di proteggere la donna da eventuali minacce o ritorsioni, è una responsabilità che al momento lo Stato non è in grado di assumersi. 
  Quest'impostazione, infatti, presupporrebbe l'esistenza di un sistema di protezione efficace, in grado di tutelare la vittima sia per quanto riguarda la propria sicurezza, sia per la disponibilità di risorse per un percorso di uscita dalla violenza. Richiederebbe anche l'esistenza di una rete funzionante ed estesa su tutto il territorio nazionale, un numero di centri antiviolenza e case rifugio proporzionato alla popolazione e adeguatamente finanziato. 
  Devo ricordare che la realtà italiana è, purtroppo, ben diversa. Non esiste un serio programma di protezione della vittima che ne tuteli l'incolumità a partire dalla denuncia, né un programma di interventi di prevenzione e contrasto della violenza. 
  Oggi, le donne che subiscono violenza in Italia non trovano un'adeguata protezione. Esistono pochi centri antiviolenza, solo un centinaio su tutto il territorio nazionale, di cui 63 Pag. 25aderenti a DI.RE., non tutti in grado di offrire ospitalità alle donne vittime di violenza e ai loro figli. Ancora in intere regioni e vasti territori non è presente alcuna offerta specifica per le donne. Non è neanche da sottovalutare il rischio di chiusura di molti centri per la costante mancata destinazione di risorse finanziarie. 
  I posti letto sono gravemente insufficienti e tutti conosciamo ormai la famosa raccomandazione del Consiglio d'Europa: dovremmo disporre almeno di 5.711 posti letto, mentre ne abbiamo 500. Devono essere garantiti a tutte le donne vittime di violenza anche i diritti sociali ed economici, proprio per sostenerle in questo percorso di uscita dalla violenza. 
  Un punto molto critico del decreto-legge riguarda proprio l'articolo 5, l'elaborazione del piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere. Tale piano non può essere straordinario perché, come sottolineavo, la violenza maschile contro le donne non è un fatto straordinario, non c’è allarme sociale, non siamo in una situazione di emergenza: purtroppo, è un dato strutturale della nostra società. La violenza sessuale è, tra l'altro, una sola delle forme in cui si esprime la violenza contro le donne. In questo senso, non capiamo per quale motivo debba essere affrontata con misure straordinarie. 
  Il piano nazionale è attualmente in scadenza, novembre 2013, per cui giudichiamo il rinnovo una grande opportunità. È importante riconoscere il ruolo dei centri antiviolenza, tutto il portato culturale e politico, l'attività di oltre vent'anni sul territorio e, soprattutto, approvare una legge adeguatamente finanziata. 
  Il riferimento al fondo di previsione della Presidenza del Consiglio dei ministri è totalmente insufficiente a realizzare quanto previsto nell'articolo 5. È anche necessario prevedere Pag. 26l'istituzione di un comitato nazionale sulla violenza di genere con la finalità di garantire un coordinamento delle attività di prevenzione e di contrasto della violenza su tutto il territorio e monitorare il fenomeno.

Francesco Alberoni scrive sul Giornale. Il suo articolo di oggi espone in prima pagina una visione molto 'semplice' in materia di immigrazione.

Tutto il mondo è informato che può raggiungere l’Italia e l’Europa imbarcandosi su una carretta nel mediterraneo. Gli italiani fanno a gara per salvare, assistere, rinfocillare i migranti e per ospitarli in centri di accoglienza da cui poi se li fanno scappare. Capita perchè noi italiani siamo vecchi e i nostri giovani non hanno voglia di lavorare. Dunque abbiamo bisogno degli immigrati. Ma ora siamo in recessione e il lavoro agli immigrati lo dà la criminalità organizzata. Inoltre, il flusso è così rapido da ridurre presto la popolazione italiana in minoranza, senza permettere l’integrazione. Prima facevamo dei buoni accordi con i paesi nordafricani perchè trattenessero i migranti sulle loro coste. Poi è venuta la primavera araba, i governi sono stati destabilizzati, gli accordi sono saltati, la notizia si è diffusa e i viaggi rischiosi sono ripresi e aumentati. Bisogna tornare a fare nuovi trattati, dare mezzi e finanziamenti ai nuovi governi nordafricani perchè trattengano nuovamente gli immigrati e noi, con tutta l’assistenza possibile, dobbiamo respingere in mare le imbarcazioni. Le partenze rischiose si ridurranno appena sarà questa notizia a fare il giro del mondo.

E’ tutta una questione di news. Vi sono notizie che fanno il giro del mondo e altre che non raggiungono neppure professori ed editorialisti. Una notizia apparentemente ignota è che quattro quinti dell’immigrazione giunge in Italia via terra, attraverso il confine orientale. Gli sbarchi sono più appariscenti e anche più evocativi per chi immagina invasioni bibliche, ma costituiscono una quota nettamente minoritaria del flusso migratorio. Anche se gli sbarchi nel 2013 sono aumentati, continuano a rappresentare una cifra irrisoria per un paese accogliente di 60 milioni di abitanti. Quest’anno i migranti sbarcati sono stati poco meno di 8 mila. Con ottomila abitanti una frazione non ha titolo per diventare un comune. 

Altre notizie poco girovaghe sono quelle che riguardano le condanne che l’Italia ha ricevuto dalla Corte europea per i diritti umani a causa della politica dei respingimenti in mare e dalle organizzazioni non governative per la condizione dei centri di accoglienza. Centri a cui è vietato l’accesso alle organizzazioni umanitarie, come ha evidenziato persino il New York Times nel 2011. D’altra parte, se davvero l’Italia volesse assistere, accogliere e impiegare migranti, con la beata solerzia raccontata da Alberoni, permetterebbero loro di raggiungere le nostre coste attraverso le linee di normali navi passeggere, senza impedimenti che provochino viaggi rischiosi.

Gli immigrati, è vero, coprono le mancanze del nostro declino demografico. Producono un decimo della ricchezza nazionale, permettono di mantenere la previdenza in pareggio, pagano in tasse più di quello che ricevono in assistenza. Se c’è domanda di lavoro immigrato, il decreto flussi andrebbe abolito o quanto meno reso proporzionato alla domanda effettiva. Altrimenti quel che programma sono centinaia di migliaia di immigrati irregolari. Quelli che gli xenofobi amano chiamare «clandestini», nonostante sia gente che non si nasconde e che anzi si presenti con nome, cognome, residenza e domicilio per chiedere di essere regolarizzata o per fare domanda di asilo. Ricordo un dato che mi è rimasto impresso. Nel 1998, a Genova vi era domanda per 4 mila colf, ma secodo il decreto flussi potevano rispondere solo in 200. Una insensatezza, che si è ripetuta in tutta Italia negli anni seguenti. Gli immigrati, non solo lavorano come dipendenti, ma anche imprendono. Il primo nome più diffuso tra gli imprenditori milanesi è Mohamed. Quest’anno ha sorpassato Giuseppe.

Ma adesso c’è la crisi. E difatti - altre notizie sconosciute - è cominciato un flusso di ritorno ai paesi di origine e si è ridimensionato il flusso di arrivo per motivi economici, avendo l’Italia perso attrattività.

In Egitto, Libia, Tunisia, Siria, qualunque cosa le popolazioni sappiano degli accordi inapplicati causa instabilità politica - accordi fatti anche con regimi violatori dei diritti umani - di sicuro risultano informate, direttamente sulla propria pelle, delle notizie relative alla repressione e alla guerra civile. E in tanti hanno reagito come profughi in fuga dalla guerra o come emigranti che prevedono il peggio. Finendo per lambire anche il nostro paese. Ben lontano dall’essere tra i primi importatori di profughi, sia rispetto agli altri paesi europei, sia rispetto ad altri paesi ben più poveri del nostro. A fronte di questa situazione, far fare l’ennesimo giro del mondo alla notizia che «vogliamo aiutarli a casa loro», dopo aver provato ad affondarli, potrà avere ben poca influenza. Come ne ha avuta poca tanto sui migranti quanto sugli editorialisti più bellicosi la notizia che in vent'anni la politica europea dei respingimenti ha provocato 20 mila morti nel mediterraneo.

Lo scrittore Erri De Luca ha dichiarato in risposta all'allarme antiterrorismo di Gian Carlo Caselli, che l'unico modo per fermare la Tav è sabotarla. Neanche a dirlo, la reazione è stata criminalizzante: la Ltf, la società che si occupa della realizzazione della Tav, ha annunciato di volerlo denunciare. Mentre il senatore Giuseppe Esposito del PDL - da non confondere con l'omonimo pasdaran Stefano Esposito del PD - ha proposto il boicottaggio dei libri dello scrittore. Boicottaggio che, probabilmente, il senatore ha sempre praticato nei confronti di questi prodotti.

Repubblica ha fatto una intervista incentrata sulla responsabilità dell'intellettuale. Erri de Luca ha ribadito di aver partecipato ad atti di sabotaggio in Val di Susa contro la Tav. Il quotidiano ha titolato La confessione di Erri de Luca: "Ho partecipato anch'io ai sabotaggi No Tav". Sulla stessa linea di Libero: Erri De Luca vuota il sacco: "Sì, ho sabotato i cantieri della Tav".

Perchè «confessione»? La confessione è l’ammissione di un reato. O di un peccato. Magari quando non si è più un grado di negarlo. Di un comportamento che la stessa persona che si confessa, riconosce come illegittimo o comunque negativo. E’ il riconoscimento di una propria mancanza, carenza, difetto.

Erri de Luca invece pensa di aver fatto bene a partecipare ad atti di sabotaggio della circolazione stradale. Li considera necessari per fermare un'opera inutile e dannosa per una Valle messa in stato d'assedio, perchè non ci sono altri modi per farsi sentire. Racconta che il sabotaggio ha fatto parte delle lotte del movimento operaio, che la parola stessa ha origine dal fatto che i primi operai francesi buttavano i propri sandali negli ingranaggi dei macchinari.

Dunque la sua non è una confessione, ma una rivendicazione. Un’assunzione di responsabilità nel senso della disobbedienza civile. Repubblica, giornale SiTav, dovrebbe confessare che con il suo titolo ha fatto opera di propaganda e disinformazione.

Riferimenti:
La confessione di De Luca: «Si ho partecipato anch'io ai sabotaggi dei NoTav»



(Traduzione di Maria Rossi)


La figura dello stupratore psicopatico emarginato è uno stereotipo che non riguarda che una piccola minoranza. Nel 67% dei casi lo stupro avviene al domicilio della vittima o dell'aggressore, che è un amico o un vicino di casa . Nell'80% dei casi, l'aggressore era conosciuto dalla vittima. Uno stupro su tre è commesso dal marito o dal partner.
Quanto alle "false accuse" di cui si sente parlare in caso di stupro, le statistiche sono chiare: sono rarissime. Per contro, solo un caso su 10 è denunciato alla polizia e il 97% degli stupratori non trascorre un solo giorno in carcere. 
Erano nostri amici, nostri partner, membri della nostra famiglia o del nostro ambiente. Noi conosciamo degli stupratori: ve li presentiamo.

[N.D.T. Riporto solo alcune delle testimonianze. Del resto, il tumblr è in costante aggiornamento]


Incontro con un amico
E' un amico geniale, con un temperamento un po' d'artista, con un certo carisma, deliziosamente eccentrico, che ritorna da un viaggio dopo molto tempo e mi informa della sua breve sosta prima di ripartire. Mi precito da lui con dei croissants, come usava a quel tempo tra amici. Quando arrivo, lui esce dalla doccia, nudo, con un asciugamano attorno ai fianchi. Ignora i croissants e mi si butta addosso. Si stupisce della resistenza che oppongo. "Se sei venuta qui, è per questo, no?" Ho un fidanzato, lui lo sa molto bene e no, io sono venuta qui per riabbracciare un amico. Non ricordo se mi divincolo o, al contrario, se resto paralizzata. Sono svenuta. Questo non lo diverte. "Hé! Merda! Mica ti sto stuprando!» dice, tirandosi indietro. Troppo tardi! 

Dear Dad
Mio padre era un imprenditore, rispettabile e rispettato nel nostro paesino. Allegro, divertente, lavoratore. La sua immagine pubblica.
A casa mostrava un altro aspetto. Ci ha sempre manipolato, dalla minaccia ricattatoria di suicidarsi ad esplosioni colleriche straordinarie. La violenza a mò di sveglia mattutina. Sono cresciuta qui. 
Quando noi figli ce ne siamo andati, mia madre l'ha lasciato.
Mi rivedo, un anno dopo, parlare con mia madre di cose rimaste nascoste fino ad allora. 
Mi ha raccontato il ricatto affettivo quotidiano e la violenza nelle parole, nei gesti. Lei era il suo oggetto e gli doveva obbedire; altrimenti le ricordava che, senza di lui, lei non era nessuno. E lei lo credeva per forza. Distruzione fisica dell'individuo attraverso la distruzione della sua autostima e della sua personalità. 
Mi spiegò che negli ultimi mesi o anni provava ripugnanza a dormire nello stesso letto e mi disse a mezza voce che lui l'aveva stuprata. Più volte. 
Mi resterà sempre impresso il suo viso che esprimeva uno sgomento e una rabbia disarmante. E ricorderò sempre la sua promessa. Di non farsi più abusare, in nessun modo.
Mia madre è stata sposata più di 20 anni con mio padre. 
Mio padre era un porco e uno stupratore. Un fottuto stupratore.
Oggi sento i racconti delle giovani donne che mi circondano : delle amiche della mia età, delle donne di mezza età : lo stupro è dappertutto.
E' necessario che si sappia. E non bisogna giudicare le vittime, ma gli stupratori.

E. 17 anni, un amore che stava per sbocciare
E. 17 anni, un amico, ma soprattutto un amore che stava per sbocciare. Era bello, simpatico e grandioso. Mi rivolgeva un sacco di complimenti. L'ideale per una ragazza di 15 anni.
Ero ingenua, ma lui aveva i piedi bien piantati per terra. Una serata in cui invita soltanto amici maschi, un bicchiere di troppo, prima di quello che aveva in serbo per me...e io mi ritrovo sola con 5 ragazzi.... 

L'amico dell'amico
Amico di un amico, frequentato per diverse sere nel bar di suo cugino. Ci conosciamo tutti, siamo tutti in confidenza.
Lui: simpatico come un amico. Una serata noiosa, il bar chiuso, partiamo per una gita. Parigi by night, luci, musica. Premuroso, mi riaccompagna a casa. Ma non vuol sentire i miei «no» all'ingresso del mio appartamento, mentre io voglio rientrare a casa. Perché rifiutare un rapporto? Avevo accettato, no, di salire sulla sua macchina?
L'unica cosa positiva: nessuno è passato e mi ha visto in quella posizione, bloccata contro il muro del corridoio.

JPA, 61 anni
E' apprezzato da parecchia gente. Ha degli amici, delle conoscenze importanti, è molto influente. Fa parte di diversi clubs, il suo orgoglio, il riconoscimento del suo prestigio. 
E' un padre, un nonno.
Ma ci sono anche aspetti della sua vita di cui si parla decisamente meno. Le due segretarie che ha molestato. Le rimostranze che ha ricevuto, pur restando al suo posto ben retribuito.
E io, sua figlia. Avevo 8 anni.

Marcel: un collega del mio compagno
Marcel si è appena stabilito nella mia città. Marcel non conosce nessuno. Marcel lavora con il mio fidanzato. E' in questa veste che l'ho conosciuto. Ci si vede regolarmente tutti insieme e ci si diverte un mondo. Marcel è divertente. Molto divertente. Racconta sempre storielle spassose. Marcel è gentile. Una sera mi invita a casa sua, da sola. Marcel dice che vuole bere un caffé in mia compagnia. Marcel…Marcel non mi fa più ridere.

N.14 anni: il figlio della compagna di mio padre
Si chiama N. Era il nuovo componente della famiglia, il figlio della compagna di mio padre. Aveva due anni più di me.
La sera di Capodanno - avevo 12 anni - lo hanno fatto dormire nella mia camera. 
Poi, siamo andati in vacanza con lui due volte, e in queste due volte abbiamo dormito nella stessa camera. Avevo 13 anni, poi 14. 
Quando l'ho detto a scuola alla mia migliore amica, lei l'ha raccontato a tutti. L'ho smentita immediatamente e tutti hanno dimenticato questa storia. Tranne me. 
Quando l'ho detto al mio fidanzato, lui ha pianto. Dopo un anno, mi ha convinto a parlarne con mio padre.
Quando glie ne ho parlato, non mi ha detto nulla. Non mi ha creduto. N. era il figlio che aveva sempre desiderato avere. Ha tentato di farmi visitare da uno psicologo. Ha detto che avevo inventato tutto per distruggere la relazione con la sua compagna con la quale è ancora fidanzato. 

A Natale pranzo con il mio stupratore
Dal momento che si tratta di mio fratello: J. che ha sette anni e mezzo più di me. Era adolescente e io bambina. Mi spiegava che era un gioco. E' durato tre o quattro anni, fino a che ho imparato a dire di no, respingendolo, e lui ha iniziato ad aver paura. Non avendo potuto farlo sbattere in galera, ho posto 500 Km di distanza tra di noi. Non sono stata più bene da allora.

W., 18 anni, un compagno di classe
Un compagno di classe intelligente, amato da tutti, sportivo, carino.
Una sera di bevute tra liceali. Troppo debole per camminare, mi trascina e mi conduce sul terreno di una casa in costruzione. "Sei bella", un flash. Poi il risveglio, i jeans al contrario, senza mutande. Ritorno a casa ubriaca. 
Tutti stanno dalla sua parte. 
Ho cambiato città per poter andare avanti.

Joao, 23 anni: lo studente timido e galante
Joao. 23 anni. Studente di scienze politiche. Ama viaggiare. Simpatico. Sorridente. Timido. Galante.
Incontrato all'università. Stava trascorrendo un semestre in Francia come studente. Siamo diventati amici. A fine anno, una festa a casa sua. Troppo alcool. Ci abbracciamo. Mi conduce nella sua camera. Mi getta sul letto. Io sono incapace di muovermi. Gli dico di fermarsi. Non mi ascolta. Poi esce tranquillamente dalla camera, lasciandomi lì. Senza neppure guardarmi. Me ne vado di corsa.
Il giorno seguente, su facebook, mi chiede se mi sono divertita alla sua festa. 

Laurent D., il figlio della mia baby sitter
Aveva 16 anni e io ne avevo 4.

Marc, 19 anni, il mio fidanzato
Si chiamava Marc. Aveva 19 anni come me, frequentava la mia classe, avevamo gli stessi amici. Era il mio fidanzato. Il suo passatempo preferito era suonare in una band rock con degli amici. L'altro suo passatempo preferito era distruggermi psicologicamente. Un giorno mi ha detto che sicuramente tutti gli uomini dovevano aver voglia di stuprarmi. Un giorno l'ha fatto. Tutti lo adoravano, nessuno ha cercato di capire.

H.30 anni: il collega di lavoro.
Si chiamava H., era un collega di lavoro in un grande laboratorio farmaceutico. Era divertente e gentile. Ci piacevamo. Io avevo 23 anni, lui 30.
Ho accettato di trascorrere un week end a sciare con lui e 3 suoi amici, una giovane donna e una coppia. E' qui che mi ha costretto ad assistere/partecipare a rapporti sessuali con la sua amica. Non sapevo in che modo fuggire, data la presenza della coppia nell'appartamento. 
Al ritorno mi ha stuprata nel suo appartamento, prima di riaccompagnarmi a casa, malgrado i miei no, e il fatto che mi divincolavo. Mi ricordo ancora della testa sbattuta contro il muro, delle lacrime, della vergogna, del senso di colpa.
Non ne ho parlato a nessuno, solo con il mio compagno, 15 anni dopo.
Con il tempo il dolore si è stemperato, ma io mi rimprovero ancora per aver accettato di trascorrere insieme a lui quel week end, mi dico ancora che è stato un mio errore, ma che sì, era uno stupro.

La Stampa presenta una iniziativa: il suo monitoraggio dei femminicidi in Italia. E informa che siamo arrivati ormai a 100 donne uccise dall’inizio dell’anno. Una iniziativa lodevole, come tutti i tentativi di darsi e offrire strumenti per una migliore comprensione del fenomeno.

Un fenomeno ancora poco compreso e sottovalutato. O vissuto con fatalismo. Come dimostra lo stesso articolo introduttivo de La Stampa.

Che mostra difficoltà ad accettare la definizione di “Femminicidio”, perchè sarebbe:
- prima inflessibile e categoricacome tutte le definizioni.
- poi zoppicante “quando deve render conto dell’enorme varietà della casistica reale”.

Eppure molte definizioni hanno più accezioni e sfumature di significato a secondo del contesto. Alcune definizioni - ed è il caso di “femminicidio” - sono categorie interpretative. A zoppicare semmai è la capacità di interpretare e valutare le situazioni. Una difficoltà comprensibile per chi è nato al tempo del delitto d’onore ed è cresciuto tra raptus e delitti passionali. Definizioni che sembravano reggersi bene sulle due gambe, anche di corsa. E pure oggi tornano spesso utili come stampelle.

La parola “femminicidio” non è ancora entrata nei dizionari e continua ad essere oggetto di discussione. E’ entrata nel linguaggio mediatico e istituzionale. Spesso usata in modo approssimativo o limitata ai casi di donne uccise. Mentre il suo significato più corretto è forse quello che la intende come conseguenza estrema della violenza di genere. Quella violenza che esprime e mantiene un rapporto di potere tra i sessi a vantaggio degli uomini.

Il giornalista Raphael Zanotti prende forse spunto dalla definizione di Wikipedia alla prima riga: “Il termine femminicidio si riferisce a tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere”. Nella stessa scheda si può trovare una definizione più estesa, elaborata da Marcela Lagarde:

«La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale - che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia» (Marcela Lagarde).

Esiste dunque una violenza maschile che mira a negare l’identità individuale delle donne, per costringerle entro un ruolo di genere subordinato, quello definito e attribuito alle donne dalla cultura patriarcale. Una violenza privata, nascosta, sottovalutata, spesso negata o ignorata, che rimane impunita e che può sfociare nell’omicidio.

Allora direi di si, il caso del marito che uccide la ex moglie per “gelosia” rientra nel femminicidio, poichè egli vuole avere un diritto di proprietà sulla donna, fino ad affermare un diritto di vita o di morte, mentre gli altri casi, quello del figlio che uccide la madre o dei rapinatori che uccidono una prostituta o una anziana sono da valutare. Certo il fatto che alla vita di una donna si attribuisca minor valore, specie se prostituta o anziana, rientra nella cultura che ispira i femminicidi.

Peccato che l’avvertenza sulla difficoltà di valutare, che chiama in causa anche la competenza e la formazione degli operatori, tanto nei media quanto nelle istituzioni preposte all’esercizio dell’autorità, venga alla fine risolta dal giornalista in modo liquidatorio e molto tradizionale. Per non dire, giustificazionista.

Gli assassassini delle donne sarebbero menti folli. Nessun dubbio stavolta sull’inflessibilità e categoricità della definizione follia. Pure rinforzata: sempre e comunque. L’idea delle menti folli non scricchiola e non zoppica. Nè di fronte ai rapporti di potere, ai ruoli di genere, nè di fronte a piani premeditati, a trappole organizzate, alla decisione di armarsi prima di incontrare la vittima, al procedere per tentativi ed errori. Nè di fronte alla lunga sequenza dei maltrattamenti e delle violenze che spesso precedono il delitto. Nè di fronte all’assenza di dati e perizie che confermino una tale credenza.

Se davvero a La Stampa la pensano così, non si vede quale sia l’utilità di un monitoraggio che alla fine tiene soltanto il conto delle follie. In ogni caso, fanno in tempo a pensarla diversamente. Provino a consultare qualche testo in materia, ad esempio il libro di Lundy Brancroft: Uomini che maltrattano le donne.

Oppure, per restare al di qua dell’Oceano, lo studio criminologico di Isabella Merzagora, che tratta pure il tema delle tecniche di neutralizzazione:

Sono auto-giustificazioni che consentono al soggetto di neutralizzare, attraverso il ricorso a particolari tecniche, quel conflitto con la morale sociale. Queste tecniche precedono l'atto deviante e servono ad escludere la responsabilità individuale e soprattutto a negare la sua illiceità attraverso le ridefinizioni del proprio operato”

Ecco le più usate:

Le tecniche di neutralizzazione sono principalmente cinque, ma tre quelle più usate. La prima è la negazione della propria responsabilità, come nel caso in cui il soggetto sostiene di aver agito in condizione di infermità mentale o di intossicazione alcolica. Le seconda è la minimizzazione del danno provocato ovvero una sorta di “ridefinizione” dell’atto per cui un’aggressione diviene uno “scambio di opinioni”. La terza è la negazione della vittima. In questo caso l’aggressore o lo stalker spiega che la violenza arrecata alla vittima non rappresenta un'ingiustizia in quanto si tratta di una persona che merita il trattamento subito. La quarta tecnica è la condanna di coloro che condannano ovvero i cittadini conformi divengono “ipocriti”, la polizia “è corrotta”, i giudici “sono parziali”. Ed infine l’ultima è quella del richiamo a ideali più alti, cioè a norme reputate eticamente superiori a quelle legali, per esempio fedeltà al gruppo di appartenenza che porta a qualificare come dovere l’omertà o la vendetta o il delitto d’onore. Non ci dimentichiamo che il delitto d’onore è stato abolito dal nostro Codice penale solamente nel 1981. La negazione, la minimizzazione, la colpevolizzazione della vittima sono quelle usate più frequentemente”.

Tecniche peraltro involontariamente “insegnate” dalla narrazione degli stessi cronisti che raccontano le loro storie. O che annunciano monitoraggi sui femminicidi.

di Maria Rossi

Il "Manifesto" è un ottimo quotidiano. Ciò non toglie che talvolta pubblichi articoli assai discutibili. Per me, almeno. "Non è violenza di genere" dello psicanalista Sarantis Thanopulos è uno di questi. Un testo di cui non condivido una parola. Potrei tutt'al più convenire con l'autore che l'espressione "violenza di genere" potrebbe essere rimpiazzata. Sì, ma da una formula ancora più esplicita e chiara: quella di violenza maschile sulle donne. Ciò non significa "teorizzare una violenza innata dell'uomo nei confronti della donna", "risalente al suo patrimonio genetico", ma semplicemente prendere atto, senza infingimenti, del fatto che sono soprattutto gli uomini a perpetrarla. Ne fanno fede i dati ISTAT del 2006 dai quali si evince che sono ben 6 milioni e 743 mila le donne italiane che, nel corso della loro vita, hanno subito qualche forma di violenza (fisica, psicologica o sessuale).
Gli atti di maltrattamento sono comportamenti volti a mantenere la donna in una posizione di costante subordinazione, come riconosce anche la Convenzione di Istanbul, e a consentire all'uomo che li commette di conseguire una serie di vantaggi: il mantenimento del potere e del controllo sulla partner, la soddisfazione dei propri desideri, senza preoccuparsi di appagare quelli della compagna, l'esaudimento dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi da parte della convivente, il godimento, rispetto ad essa, di una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Lo afferma, tra gli altri, Lundy Bancroft, uno psicologo che ha acquisito un'esperienza ventennalenell'impostazione e nella gestione di programmi di riabilitazione degli uomini violenti.
La vittima predestinata dei maltrattamenti non è la sessualità, come afferma Thanopulos, ma banalmente la donna nella sua concreta materialità corporea e nella sua psiche.
Non si comprende neppure perché non si possa interpretare la violenza maschile sulle donne senza invocare la teoria tradizionalista, ultraconservatrice emaschilista della complementarietà tra i sessi, che attribuisce ai due generi ruoli diametralmente opposti.

"L'intero edificio sociale si basa sulla complementarità dei sessi che incastra tra di loro (nella relazione degli amanti e nel mondo interno di ciascuno di loro) il concedersi all'altro (e alla vita) e la brama di possesso", scrive Thanopulos.

A mio parere è, anzi, proprio l'attesa, anzi, la pretesa frustrata della dedizione totale della donna,della sua abnegazione, della sua completa disponibilità ad appagare i desideri maschili senza chiedere nulla in cambio a generare la violenza dell'uomo. Divulgare l'idea che la donna sia "naturalmente" votata alla consacrazione totale di sé all'altro, individuare in ciò la "qualità femminile del desiderio" e fondare su questo carattere l'intero edificio sociale significa alimentare nell'uomo convinzioni sbagliate che possono indurlo ad adottare comportamenti violenti, nel caso in cui la sua partner non corrisponda a questo ideale, ma intenda invece realizzarele proprie potenzialità senza annullarsi nella relazioneed esiga giustamente dal compagno reciprocità nell'accudimento e nell'appagamento dei bisogni.
Anche la sessualità dovrebbe scaturire da un incontro di desideri che sfoci in un godimento reciproco e non dovrebbe per forza consistere in un concedersi passivo all'attiva brama di possesso dell'altro.
Desta perplessità anche l'idea che gli uomini siano, per natura, animati da una "passione di appropriazione" cui le donne dovrebbero, sempre per natura, sottostare. Da una simile concezione deriva, a mio parere, la convinzione dell'immutabilità del rapporto di dominio e di subordinazione che caratterizza spesso le relazioni tra i sessi.
Ma la parte davvero inaccettabile dell'articolo è questa:

"La violenza nei confronti della donna è sociale e danneggia egualmente uomini e donne come soggetti sessuali. Nella sostanza danneggia più l'uomo che la donna perché l'uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante. Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva mentre l'uomo sopraffattore è già morto dentro".

Ma stiamo scherzando? La violenza danneggerebbe piùchi la commette che chi la subisce?Essere uccise, massacrate di botte, deturpate, ferite a morte, distrutte psicologicamente, stuprate provocherebbe una sofferenza e una deprivazione inferiore a quella che prova l'uomo violento?
Ma ci rendiamo conto che ciò significa misconoscere, sottovalutare il dolore delle vittime, non attribuire loro e ai loro sentimenti la giusta importanza? E come si fa ad affermare che " una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva"? La vittimadi abusi viene distrutta psicologicamente, la sua autostima viene demolita. Ciò non accade al violento. Se, infatti, costui subisse una deprivazione psichica devastante, come sostiene l'autore dell'articolo, cesserebbe immediatamente di commettere abusi per alleviare la propria sofferenza. Al contrario: le violenze possono protrarsi per anni e, talvolta, per decenni e ciò significa che il maltrattante èpoco sensibile aldolore che infligge alla sua vittima che ha, in precedenza, provveduto ad espropriare della sua umanità.
Non posso, quindi, che condividere le parole dello psicologo Lundy Bancroft che in "Uomini che maltrattano le donne" scrive:

"I miei assistiti superano il dolore degli episodi di cui sono stati protagonisti molto più rapidamente delle loro partner. Certo, essere crudeli verso la propria compagna non è uno stile di vita sano, ma gli effetti negativi sull'uomo non sono neppure minimamente paragonabili al dolore emotivo e fisico, alla limitazione della libertà, ai sensi di colpa e alle numerose ombre che la violenza domestica getta nella vita della donna.[...] Gli uomini abusanti possono continuare a maltrattare la moglie per venti o trent'anni e la loro vita professionale rimane immacolata, la loro salute normale, le loro amicizie stabili. [...] Gli abusanti traggono molti benefici dal loro comportamento. [...] Chi, come me, confronta i tragici racconti delle donne maltrattate con il modo in cui si presentano alle terapie di gruppo i loro aguzzini non potrà mai concordare sull'affermazione che la vita sia altrettanto dura per i secondi come lo è per le prime". [p.56]


Vedi anche:
Braccia rubate all'agricoltura (Il Ricciocorno Schiattoso)
Manifesto indigesto (La rete delle reti femminili)
Polemiche tra sesso e genere (Nota del Manifesto su FB)



(Traduzione di Maria Rossi)


In Inghilterra quasi 50.000 donne su 340.000 perdono il lavoro o si ritrovano demansionate ogni anno dopo un congedo di maternità. Una pratica discriminatoria, ma tuttavia molto diffusa in un buon numero di Paesi europei.

Le mamme licenziate dalle imprese. E' la constatazione fatta da uno studio condotto dalla House of Commons Library. 50.000 donne su 340.000 che hanno un lavoro lo perdono dopo aver fruito di un congedo di maternità. Nulla è risparmiato alle giovani mamme pronte a riprendere il lavoro, rivela il The Indipendent : le pressioni esercitate dai superiori, il demansionamento o, addirittura, il licenziamento. Bisogna dire che l'Inghilterra è il paese europeo con il più lungo periodo di congedo di maternità (52 settimane).
Per le mamme che conservano il posto di lavoro, si riducono le prospettive di ottenere un aumento di stipendio o una promozione. E' difficile promuovere un ricorso giudiziario. Il quotidiano [The Indipendent] sottolinea che una denuncia per discriminazione in seguito alla fruizione di un congedo di maternità può costare fino a 1200 sterline ( quasi 1400 euro).
Yvette Cooper, Ministra nel governo di Gordon Brown tra il 2008 e il 2009, racconta la sua esperienza al The Indipendent. Fu la prima Ministra a fruire di un congedo di maternità durante il suo mandato.

"Quando ho avuto il mio terzo figlio, i miei colleghi erano contrari all'idea che io fruissi di un congedo di maternità. I miei rapporti di lavoro si sono deteriorati. Era più difficile mantenere i contatti con i colleghi durante le assenze od organizzare il tempo. [..] Era una vera lotta!"

In un'indagine su 1000 madri condotta dallo studio degli avvocati Slater & Gordon, la metà di loro ha rivelato che la propria posizione in seno all'impresa è mutata al ritorno dal congedo. Un quarto di loro si è vista rifiutare la richiesta di un mutamento di orario.
Per Yvette Cooper, questa situazione è inaccettabile in Inghilterra, dove le madri rappresentano un quinto della manodopera.

"L'economia e le imprese dipendono dal lavoro delle donne. Troppo spesso le giovani madri sono discriminate. I datori di lavoro credono che sia possibile emarginare le donne che tornano da un congedo di maternità. Abbiamo bisogno di un piano d'azione nazionale che faccia fronte a questa discriminazione".

Non c'è posto per le madri spagnole

Anche in Spagna maternità rima ancora molto spesso con precarietà. Le gravidanze continuano a pesare parecchio sui percorsi professionali delle donne. Lo dimostra l'ultima seria inchiesta disponibile sull'argomento, condotta nel 2006 dal Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS) : fare figli "riduce l'attività professionale di una donna su tre e limita la possibilità, per una donna su quattro, di conseguire una promozione ".
La Spagna è uno dei Paesi europei dove è più complicato ritrovare il posto di lavoro dopo una gravidanza. Come in Italia o in Irlanda, il grado di inserimento delle madri sul mercato del lavoro è debole e il tasso di occupazione delle donne in genere rimane uno dei più bassi d'Europa: 51% nel 2012.
Nel 2006, il CIS osservava che in Spagna una madre su quattro abbandonava definitivamente il lavoro dopo aver avuto un figlio.
Come la Francia e i Paesi Bassi, la Spagna copre, con un'indennità pari all'intera retribuzione, 16 settimane di congedo di maternità, vale a dire meno della media dei Paesi dell'OCDE nel 2011 (19 settimane). L'anno scorso in Spagna i congedi di maternità si sono ridotti di quasi l'8% rispetto al 2011.

Francesi licenziate

In Francia, la situazione non è molto migliore. Basta qualche clic per imbattersi in forum ove migliaia di donne esprimono il loro disappunto.
E' il caso di Élodie, che racconta la sua esperienza sul sito del difensore dei diritti. Dopo il ritorno dal congedo di maternità nel settembre 2009, la giovane donna si ritrova privata delle mansioni che esercitava in precedenza. In dicembre, il suo direttore le propone di scegliere tra le dimissioni, il licenziamento per colpa grave o l'accettazione di un altro posto di lavoro di cui non precisa né il salario né l'orario né le mansioni. Élodie rifiuta e nel mese di marzo riceve la lettera di licenziamento.
Nel 2009, in un'inchiesta condotta da la HALDE (Haute Autorité de Lutte contre les Discriminations et pour l'Égalité), il 46% dei Francesi esprimono l'opinione che la gravidanza costituisca un freno per la carriera.
Una realtà confermata nel 2010 dall'OCFE (Observatoire français des conjonctures économiques). Una donna di più di 39 anni che non abbia mai interrotto la carriera guadagna fino al 23% in più di quelle che interrompono il lavoro per cause familiari e più di una donna su quattro afferma di essersi sentita discriminata sul lavoro durante la gravidanza, malgrado la Francia contempli delle misure a sostegno delle imprese.
Così è vietato in Francia rifiutare l'assunzione di una donna perché incinta, si tratti di stipulare un contratto a tempo indeterminato, da stagista o un contratto di formazione. La stessa cosa vale per la rescissione di un contratto di lavoro durante il periodo di prova. Questa normativa si applica dall'inizio della gravidanza fino a quattro settimane dopo la fine del congedo di maternità.

Monti e la riscossa delle mamme italiane

In Italia, secondo l'Istat, una donna su quattro, per la precisione il 22,7% della popolazione femminile attiva, ha perso il lavoro l'anno dopo aver fruito di un congedo di maternità. Soltanto il 77,3% delle madri conservano l'impiego due anni dopo il parto contro l'81,6% del 2006. La percentuale dei licenziamenti sfiorava il 24% l'anno scorso.
La riforma del lavoro introdotta nel 2012 dal governo tecnico di Mario Monti prevede che i moduli per le dimissioni delle lavoratrici dipendenti o le "risoluzioni consensuali di un contratto di lavoro" firmate nei tre anni successivi il parto debbano essere convalidate dal servizio d'ispezione del ministero del lavoro. [N.d.t In realtà la convalida deve essere effettuata presso la Direzione territoriale del lavoro o il Centro per l’impiego territorialmente competenti. La riforma presenta inoltre dei limiti. Cfr.]
I padroni colti in flagranza di reato sono sanzionati con un'ammenda variabile dai 5000 ai 30.000 euro.
Questa procedura è stata introdotta per ridurre il numero delle lettere di dimissioni in bianco, una pratica corrente in Italia. Numerosi datori di lavoro fanno firmare una lettera non datata alle donne che cercano un lavoro prima di assumerle, affinché non fruiscano di un congedo di maternità.
Resta il fatto che, secondo i sindacati, i casi di mobbing, di cambiamento di funzioni o di pressioni per indurre le lavoratrici dipendenti di ritorno da un congedo a dimettersi aumentano di anno in anno. Ma la maggior parte dei casi non finiscono in tribunale. Di qui la difficoltà di ottenere dati statistici precisi.

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.