di Christine Rama


Antonella Russo, assassinata dal marito con un fucile a canne mozze detenuto illegalmente, dinnanzi al figlio di quattro anni, rappresenta l'ennesima vittima di un femminicidio annunciato

Antonio Mensa avrebbe in precedenza minacciato la moglie di spararle dinanzi ai figli, mostrando di concepire questi ultimi come mero strumento di realizzazione di una vendetta esemplare nei confronti di una donna che, valutando la possibilità di separarsi, aveva manifestato la volontà di sottrarsi al dominio e al controllo di quest'uomo possessivo e il desiderio di rivendicare  il proprio statuto di persona libera, anziché di oggetto di proprietà del marito. Diritto di proprietà esteso anche ai figli, strumentalizzati da Antonio Mensa, usati come semplice pretesto per riprendere contatto e commettere violenza nei confronti della moglie, colpevole di aver posto in discussione il potere che il marito riteneva di aver acquisito definitivamente  sui propri familiari.

Non è difficile immaginare  il grave impatto traumatico e gli effetti psicologici che questo duplice atto di violenza estrema (omicidio-suicidio) produrrà sui figli dell'assassino, soprattutto sui più piccoli, più vulnerabili perché dotati di sistemi meno complessi di comprensione e di inquadramento degli eventi: dalla depressione, all'ansia, a un incolmabile senso di perdita, alla paura dell'abbandono.

Come molti altri femminicidi, anche questo si poteva evitare. Una settimana prima di essere assassinata, Antonella Russo aveva presentato denuncia per stalking contro il marito, dal quale si era allontanata, stabilendosi nella casa della madre. Ancora una volta, una donna minacciata di morte dal marito si è scontrata con la totale inerzia delle forze dell'ordine, ben altrimenti solerti nella repressione dei movimenti sociali anticapitalisti. Del resto, è ancora in vigore il Testo Unico di Pubblica Sicurezza,  che risale al 1931 e, dunque, all'epoca fascista, e che all'art.1 stabilisce che le forze di polizia, a richiesta delle parti, debbano provvedere "alla bonaria composizione dei dissidi privati", ossia alla tutela della sacralità e dell'indissolubilità della famiglia, o meglio, alla difesa dell'intangibilità del potere del pater familias e alla tacita legittimazione ad esercitarlo con la violenza.  Proporre la "riconciliazione" tra i coniugi o i conviventi significa, infatti,  rimandare a casa la denunciante, anche se reca sul proprio corpo i segni visibili della violenza subita, sollecitandola a riappacificarsi con il compagno aggressore, come sottolinea giustamente Stefania Cantatore dell'UDI di Napoli, che prosegue, osservando: «Se poi è persino ancora tutta intera [le forze dell'ordine] non registrano manco la denuncia! [...] Continueremo a morire come le mosche e ad essere massacrate con la più grande soddisfazione di governi che hanno tutto l'interesse a mantenere le donne in stato di terrore e inferiorità sociale "fattuale", allo scopo di fare di loro il cuscinetto assorbi-frustrazioni e il capro espiatorio di tutto il sistema malato».

E' pertanto inutile, in queste circostanze, proporre un discutibile decreto anti-femminicidio, che, fra l'altro, non prevede finanziamenti ai centri anti-violenza, non contempla misure preventive e di formazione delle autorità di giustizia e di pubblica sicurezza ed associa arbitrariamente la repressione della violenza domestica sulle donne a quella contro il movimento No Tav. Questa presunta volontà di lotta governativa contro il femminicidio è contraddetta, infatti, nella prassi dalla sorda indifferenza nei confronti di reati che perpetuano la condizione di subalternità della donna nelle relazioni intime, un'inerzia che si risolve nella mancata ricezione delle denunce o nell'astensione dall'adozione di misure cautelari a protezione della vittima, nella predisposizione di dannosi provvedimenti di mediazione familiare da parte delle forze dell'ordine o nell'emanazione di sentenze che confondono  il conflitto con la violenza, minimizzandola. «Il problema principale - osservava un anno fa la giurista Barbara Spinelli -  che caratterizza l’inadeguatezza delle risposte istituzionali alla violenza maschile sulle donne in Italia, è rappresentato dal mancato riconoscimento da parte delle Istituzioni della persistente esistenza di pregiudizi di genere, e dell’influenza che questi esercitano sull’adeguatezza delle risposte istituzionali in materia. C’è infatti una vera e propria tendenza alla rimozione, del fatto che fino a ieri il sistema giuridico italiano era profondamente patriarcale [..] Il fatto è che quella stessa mentalità ancora oggi è profondamente radicata nel pensiero degli operatori del diritto». 

Ciò che va innanzitutto combattuto e sradicato è, dunque,  questo atteggiamento di strenua difesa del patriarcato, che si traduce nella mancata tutela della vita e dell'integrità fisica e psicologica delle donne, ma anche nel loro mantenimento in condizione di inferiorità sociale ed economica, di vulnerabilità, di dipendenza dal marito, una mentalità che si combina perfettamente con la salvaguardia del sistema capitalista che si  esprime nella repressione dei movimenti  che ne contestano i principi.



(Traduzione di Maria Rossi)


Il concetto di "scelta" della donna di vendere sesso è un costrutto conforme alla dottrina neoliberista e del libero mercato; la stessa scuola di pensiero che sostiene che i lavoratori compiano realmente scelte ed esercitino il controllo sul proprio lavoro. Si sostiene che le donne scelgano di vendere sesso e che ci si dovrebbe concentrare su questioni come la sicurezza delle "sex workers", la capacità di procurarsi denaro e la persecuzione ad opera dello Stato. Mentre la sicurezza e i diritti delle donne sono di cruciale importanza, la questione della regolamentazione statale dei bordelli e della sindacalizzazione [della prostituzione] è, nella migliore delle ipotesi, riformista e, nella peggiore, ingenua e regressiva. Anche la proposta della creazione di "bordelli collettivi" ignora la natura di genere della prostituzione e la sua funzione di sostegno al dominio maschile.
La risposta anarchica dovrebbe essere quella di esigere l' estirpazione di tutte le pratiche di sfruttamento e non di affermare che esse possono essere esercitate in modo sicuro o migliore.


Concezioni anarchiche

Anarchia deriva da una parola greca che significa "libertà dalla dominazione". Essa si fonda sulla "dignità fondamentale degli esseri umani"; sull'aspirazione alla libertà individuale e sull'insofferenza al dominio (Woodcock). Essa non invoca il riformismo, ma un cambiamento sociale radicale e rivoluzionario. Le sue convinzioni fondamentali includono:
  • L' opposizione al dominio e a tutte le gerarchie, inclusa la gerarchia tra i sessi (Goldman).
  • Non è necessario alcun apparato statale ( Kropotkin).
  • La giustizia sociale fa parte della natura umana (Godwin).
  • Il cambiamento sociale si realizzerà attraverso l'azione collettiva (Bakunin).
  • Coloro che esercitano il potere lo abbandoneranno per il bene della collettività (Godwin).
  • Il mutuo aiuto e la reciprocità danno luogo ad uno scambio tra eguali (Proudhon).
  • Gli esseri umani possono essere individui sovrani che partecipano ad associazioni in seguito ad un atto spontaneo (non, ad esempio, in cambio di denaro) (Kropotkin)
  • L'emancipazione delle donne deve partire da loro."In primo luogo affermando se stessa come persona e non come merce sessuale. In secondo luogo, negando il diritto di chiunque altro sul suo corpo" (Goldman).

Domande relative alla concezione anarchica.

1. Domanda: Perché gli uomini reputano di aver diritto a comprare sesso?
Analisi: Il genere è fondato sul potere gerarchico e la prostituzione è una manifestazione di questa disuguaglianza di potere. La maggioranza schiacciante di acquirenti di sesso (sia dalle donne che dagli uomini) è costituita da uomini. Il diritto degli uomini ad acquistare sesso deriva dalla loro posizione gerarchica privilegiata e dalla posizione subordinata delle donne. Le donne, a causa della loro condizione socio-economica di maggior povertà, sono rappresentate in misura superiore al loro numero nell'industria del sesso.
Soluzioni: Gli uomini devono essere incoraggiati a rinunciare al loro potere gerarchico, non essere incentivati a mantenerlo.

2. Domanda: Perché gli uomini pagano per ottenere sesso?
Analisi: La prostituzione è una "transazione monetaria finalizzata ad ottenere sesso". Il sesso è liberamente disponibile anche nel vigente sistema capitalista! Un rapporto sessuale consensuale tra adulti può essere concordato senza bisogno di ricorrere ad uno scambio economico. Dunque l'atto di pagare per ottenere sesso ha un altro scopo: permette ad un uomo di imporre il proprio potere e controllo su ciò che ha acquistato. L'affermazione del potere e del controllo dell'uomo e il dominio sulla donna sono elementi della transazione. Non si tratta di sesso.
Soluzioni: Gli uomini che acquistano sesso dovrebbero essere contestati per abuso di potere e di controllo sulle donne.

3. Domanda: Sindacati e collettivi di "sex workers" costituiscono la risposta [alle questioni sollevate dalla prostituzione]?
Analisi: La maggioranza delle donne vende sesso per mancanza di alternative. Il 90% delle donne che praticano la prostituzione vorrebbe abbandonarla, ma non può, per mancanza di alternative (Farley 1998). Quando le persone sono sfruttate, le aiutiamo noi, non gli sfruttatori. I sindacati dei lavoratori sono necessari per la produzione di ciò che è indispensabile: il sesso non è una merce - è liberamente fruibile da chiunque. I sindacati o anche i collettivi di persone che vendono sesso agli uomini ignorano il problema che l'atto di acquistare sesso mal si concilia con la concezione anarchica. Normalizzando gli squilibri di potere e le diseguaglianze, non ne otteniamo la riduzione o la scomparsa, ma li rafforziamo.
Soluzioni: Le persone dovrebbero avere ragionevoli possibilità di scelta dello stile di vita. La maggioranza delle donne che esercitano la prostituzione non ha un'ampia possibilità di scelta. Gli uomini che acquistano sesso hanno la possibilità di scegliere. Gli anarchici dovrebbero contestare lo status quo delle gerarchie di potere tra i sessi mettendo in discussione il diritto degli uomini di acquistare sesso, anziché sostenere modalità di comportamento che agevolano l'esercizio del potere e del controllo sulle donne da parte degli uomini, e in tal modo alienano le donne.


Altre idee radicali

  • Se le donne hanno limitate possibilità di scelta, gli uomini non le aiutano pagando per ottenere sesso: le aiutano offrendo loro denaro [senza pretendere in cambio una prestazione sessuale].
  • Le persone che pensano che la prostituzione costituisca un servizio per gli uomini socialmente emarginati offrano sesso gratuito a questi uomini.
  • Le persone che pensano che la prostituzione sia identica a qualsiasi altro lavoro manuale, ma meglio pagato, dovrebbero provare a sostentarsi, esercitandola sulla Romford Road (la maggior parte delle donne non lavora come "escort ben pagata").
  • Ad ogni modo, le persone che trasformano in feticcio questo scambio tra sesso e denaro non sono anarchiche o radicali, ma promuovono l'alienazione di alcuni [individui] da parte di altri.

Un'ultima riflessione sul femminismo

Il femminismo ha radicato nelle coscienze il concetto che "il personale è politico". La necessità di un'analisi femminista che verifichi se le interazioni personali rinsaldino o, al contrario, contestino la gerarchia tra i sessi conduce a questa conclusione: l'atto di acquistare sesso da parte degli uomini rende complici della sottomissione della classe delle donne.   



Che cos'è realmente accaduto in Nuova Zelanda 
dopo la legalizzazione della prostituzione nel 2003?


Melissa Farley
(Traduzione di Maria Rossi)


1 La violenza contro le prostitute è continuata dopo che la prostituzione è stata legalizzata in Nuova Zelanda, come accertato dal Comitato di verifica della legge. La Relazione è disponibile all'indirizzo web: justice.govt.nz

2. Lo stigma e il pregiudizio contro la prostituzione e la vergogna ad essa associata sono continuati anche dopo la legalizzazione della prostituzione.

3. La prostituzione in strada nelle città della Nuova Zelanda è drammaticamente aumentata dopo la legalizzazione della prostituzione nel 2003.

4. Vi è un'inadeguata protezione dei bambini dal coinvolgimento nella prostituzione dopo l'introduzione della regolamentazione della prostituzione.

5. Il Dipartimento di Stato degli USA ha notato il verificarsi della tratta di donne e bambini in seguito alla legalizzazione della prostituzione in Nuova Zelanda.

La legalizzazione non può fermare la violenza, l'abuso e lo stigma che sono incorporati nella prostituzione. La prostituzione è aumentata drasticamente in Nuova Zelanda in seguito alla legalizzazione del 2003, con un incremento del 200-400% della prostituzione di strada ad Auckland.
La prostituzione dei bambini e dei giovani è aumentata, mentre le agenzie umanitarie dichiarano che i bambini indigeni Maori sono a più alto rischio di prostituzione.
Quando la prostituzione è stata legalizzata, nei quartieri sono state ingaggiate battaglie legali relative alla localizzazione dei bordelli. Nell'ottobre 200, genitori sgomenti hanno scoperto che un bordello era situato nello stesso edificio di un centro di assistenza all'infanzia. Dopo la legalizzazione della prostituzione "noi non crediamo di poter adire le vie legali per impedire ciò" ha detto il direttore del centro ( “Brothel Shares Childcare Building”OneNews NZ, Oct 14, 2008).

"La maggior parte delle donne prostituite con cui parlo non sembra curarsi dei propri diritti. Lo stigma e la vergogna di prostituirsi è ancora molto forte, anche dopo la legalizzazione. Le donne che vedo percepiscono intensamente il pregiudizio di cui sono oggetto. Una delle donne con cui operiamo è stata stuprata mentre si prostituiva, dopo l'introduzione della legalizzazione. Ci ha detto, tuttavia, che riteneva che "ciò fosse parte integrante del lavoro" della prostituzione. Nessuna delle donne con cui ho lavorato mi ha detto di aver sognato da bambina di diventare da adulta una prostituta". (Direttore di un'agenzia di Auckland che offre servizi alle donne coinvolte nella prostituzione).

La Commissione di verifica della nuova legge sulla prostituzione in Nuova Zelanda ha pubblicato un rapporto sul funzionamento della riforma del 2003.

1 La violenza sulle prostitute è continuata dopo che la prostituzione è stata legalizzata in Nuova Zelanda, come accertato dalla Commissione di verifica della legge.
"La maggioranza delle sex workers ha affermato che la legge poteva far poco contro la violenza che si verifica [nella prostituzione]" (p.14)
Il 35% delle sex workers ha riferito nel 2007 che negli ultimi 12 mesi era stata costretta ad avere un rapporto sessuale non desiderato con un cliente. (p.46).
La maggioranza delle intervistate ha affermato che la legalizzazione non ha comportato la riduzione della violenza dei clienti ed ha affermato che la violenza costituisce inevitabilmente una componente dell'industria del sesso. (p.57).
La Relazione rileva che "poche" sex workers, indipendentemente dal fatto che si prostituiscano all'interno o all'esterno di un edificio, hanno denunciato alla polizia un episodio di violenza o un reato commesso contro di loro (p.122).
Molti proprietari di bordelli hanno mantenuto in vigore gli stessi accordi contrattuali di sfruttamento che esistevano prima che la prostituzione venisse legalizzata. Spesso non esistono contratti scritti o sono di cattiva qualità (p.157).

2.Lo stigma e il pregiudizio contro la prostituzione e la vergogna ad essa associata sono continuate dopo la legalizzazione della prostituzione.
La Commissione di esame della prostituzione in Nuova Zelanda ha dichiarato: "Nonostante la legalizzazione, le persone coinvolte nell'industria del sesso continuano ad essere socialmente stigmatizzate" (p.154).

3 La prostituzione di strada nelle città della Nuova Zelanda è aumentata drammaticamente dopo che la prostituzione è stata legalizzata nel 2003, secondo molte informazioni e secondo la relazione della stessa Commissione di esame della prostituzione in Nuova Zelanda.
Nel 2006 un avvocato di Auckland ha definito la legalizzazione un "disastro" che si è tradotto in un'"esplosione" della prostituzione dei bambini ad Auckland e a Christchurch, in tre omicidi delle persone che si prostituiscono e nelle lamentele delle imprese locali per la prostituzione che avviene nei loro locali e per l'impiego dei profilattici che sporcano strade e porte. («Barristerlabels prostitution law ‘a disaster’»).
Mama Tere Strickland, una operatrice di strada maori (che nel 2004 è venuta a Berkeley a dichiarare la propria contrarietà alla Misura Q) ha dichiarato che nel 2005 il numero delle persone che si prostituiscono in strada ad Auckland è aumentato del 400% in seguito alla legalizzazione.
La Commissione di esame della prostituzione in Nuova Zelanda afferma che la prostituzione di strada ad Auckland è più che raddoppiata in un solo anno: dal 2006 al 2007 (p.118).
"Le stime indicano che il numero delle prostitute di strada in Manukau City può essersi quadruplicato dal giugno 2003" (Manukau City Council, Report of Manukau City Council on Street Prostitution Control).
La Commissione di esame della prostituzione in Nuova Zelanda osserva che i cittadini "lamentano l'aumento della prostituzione di strada in due grandi comunità in Nuova Zelanda: Christchurch e Manukau" (p.16).

4 Vi è un'inadeguata protezione dei minori dal coinvolgimento nella prostituzione
In virtù della legge che regolamenta la prostituzione in Nuova Zelanda, la polizia non ha il diritto di entrare nei bordelli e non ha il diritto di chiedere la carta d'identità alle persone che esercitano la prostituzione - in tal modo è estremamente difficile compiere accertamenti per sospetta prostituzione minorile, come confermano gli agenti di polizia che chiedono che la legge venga modificata (p.109).

5. Il Dipartimento di Stato degli USA ha constatato la presenza della tratta di donne e bambine in seguito all'introduzione della regolamentazione della prostituzione in Nuova Zelanda.
Il rapporto sulla tratta degli esseri umani redatto dal Dipartimento di Stato degli USA osserva che la Nuova Zelanda è afflitta dalla tratta, all'interno del territorio, di donne e bambini a scopo di sfruttamento sessuale commerciale e che esistono condizioni di schiavitù per debiti e situazioni di confisca dei documenti e donne provenienti dall'Asia, dalla Repubblica Ceca e dal Brasile che lavorano illegalmente come prostitute. 

6. La Commissione di esame della legge sulla prostituzione è stata parziale e palesemente favorevole all'industria del sesso.
"Per le persone le cui opzioni di impiego possono risultare limitate, il lavoro sessuale e, in particolare, quello di strada, è in grado di offrire una facile opportunità di guadagno".



di Maria Rossi


A pochi giorni di distanza sono stati depositati in Corte di Cassazione e pubblicati sui numeri del 19 e del 27 luglio  della Gazzetta Ufficiale due quesiti referendari, proposti da partiti di destra, che richiedono l'abrogazione, rispettivamente parziale e totale, della legge 20 febbraio 1958, n.75, nota come legge Merlin che dispone la chiusura delle case di tolleranza e l'introduzione di una serie di reati volti a contrastare lo sfruttamento, il favoreggiamento della prostituzione e la tratta.

Il primo quesito, presentato dal sindaco di Mogliano Veneto (Treviso) Giovanni Azzolini della Lega Nord, prevede  l'abrogazione degli articoli.1, 2 e primi 3 commi dell'art. 3 della legge che impediscono l'apertura  dei bordelli e la tolleranza da parte dei proprietari e dei gerenti  della pratica di rapporti mercenari in locali aperti al pubblico. Questa proposta di referendum include anche la soppressione dell'art.7 relativo al divieto di registrazione delle donne che esercitano la prostituzione da parte delle autorità amministrative, sanitarie e di pubblica sicurezza.

Il secondo quesito, presentato da Matteo Iotti di Progetto Reggio (una lista civica di Reggio Emilia), dal compagno di partito Angelo Alessandri e da Luca Vezzani del Pdl cittadino, propone addirittura l'abrogazione totale della legge, ivi inclusi gli articoli 3 e 4 che sanzionano penalmente i reati di favoreggiamento, di sfruttamento e di tratta delle persone a fini di prostituzione (commi 6 e 7 dell'art 3). Certo quest'ultima condotta continuerà a configurarsi come reato in virtù dell'art. 601 e anche dell'art.600 del Codice Penale, riformati nel 2003 http://www.camera.it/parlam/leggi/03228l.htm, ma la fattispecie penale dello sfruttamento della prostituzione verrà completamente abrogata in caso di vittoria del referendum.

I due quesiti pongono, a mio parere, serie questioni di ammissibilità. Essi violano, infatti, palesemente la Convenzione ONU per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione 317 (IV) del 2 dicembre 1949 ed entrata in vigore il 25 luglio 1951. La Convenzione è stata resa esecutiva dall'Italia con la Legge 23 novembre 1966, n. 1173 e ratificata in via definitiva nel 1980.  Essa  vieta tassativamente l'apertura dei bordelli. L'art.2 stabilisce, infatti, che le parti contraenti puniscano qualsiasi persona che  "mantenga, diriga o amministri o contribuisca a finanziare una casa chiusa" o che "conceda o prenda in affitto, in tutto od in parte, un immobile o un altro luogo ai fini della prostituzione altrui". L'art.1, poi, prevede, per gli Stati che l'hanno ratificata, l'obbligo di sanzionare penalmente qualsiasi forma di prossenetismo e ciò a prescindere dal consenso espresso  dalla persona sfruttata.

"Le Parti con la presente Convenzione convengono di punire qualsiasi persona che, per soddisfare le passioni altrui:
1) procura, adesca o rapisce al fine di avviare alla prostituzione un'altra persona anche se consenziente;
2) sfrutta la prostituzione di un'altra persona anche se consenziente."

E' interessante riportare anche l'incipit del Preambolo della Convenzione, che dovrebbe ispirare le legislazioni dei Paesi firmatari e che afferma "che la prostituzione e il male che l'accompagna, vale a dire la tratta degli esseri umani ai fini della prostituzione, sono incompatibili con la dignità ed il valore della persona umana e mettono in pericolo il benessere dell'individuo, della famiglia e della comunità".

La legge Merlin recepisce le disposizioni della suddetta Convenzione.

Ora:  l'art.75 della Costituzione stabilisce che "Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali", precisazione quest'ultima, che rinvia all'art.80 della nostra legge fondamentale: " Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi". Le norme introdotte da trattati internazionali vincolano, per espressa previsione costituzionale [ art. 117], così come attuata dalla legge n. 131 del 2003, sia la potestà legislativa statale che quella regionale. Una  legge statale o regionale, cioè, non può violare un trattato. Il primo comma dell'art.117 della Costituzione recita, infatti: "La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". Questi ultimi derivano dalle norme di diritto internazionale, previste dall'art. 10, ma anche dai trattati internazionali che siano stati recepiti mediante un ordine di esecuzione contenuto in una legge, proprio come è avvenuto per la Convenzione ONU del 1949 sulla tratta e la prostituzione. 

Orbene: che effetto avrebbero i due referendum in questione se approvati? Abrogherebbero parzialmente o totalmente una legge ordinaria che si conforma alle prescrizioni sancite da una Convenzione ONU, violandola. Non credo che ciò sia ammissibile e legittimo.

I due quesiti in questione si propongono di rendere legale l'apertura e la gestione di locali destinati all'esercizio della  prostituzione, promuovendo, in tal modo, l'espansione  del capitalismo del sesso e l'assai presumibile conversione dei magnaccia in "rispettabili" imprenditori sfruttatori della mercificazione del corpo altrui. Ricordo, in proposito, che nel mondo il 90% delle donne che si prostituiscono è subordinata ad un prosseneta. In un Paese come l'Italia caratterizzato  dalla corruzione endemica del sistema politico che, secondo la Corte dei Conti, provoca un costo economico di 50-60 miliardi di euro all'anno  e dalla proliferazione delle mafie che dispongono di capitali ingentissimi,  che hanno consentito loro, nel 2011, di generare un fatturato di 25 miliardi e 700 milioni di euro , sarebbe ingenuo pensare che queste ultime  si asterranno dall'investire il loro denaro nel lucroso  business dei bordelli. Quali connivenze si realizzeranno tra sistema politico, repressivo e mafia?  Ci rendiamo conto del pericolo che corriamo, incentivando la riapertura delle case chiuse?

In Spagna, secondo fonti della Comisaría General de Extranjería , la mafia gestisce ben 4000 locali dove si esercita la prostituzione, dato clamoroso riportato anche da Lydia Cacho nel suo celebre testo Schiave del potere . Nei Paesi Bassi  ogni anno vengono riciclati 18,5 miliardi di Euro. Il 10% di questo denaro deriva dal gioco d'azzardo e dallo sfruttamento della prostituzione. [Gemeente Amsterdam, Ministerie van Veiligheid en Justitie, Projectgroep Emergo, De gezamenlijke aanpak van de zware ( georganiseerde) misdaad in het hart van Amsterdam, cit., p.68] Più della metà dei coffee shop e delle vetrine dove si praticano rapporti mercenari ad Amsterdam è risultato essere di proprietà di bande criminali organizzate e di gruppi mafiosi provenienti, oltre che dall'Olanda, da Stati dell'Europa orientale, in particolare dalla Bulgaria e dall'Ucraina. E' per questo motivo che le autorità comunali hanno deciso di procedere alla chiusura di 200 dei 480 bordelli con vista su strada della città. Anche in Germania molti locali dove si esercita la prostituzione sono gestiti da clan e organizzazioni criminali (ad Hannover come ad Amburgo, a Colonia come a Stoccarda, a Kiel come a Francoforte). 

Non si comprende perché l'Italia, dove la corruzione e la mafia sono così pervasive, dovrebbe sfuggire al destino di questi Paesi.

Ho già argomentato altrove, inoltre, come la regolamentazione della prostituzione e la legalizzazione dei locali ove si esercita, anziché ridurre  il fenomeno della tratta, come pretendono i promotori dei due referendum, lo incentiva.

Le condizioni di lavoro nei bordelli stranieri risultano, poi, pessime, come ho già dimostrato in un precedente articolo. E' improbabile che in Italia possano essere offerte  alle donne prostituite maggiori garanzie, migliori condizioni e minore intensità di sfruttamento, tanto più che il nostro mercato del lavoro è uno dei più flessibili, precari e deregolamentati del mondo.

Uno dei due quesiti referendari proposti prospetta addirittura l'abrogazione totale del reato di sfruttamento della prostituzione, e dunque, la legalizzazione di qualsiasi forma di prossenetismo: da quello degli imprenditori del sesso a quello del classico magnaccia, una figura di intermediario parassita che vive dei proventi della vendita del corpo altrui. Il prevedibile risultato che si conseguirebbe, in caso di approvazione del referendum, sarebbe quello di intensificare lo sfruttamento, di favorire l'ulteriore espansione del fenomeno della violenza nei confronti delle donne prostituite, violenza esercitata, appunto, in prevalenza, da clienti e prosseneti e di incentivare la tratta. Com'è possibile, infatti, combatterla efficacemente  se non si persegue lo sfruttamento della prostituzione? E com'è possibile affermare che quest'ultimo può essere stroncato abrogando la legge che lo configura come reato

La riapertura delle case chiuse non  comporterebbe neppure la riduzione della prostituzione irregolare e sommersa, come dimostra il caso olandese, dove essa rimane ampiamente diffusa e soggetta ad una continua espansione, tanto da rappresentare ad Amsterdam quasi la metà del totale. 

A me pare che questi due referendum, di assai dubbia legittimità, oltre a promuovere la trasformazione dello Stato in sfruttatore  dell'acquisto dei corpi delle donne, si prefiggano l'obiettivo efficacemente sintetizzato dalla sprezzante espressione impiegata da uno dei proponenti: il sindaco leghista di Mogliano Veneto: "In oltre puliremo le strade dall'indecoroso fenomeno della prostituzione su strada." 

L'atto della pulizia pare implicare una concezione delle donne prostituite come rifiuti che devono essere rimossi dalle strade e occultati alla vista dei cittadini degni di rispetto o come germi che rischiano di contaminare le linde vie delle città.  Si tratta di un tentativo di reclusione di figure marginali, nonché di una forma di stigmatizzazione, di disprezzo, anzi, di deumanizzazione delle donne prostituite, colpevoli, con la loro sola presenza "indecorosa", di produrre degrado urbano.

Non è certo questo il modo appropriato per affrontare una questione delicata come la prostituzione.

Un’azienda usa la pubblicità per promuovere un principio etico. Oppure, un’azienda usa un principio etico per farsi pubblicità. Due modi di vedere che danno luogo a due giudizi opposti sul rapporto tra la pubblicità commerciale e le campagne di sensibilizzazione.

In realtà le due situazioni possono conciliarsi. Anche dal punto di vista di chi, come me, ha una visione negativa del commercio, del mercato, delle aziende, del capitalismo e preferirebbe un ordinamento economico e sociale di tipo socialista. Poichè, siamo in questo sistema, finchè ci stiamo, vale il principio costituzionale secondo cui «l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale». Meglio ancora, se tenta di avere una utilità sociale.

Può essere il caso della Yamamay che per vendere mutande si esprime contro la violenza sulle donne. Suscitando un dibattito tra favorevoli (che valorizzano il passo avanti) e contrari (che vedono solo una strumentalizzazione). Preferisco collocarmi tra i favorevoli, pur condividendo alcune critiche.

In primo luogo, è un buon segno che un’azienda ritenga sia meglio usare la lotta alla violenza per vendere, anziché il contrario. Vi sono aziende che ritengono invece sia meglio usare il femminicidio per farsi pubblicità. Elle MacPherson vende lingerie mostrando una donna seminuda distesa sulla moquette. Forse colpita, forse morta. L’allusione è inquientante. Un’allusione usata da Clendy per vendere strofinacci. Altre alludono alle botte. Altre alla violenza sessuale. Oltre alle tantissime che oggettivizzano il corpo delle donne. Lo esibiscono come preda. Ne fanno tanti pezzi di carne. Contribuendo a disinibire l’idea che violenze e molestie siano lecite, o quanto meno comprensibili.

La scelta di una pubblicità o di un altra rimanda all’idea di ciò che è ritenuto vincente, accettabile, socialmente compatibile. Qualsiasi persona normale e di buon senso si dichiara contro la violenza. Ma c’è chi la considera intollerabile, come se fosse una cosa fuori dal mondo, e chi la considera tra le cose che capitano, come fosse normale. C’è chi si indigna, chi si incuriosisce, chi si eccita. E’ complicato valutare i valori di un’azienda attraverso la sua pubblicità. Possiamo invece meglio comprendere come attraverso la sua pubblicità, un’azienda percepisce i valori più importanti o i valori emergenti del target a cui si rivolge. Come fosse un termometro. Se un’azienda decide di fare pubblicità contro la violenza, vuol dire che in una parte significativa della società, quel valore si sta affermando come prioritario, come dirimente. Coglie una tendenza che può contribuire a rafforzarla ulteriormente. Questo va valorizzato anche come frutto del lavoro del movimento delle donne.

Il sospetto della strumentalizzazione può essere esteso a qualsiasi prodotto commerciale tratti un tema etico, compresa la lotta alla violenza. Libri, giornali, trasmissioni televisive. Ma anche prodotti non commerciali. Partiti, politici, istituzioni. Persino blog, che magari rivendicano primati su argomenti e notizie, ed esigono di essere citati. E’ la psicologia del concepirsi come prodotto da affermare. Scrittori e giornalisti sono accusati di voler far soldi o di averli fatti e di pensare infine solo al loro successo. Ad un blogger si imputa il desiderio della microfama. Volendo, tutto è riducibile a marketing.

Curiosamente, la posizione di principio anticommerciale, contraria all’oggettivazione della lotta contro la violenza, al farsi brand del femminicidio, viene sostenuta proprio dalle fonti che rivendicano il diritto di mercificare la sessualità, persino come mezzo di emancipazione.

Di ogni soggetto va valutato il contributo che effettivamente dà e può dare, indipendentemente da quello che lui o lei può ricavarne. Comprese le aziende.

Se il motto «nel bene o nel male, purché se ne parli» può valere per tutti i comunicatori, specie per quelli meno capaci, può valere anche per la violenza e per tutti quei fenomeni che, per proliferare, hanno bisogno prima di ogni altra cosa del silenzio. La violenza maschile come la violenza mafiosa prima di ogni altra cosa, non si fonda su una cattiva comunicazione, o su una comunicazione in malafede. Si fonda sull’omertà. Prima di tutto è importante che se ne parli, come si parla di un tema molto importante, fino a diventare una priorità. Poi certo, critica aperta e serrata su come se ne parla. In questo senso Yamamay va tampinata perchè faccia meglio, non perchè non faccia.

Riguardo le critiche mosse, condivido quella che deplora l'uso politicamente scorretto del termine «bastardo» (usato anche per indicare i figli illegittimi o i meticci) e il fatto che il messaggio denunci il violento, senza però dare alcuna indicazione su come aiutarsi o aiutare, a cominciare dall'indicare con evidenza il numero telefonico dei centri antiviolenza e dall'invitare a sostenerli finanziariamente, magari dando il buon esempio come azienda. Da segnalare inoltre l'ultima sbavatura della pagina Facebook dedicata alla campagna pubblicitaria, dove in uno stato si asseconda una idea negativa di femminismo, là dove si dice  «Non siamo contro gli uomini, non siamo femministi, siamo contro la violenza.» Senza rendersi conto che se persino un'azienda ha maturato, o da mostra di aver maturato, questa sensibilità, lo si deve principalmente al femminismo. Che non è un movimento contro gli uomini, ma per la parità dei diritti e delle opportunità. Yamamay ha da imparare a gestire lo spam dei mascolinisti senza fare scivoloni pericolosi.

Sulla rappresentazione dell'occhio nero abbiamo già detto nell'articolo di Cristine Rama sul disprezzo delle vittime. Le donne che subiscono violenza spesso si ritrovano i lividi addosso. Anche intorno agli occhi. Rappresentare quei lividi è rappresentare la verità. Come lo è rappresentare lividi e ferite sanguinanti dovute alle violenze delle manganellate in piazza o rappresentare i volti sfigurati dall'acido. Sarebbe davvero imbarazzante se si dicesse che una faccia sfigurata è un cliché. Dirlo di un occhio pesto invece sembra normale. Il giudizio sull'efficacia di un messaggio dipende dai valori che presiedono il giudizio. Se, per assurdo, le donne fossero orgogliose dei loro lividi come i guerrieri delle proprie ferite e cicatrici, i lividi potrebbero essere mostrati, senza discussione. Se invece si ritiene che le donne debbano vergognarsi dei loro lividi, perchè prova di colpa, di inadeguatezza, di debolezza (come se la debolezza fisica fosse un disvalore) allora il mostrarli sarà ritenuto inefficace, e si cercherà la soluzione nell'occultarli. Le stesse vittime di violenza occultano i segni delle botte. Le stesse campagne antiviolenza dovrebbero fare lo stesso per essere efficaci, ma è una efficacia che si iscrive nella mentalità prevalente, quella per cui sono le vittime a doversi vergognare. L'efficacia del messaggio dovrebbe invece contrastare anche questa mentalità. Non è il cliché dell'occhio nero che va superato, ma il cliché della vergogna per l'occhio nero.

Quello che semmai può essere contestato nelle rappresentazioni della violenza sono le interpretazioni ammiccanti, seducenti, sexy. Quelle pose che sembra comunichino un nesso tra l'essere attraente, provocatorio della preda, e il comportamento del predatore caduto (inevitabilmente?) in tentazione.

Confronta con:

Il prossimo 6 agosto 2013 è il 68 esimo anniversario del bombardamento di Hiroshima.

Libri universitari patriottici americani hanno insegnato che tutto quello che facevano inglesi e americani durante la guerra era onorevole, tutto quel che facevano gli avversari era barbarico. Questi libri hanno propagandato la vulgata della fine gloriosa della guerra contro il Giappone.

Il generale Douglas MacArthur, divenuto comandante supremo delle forze alleate in Giappone con potere di controllo assoluto sulle istituzioni giapponesi, confiscò e distrusse tutte le prove fotografiche sugli orrori dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaky.

Nel 1995, la Smithsonian Institution stava preparando un documentario per fare una onesta ricostruzione storica dei bombardamenti atomici, ma gruppi reazionari di destra e di potere, tra cui il gruppo di New Gingrich, speaker del congresso, hanno orchestrato una campagna contraria e minacciato l’interruzione dei finanziamenti federali all’Istituto, costringendo la Smithsonian a censurare parte della sua opera.

Il ricatto agli storici della Smithsonian e il controllo sui media tradizionali ha impedito all’opinione pubblica di apprendere una importante questione storica: la guerra poteva finire nella primavera del 1945, senza i bombardamenti atomici, senza il bagno di sangue a Okinawa per migliaia di marines americani, e senza il bisogno di una invasione americana del territorio giapponese, base della successiva campagna di propaganda volta a giustificare l’uso delle armi atomiche sulle popolazioni civili inermi, in risposta all’accusa di avere commesso un crimine contro l’umanità.

L’intelligence americana, con la piena consapevolezza dell’amministrazione Truman, era a conoscenza della disperata ricerca giapponese del modo di arrendersi onorevolmente, già molti mesi che Truman desse l’ordine fatale di incenerire Hiroshima.

Dati di intelligence, rivelati nel 1980, hanno mostrato che i piani di emergenza per una invasione Usa su larga scala (prevista per non prima del 1 novembre 1945) non erano necessari. Il Giappone stava lavorando ai negoziati di pace attraverso il suo ambasciatore a Mosca agli inizi di aprile del 1945. Truman conosceva questi sviluppi, perchè da anni gli Stati Uniti avevano violato i codici giapponesi e tutti i messaggi militari e diplomatici del Giappone venivano intercettati. Il 13 luglio 1945, il ministro degli Esteri Togo disse: «La resa incondizionata (rinunciare a ogni sovranità, soprattutto deporre l'imperatore) è l'unico ostacolo alla pace».

Truman e i suoi consiglieri conoscevano questi sforzi. La guerra sarebbe potuta finire con la diplomazia, semplicemente accettando di salvaguardare nel dopoguerra una posizione simbolica per l’imperatore Hirohito, considerato una divinità in Giappone. Questa concessione ragionevole fu - apparentemente in modo illogico - rifiutata dagli Stati Uniti con la loro richiesta di resa incondizionata. Eppure il Giappone continuò la ricerca di una pace onorevole attraverso i negoziati.

Anche il segretario alla guerra Henry Stimson dichiarò: «La vera questione non era se la resa sarebbe stata possibile senza l’uso della bomba, ma se un diverso corso diplomatico e militare avrebbe portato ad una resa in precedenza. Una larga parte del governo giapponese era pronta nella primavera del 1945 ad accettare sostanzialmente le stesse condizioni infine concordate». In altre parole, Stimson ritenne che gli Stati Uniti avevano inutilmente prolungato la guerra.

Dopo che il Giappone si arrese, MacArthur permise all’imperatore di rimanere al suo posto come capo spirituale del Giappone, la stessa condizione prima negata che costrinse la dirigenza giapponese a rifiutare l’umiliazione della «resa incondizionata».

Così, le due domande essenziali a cui si deve rispondere per comprendere cosa stava succedendo dietro le quinte, sono queste: 1) Perchè Gli Stati Uniti si rifiutarono di accettare la sola richiesta del Giappone per la sua resa - il mantenimento dell’imperatore e 2) perchè furono usate le bombe atomiche quando la vittoria nel Pacifico era già una certezza?

Poco dopo la seconda guerra mondiale, l’analista militare Hanson Baldwin scrisse:
«Al momento della dichiarazione di Potsdam, effettuata il 26 luglio 1945, che insisteva sulla richiesta di resa incondizionata, la situazione strategica dei giapponesi sul piano militare era senza speranza».

L’ammiraglio William Leahy, capo di stato maggiore, ha dichiarato nelle sue memorie di guerra:
«E 'mia opinione che l'uso di questa arma barbara a Hiroshima e Nagasaki non sia stato di alcun aiuto materiale nella nostra guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi a causa dell’efficacia del blocco marittimo e del successo dei bombardamenti effettuati con le armi convenzionali. La mia sensazione nell’usare per primi quell’arma è stata quella di adottare un principio etico comune ai barbari del medio evo».

E il generale Dwight D. Eisenhower, in una visita personale al presidente Truman un paio di settimane prima dei bombardamenti su Hiroshima e Nagasaky, lo esortò a non usare le bombe atomiche. Eisenhower disse:
«Non era necessario colpirli con quella cosa orribile (...) di utilizzare la bomba atomica, di uccidere e terrorizzare i civili, senza nemmeno tentare [negoziati], era un doppio crimine».

Una serie di fattori contribuirono alla decisione dell'amministrazione Truman di usare le bombe.

1) Gli Stati Uniti fecero un enorme investimento di tempo, di intelligenza, di denaro (2 miliardi di dollari nel 1940) per la produzione di tre bombe e non c’era nessuna inclinazione, né il coraggio, di fermarsi.

2) La leadership politica e militare degli Stati Uniti - come molti americani comuni - ebbe un enorme desiderio di vendetta a causa di Pearl Harbor. La misericordia non è nella mentalità dei militari degli Stati Uniti, nè del popolo stanco della guerra. Così le missioni contro Hiroshima e Nagasaky furono accettate, senza fare domande, dalla maggior parte di quelle persone che conoscevano degli eventi solo la versione sterilizzata della sicurezza nazionale.

3) Il materiale fissile nella bomba di Hiroshima era all'uranio. La bomba di Nagasaki era una bomba al plutonio. La curiosità scientifica fu un fattore significativo che spinse il progetto fino al suo completamento. Gli scienziati del progetto Manhattan (e il cordinamento gestionale-amministrativo, il generale Leslie Groves) erano curiosi di sapere «Cosa sarebbe successo se una intera città fosse rasa al suolo da una bomba all'uranio?» «Che dire di una bomba al plutonio?»

La decisione di utilizzare entrambe le bombe fu fatta con largo anticipo rispetto al mese di agosto 1945. Accettare la resa del Giappone non era un'opzione reale, se la volontà era quella di andare avanti con l'esperimento scientifico. Naturalmente l'intervallo di tre giorni tra le due bombe era vergognosamente corto, se la bomba di Hiroshima è stato progettata per costringere la resa immediata. Le comunicazioni e le capacità di trasporto del Giappone erano nel caos, e nessuno, nemmeno i militari USA, tanto meno l’alto comando giapponese, poteva comprendere completamente quello che era successo a Hiroshima. (Il Progetto Manhattan era così top secret che anche Douglas MacArthur, comandante generale di tutto il teatro del Pacifico, era stato escluso dalle informazioni fino a cinque giorni prima di Hiroshima.)

4) I russi avevano proclamato la loro intenzione di entrare in guerra con il Giappone 90 giorni dopo il VE Day (il giorno della vittoria in Europa, 8 maggio), quindi l’8 agosto, due giorni dopo il bombardamento di Hiroshima. In effetti, la Russia dichiarò guerra al Giappone l'8 agosto e stava avanzando verso est attraverso la Manciuria quando Nagasaki fu incenerita. Gli USA non volevano che il Giappone si arrendesse alla Russia, nè volevano condividere il bottino di guerra.

La Russia stava per essere l'unica altra superpotenza - e il futuro nemico - così i primi minacciosi "messaggi" nucleari della Guerra Fredda furono inviati. La Russia infatti ricevette molto meno del bottino di guerra previsto, e le due superpotenze furono immediatamente impantanate nello stallo della guerra fredda che portò alla insostenibile corsa agli armamenti nucleari e alla possibilità di totale estinzione della razza umana. Quel che è accaduto è stato il reciproco fallimento morale e finanziario di entrambe le nazioni a causa della follia militare di due generazioni.

Si stima che circa 80.000 civili innocenti, più di 20.000 giovani giapponesi di leva senza armi siano morti all'istante nel bombardamento di Hiroshima. Centinaia di migliaia di persone hanno sofferto morti lente da ustioni agonizzanti, malattie da radiazioni, leucemie, anemie e infezioni incurabili per il resto della loro vita abbreviata. Generazioni di discendenti sopravvissuti sono stati afflitti da terribili malattie indotte da radiazioni, tumori e morti premature, tuttora in corso.

Un'altra vergognosa realtà che è stato coperta è l’esistenza ben nota al comando degli Stati Uniti del fatto che 12 piloti della Marina americana sono stati immediatamente inceneriti nel carcere di Hiroshima il giorno fatidico.

Così la versione ufficiale approvata dal Dipartimento alla fine della guerra nel Pacifico conteneva nuovi miti che hanno preso il loro posto nella lunga serie mitologica con cui gli americani sono stati continuamente alimentati dagli opinion leader politici e militari e dal potere mediatico, modificando l’efferatezza della guerra in un processo di glorificazione. L’elenco dei fatti censurati necessari alla comprensione di cosa è realmente accaduto include le invasioni militari statunitensi e le occupazioni dei paesi della Corea del Nord, Iran, Vietnam, Laos, Cambogia, Libano, Granada, Panama, Filippine, Cile, El Salvador, Nicaragua, Guatemala, Honduras, Haiti, Colombia, Kuwait, Iraq, Afghanistan, ecc, ecc Un elenco che esclude gli innumerevoli segreti del Pentagono / CIA su operazioni segrete, complotti e assassini nel resto del mondo, dove molte nazioni contengono basi militari americane (ottenute pagando generosamente o con la corruzione o con minacce di sanzioni economiche). (...)


Nella grandissima maggioranza dei casi la pornografia propone un'immagine femminile in posizione di subordinazione, servilismo, disponibilità e degradazione; le donne sono presentate come oggetti sessuali, come merci; sono deumanizzate in molti modi diversi; sono raffigurate come vittime che godono dell'umiliazione e del dolore subiti. Tutto ciò non può che rinforzare un modello subalterno e strumentale di femminilità.

In effetti i risultati scientifici sono unanimi nel porre in luce come il consumo pornografico produca una serie di conseguenze negative nelle relazioni tra uomini e donne, mostrando come l'esposizione alla pornografia porti gli uomini a considerare meno attraenti le loro partner, ad essere meno soddisfatti delle relazioni affettive e sessuali che intrattengono con loro, a desiderare rapporti sessuali privi di coinvolgimento emotivo, a essere più propensi a descrivere le donne in termini oggettivanti e a percepire maggiori differenze tra i generi (American Psychological Association, 2010, Frable et al, 1997).

Il problema più grave deriva però dal fatto che tutte le ricerche condotte in ambito piscosociale mostrano come il consumo di pornografia violenta aumenti la tendenza degli uomini ad agire in modo violento nei confronti delle donne. Ora, a partire dell'ultimo decennio dello scorso secolo, la pornografia ha accentuato la sua componente sopraffattrice e sadica, proponendo sempre più frequentemente immagini di violenza estrema in cui le donne sono vittime. [...] Nella produzione più recente, il godimento femminile è sempre più appannato, la donna è ridotta a semplice oggetto in un orizzonte di violenza agita per affermare il potere maschile. Secondo Pietro Adamo, " da metà anni Novanta la messa in scena hard ha privilegiato una potente e prepotente iconografia della violenza, organizzata in massima parte su meccanismi di esplicita subordinazione della femmina da parte del maschio". L'estremizzazione narrativa che punta esclusivamente alla subordinazione, oggettivazione e umiliazione della donna, rinvia ancora una volta al backlash, alla rivincita e al contrattacco maschili, che usano la violenza agita nella pornografia come strumento di punizione e riscossa, in un sogno, vano, ma foriero di tragedie, di restaurazione post-femminista. 

[...] Come accennato, molti studi empirici hanno fornito prove dell'esistenza di uno stretto legame tra pornografia e violenza. Guardare materiale pornografico crea un clima di accettazione della violenza sessuale e aumenta i pregiudizi legati allo stupro, come indicato da una recente meta-analisi ( Hald G.M, Malamuth N., Yuen C, Pornography and attitudes supporting violence against women: revisiting the relationship in nonexperimental studies, «Aggressive Behavior», n.36, pp.14-20, 2010)

[Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, editori Laterza, 2013, pp.91-93]

Vedi anche:

Andrea Scanzi, giornalista del Fatto Quotidiano, concede a SEL di essere opposizione a fronte delle rimostranze dei cinque stelle, che rivendicano l'esclusiva e a cui comunque riconosce il primato, senza appunti o disappunti.

SEL invece qualche appunto se lo merita, poichè al nostro magnanimo giornalista non piace «l'approccio qua e là retorico, un po’ troppo equilibrista e più ancora veterocomunista, come attestano le supercazzole enfatiche di Vendola o gli afflati “femministaioli” militanti (cit Gaber) di Laura Boldrini»

Il femminismo a Scanzi sta antipatico. Lo cita volentieri a sproposito. Populismo femminista è volere una presidente della repubblica donna. Orgasmi delle para femministe quelli per le lacrime di Santa Fornero

In occasione del concertone del primo maggio si distingue per una vigorosa difesa di Fabri Fibra: canta lo stupro, ma è antimoralista e la nobiltà alla lunga è noiosa. Un argomento difensivo immediatamente eccitante. Senza farsi mancare il tono insolente nei confronti dei centri antiviolenza che avevano contestato la partecipazione del cantante. Femministe con cipiglio ottuso che piaiono dedicarsi unicamente alle facezie.

Invece nessun appunto sulla violenza verbale e le varie sparate razzistoidi e fascistodi del M5S: l'apertura a CasaPound, l'apprezzamento del fascismo delle origini, le ambiguità sul 25 aprile, gli insulti al parlamento con tanto di effige mussoliniana, la negazione dello ius soli, i kabobo d'Italia, per criminalizzare gli stranieri di pelle nera, in concorrenza con la Lega.

Niente. A dare fastidio sono gli afflati femministaioli.

Non segnalo qui una incoerenza, bensì una coerenza. L'avversione al femminismo e la tollerenza del razzismo si accompagnano molto bene.

P.s. Aggiornamento (25.09.2013). Laura Boldrini ad un convegno su "Donne e Media" dice basta allo stereotipo degli spot pubblicitari che rappresentano le donne solo in ruoli e funzioni subordinate, tipo la mamma che serve a tavola papà e figli comodamente seduti e (sorpresa!) Andrea Scanzi non lo digerisce. Insulta Laura Boldrini su FB. E lo ribadisce su Twitter. Fa lo "spiritoso" che si vanta di essere servito dalla sua compagna. Ovviamente criticato, torna ad esporre i suoi sentimenti contro l'ira funesta della "femministaiole militanti" (cit). Un concentrato di ericajongismo d'accatto e veterofemminismo-de-sinistra.



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