di Maud Gelly - 20 luglio 2004.
Lega Comunista Rivoluzionaria
(Traduzione di Maria Rossi)


Le violenze contro le donne non sono determinate da crisi individuali, come a molti piacerebbe credere, ma sono prodotte da un sistema: il patriarcato.

Le violenze esercitate sulle donne sono multiformi: si tratta di atti che, con la minaccia, la costrizione o la forza, infliggono loro, nella vita privata come in quella pubblica, sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche allo scopo di intimidirle, di punirle, di attentare alla loro integrità fisica e psicologica. In contrasto con il puro e semplice conflitto, la violenza è perpetrata in modo distruttivo ed unilaterale: il vincitore è sempre lo stesso. Le violenze possono essere commesse nello spazio pubblico, nel luogo di lavoro e, soprattutto, nell'ambito della famiglia: due stupri su tre avvengono in famiglia e uno su due nell'ambito della coppia, una donna su dieci ogni anno è vittima di violenze coniugali [n.d.t si tratta, naturalmente, di statistiche francesi] [..] e la violenza è la prima causa di morte delle donne dai 16 ai 44 anni in Europa. Le violenze sono una colonna portante del patriarcato, che non è una sommatoria di discriminazioni, ma un sistema coerente che plasma tutti gli ambiti della vita collettiva ed individuale. La violenza contro le donne non è una sommatoria di infelici storie individuali, ma è un fatto sociale. [..]

L'appropriazione delle donne

Dalla mano sul sedere nel métro all'assassinio, tutte le donne conoscono la violenza. Benché le violenze fisiche sembrino più gravi, esiste un continuum tra violenze psicologiche, verbali e fisiche. Il tabù della violenza è così forte che bisogna spesso che essa evolva in violenza fisica perché quella psicologica sia percepita come tale dalle donne. Gli uomini violenti agiscono secondo una strategia ben precisa e controllano molto bene il progredire delle violenze: è per questo che dopo un periodo di violenze verbali, le percosse iniziano spesso durante la gravidanza, perché i violenti sanno che a questo punto le donne sono "intrappolate" e li lasciano meno facilmente; è per questo che si comportano gentilmente dopo aver commesso atti di violenza: per dissuadere le donne dal denunciarli (è la "luna di miele" tipica del ciclo della violenza); è per questo sono spesso molto affabili: per non suscitare sospetti negli ambienti che frequentano [...]

In breve, la violenza è connessa contemporaneamente ai rapporti sociali di dominio e a una strategia perfettamente calcolata che mira all'appropriazione della vita e del corpo delle donne. Siamo ben lontani dal mito che vuole che la violenza si spieghi con la perdita del controllo, con il "raptus", con la pulsione sessuale irrefrenabile. Il carattere sistematico delle violenze  mantiene le donne immerse in un clima di paura e la paura cambia il loro comportamento, le porta a piegarsi alle esigenze del compagno o del padre, a evitare i vicoli scuri o l'autostop, ad autocensurarsi e a non fare quel che vogliono, quando e dove lo vogliono: le violenze impongono un vero e proprio codice di condotta alle donne.

D'altro canto, le lesbiche e le donne che cambiano frequentemente partner sono più soggette alle violenze fisiche, come se dovessero pagare la loro estraneità alla norma sociale.

Strumento di controllo sociale delle donne, la violenza mostra fino a che punto gli uomini possano arrivare per mantenere i rapporti di forza a loro favore.

Un problema strutturale

Questa analisi femminista si contrappone ad altre interpretazioni di differente orientamento politico, ma che hanno in comune la minimizzazione delle violenze e la negazione del loro carattere strutturale. Si tratta di analisi che fanno della violenza una questione di incapacità di gestione delle relazioni interpersonali, un problema di cattivo carattere, una conseguenza dell'alcolismo, la manifestazione di una presunta arretratezza culturale, [...] un danno collaterale del capitalismo, la manifestazione di disturbi psichiatrici. La scelta dello schema di analisi delle violenze ha evidentemente delle conseguenze pratiche in termini di lotta per porvi fine. Le rivoluzionarie e i rivoluzionari devono contrastare queste interpretazioni delle violenze contro le donne, che portano a depoliticizzarle. La battaglia contro queste violenze non è una questione morale, è una questione politica, nel senso che esse sono l'espressione dei rapporti sociali [tra i sessi] e lo strumento della loro conservazione [...]

Le violenze attraversano tutte le classi sociali. Ma le condizioni di precarietà e di isolamento rendono più difficile la presa di coscienza dei propri diritti e il ricorso ai servizi appropriati, [...] e la mancanza del permesso di soggiorno rende molto difficile il ricorso alle istituzioni. In breve, se le violenze sono un fenomeno interclassista, le donne delle classi popolari devono superare molti più ostacoli per spezzare le loro catene.

Ostacoli creati dai governanti [...] La legge del 2002, adottata su iniziativa della lobby mascolinista, che la chiama infatti "legge Ségolène Royal /SOS Papa" [n.d.t. è una delle maggiori associazioni dei padri separati francesi] mistifica la rivendicazione femminista della condivisione del lavoro di cura e, rimuovendo il fatto che la metà delle separazioni sono dovute alle violenze coniugali, istituisce il principio del mantenimento dei rapporti del bambino con entrambi i genitori in caso di separazione, principio che ha comportato l'incarcerazione di donne che si opponevano al diritto di visita dei bambini da parte di padri violenti. La convenzione di Ginevra non riconosce come rilevanti ai fini dell'ottenimento del diritto di asilo le violenze sessiste o lesbofone, i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali, gli stupri di guerra e ciò costituisce una negazione flagrante del carattere politico di queste violenze. Esiste quindi una vera e propria tolleranza sociale delle violenze, che si manifesta con tali provvedimenti politici, ma anche con la cattiva applicazione delle leggi, la pubblicità sessista o i discorsi che fanno l'apologia della prostituzione come vettore della liberazione sessuale e della sovversione dell'ordine morale.

Eppure la prostituzione, che mette a disposizione degli uomini, dei loro presunti desideri incontrollabili, un certo numero di donne spinte sul marciapiede dalla povertà e dalla globalizzazione neoliberista, non intacca minimamente né l'ordine sociale sessuale né la doppia morale sessuale. Ne è soltanto la caricatura. La prostituzione è una violenza e nessuna spiegazione psicologica fondata sulla libera scelta di prostituirsi resiste alla prova dei fatti: prima che i loro Paesi passassero da un'economia di piena occupazione al capitalismo selvaggio, le donne dell'Europa dell'Est non erano tentate dalla prostituzione ed è la rapida pauperizzazione che le ha fatte entrare nella prostituzione a migliaia. Quanto all'industria pornografica, è sufficiente fare un giro sui siti specializzati per comprendere che i suoi moventi sono, non il piacere sessuale, ma il piacere di dominare e di umiliare e le rappresentazioni razziste della sessualità delle donne straniere:quando, per 4500 Euro all'ora, delle donne africane sono riprese mentre fanno sesso con dei cani, di quale sessualità si tratta?

Una violenza minimizzata

Da qualche tempo, alcuni intellettuali come Marcela Iacub, Hervé Le Bras ed Élisabeth Badinter si fanno portavoce di questa pseudo liberazione sessuale e minimizzano la violenza che farebbe parte, secondo loro, della normale sessualità. Rimproverano alle femministe di "vittimizzare" le donne mediante la denuncia delle violenze e sostengono che le violenze non esistono se non in quelle che Badinter chiama "sacche di arretratezza". Ora: se non è effettivamente facile né esaltante scoprirsi vittima, si tratta però di una tappa necessaria per prendere coscienza dell'oppressione e per lottare per porvi fine. Sono piuttosto coloro che rifiutano di sentir parlare delle violenze che bloccano le donne nella loro condizione di vittime, privandole degli strumenti per ricostruire la propria vita. Queste teorie reazionarie, che assumono una parvenza sovversiva, riscuotono un certo successo, anche tra la sinistra radicale, e bisogna combatterle per quello che sono: un attacco politico al femminismo che si inserisce nel backlash (nel riflusso, cioè, dopo il conseguimento di alcune conquiste femministe).

L'altro ragionamento da combattere è quello che consiste nell'accusare le femministe di fare il gioco dei politici securitari denunciando le violenze. Nessuno oserebbe fare un ragionamento simile contro le denunce delle violenze razziste. Il suo uso contro le femministe significa che la lotta contro le violenze sessiste è considerata meno politica della lotta contro le violenze razziste. [...]

Cosa vogliamo

Vogliamo una legge quadro che si ispiri a quella ottenuta dalle femministe spagnole, che riguardi le violenze sessiste e lesbofobe, quelle fisiche, sessuali e psicologiche commesse nell'ambito della famiglia e della coppia (anche dopo la separazione), sul luogo di lavoro e nello spazio pubblico e che sia integrata da misure di carattere preventivo ed educativo; vogliamo il sostegno economico e giuridico alle vittime, la sanzione dei violenti, una casa e un impiego, il diritto d'asilo, il permesso di soggiorno alle vittime straniere, la formazione degli operatori interessati alla questione, il divieto della pubblicità sessista. Esigiamo gli strumenti per applicare una legge di questo tipo. Un grande sviluppo dei servizi pubblici contro la violenza sulle donne, con centri antiviolenza, case rifugio e personale preparato. L'abrogazione della legge Sarkozy sulla sicurezza, che criminalizza le prostitute.



di Maria Rossi


La femminista tedesca Alice Schwarzer ha scritto un libro intitolato Prostitution - ein deutscher Skandal (Prostituzione: uno scandalo tedesco). Non temete: nessun editore italiano tradurrà e pubblicherà il testo, così come nessuna redazione giornalistica si impegnerà ad esporne il contenuto.

In compenso, c'è chi si preoccupa di definire le presentazioni del libro finti dibattiti, quasi che la scrittrice non potesse invitare a discuterne chi le aggrada, compresi attori sociali, tra cui un'ex donna prostituita, i cui dati ed informazioni sono riportati nel testo in questione. Vorrà dire che la prossima volta la signora Alice Schwarezer sarà così gentile da far selezionare i suoi interlocutori e le sue interlocutrici dalla Frankfurter Allgemeine, alla quale sarebbe magari opportuno richiedesse la debita autorizzazione prima di azzardarsi a scrivere un altro libro del genere.

Consideriamo ora le cifre che sarebbero state fornite da Alice Schwarzer nel corso della presentazione del suo testo a Berlino, numeri che fanno riferimento alla prostituzione nel mondo, non solo a quella tedesca. Riporterò i dati di cui dispongo con indicazione delle fonti da cui li ho attinti.

L'89% delle 854 persone prostituite intervistate da Melissa Farley ha espresso la volontà di abbandonare la pratica dei rapporti mercenari, se ne avesse la possibilità. [Melissa Farley et al., Prostitution and trafficking in nine countries: an update on violence and post-traumatic stress disorder, 2003, pp.34 e 56 ]

Secondo dati del 2008 riportati dall'organizzazione TAMPEP il 65% delle donne prostituite in Germania sarebbe di origine straniera: il 42% proverrebbe dall'Europa Centrale, il 16% dall'Europa dell'Est, l'8% dal Baltico, il 3% dai Balcani, il 15% dall'Asia, il 10% dall'America Latina e il 5% dall'Africa [Licia Brussa, TAMPEP International Foundation, TAMPEP-Netherlands, Sex work in Europe, A mapping of the prostitution scene in 25 European countries, 2009, pp.22-23] Secondo altri, invece, la percentuale delle donne prostituite straniere in Germania raggiungerebbe l'80% del totale. Sarebbero originarie soprattutto della Romania e della Bulgaria [Inchiesta di Der Spiegel, Bordello Germania. Come lo Stato incoraggia la tratta delle donne e la prostituzione, 26 maggio 2013, La versione originale qui]

Nel suo intervento, Alice Schwarzer sembra riferirsi però soprattutto alle correnti migratorie più recenti, caratterizzate, secondo i suoi dati, dall'afflusso nel mercato della prostituzione di ragazze provenienti soprattutto dall'Europa dell'Est.

La redazione di Giornalettismo riporta poi un dato che deriva dalla traduzione errata di una frase inclusa nell'articolo riassunto della Frankfurter Allgemeine. Secondo Alice Schwarzer il 90% delle prostitute sarebbero state costrette a cominciare a prostituirsi da piccole. L'espressione è poco chiara. Se si intende asserire che l'ingresso nella prostituzione avviene in età precoce, non si scopre nulla di particolarmente eclatante. Secondo i dati riportati da due studi citati da Melissa Farley (Silbert and Pines, 1982; Weisberg, 1985) il reclutamento delle ragazzine negli USA si verifica attorno ai 13-14 anni. [Melissa Farley et al., Prostitution and trafficking in nine countries..., cit., p.35]. Dalla sua ricerca emerge invece che l'età media di ingresso nella prostituzione si aggira attorno ai 19 anni. Tuttavia il 47% delle persone (quasi tutte donne) ha iniziato a praticare rapporti mercenari prima di aver compiuto i 18 anni [Ibidem, pp.39-41]. Prostituirsi a 14, 15, 16 o 17 anni può definirsi una scelta autodeterminata, pienamente consapevole, matura e ponderata? Per me decisamente no.

Il dato citato da Alice Schwarezer è però un altro: über 90 Prozent der Prostituierten schon als Kinder missbraucht worden seien. Oltre il 90% delle prostitute, asserisce la femminista tedesca, ha subito abusi nell'infanzia. Orbene: vi sono una miriade di studi che attestano una percentuale elevatissima di abusi sessuali (che oscilla dal 55% al 90% - 95%) subiti da bambine che sarebbero poi diventate prostitute. La maggioranza di loro è consapevole della forte influenza esercitata da queste esperienze traumatiche nel determinare il successivo ingresso nella prostituzione. Gli studi di cui sto parlando sono elencati da Melissa Farley in Prostitution and trafficking in nine countries [pp.35 e 56] e dalla psichiatra, specializzata in psicotraumatologia e vittimologia, Muriel Salmona nell'articolo Pour mieux penser la prostitution: quelques outils et quelques chiffres qui peuvent être utiles, pubblicato sul suo blog.  Ne cito solo due recenti. Melissa Farley nella sua ricerca condotta nel 2003 su 854 persone che si prostituiscono in strada e all'interno di edifici, originarie di 9 diverse nazioni, ha rilevato come il 59% di loro avesse subito maltrattamenti e il 63% abusi sessuali (4 in media) durante l'infanzia. [Melissa Farley, Prostitution and trafficking in nine countries, cit., pp.42-43] Nel 2006 uno studio australiano di Amanda Roxburgh ed altri condotto a Sydney tra 72 donne prostituite che esercitano in strada ha accertato come il 75% di loro avesse subito abusi sessuali prima del compimento dei 16 anni.

Fanno del male a qualcuno le prostitute, si chiedono i redattori del Giornalettismo? No, di certo. Sono gli altri che fanno del male a loro.

Vorrei riportarvi altri dati sulla prostituzione in Germania attinti dalla ricerca di Melissa Farley.

Il 52% delle prostitute intervistate ha dichiarato di essere stata minacciata con un'arma, il 61% di aver subito aggressioni fisiche, il 63% di essere stata stuprata e il 50% più di 5 volte nel corso della propria attività [Melissa Farley, Prostitution and trafficking in nine countries, p.43].

Fanno del male a se stesse le persone che si prostituiscono, chiedono gli estensori dell'articolo del Giornalettismo? Sì, purtroppo. Il 60% delle intervistate da Farley in Germania soffre di stress post-traumatico, un disturbo psicologico grave che si riscontra particolarmente nelle donne non prostituite che hanno subito uno stupro o sono state oggetto di violenze fisiche molto pesanti [Ibidem, p.47]. Molte donne che praticano rapporti mercenari abusano di alcool o di droga, soffrono di depressione, di nausea e di parecchi altri disturbi fisici, soprattutto ginecologici, e psicologici. Possono inoltre contrarre malattie sessualmente trasmissibili. Nei bordelli che hanno introdotto la tariffa forfettaria i clienti, dietro corresponsione di una determinata somma di denaro, possono consumare rapporti mercenari con tutte le donne che desiderano, per tutto il tempo che vogliono e in qualsiasi forma, inclusa la fellatio senza l'uso del preservativo, imposta ad esempio al Pascha, il più grande eros center tedesco [cfr Prostitution et Société].

Naturalmente ciò si traduce per le ragazze, soltanto l'1% delle quali ha stipulato un contratto di lavoro dipendente, in un ritmo infernale di sfruttamento, in una successione frenetica di rapporti sessuali di ogni tipo, inclusa la pratica della gang-bang. Teniamo anche presente che la concorrenza elevata proveniente dai Paesi impoveriti dell'Europa Centrale e dell'Est ha comportato una forte riduzione dei prezzi delle prestazioni, mentre l'affitto della stanza ove ci si prostituisce è tutt'altro che economico. Sempre al Pascha per 30 euro viene praticato un rapporto sessuale convenzionale od orale della durata di 15 minuti. Dalle 9 alle 15 la prestazione è gratuita e lo è anche per i pensionati, per chi festeggia il compleanno o, di venerdì, l'addio al celibato. In compenso l'affitto della stanza costa 160 euro al giorno [cfr. Prostitution et Société].

Spesso le ragazze dormono nel bordello e pagano per l'ospitalità dai 50 agli 80 euro a notte. E' questa la forza e la determinazione di cui parla Giornalettismo? E' questo il potere contrattuale delle donne prostituite in Germania?

Secondo l'assistente sociale Sabine Constable, quasi l'80% delle prostitute ufficialmente registrate a Stoccarda è di origine straniera. I due terzi provengono dai Paesi di nuova adesione alla UE, in particolare dalla Romania e dalla Bulgaria e sono prevalentemente di etnia rom, la più povera e sfruttata. Molte di loro richiedono solo 10 euro a prestazione e la maggior parte dei loro ricavi sono prelevati ed estorti dagli sfruttatori cui sono assoggettate. Secondo Constable, è probabile che esse siano autorizzate a trattenere per sé soltanto 200 euro al mese [cfr. Emma.de].

Un articolo pubblicato sul De Bild rivela che la maggioranza delle prostitute non lo è per libera scelta, ma per coercizione. Christian Zahel, capo dell'Ufficio sulla criminalità organizzata nel Land della Bassa Sassonia, dichiara che 9 ragazze su 10 praticano rapporti mercenari perché costrette. 
Questi soni alcuni dei dati di cui dispongo; questa la realtà che evidenziano. Una realtà che non si può negare.

 


di Maria Rossi


Non sono poche le ricerche psicologiche intrise di pregiudizi sessisti e fondate su un' attribuzione ai generi di ruoli rigidi, immodificabili. A questa categoria è ascrivibile uno studio della University of California Berkeley e della Northwestern University, secondo il quale la durata e la felicità del matrimonio risulterebbero funzionali all'assunzione da parte della donna della responsabilità esclusiva di ricomporre i conflitti di coppia.

Benché un certo grado di conflittualità sia normale, non comprendo, anzitutto, perché si dovrebbero consumare le energie nella preservazione di un rapporto che dovesse tradursi in una successione infinita di aspre liti, se non di violenze.

Ad ogni modo, è evidente che la ricerca in questione accolla alle donne il compito di farsi carico anche del comportamento maschile in nome di presunte maggiori competenze relazionali e di una supposta attitudine al perdono e alla riconciliazione.

L'uomo, invece, in nome di una ipotetica scarsa alfabetizzazione emotiva, può permettersi di innescare liti e conflitti anche bruschi e immotivati senza mai assumersene la responsabilità, senza mai chiedere scusa, senza mai cercare di riappacificarsi.

E' altresì evidente che in nome dell'armonia di coppia si esige dalla donna il riconoscimento di essere sempre in torto, la si invita a subire di tutto, ad assumere un atteggiamento di sostanziale subalternità alle presunte ragioni dell'altro, quasi che costui fosse dotato di facoltà razionali superiori e di maggiori competenze che gli consentono di evitare di commettere errori.

I nostri ricercatori non si sono chiesti se la mancata assunzione di responsabilità non possa invece alimentare negli uomini la presunzione di aver sempre ragione, l'insensibilità, l'arroganza, la prepotenza, l'incapacità di gestire i conflitti in modo costruttivo?

Ancora una volta, comunque, si procede indirettamente a colpevolizzare la donna che non si conforma ad un determinato comportamento, che non riconosce di aver sempre torto, che non tollera supinamente tutto, che non si piega alle superiori ragioni dell'uomo, che non si rivela abbastanza docile.

Bel modo di avvicinarsi al 25 novembre: giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Davvero! Complimenti a "la Repubblica".



di Tk


(...) Non si può poi, a mio parere, paragonare lo status di persone che vivono con pochi dollari al giorno a quello degli imprenditori che ricorrono ad un prestito bancario, neppure in senso paradossale, perché ciò finisce, lo si voglia o meno, con il comportare la rimozione delle profondissime disparità economiche e sociali che sussistono tra queste due categorie di soggetti. Gli imprenditori semmai sono i trafficanti, non certo le loro vittime!
(Maria Rossi)

Al limite il paragone si può fare con chi, a causa delle ingiuste politiche economiche che regolano il credito, si trova costretto a “scegliere” di mettersi nelle mani degli usurai. Così come, seguendo il ragionamento di Pietro Saitta, a causa delle restrittive politiche migratorie, le immigrate sono costrette a “scegliere” di mettersi nelle mani delle reti che gestiscono la tratta di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione.
Vittime di usura e vittime di tratta condividono “consapevolezza” e una “libertà” ben virgolettata?
Vogliamo definire l’usura “forma razionale di resistenza”? Possiamo sostenere che le vittime di usura e usurai sono dei “resistenti” che stanno dalla stessa parte contro l’ingiusto ordine mondiale?
Definire gli usurai criminali e l’usura (con la violenza che ne è parte sostanziale) come crimine che come tale va perseguito, è in contraddizione con la denuncia dell’ingiusto sistema che regola il credito e delle ingiuste politiche economiche mondiali?
Io dico di no.
Significa guardare con sguardo “coloniale”, significa “sovradeterminare”?
Dico di no.
Io dico che per esprimersi contro le disumane e scellerate politiche immigratorie non è necessario nobilitare tratta e sfruttamento fino a farne razionali atti di resistenza, nonché espressione di libertà. Così come per dirsi contrari alle scellerate e disumane guerre per “esportare democrazia” non è necessario ricorrere al relativismo culturale estremo che fa dei dittatori dei benefattori del popolo, negando a quei popoli la titolarità di diritti che sono universali, nonostante ci siano tra loro molti che subiscono (lo “scelgono”??) o addirittura appoggiano quelle dittature. 
Si può essere contrari alle disumane “guerre umanitarie” e contemporaneamente al fianco di chi lotta per vedersi riconosciuta la dignità di essere umano.
Il punto è che arrivati a donne e immigrati, da sempre, quello che per gli altri (maschi, bianchi e etero ) si chiama sfruttamento e alienazione, diventa “anche opportunità e investimento”. Quelli che per i maschi bianchi e etero sono vantaggi paradossali per loro impensabili, per donne e esseri umani di mondi altri sono “vantaggi” per cui è accettabile, perfino espressione di autodeterminazione e dignità di agency, decidere (decidere… mettiamoci un paio di virgolette e siamo a posto!) di prestarsi (!!) allo sfruttamento.
E allora legalizziamo il lavoro nero e magari anche la schiavitù. Signori miei, c’è crisi e per mangiare si può anche essere disposti a scegliere di prestarsi a qualche frustata. O no?!
Questa si che è una visione emica.



di Maria Rossi


Pietro Saitta ha controreplicato al mio articolo, senza citarmi, neppure questa volta. Si sa mai che a qualcuno venga in mente di leggere quel che scrivo e di conoscere un punto di vista differente dal suo! Caro dottore, sarebbe opportuno citare chi si critica per rispetto nei suoi confronti e, soprattutto, delle lettrici e dei lettori, che hanno il diritto di sapere a che cosa ci si sta riferendo e di seguire, se lo desiderano, il dibattito che si sta svolgendo per formarsi un'opinione autonoma e informata attraverso il confronto tra differenti punti di vista.

Ciò detto, ritengo che la mia posizione non si possa liquidare sbrigativamente con la frase: la tratta esiste e non è connessa alle politiche migratorie, il cui significato meriterebbe di essere illustrato con maggior chiarezza e compiutezza. Reputo pertanto opportuno riportare i brani in cui l'ho esposta:

«Poiché la tratta non comporta necessariamente né il trasferimento al di fuori dei confini nazionali, né lo spostamento da e verso Paesi che non aderiscono agli accordi di Schengen che prevedono la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri, ne consegue che essa può colpire anche le autoctone e le residenti nelle nazioni dell'Europa orientale che possono trasferirsi in Europa occidentale senza doversi procurare un permesso di soggiorno. Ciò significa che la tratta non costituisce un semplice epifenomeno delle politiche migratorie repressive che producono clandestinità, ma rappresenta invece una realtà che sussiste anche autonomamente, indipendentemente, cioè, dalle legislazioni di regolamentazione dei flussi migratori.
Sia chiaro. Sono assolutamente favorevole, per ragioni di giustizia sociale, all'applicazione del principio della libera circolazione di chiunque in qualsiasi regione del mondo, ma ritengo ingenuo e infondato ritenere che sia sufficiente abrogare le orrende legislazioni migratorie attuali per conseguire come effetto l'automatica abolizione della tratta che esiste anche laddove e nei casi in cui non vi sia immigrazione clandestina
Lungi da me, ovviamente, l'idea di negare l'influenza di queste ultime sul reclutamento in forma coercitiva delle cittadine africane, in quanto il costo del trasferimento negli Stati dell'Europa occidentale risulta proporzionale alle difficoltà di attraversamento delle frontiere»

Questa è la posizione che ho illustrato e che ho corredato di dati ed informazioni.

Nella sua replica, Saitta asserisce che affermare l'esistenza della tratta significa abbracciare la prospettiva dello Stato, differente da quella del migrante, per il quale quello che per alcuni è sfruttamento e alienazione [...] è – oltre che tutte queste cose – anche un’opportunità e un investimento. Nessuno disconosce l'aspirazione del migrante a veder realizzato il sogno di una vita migliore, ma senza essere assoggettato alle forme di coercizione e di violenza nelle quali si sostanzia la tratta. Quella che occorre adottare è la prospettiva del rispetto dei diritti umani che non possono essere violati. In nessun caso. O lei ritiene forse che l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento possano essere definite da chiunque come un'opportunità o un investimento? Una risposta di straordinario acume e di grande chiarezza a questo quesito, l'ha offerta Isoke Aikpitanyi, che è stata vittima di tratta.

«Ma il problema non è questo, è che nessuna sceglie liberamente e davvero consapevolmente, ed è che tutte arrivano con un debito da pagare e che questa è la catena della quale nessuna sa liberarsi, né praticamente, né psicologicamente: e questa è una condizione di schiavitù. Chiedersi se sanno o non sanno è sbagliato, è come insinuare che se scelgono liberamente non ci si deve porre il problema della loro schiavitù».

E' questo problema che dobbiamo porci. Tutti.

Del resto l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, del rapimento, della frode, dell'inganno, dell' abuso di potere o della posizione di vulnerabilità del soggetto escludono per definizione la libera esplicazione della volontà della vittima. Intendo dire: se ti costringono a fare una cosa, non puoi affermare di essere libero di farla. Mi pare logico. E' impossibile definire tutto ciò un'opportunità. Essere ingannate, abusate, stuprate è forse un investimento o un'opportunità? I migranti e le migranti degli Stati cui non si applicano gli accordi di Schengen ricorrono semmai per necessità a una rete di organizzazione clandestina dei viaggi, ma non scelgono di essere vittime di tratta!

Lei riporta come esempio di opportunità e di investimento (oltre che di sfruttamento) il debito contratto da una nigeriana per poter emigrare in uno Stato occidentale e la paragona ad un imprenditore soggetto al debito bancario. Supponiamo pure che per ottenere la restituzione del denaro prestato non venga esercitata sulla donna in questione alcuna forma di ricatto e di violenza fisica o psicologica, il che mi pare alquanto improbabile. Anche in questo caso, tuttavia, il suo paragone, Saitta, non regge. Le nigeriane sono costrette a saldare debiti che oscillano tra i 50.000 e gli 80.000 euro per fruire del diritto di trasferirsi in un Paese occidentale: questo non è un prestito, ma un'estorsione, una forma di usura che non può certo essere definita un'opportunità. L'elevato importo del debito rende pressoché obbligatorio per la donna il ricorso alla prostituzione e la fa precipitare in una condizione di autentica schiavitù, come afferma appunto Isoke Aikpitanyi. Non si può poi, a mio parere, paragonare lo status di persone che vivono con pochi dollari al giorno a quello degli imprenditori che ricorrono ad un prestito bancario, neppure in senso paradossale, perché ciò finisce, lo si voglia o meno, con il comportare la rimozione delle profondissime disparità economiche e sociali che sussistono tra queste due categorie di soggetti. Gli imprenditori semmai sono i trafficanti, non certo le loro vittime!

Saitta prosegue il suo discorso con questa osservazione: La critica rivoltami sostiene inoltre che vittime della tratta non sono solo i migranti, ma tutti coloro che sono forzati a lavorare e vengono sfruttati, anche dentro i confini nazionali di appartenenza. Lo confermo. La tratta a fini di sfruttamento sessuale, ad esempio, può essere messa in atto anche da soggetti che operano all'interno dei confini nazionali. Si pensi agli olandesi che, secondo le statistiche dell'agenzia specializzata CoMensha, sono i principali responsabili dei reati di tratta commessi nel Paese, così come le vittime sono principalmente autoctone.

Qualche riga dopo Saitta scrive: temo che quest’ultimo termine [il vocabolo tratta] abbia finito col determinare politiche di polizia e discorsi a carico pressoché esclusivo dei migranti. Scusi, come va interpretata questa espressione: nel senso che dovrebbero essere perseguiti anche i trafficanti autoctoni? Se è così concordo con lei, così come condivido l'asserzione che gli apparati di polizia e la magistratura provvedano a sanzionare molto più pesantemente e frequentemente i reati anche di lievissima intensità commessi dagli stranieri, anziché quelli, magari molto più gravi, perpetrati dagli italiani o dagli occidentali in genere (dal momento che in tutto l'occidente vengono adottate le stesse politiche). Ovviamente disapprovo questa modalità di amministrazione razzista e classista della giustizia.

Temo però che la mia interpretazione della sua frase non sia corretta, perché subito dopo lei aggiunge che Finendo, anzi, col diventare [il termine tratta] strumento ausiliario di quelle politiche di “tolleranza zero” che hanno caratterizzato la gestione del disordine nelle città italiane ed europee negli ultimi vent’anni o giù di lì (per lo più a carico dei migranti irregolari, vale la pena ripeterlo). Che cosa si deve inferire, scusi, da questo periodo? Che la tratta, secondo la definizione che ne dà il Protocollo di Palermo, non debba essere perseguita, perché finisce con l'alimentare le politiche di tolleranza zero? Spero proprio di aver frainteso il corretto significato del suo pensiero.

Ad alimentare le mie forti perplessità è poi questo ulteriore periodo: Con questo vorrei chiarire che nessuno – né Agustìn, né io – si sogna di giustificare lo sfruttamento. Quel che sostengo è soltanto che, nei termini di questa critica, la definizione di sfruttamento appare come un enunciato profondamente etnocentrico, che non tiene in nessuna considerazione la prospettiva dell’attore. Stiamo parlando di tratta, signor Saitta, un reato che viola diritti umani fondamentali, la cui applicazione deve essere universalmente garantita. Alle persone africane, est-europee, asiatiche e latinoamericane deve essere assicurato il godimento degli stessi diritti di cui fruiscono le occidentali. Non si può sostenere, ad esempio, che un prestito a tasso di usura si configuri come un reato se concesso ad una donna italiana e come un normale credito se erogato ad una donna africana. Né si può attribuire un significato diverso ai concetti di violenza, di frode, di inganno, a seconda che essi siano commessi o subiti da cittadini italiani o stranieri. Le norme giuridiche inoltre non possono avere un'applicazione differenziata a seconda delle nazionalità degli attori.

Saitta cita poi, per criticarla, la lettera b dell'art. 3 del Protocollo di Palermo: Il consenso di una vittima della tratta di persone allo sfruttamento di cui alla lettera (a) del presente articolo è irrilevante nei casi in cui qualsivoglia dei mezzi di cui alla lettera (a) è stato utilizzato. La lettera (a) dell'articolo, che ho già ripetutamente citata, è quella che definisce la tratta come l'impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. E' chiaro come il consenso prestato in queste circostanze risulti viziato ed invalido. Per me la lettera (b) dell'art. 3 può contribuire a tutelare la vittima della tratta dai ricatti ed impedire che l'autore del reato possa invocare il presunto consenso di quest'ultima per sfuggire all'applicazione della sanzione. Occorre tener conto della condizione di soggezione in cui versa la vittima del reato e dei rapporti di potere fortemente squilibrati che sussistono tra questa e il trafficante. In linea generale, è importante poi osservare come il consenso non muti la natura oggettiva di un reato.

Il dottor Saitta illustra poi la sua posizione sul termine tratta, che a suo parere, andrebbe abolito per ripensare il fenomeno. In che senso? Perché la definizione del Protocollo di Palermo, così completa e chiara, dovrebbe essere superata? Quali altre fattispecie criminali dovrebbe contemplare o, al contrario, non prevedere il fenomeno?

Perché mai punire poi i trafficanti dovrebbe configurarsi come un provvedimento che concorre a produrre le stragi nel Mediterraneo, il sovraffollamento carcerario e i rimpatri forzati? Ho già osservato nel precedente articolo come la tratta sia una nozione nettamente distinta da quella di traffico illecito dei migranti, ossia di organizzazione clandestina dei viaggi verso Occidente. Perseguirla, quindi, non concorre a produrre le stragi nel Mediterraneo. Lo stesso discorso vale per i rimpatri forzati. Quanto al sovraffollamento carcerario, caro Saitta, lei, che è sociologo, sa benissimo che le principali cause della detenzione degli stranieri nelle prigioni italiane sono la violazione del testo unico sugli stupefacenti e la commissione di reati contro il patrimonio (piccoli furti, in sostanza) e non la tratta. Che cosa propone lei? Di non sanzionare i trafficanti per non aggravare il fenomeno del sovraffollamento? Non sarebbe più opportuno procedere alla depenalizzazione di altri reati meno gravi?

Lei sostiene, poi, che i discorsi degli abolizionisti non affrontino mai il problema della ridistribuzione del reddito a livello globale e gli effetti delle politiche neoliberiste nei rapporti tra il centro e la periferia. Accusa totalmente infondata. Le analisi del marxista Richard Poulin ad esempio si incentrano con lodevole insistenza sui caratteri e sulle conseguenze devastanti della globalizzazione neoliberista sulle economie dei Paesi periferici. Le stesse attenzioni hanno riservato al rapporto tra prostituzione e capitalismo Jacqueline Pénit-Soria e Claudine Blasco, della commissione Genere di Attac France nel libro Mondialisation de la prostitution.

Se invece si riferisce a me, le ricordo che ho più volte accennato nei miei articoli al tema della femminilizzazione della prostituzione e alle conseguenze del capitalismo sulla diffusione e sull’industrializzazione della prostituzione. Nel precedente articolo, inoltre, ho scritto:

«Vorrei poi osservare come il fatto che spesso per le donne migranti o per quelle povere la prostituzione costituisca l'unica fonte di guadagno relativamente decente rappresenta la conseguenza del carattere sessista, razzista e capitalista della divisione tradizionale e di quella internazionale del lavoro, della diseguaglianza salariale e dell'appropriazione prevalente delle risorse da parte degli uomini, ossia della femminilizzazione della povertà».

Né accetto l’accusa di riecheggiare il pensiero della Lega Nord solo perché sostengo la necessità di lottare strenuamente contro la tratta. La Lega per altro auspica la riapertura delle case chiuse e l’abrogazione della legge Merlin. Non so cosa ne pensi lei, ma io le assicuro di non condividere affatto questa proposta.

Alle altre accuse che rivolge alle femministe abolizioniste ho già risposto nel precedente articolo.



di Maria Rossi


Il mio articolo su LauraAgustín ha sollecitato l'intervento critico di Pietro Saitta, ricercatore di sociologia generale all'Università di Messina. E' mia intenzione replicare.

Nel suo contributo Saitta espone con chiarezza il pensiero dell'antropologa, di cui mostra di condividere gli assunti. In primo luogo contesta l'attribuzione a Laura María Agustín della definizione di negazionista della tratta, per contraddirsi qualche riga dopo osservando che la ricercatrice opera la destrutturazione di questo concetto e di questo problema e che la sua analisi prevede il compimento di un’operazione linguistica, che consiste fondamentalmente nell’abolizione del termine tratta. Come volevasi appunto dimostrare. Saitta conferma in tal modo la validità della mia tesi.

Laura Agustín, osserva il ricercatore dell'Università di Messina, constata come la legittima aspirazione alla mobilità dei migranti, determinata da motivi di natura economica, sociale, culturale e consumistica, sia costantemente osteggiata dalle legislazioni migratorie repressive e da apparati polizieschi di controllo delle frontiere che rendono indispensabile il ricorso a reti informali di facilitazione dell’immigrazione clandestina. In questa prospettiva, la tratta si configura come un effetto collaterale dell'adozione di politiche di regolamentazione dei flussi migratori di carattere proibizionista.

Quest'analisi è imperniata su un concetto di tratta riduttivo e sostanzialmente sovrapponibile a quello di traffico illecito di migranti: due nozioni che risultano, invece, sia giuridicamente che semanticamente, rigorosamente distinte. Constatare e preservare questa differenza costituisce, invece, un'operazione di cruciale importanza, se si vuole pervenire ad una corretta comprensione del fenomeno della tratta. Il Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini, meglio noto come Protocollo di Palermo [1] all'art. 3, comma 1 offre una definizione del fenomeno incentrata sullo sfruttamento e sull'uso della violenza e della coercizione: “Tratta di persone” indica il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. La Relazione esplicativa della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, [2] a sua volta, precisa come quest'ultima si distingua nettamente dal traffico illecito di migranti (l'organizzazione di viaggi clandestini), perché persegue come fine lo sfruttamento delle persone e non comporta necessariamente il trasferimento fuori dai confini nazionali di chi ne è vittima. Al punto 8 dell'Introduzione della Relazione si legge, infatti: Il Protocollo di Palermo contiene la prima definizione comune (ripresa dalla Convenzione del Consiglio d’Europa) giuridicamente vincolante a livello internazionale dell’espressione “tratta di persone”. [...] E’ importante sottolineare a questo punto che la tratta di esseri umani deve essere distinta dal “traffico illecito di migranti”. [...] Mentre lo scopo del traffico illecito dei migranti è il trasporto illegale oltre i confini per ottenerne, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale, il fine della tratta di esseri umani è lo sfruttamento. Inoltre, la tratta di esseri umani non comporta necessariamente un elemento transnazionale e può esistere a livello puramente nazionale.

Si tratta di precisazioni importanti per due motivi: in primo luogo perché la tratta non si può liquidare come un semplice affidamento del o della migrante a reti informali di facilitazione dell’immigrazione clandestina, in quanto essa comporta necessariamente lo sfruttamento e, inoltre, si sostanzia nel ricorso a forme di coercizione, di violenza, di inganno, di corruzione, di abuso di potere e della posizione di vulnerabilità della vittima. Quest'ultima, a sua volta, non può essere dipinta come un soggetto cosmopolita che vive inebrianti avventure in un ambiente chic, culturalmente stimolante, come afferma Agustín. Quest'operazione si configura come una risemantizzazione post-moderna dei vocaboli e dei concetti francamente discutibile e inevitabilmente destinata, che lo si voglia o meno, a consacrare la legittimità e l'accettabilità di ingiustizie che andrebbero invece combattute con estremo vigore. 

Il secondo motivo che rende indispensabile riconoscere e mantenere la differenza tra tratta e traffico illecito dei migranti è di carattere epistemologico e politico. Poiché la tratta non comporta necessariamente né il trasferimento al di fuori dei confini nazionali, né lo spostamento da e verso Paesi che non aderiscono agli accordi di Schengen che prevedono la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri, ne consegue che essa può colpire anche le autoctone e le residenti nelle nazioni dell'Europa orientale che possono trasferirsi in Europa occidentale senza doversi procurare un permesso di soggiorno. Ciò significa che la tratta non costituisce un semplice epifenomeno delle politiche migratorie repressive che producono clandestinità, ma rappresenta invece una realtà che sussiste anche autonomamente, indipendentemente, cioè, dalle legislazioni di regolamentazione dei flussi migratori.

Sia chiaro. Sono assolutamente favorevole, per ragioni di giustizia sociale, all'applicazione del principio della libera circolazione di chiunque in qualsiasi regione del mondo, ma ritengo ingenuo e infondato ritenere che sia sufficiente abrogare le orrende legislazioni migratorie attuali per conseguire come effetto l'automatica abolizione della tratta che esiste anche laddove e nei casi in cui non vi sia immigrazione clandestina.

Quale utilità e validità empirica è possibile attribuire ai concetti che ho esposto? Per rispondere alla domanda è necessario analizzare la composizione etnica delle vittime della tratta almeno in qualche Stato europeo, per sapere quante di esse sono originarie dei Paesi che hanno aderito agli accordi di Schengen e occorre anche aggiungere qualche informazione sulla provenienza dei trafficanti.

In Francia, il 64% delle reti internazionali di tratta smantellate nel 2010 proveniva dall'Europa dell'Est e dai Balcani, come risulta dalle statistiche fornite dall'Ufficio Centrale per la Repressione della Tratta degli Esseri Umani (OCRTEH) [3]. Ciò corrisponde, del resto, alla composizione etnica prevalente delle prostitute in questo Paese in tutte le città, tranne Parigi, come viene più volte ribadito nel Rapporto d'informazione redatto dall'Assemblea Nazionale nel 2011, e come risulta dai dati dell'OCRTEH sulle prostitute accusate di aver commesso il reato di adescamento, introdotto dal governo Sarkozy nel 2003 [4].

In Spagna, secondo i dati forniti dalla polizia e da diverse ONG, il 70% delle vittime di tratta è originaria della Romania [5].

Nei Paesi Bassi il gruppo assoggettato al maggior sfruttamento da parte dei prosseneti e dei trafficanti proviene dall'Europa dell'Est, soprattutto dalla Bulgaria, ad Amsterdam. [6] A livello nazionale prevalgono invece, secondo i dati registrati dall'agenzia specializzata CoMensha, le vittime olandesi, seguite dalle donne nigeriane, bulgare, romene e cinesi [7]. I prosseneti ad Amsterdam sono prevalentemente di origine turca, nazionalità seguita da quella albanese, romena, bulgara e ungherese [8]. Nell'intero Paese invece essi sono prevalentemente olandesi, cui seguono marocchini, romeni, turchi e bulgari [9].

Potrei fornire altre informazioni, ma ritengo che quelle riportate siano sufficienti a dimostrare la presenza rilevante nei Paesi dell'Europa occidentale delle vittime di tratta autoctone e di origine est-europea e l'importanza assunta dalle reti di sfruttamento della prostituzione della medesima provenienza e reputo di aver quindi documentato l'esistenza e il radicamento della tratta, come realtà che esiste indipendentemente dalle politiche migratorie adottate.

Lungi da me, ovviamente, l'idea di negare l'influenza di queste ultime sul reclutamento in forma coercitiva delle cittadine africane, in quanto il costo del trasferimento negli Stati dell'Europa occidentale risulta proporzionale alle difficoltà di attraversamento delle frontiere e può raggiungere i 60.000 Euro, un prezzo esorbitante che procrastina il momento della restituzione del debito, estendendo pertanto la durata della condizione di sfruttamento sessuale. Il saldo di questo elevato importo rende peraltro pressoché obbligatorio il ricorso alla prostituzione decisamente più redditizia delle altre attività offerte solitamente alle donne, soprattutto migranti.

Questo tuttavia non giustifica, ai miei occhi, la posizione espressa da Agustín secondo cui il debito è sostanzialmente accettabile e rimborsarlo fa parte di un comune progetto di vita. Ciò si configura come normalizzazione di un reato odioso e di un'enorme ingiustizia sociale e politica. Lo sfruttamento della posizione vulnerabile delle donne africane mediante l'imposizione di un enorme costo di trasporto e l'intensità dell'estorsione di plusvalore dai loro corpi mediante la prostituzione non può certo essere riconfigurata semanticamente come una forma di resistenza razionale a un ordine sovranazionale. Lo ripeto. Si tratta di un'ingiustizia e di un crimine odioso e non c'è nessuno che costringa i magnaccia ad estorcere 60.000 Euro da ciascuna donna trasferita in Europa. 

Procedendo nell'analisi, osservo come la contrazione di un debito sia una condizione comune alla maggioranza delle vittime della tratta (circa l'80% delle prostitute straniere in Francia) [10] indipendentemente dal Paese d'origine e rilevo come l'importo non determina le condizioni di trattamento delle donne che vi sono assoggettate. Pur dovendo esborsare una somma non elevatissima (5000 euro) in proporzione a quella che devono restituire le cittadine africane, le donne dell'Europa dell'Est subiscono modalità di reclutamento particolarmente crudeli, ben documentate dal Rapporto dell'Assemblea Nazionale francese [11]. Versando generalmente in condizioni di vulnerabilità economica e psicologica, esse vengono sedotte da uomini, i lover boys che sovente le vendono come capi di bestiame alle reti di prosseneti per poche centinaia di euro. Successivamente sono condotte in Turchia, nei Balcani o a Cipro dove vengono addestrate con il ricorso sistematico agli stupri collettivi, alla privazione di cibo, alla reclusione e alla violenza fisica. Una volta "domate" sono trasferite in Francia o in altri Paesi dell'Europa occidentale dove vengono costrette ad esercitare la prostituzione. 

Anche per questo ritengo inaccettabile e concettualmente scorretto collocare sullo stesso piano migranti e sfruttatori, entrambi concepiti da Agustín come vittime dell'ordine economico e legislativo mondiale, come risulta da questa frase:

In questa prospettiva, il concentrarsi sul basso, su migranti e sfruttatori, appare come un’operazione triviale e persino ipocrita, che scarica le responsabilità lì ove si annidano invece i bersagli (le vittime) di processi economici, sociali e legislativi di ordine globale, impegnati a trarre briciole di profitto in vario modo, con metodi moralmente esecrabili, ma pur sempre frutto di un ordine indipendente dalle loro volontà e subito (per quanto alcuni si adattino e riescono a ricavare benefici significativi.

Questa operazione comporta, tra l'altro, l'occultamento delle relazioni di dominio e di potere, anche di genere, che sussistono tra oppressi ed oppressori e che nella tratta assumono, per definizione, modalità coercitive e violente. 

Agustín auspica del resto persino il superamento del termine «tratta» in quanto produrrebbe e implicherebbe una «vittima» (il migrante inconsapevole), inducendo così lo sguardo a concentrarsi su quest’ultima, oltre che su figure criminali «minori» di contorno, come i passeur e tutti coloro che sono impegnati nel traffico o «contrabbando» di persone.

A prescindere dal fatto che il vocabolo vittima è qui impiegato in modo improprio, perché il concetto non presuppone affatto l'inconsapevolezza del migrante, quanto piuttosto il patimento di un danno e tralasciando pure la questione dell'applicabilità o meno della teoria degli atti linguistici di John Langshaw Austin in questo caso (sarebbe il lemma tratta a performare ossia a plasmare la realtà secondo Laura María Agustín. Senza quell'atto locutorio performativo la tratta non esisterebbe, il che per me è assurdo), resta il fatto che è assai grave, a mio modesto parere, che, per concentrarsi sulle politiche migratorie dello Stato, si decida di cancellare con un colpo di spugna lessicale la concreta realtà di vittime e sfruttatori, (ridotti - questi ultimi - a figure criminali minori), rendendola così invisibile e indicibile. Ma si è davvero convinti che rimuovendo dall'orizzonte visivo e mentale la realtà della tratta si riesca a combatterla meglio e a ottenere un mutamento delle politiche migratorie? Non è invece più probabile che il problema venga in tal modo trascurato?

Nel suo articolo il ricercatore Saitta cade poi in contraddizione quando afferma che Agustín rimarca l’importanza dell’autodeterminazione e della libera scelta nell’intraprendere percorsi migratori complicati e potenzialmente rischiosi, che appaiono tuttavia come una necessità in quadri economici, sociali e familiari che dipendono dalle rimesse dall’estero o che rendono l’immigrazione una scelta indifferibile per motivi politici o culturali. L'autodeterminazione e la libertà sono incompatibili con la necessità, le dipendenze, l'indifferibilità delle scelte (e già questa espressione pare un ossimoro). Una contraddizione che si ritrova pure in un altro brano dell'articolo:

"Giunti a questo punto dell’analisi, uno dei punti che più fanno infuriare i critici della studiosa argentina è la possibilità ammessa da questa che la prostituzione sia da annoverare tra i corsi d’azione razionali scelti da molte donne migranti. Persino da quelle che “scelgono” di affidarsi a quelle organizzazioni che finiranno magari con l’abusarne e sfruttarle. Il verbo “scegliere”, ovviamente, va messo tra virgolette perché la volontarietà è, in questa cornice, tutt’altro che libera; ma essa è tale non tanto perché vi siano delle organizzazioni che abusano di persone, quanto perché è il quadro delle politiche e la struttura economico-sociale che rende necessari questi percorsi tribolati".

Qui l'ossimoro è plateale: la volontarietà di un atto non può risultare non libera. Se si configura come tale si chiama coercizione, non libertà. Mi pare di cogliere nell'espressione impiegata dall'autore dell'articolo un ricorso alla circonlocuzione involuta allo scopo di eludere la necessità di nominare una realtà che dà fastidio e che si cerca dunque di seppellire sotto strati di perifrasi incoerenti. 

Questo brano merita comunque un'esegesi più articolata. Presentare, sia pure con cautela, l'affidamento delle donne migranti ad organizzazioni che le abuseranno e le sfrutteranno come scelta appare discutibile proprio perché presuppone un'autodeterminazione che in questo caso è inesistente. Perché questa vi sia, secondo il filosofo di sinistra Josehp Raz, [12] il cui pensiero condivido, è necessario che si verifichino tre condizioni. La prima è la capacità di essere soggetti in grado di compiere scelte razionali e questa capacità, a differenza di quanto pensa Saitta, non è mai stata negata da nessuna femminista. La seconda condizione è la disponibilità di un'adeguata gamma di opzioni, ossia l'assenza di coercizioni esterne, la terza è l'indipendenza dell'individuo, che si traduce nell'assenza di oppressioni interne e di forti condizionamenti sociali (si pensi ad esempio all'introiezione delle norme che perpetuano i ruoli di genere). Prescindiamo pure dalla terza condizione, la cui assenza rende, a mio parere, la maggioranza di noi soggetti non autodeterminati. Concentriamoci invece sulla seconda. Dove sta la presenza di un opportuno ventaglio di scelte nella necessità in quadri economici, sociali e familiari che dipendono dalle rimesse dall’estero o che rendono l’immigrazione una scelta indifferibile per motivi politici o culturali, sottolineata dal ricercatore Saitta? Dove sta? Come si fa in queste condizioni a riferirsi, come Agustín, all’agency degli oppressi e definire la scelta di prostituirsi come una delle armi che compongono il repertorio delle forme di resistenza all’ordine globale? E' resistenza affidarsi ad organizzazioni che "magari ti sfrutteranno e ti abuseranno", per usare le parole di Saitta? E' resistenza essere assillati dalle necessità economiche proprie e dei famigliari che dipendono dalle rimesse all'estero od essere costrette ad emigrare per motivi culturali e politici? E' la necessità impellente di non morire di fame, altro che resistenza! A mio parere si attua qui un ribaltamento della realtà e si compiono innovazioni lessicali che fanno precipitare la dura materialità delle cose nel gorgo degli eufemismi minimizzanti. Mi chiedo se a nessuno venga in mente che questa edulcorazione di autentici drammi possa fare il gioco del capitalismo e del patriarcato. 

La prostituzione - osserva ancora Saitta - in questa prospettiva sembrerebbe fornire a molte donne la possibilità di accumulare rapidamente denaro. Dal momento che ci stiamo riferendo alla tratta e, poiché, in via generale, l'immigrazione è spesso connessa alla contrazione di un debito più o meno consistente, questo contante è in parte cospicua estorto dagli sfruttatori. Inoltre i ricavi della prostituzione si stanno riducendo. In Italia - osservano i clienti di Escortforum - i prezzi praticati dalle donne prostituite in strada (dove esercitano soprattutto le straniere) si aggirano tra i 20 e i 50 euro, ma le africane riducono il costo di una prestazione sessuale a 10 euro [13]. Nel celebre quartiere a luci rosse di Amsterdam l'affitto di una vetrina costa 100 euro al giorno e rende difficile realizzare guadagni decenti [14]. Nel Pascha, il più grande bordello d'Europa, a Colonia, in Germania, i costi delle prestazioni sessuali sono stati recentemente ridotti. Per 30 euro viene praticato un rapporto sessuale convenzionale od orale della durata di 15 minuti. Dalle 9 alle 15 la prestazione è gratuita e lo è anche per i pensionati, per chi festeggia il compleanno o, di venerdì, l'addio al celibato. In compenso l'affitto della stanza ove prostituirsi ha un costo di 160 euro al giorno e la fellatio deve essere praticata obbligatoriamente senza l'uso del preservativo, con il rischio di esporsi al contagio del virus dell'HIV [15].

Vorrei poi osservare come il fatto che spesso per le donne migranti o per quelle povere la prostituzione costituisca l'unica fonte di guadagno relativamente decente rappresenta la conseguenza del carattere sessista, razzista e capitalista della divisione tradizionale e di quella internazionale del lavoro, della diseguaglianza salariale e dell'appropriazione prevalente delle risorse da parte degli uomini, ossia della femminilizzazione della povertà. La prostituzione non costituisce una forma di resistenza, ma, piuttosto, di inevitabile adattamento al vigente ordine economico e sociale. 

Vorrei riportare, a questo proposito, le parole di Silvia Federici, femminista marxista:

"(...) la nuova divisione internazionale del lavoro veicola un progetto politico ferocemente antifemminista e, lungi dal costituire uno strumento di emancipazione delle donne, l'espansione delle relazioni capitaliste intensifica lo sfruttamento delle donne. In primo luogo essa ripropone l'immagine della donna come oggetto sessuale e come riproduttrice (...) La nuova divisione internazionale del lavoro significa che numerose donne del terzo mondo devono lavorare come domestiche o come prostitute, nel loro Paese o all'estero, perché non hanno altra scelta (...) Il carattere antifemminista della nuova divisione internazionale del lavoro è così evidente che viene da chiedersi in che misura essa sia il prodotto della «mano invisibile» del mercato o invece di una pianificazione deliberata come risposta alle lotte che le donne hanno combattuto sia nel Terzo mondo che nelle metropoli [occidentali] contro la discriminazione, il lavoro non retribuito e il «sottosviluppo» in tutte le sue forme. Comunque sia, è evidente che in Europa e negli Stati Uniti le femministe devono organizzarsi contro le soluzioni coercitive che la nuova divisione internazionale del lavoro impone alle donne (...)". [16].

Ritiene il professor Saitta che anche Silvia Federici meriti gli epiteti di "reazionaria e sessuofoba"?

Nell'articolo che sto commentando leggo poi che secondo Laura Agustín le statistiche prodotte da Ong attive nel campo e riprese spesso da organismi come le Nazioni Unite, presentino gravi carenze metodologiche e siano trattate con tecniche statistiche povere e difettose. L'accusa mi pare così generica da risultare priva di valore informativo. Soprattutto è contestabile l'affermazione secondo cui queste statistiche influenzerebbero le scelte dei legislatori e degli organi sovranazionali. L'azione di questi ultimi mi pare invece fortemente condizionata dalle posizioni espresse da Ong favorevoli alla prostituzione. Basti pensare che il direttore esecutivo dell'UN AIDS Organisation Michel Sidibe ha recentemente proposto di legalizzare la prostituzione per combattere l'AIDS, come già aveva fatto l'OMS nel 2001. Potrei dimostrare (magari lo farò in un altro articolo) come la regolamentazione dei rapporti mercenari non comporti affatto la tutela della salute delle persone che la praticano. La stessa distinzione tra prostituzione e tratta (che non era contemplata dalla Convenzione Onu del 1949) è stata proposta da ONG regolamentariste, ma pare che Laura Agustín non ne sia soddisfatta, dal momento che propone la destrutturazione di questo concetto e di questo problema, nonché l'abolizione del termine tratta

Le ONG favorevoli alla prostituzione hanno esercitato una forte influenza sulle politiche adottate da Paesi regolamentaristi come la Germania e i Paesi Bassi. Non solo. Quest'ultimo Stato finanzia numerose organizzazioni sui diritti delle donne, ma il suo sostegno è condizionato all'adozione delle posizioni politiche governative in materia di prostituzione [17].

E' importante soprattutto osservare come le statistiche nazionali sulle vittime di tratta siano raccolte ed elaborate, a cura dei Ministeri degli Interni dei vari Stati, dagli apparati di polizia e da agenzie specializzate come CoMensha nei Paesi Bassi. Il caso olandese meriterebbe di essere approfondito perché illustra in modo esemplare dinamiche e problemi connessi alla tratta. Non vorrei però tediare troppo lettrici e lettori.

Nell'ultima parte del suo articolo Pietro Saitta lancia una serie di accuse offensive alle femministe abolizioniste che sarebbero reazionarie, sessuofobe e patriarcali, oltre che privilegiate e incapaci di compiere esperienze emiche. Io e molti dei miei amici e delle mie amiche, signor Saitta, siamo precari e di estrazione proletaria. Ho vissuto per anni in condizioni di povertà, anche se certo la mia condizione e quella delle mie amiche non può essere paragonata a quella di donne che vivono con 1 o 2 dollari al giorno. Si figuri, poi, se sono incapace di compiere un'esperienza emica! Frequento molti più sottoproletari di quanti Lei possa immaginare e non per ragioni di lavoro, ma per pura amicizia. Fra di loro vi sono anche persone che si sono prostituite e che mi hanno raccontato esperienze sconvolgenti.

Le femministe abolizioniste appartengono a molte correnti: radicale, radicale materialista, della differenza, marxista ed anarchica, ma nel suo personale schema di classificazione, sono tutte collocabili nel campo reazionario. Ciò significa forse che marxismo, materialismo ed anarchia costituiscono ideologie reazionarie? Mi parrebbe una valutazione alquanto bizzarra! 

Quanto alla sessuofobia e al patriarcato che si estrinsecherebbero nel rifiuto della prostituzione, potrei confutare le sue affermazioni con diverse argomentazioni più o meno convincenti, (l'ho già fatto altrove), ma ritengo più efficace presentarle le opinioni di alcuni clienti sulle donne in genere e su quelle prostituite in particolare e sui motivi che li inducono a ricorrere a rapporti mercenari. Le ho trovate sul sito Gnoccatravels.

- Quando un uomo ha bisogno di figa in qualche modo la figa se la prende, o con una donna free con la speranza che duri, o una donna a pagamento oppure con la violenza sessuale... di qui non ci si scappa.
- Io ritengo che una donna non debba risiedere in parlamento, una donna non deve legiferare perché fa danni. Il femminismo sta uccidendo la civiltà. [...]Le donne devono tornare a cucinare, stirare, lavare i panni e far bambini.
- ...il giro sta quasi per terminare si trovano ora come ora,tossiche,rumene,moldave russe, ucraine, negre,ecc.ecc. Una volta potevi trovare perle dipinte da Dio, adesso le perle sono rarissime e più che altro trovi solo spazzatura.
- ma ora diventa si difficile scopare merce buona a sti prezzi, quindi bisogna cambiare location.
- Purtroppo in troppi preferiscono pagare e queste si puttane non sono costrette ad imparare a lavorare. Bene fanno quindi a ripulire le strade e a spedirle,possibilmente a calci in culo, a casa loro, dove se il padreterno aiuta magari muoiono pure di fame insieme ai loro papponi.
- Caro [..], senza nulla togliere al tuo nick che capisco essere soprattutto una filosofia, se vai al mercato ci vai per vendere o comprare qualcosa, dal momento che è lì che domanda e offerta si danno appuntamento: chi compra porta i soldi, chi vende porta la merce. Ma se vuoi procurarti ciò che ti serve senza un esborso in danaro, eviti il mercato (anche se a volte vi si fanno incontri interessanti) e bazzichi direttamente campi, frutteti, pollai ecc. insomma quei posti dove le cose si trovano in natura. Certo, non è proprio free perché devi comunque sbatterti, ma il concetto che voglio far passare è che se vai dove vanno tutti gli altri, contribuisci a creare "mercato" che è proprio il luogo deputato al pay.
- Le italiane erano brave a cucinare ed a badare alla famiglia quando erano piu' umili e meno "donne in carriera" come ora!!. Adesso pensano solo ai soldi ed al potere, hanno perso semplicita' e sensualita'. Che vadano a prenderlo dove piu' gli garba; a me sinceramente non mancano: preferisco Cuba!!"
- Io vado a puttane perché non mi piacciono le donne!!!!! a me piace la figa!!!!!! tutto quello che sta al di fuori dell' atto sessuale con una donna non mi interessa! "
- Quoto tutti in particolare le contro questioni acute di [..] che invito a porre alle fanciulle melanzane che vomitano sempre le stesse stronzate da scuola media...inoltre propongo che si va a mignotte anche per vivere tutto il rapporto allo stato di natura... insomma loro che fanno tutto cio' il maschio vuole e che spesso piace molto anche a loro a prescindere da tutti i giusti teatrini. [...] O mia cara e adorata schiava puttana!!!
- Io vado a puttane perché è chiaro da subito il sinallagma. Io ti pago perché voglio godere, tu ti pieghi perché ti do dei soldi!!

Non mancano, poi, i clienti sadici che si eccitano se la ragazza manifesta segni di sofferenza e che percepiscono il rapporto sessuale come una forma di violenza, di umiliazione, di coercizione, di sfogo rabbioso, avvalorando l'idea, espressa da femministe, ma anche da survivors, che la prostituzione si traduca in una serie di stupri mascherati, o meglio, resi possibili dalla dazione di denaro. Riporto alcune dichiarazioni di clienti individuate sul sito Escortforum.

- Timbrata oggi foto autentiche palazzina puzzolente di viso niente di che molto alta (senza tacchi sfiora 1.80) 1 ora 3 sorkuzze rai1 rai2 fk passiva quasi triste, ma stì cazzi ero andato per puntellare di brutto un ano, e il goal della missione è stato segnato, anche se sofferente lo ha preso per tutto il tempo che mi è garbato, e nonostante  si lamentasse (con garbo) se i colpi erano troppo duri, se non te la cachi subisce senza bloccare l'operazione.
- La furbetta non lo infila tutto e tenta di farmi venire subito, ma io affondo un paio di colpi con lei che si lamenta per il dolore (senza esagerare, solo dei gridolini che mi hanno eccitato ancor di più); la metto a pecora e comincio a scoparmela da dietro mentre le infilo il POLLICE nel culo... anche qui gridolini di dolore ai miei affondi: a quel punto le puntello il culo, lei se lo inumidisce (no crema) e continuando a sentire i suoi strilletti, pian piano lo infilo nel secondo canale, cominciando a tampinarla per bene! le chiedo se posso venirle in faccia e rifiuta, lo chiedo ancora, e rifiuta e ad ogni rifiuto do un colpo più forte, finchè accetta...
- Ho levato [il nome della ragazza] dal palmares delle inchiappettate, ho notato che traeva in inganno altri colleghi, è un mezzo missile, buono solo per martellate d'ano in quelle giornate in cui spaccheresti la testa al primo che incontri.. e decidi che è meglio scaricarsi trombando..".
- In definitiva   buona    solo  per martellarle  lo sfintere  con cattiveria .....svuotare ....e togliere il disturbo.

Credo che sia chiaro a tutt* ora perché definire la prostituzione un'istituzione patriarcale non sia il prodotto di una sessuofobia latente o manifesta. Ritengo anche di aver dimostrato perché non si possa affermare che chi rifiuta tutto ciò "abbia introiettato la sostanza del discorso patriarcale", come afferma il ricercatore Saitta.

Quanto alla concezione della prostituzione come atto autodeterminato, in particolare nel caso delle migranti, mi pare, signor Saitta, che sia Lei stesso a dubitarne, dal momento che il suo testo è costellato di riferimenti alle necessità economiche, sociali e famigliari, alle dipendenze dalle rimesse dall'estero alle scelte indifferibili, tutti vincoli e coercizioni che mal si conciliano con l'autonomia delle decisioni.

Concludo osservando che, convinta come sono che il femminismo, come il comunismo, sia il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente mi sento impegnata a combattere contro le soluzioni coercitive che la nuova divisione internazionale del lavoro impone alle donne, come ci invita a fare Silvia Federici, femminista marxista.


Note:
1. http://www.fondazionefalcone.it/falcone/TESTIDEFAPPR/1Protocolloit.pdf
2.http://www.coe.int/t/dghl/monitoring/trafficking/Source/CETS197_%20Italian%20_exp%20report.pdf
3. Assemblée Nationale, Rapport d'information...sur la prostitution en France, n.3334, 2011, http://www.assemblee-nationale.fr/13/pdf/rap-info/i3334.pdf, p.40.
4. Ibidem, pp.47-48.
5. Maria Rossi, La prostituzione in Spagna, http://www.scribd.com/doc/138056886/La-Prostituzione-in-Spagna. Chiedo scusa per l'autocitazione.
6. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep Een onderzoek naar de prostitutiebranche in Amsterdam (Una professione vulnerabile. Un'indagine sul settore della prostituzione ad Amsterdam), 2010, pp.38, 48, 166-167, 173. http://www.beke.nl/doc/2010/Kwetsbaar_beroep_download.pdf
7. National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring, 2010, p.112. www.dutchrapporteur.nl/.../8e%20rapportage%20NRM-ENG-web_tcm64-...
8. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep..., cit. p.170.
9. National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings., cit. p.132-133. 
10. Assemblée Nationale, Rapport d'information...sur la prostitution en France, n.3334, cit., p.41.
11. Ibidem, p.44.
12. Joseph Raz, The Morality of Freedom, Oxford, Clarendon Press, 1986
13. http://forum.escortforumit.xxx/index.php?/topic/105260-prezzi-in-cadura-libera-finalmente-ne/
14. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep..., cit, p.33.
15. http://www.prostitutionetsociete.fr/IMG/pdf/178dossierbordelsenversdecor.pdf
16. Silvia Federici, Reproduction et lutte féministe dans la nouvelle division internationale du travail in «Cahiers Genre et développement» diretti da Christine Verschuur e Fenneke Reysoo, ed. l’Harmattan, Ginevra, , n.3, 2002, p.60. http://ccsi.ch/images/stories/pdf/federici_article.pdf Saggio originariamente pubblicato con il titolo di "Riproduzione e lotta femminista nella nuova divisione internazionale del lavoro» in Maria Rosa Dalla Costa e Giovanna Franca Dalla Costa (a cura di), Donne, sviluppo e lavoro di riproduzione: questioni delle lotte e dei movimenti, Franco Angeli, Milano, 1996.
17. Malka Marcovich, « La traite des femmes dans le monde », dans Christine Ockrent (dir.), Le livre noir de la condition des femmes, Paris, XO, 2006, p.470. Citata da Richard Poulin, Prostitution et traite des êtres humains, controverses et enjeux, in « Cahiers de recherche sociologique», n° 45, janvier 2008», pp.133-152. http://sisyphe.org/IMG/pdf/Prost.traitePoulin.pdf, p.14.

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