Su Libero, Filippo Facci si è «veramente rotto di questa cosa del femminicidio». In fondo, non è un problema suo, a parte la rottura di scatole che deve sopportare nel vedere un argomento che non gli interessa affiorare nel dibattito pubblico. Dice che va bene che le associazioni femministe sensibilizzino sul tema. Compito loro, mica suo. Lui già ci sensibilizza sulla sua «rottura». Ma trova idiota l'introduzione dell'aggravante di femminicidio. Prima idiota e poi anticostituzionale - sui giornali della destra la Costituzione viene sempre dopo - in quanto implicherebbe una discriminazione di genere. A danno del sesso degli assassini. Una obiezione intelligente e costituzionale. Come se l'aggravante per odio razziale fosse una discriminazione per i bianchi. In verità, le aggravanti, come le attenuanti, non riguardano l'importanza delle vittime, ma i moventi dei criminali. Facci, pur negando che ciò sia il punto, ricorda che il fenomeno è in costante diminuzione (dato da dimostrare) e che gli uomini muoiono più delle donne (confronto utile, non ad aprire squarci sugli incidenti sul lavoro o sugli incidenti stradali, o su altre cause, ma a chiuderli sulla violenza contro le donne), per poi arrivare al dunque: no a leggi di emergenza, no a pool specializzati, no a braccialetti elettronici. Sui braccialetti elettronici può aver ragione. Sui pool non so. Hanno dato buoni risultati nella lotta alla mafia e alla corruzione politica. Potrebbero darne anche nella lotta alla violenza sulle donne. E' vero che il problema non può essre solo emergenziale. Avvertiamo l'emergenza perchè sappiamo già che alla fine dell'anno conteremo un centinaio di vittime e mentre passano i giorni avvertiamo l'impotenza di prevenirle. La questione è culturale. E richiede che se ne parli, si facciano proposte, si esiga che le istituzioni affrontino il tema. Cioè, l'esatto contrario di chi prende la parola per negare insieme all'emergenza, il problema strutturale.

Anche Fabrizio Tonello sul Fatto Quotidiano fa opera di relativizzazione. Con un piglio più scientifico. Dati (incerti) alla mano. Come il suo collega Marcello Adriano Mazzola. I dati sono tutti sbagliati. Solo quelli dell’Istat e del Ministero dell’Interno sono attendibili. Gli omicidi sono in diminuzione da vent’anni. Non c’è da aver paura dei mariti e dei fidanzati, così come non c’è da averne degli immigrati. E poi il concetto di femminicidio è una esagerazione, un paragone con il genocidio, come a dire che le donne sono uccise come gli ebrei nell’Olocausto. Ma non può essere la stessa cosa, perchè gli ebrei venivano uccisi in quanto ebrei, indifferentemente da ciò che facevano, mentre le donne vengono uccise perchè lasciano i loro ex compagni, ma non tutte e non sempre, ogni volta bisogna indagare il rapporto tra l’assassino e la vittima. In ogni caso, sono appena 75 all’anno in un paese di 60 milioni di abitanti. Dunque, un dato fisiologico. Che però manca di un corrispettivo maschile: 75 uomini ammazzati all'anno per passioni e raptus femminili non si contano.

Ogni cosa paragonata all’Olocausto, perde il confronto. Anche se qualcuno ha dedicato simili articoli pure alla Shoah. Per dire che i dati sono sbagliati, che gli ebrei uccisi sono molto meno di 6 milioni. Per dire che non è vero che gli ebrei sono stati ammazzati in quanto ebrei, o almeno non tutti, non la maggior parte che sarebbe morta di stenti, per fame e sovraffaticamento, come si è sempre morti nei campi di lavoro forzato. Solo pochi campi erano finalizzati allo sterminio. E in verità in principio servivano per isolare gli ebrei da una popolazione antisemita dedita ai pogrom, quindi a proteggerli. E nei forni ci mettevano i cadaveri a scopo di disinfestazione. Le camere a gas non esistevano. E poi, insomma, è stato si un massacro, ma come tutti gli altri. Pellerossa, Aborigeni, Armeni, Kulaki. Ipotizzare la specificità della shoah è una discriminazione a danno di altre vittime meno importanti. Un po’ come l’aggravante di femminicidio. Sono le argomentazioni solite adoperate quando qualcuno vuole negare o relativizzare qualcosa.

Anche nella storia dell’antisemitismo, la shoah è stata un picco tragico estremo e circoscritto nel tempo. Persecuzioni e discriminazioni non sono mai state solo e puramente motivate dalla volontà di colpire l’identità ebraica senza alcun altro motivo, come se nulla contassero, ad esempio, la concorrenza nel commercio e nel prestito di denaro. L’odio razziale allo stato puro non è mai esistito. Si è sempre applicato a qualcosa. Anche i roghi e linciaggi dei neri negli Stati Uniti sono stati soprattutto successivi all'abolizione della schiavitù, contro individui affrancati accusati di aver commesso sgarbi o reati, stupri, furti. E anche oggi i nostri xenofobi si giustificano così: non ce l’ho con gli stranieri per la loro etnia, religione, colore della pelle. Ma perchè rubano, delinquono, ci tolgono il lavoro, ci abbassano il reddito, minacciano la nostra cultura, sporcano, degradano le periferie, violentano le nostre donne, etc. Succede in particolar modo quando gli stranieri alzano la testa per rivendicare diritti. Se la ministra dell'integrazione facesse la badante, nessuno le direbbe «negra, vai a pulire i cessi».

Certo che Michela viene uccisa da Guglielmo, non solo perchè è una donna, ma perchè vuole lasciarlo. Ma perchè non può permettersi di lasciarlo? Perchè è una donna! Così come uno schiavo nero non può permettersi di essere libero, perchè è un nero. E non è solo l’assassino a pensarla così. Tante volte le autorità ricevendo una denuncia si sentono investite del dovere, non di salvare la donna, ma di salvare la coppia, la famiglia, di riconciliare la proprietà con il proprietario. E tante volte i giornali raccontano la storia del delitto pieni di empatia per la sofferenza e la tragedia del proprietario. Tutto questo è parte del femminicidio, insieme con le violenze che la vittima ha dovuto subire prima, o subirà in seguito se scampata al delitto e rimessa insieme al suo aguzzino. Non si tratta di mescolare cose diverse, si tratta di vedere che non c’è soluzione di continuità nella violenza di genere.

La stessa definizione di genocidio comprende questo insieme di cose.

Il 9 dicembre 1948 fu adottata, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, all'articolo II, definisce il genocidio come: Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: Uccidere membri del gruppo; Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo; Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale; Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo; Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.

Fabrizio Tonello direbbe che questa definizione mescola cose diverse. Eppure è la definizione ufficiale da 65 anni.

Questo professore, in parte mi sento di comprenderlo. Ha insegnato negli Stati Uniti ed è stato per molti anni collaboratore del Manifesto. Capisco il suo rilfesso condizionato e avverso alla tolleranza zero di Rudolph Giuliani e alle tante giustificazioni del governo della paura. E penso che la stessa violenza sulle donne debba essere sottratta a questo tipo di strumentalizzazioni, al fine di giustificare strette repressive contro i poveri, i rom, gli immigrati. Ma non si può negare o sminuire la realtà di questa violenza, non si possono paragonare i maschi adulti e bianchi di ogni ceto sociale, compresi i ceti dei redditi medio alti, con tanto di diploma e laurea, agli immigrati. Non si può paragonare un gruppo dominante ad un gruppo dominato. La violenza sessuale è come la violenza mafiosa, non come la microcriminalità immigrata. E non sarebbe accettabile un articolo che ci invitasse a parlare di meno di mafia e di camorra con l’argomento secondo cui delitti e reati sarebbero in diminuzione. Senza le guerre di mafia dei prima anni ‘90, in rapporto a vent’anni fa, in effetti lo sono. Ma l’Istat, fonte attendibile secondo Tonello, ci dice che dal 2010 gli omicidi tendono di nuovo ad aumentare.

Vedi anche:

Lo Ius sanguinis (il diritto del sangue) è adatto per i paesi di emigrazione. Al fine di riconoscere la cittadinanza del paese di origine ai figli dei propri cittadini emigrati all’estero. Lo Ius soli (il diritto del suolo) è adatto per i paesi di immigrazione. Al fine di riconoscere la cittadinanza del paese di accoglienza ai figli delle persone immigrate. L’Italia si è trasformata da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Deve perciò adattare la sua legislazione in materia di cittadinanza, assumendo anche lo Ius soli. Pena il formarsi nel paese di una situazione di apartheid che divide le persone in cittadini e non cittadini, con figli di serie A e figli di serie B.

Quanto scrive Grillo sul suo blog è impreciso. In Europa lo Ius soli esiste in Francia, Gran Bretagna, Finlandia, Grecia e Portogallo. Non è «estremamente regolamentato». In Francia ha subito una restrizione dal 1994: chi è nato in territorio francese da genitori stranieri ottiene la cittadinanza francese non più in modo automatico ma se ne fa richiesta, se è vissuto stabilmente sul territorio francese per almeno cinque anni. In Italia invece è necessario aver vissuto in modo stabile e ininterrotto per tutti i 18 anni, con una pausa non superiore ai 6 mesi. Questa norma capestro, Grillo la usa per definire lo Ius soli un «fatto già acquisito». E’ falso che in linea di diritto o di opportunità, modificare questa norma richieda un referendum. Gli esseri umani sono tutti uguali e devono avere gli stessi diritti. La maggioranza non può negare i diritti delle minoranze.

E’ grave l'opposizione di Grillo ai diritti per i nuovi italiani. Che va ad aggiungersi alla xenofobia esplicita o lantente della destra e di una parte della sinistra. La nuova ministra dell’integrazione ha dichiarato di voler conseguire l’approvazione dello Ius soli. Ha fatto seguito l’opposizione del Pdl. L’intervento del presidente del senato Pietro Grasso, che si è messo a predicare prudenza e cautela, in favore di uno Ius soli temperato, pena l’invasione del paese di tante partorienti straniere. Gli insulti fascisti di Forza Nuova contro Cecylie Kyenge.

Su questo tema, Grillo non ha paura di ammucchiarsi ad altri. Lui come altri percepisce un paese xenofobo e pensa solo ad accarezzargli il pelo. Lui come altri dà più importanza ai voti che ai diritti. Lui come altri non ha timore di essere ambiguo, opportunista e schizofrenico. Prima candida Stefano Rodotà alla presidenza della repubblica, il più insigne giurista dei diritti civili. Poi nega il diritto alla cittadinanza ai figli degli immigrati. Eppure, secondo inchieste e sondaggi, otto italiani su dieci sarebbero favorevoli allo Ius soli. La xenofobia, prima ancora che essere una pulsione del paese, è una proiezione interessata di larga parte della classe politica. Anche chi ha paura degli immigrati come realtà astratta - paura suggerita da tanti discorsi razzisti o prudenziali che provengono dai media o dalla politica - non ha paura degli immigrati in carne e ossa, suoi amici, vicini di casa, colleghi di lavoro, compagni di scuola. 

Nel rappresentarci come impauriti e ostili allo straniero, Grillo è uno zombie come i dirigenti del Pdl, della Lega e come i prudentissimi esponenti della sinistra. A partire dal deludentissimo presidente del senato. Anche lui, a fronte della concessione di un elementare diritto, a fronte della nuova realtà dell’immigrazione, ha scelto di parlare il linguaggio del pericolo e della paura, ha scelto di evocare fantasmi. Lo Ius soli puro esiste negli Stati Uniti, nel Canadà e in tutto il continente americano. Nessuno di questi paesi è stato invaso da partorienti. Ma soprattutto, nessuno dei venti ddl presentati in parlamento propongono uno Ius soli senza condizioni. Nè lo ha proposto la nuova ministra dell’integrazione.

Abbiamo un brutto quadro politico. Una destra razzista e corrotta. Una sinistra senza identità e senz’anima. Un nuovo movimento, il M5S, che, superato l’effetto novità, rischia di diventare la sintesi del peggio degli altri due. Non possiamo rassegnarci a scegliere tra questi qui.

Screen shot di messaggi prelevati alla rinfusa da Metaforum o da profili privati di Facebook e presentati come attacchi a freddo, senza senso, fuori contesto. Talvolta bianchettati, manipolati, in modo che il contenuto sembri più grave di quello che è. Senza che siano linkati alle pagine in cui sono stati scritti, per permettere al lettore di comprenderne il significato. Il tutto eseguito da chi lamenta di essere vittima di dossieraggi e di metodi Boffo.

Il dossieraggio è la raccolta di informazioni riservate e scottanti su personaggi in vista, da usare in genere a fini di ricatto. Il metodo Boffo fu il dossieraggio contro il direttore dell'Avvenire. Io, ovviamente, non faccio dossier, faccio rassegne stampa. Uso pubblicamente rassegne di articoli e post. Tutti documenti pubblici, tratti da pagine pubbliche, blog, pubblicazioni online. Scrivo cosa penso di un dato articolo. Cito le frasi che me lo fanno pensare. Indico il link all’articolo integrale. Faccio le mie connessioni, traggo le mie conclusioni. Ma chi mi legge ha tutti gli elementi per verificare e valutare se posso avere torto o ragione. Se per distrazione o comodità espositiva salto o ometto dei riferimenti, sono poi sempre disponibile a precisarli. Se conoscete un metodo più corretto suggeritemelo. Posso sbagliare e anche prendere cantonate. Basta smentirmi e confutarmi. Sentirmi dare del sovradeterminante patriarca del terzo millennio, finora non l'ho trovato un argomento persuasivo.

Definire chi sia FikaSicula (alias Malafemmina, Michela Fervida, Antonella Parentesi, Marina Libertaria, Rossellatdg, Eretica, Laglasnost, più altre che ora dimentico) non è importante ed è impossibile, perchè non la conosco. Posso solo valutare e definire ciò che scrive e pubblica. Se è più coerente con il femminismo o con il maschilismo. Il sottotitolo del suo ultimo blog (Abbatto i muri) ha per presupposto una falsa realtà. Quella della guerra dei sessi. Che deve finire. Nel patriarcato, anche quello edulcorato del mondo occidentale, non c’è una guerra dei sessi. C’è il dominio di un sesso sull’altro. E c’è una lotta di liberazione del movimento delle donne che vuole sottrarsi a questo dominio e affermare parità di diritti e opportunità. L’idea della guerra dei sessi piace molto ai maschilisti, come tutte le idee che nel rapporto tra i sessi affermano una simmetria e negano l’asimmetria. Non c’è una guerra che deve finire. C’è un dominio, una discriminazione che devono finire.

Il fatto che io commenti negativamente o abbia pubblicato commenti negativi sui post di Eretica/FikaSicula, non significa che le neghi il diritto di pubblicare i suoi contenuti. Non lo voglio e anche volendo non ne avrei il potere. E' ovvio che lei può scrivere e pubblicare tutto quello che vuole. Quello che non può fare è sottrarsi alla critica. Cosa che, a giudicare dalle sue repliche o dai suoi attacchi, sembra essere il suo unico scopo. Non discutere, ma sottrarsi ad ogni obiezione. Azzittire chi la contraddice. Usando anche argomenti patetici e sproporzionati come quello secondo cui critiche e polemiche avrebbero effetti devastanti su di lei. Troppa ostentata fragilità per una donna che predica alle altre donne di non essere vittime.

Questo è un altro punto di dissenso. Io non credo che alle donne si possa chiedere di essere o di non essere vittime nelle dinamiche della violenza maschile. Dire che non sono vittime, significa dire che sono corresponsabili. Invece sono vittime, in quanto subiscono un abuso che non meritano e di cui non hanno responsabilità. Corresponsabilizzare le donne nella violenza che subiscono, è un’altra idea estranea al femminismo e cara ai maschilisti.

Come è cara ai maschilisti l’idea che non esista una violenza maschile, perchè questo concetto criminalizzerebbe niente di meno che il dna maschile e porterebbe a considerare la necessità di sterminare tutti i maschi. La violenza sarebbe di tutti contro tutti, agita da una generica e indefinita cultura del possesso. I maschi essendo più muscolosi, farebbero un po’ più danno. Tutto qui. Di conseguenza, il bollettino di guerra dovrebbe calcolare quasi ogni tipo di omicidio e suicidio. Il femminicidio annebbiato dentro una grande nebulosa di violenze d’ogni genere. Se questo non è negazionismo è una relativizzazione molto spinta. Non è vero che il concetto di femminicidio (donna uccisa dall’uomo che la considera di sua proprietà) sia pronunciato da chiunque. Ci sono molti articoli che gli negano validità. Si possono leggere sul Giornale, come sul Fatto Quotidiano. E guarda un po’, usano il linguaggio di Abbatto i muri, dicono che il femminicidio ormai è un brand. Come se la sua negazione invece non lo fosse. Tra i negazionisti, c’è Marcello Adriano Mazzola, un importante sostenitore dell’ultima petizione promossa da Femminismo a sud, con l'argomento che «La violenza di genere non ha sesso».

E’ vero che la divergenza tra noi comincia con il blog «Finché morte non vi separi». Non è tanto lunga da spiegare, posso farlo in sintesi. Mi basta fare un copia incolla da un mio post di allora. Si tratta di un’autonarrazione romanzata (ma presentata come storia vera) di una donna che ha subito violenza e rifiuta lo status di vittima. Il racconto ha le seguenti costanti: 1) la comprensione e l’empatia nei confronti del maschio violento (anche lui è una vittima); 2) la corresponsabilità e codipendenza della donna (lei non è una vittima, perchè è parte attiva nella dinamica, lo cerca, lo provoca, ci ritorna); 3) la delegittimazione di ogni intervento di tutela esterno alla coppia, dalla famiglia originaria, all’ospedale, ai centri antiviolenza (paternalisti e autoritari), 4) la negatività delle donne (ogni personaggio femminile è messo in cattiva luce). Molti post sono taggati nella categoria dell'autoritarismo. In uno di essi, si dice esplicitamente che i figli non devono diventare ostaggio dei parenti della vittima, la loro gestione deve rimanere ai genitori. Quindi, anche al genitore violento. Su «Finché morte non vi separi, segnalo in particolare «Il patto narrativo» ed anche un commento che il Ricciocorno ha scritto sul mio blog.

Ed è pure vero che un altro punto di divergenza sta nell’apertura al dialogo e persino alla collaborazione con i mascolinisti. Femminismo a sud ricorderà di aver contestato ai redattori degli Altri la petizione in favore della libertà di manifestare per i fascisti. Oggi viene contestato a loro o alla loro fondatrice qualcosa di simile. Secondo me, fascisti, razzisti, antisemiti, misogini, sono incompatibili con il dibattito democratico e non possono essere riconosciuti come interlocutori. Eretica/FikaSicula si paragona alla ministra Cecile Kyenge, perchè dice che anche lei vuole «abbattere i muri», ma Cecile kyenge dai razzisti viene insultata, non elogiata. Lei non viene accolta con rispetto dal Ku Klux Klan. Può essere che Eretica/Fikasicula abbia avviato le sue nuove interlocuzioni con tutte le migliori intenzioni, come quei cristiani che alla caduta dell’impero andarono incontro ai barbari invece di rinchiudersi nei monasteri. Ma quei cristiani effettivamente riuscirono a convertire i barbari, non si fecero convertire da loro. Eretica/Fikasicula sembra aver ottenuto il risultato contrario. Ai suoi tanti nickname, potrebbe ormai aggiungere anche questo: Barbara. Se non lo ha già.

L’ambizione di conciliare l’inconciliabile porta a dire ogni cosa e il suo contrario, in modo disgiunto. Giustificandosi con la complessità, perchè tanto complessità e confusione si somigliano. In questo modo si ha sempre ragione. Hai detto questo. Si, ma ho detto anche l’altro. La Pas è uno degli ambiti in cui si esercita questa ambiguità. Da un lato si nega l’esistenza di una sindrome, che ormai è stata negata anche dalla comunità scientifica. Quindi, si nega che una perizia psichiatrica possa diagnosticarla. Ma al tempo stesso si afferma l’esistenza di una alienazione genitoriale, per cui una madre avrebbe comunque il potere di lavare il cervello del figlio e metterlo contro il padre. Non una sindrome psichiatrica, ma una violenza psicologica, che può essere giudicata nei tribunali e quindi da considerare reato. Di fatto la reintroduzione del reato di plagio sui soli minori. O una interpretazione molto estensiva della circonvenzione di incapaci. Secondo me, questo significa essere pro-pas (senza la s). E’ la rilettura della pas in chiave di mobbing genitoriale. Una battaglia portata avanti dalle associazioni dei padri separati, dalle loro nuove compagne, non dalle associazioni femministe. Intanto è successo e continua a succedere che tribunali sentenzino la pas, tolgano i bambini alle madri, li rinchiudano in case famiglie, per sottoporli alla terapia della minaccia. Su questo l'ambi-pas di Abbatto i muri tace o si limita a «non gioire» quando queste sentenze vengono annullate dalla Cassazione.

Non ho mai preteso che Femminismo a sud prendesse le distanze dalla sua fondatrice o da chicchessia. Una volta ho chiesto spiegazioni su come i contenuti tendenzialmente maschilisti di Finchè morte non vi separi, potessero conciliarsi con un collettivo che si definiva femminista. Non ho ricevuto risposte. Pazienza. Quale sia stato il dibattito successivo all’interno del collettivo non posso saperlo, nè capisco perchè, se tutto poteva convivere nella «complessità» Eretica/FikaSicula abbia voluto sceneggiare la sua morte e autoesiliarsi su Abbatto i muri. Secondo me, invece di tutto questo sarebbe stato più pratico provare a dare una risposta. Curioso il desiderio di essere lasciati in pace. Al tal fine, è più opportuno scrivere diari privati che non blog ad ampia diffusione, sostenuti da decine di pagine collaterali su Facebook. Ovvio chi ha più voce e mezzi, subisca anche più contraddittorio.

Lo screen shot in cui compare Fabri Fibra è di un mio post. A parte la dubbia correttezza di prelevare e pubblicare ciò che miei amici ed io scriviamo sulla mia bacheca, il post è completamente travisato. Ovvio che cacciatrice di streghe non può essere Eretica/FikaSikula. Lei ha qualificato la protesta contro la partecipazione di Fabri Fibra al primo maggio come «caccia alle streghe». A protestare sono state anche Michela Murgia e Loredana Lipperini. Eretica/Fikasicula ha pubblicamente vantato una citazione nell’ultimo libro di Michela Murgia e Loredana Lipperini (complimenti). Ne ho ironicamente dedotto, che Eretica/FikaSicula è stata citata da due «cacciatrici di streghe». Non capisco invece quale pertinenza possa avere lo screen shot del post di Metaforum. Una mia amica mi dice di non sapere che esistesse su Facebook la pagina di Metaforum. Le rispondo che la usiamo poco e in effetti potremmo usarla di più. E’ vero. E’ allora?

Non mi pronuncio sul commento relativo alla petizione, salvo notare la contraddizione tra il volersi battere contro le censure e i tutori autoritari e poi annunciare querela per un commento in un blog. Ritengo anche che un post pubblicato sia come una carta messa sul tavolo e che una volta messa non si possano cambiare le carte in tavola, sostituendo un post con un altro, senza spiegare nulla. Il post intitolato «Querela» è stato sostituito con il post «Movimenti violenti» e il successivo post «Io non querelo» è stato sostituito con il post «Non c’è nulla da chiarire». Trovo questo modo di procedere poco serio. Così come trovo poco serio prendere l’affermazione di una persona e generalizzarla ad un intero fronte critico. Salvo diverso titolo di rappresentanza, ciascuno parla per sè.

La petizione promossa dai tre blog di Eretica, magari merita un post a sè. Sui motivi per non firmare questa petizione consiglio di leggere «Perchè io non firmerò la petizione». Io non l’ho firmata perchè ricalca la stessa filosofia di «Finché morte non vi separi». La violenza è di tutti contro tutti, rappresentata come un problema relazionale, conseguente ad una generica e indefinita «cultura del possesso», che necessità di una mediazione, dando per scontato che non sia nè efficace, nè giusto perseguire gli stalker. L’idea della mediazione mi pare coerente proprio con la «cultura del possesso». Per cui è necessario convincere il proprietario a dismettere la proprietà, poichè lo stato è impotente nel garantire protezione alla potenziale vittima. L’adesione del MFPG (le nuove compagne dei padri separati) indica bene che i contenuti della petizione sono conformi alle finalità di questa associazione e non delle associazioni femministe, che hanno promosso invece altre petizioni. No More e Ferite a morte.

In conclusione, il mio non è e non vuole essere un blog contro una persona. Citata in poco meno di una decina di post su circa 250. Io non faccio questioni personali, soprattutto non ne faccio con persone che non conosco. Faccio questioni politiche. Sono contro le ideologie e le culture di destra. Compreso il maschilismo. Sono sfavorevole al post femminismo che con il maschilismo spesso va a convergere quasi in alleanza contro il femminismo marxista e radicale. Quello nel quale io mi riconosco. Polemizzo contro chi interpreta quelle ideologie, quelle culture, senza acrimonia personale, ma senza sconti. Non ho e non voglio avere nessun potere di scomunica. Penso che il partito comunista cinese non sia comunista bensì nazionalcapitalista. Non è una scomunica, è una opinione. Penso che il PD non sia di sinistra e che in particolare non lo siano i suoi esponenti liberisti. Non è una scomunica, è una opinione. Penso che le post femministe non siano femministe. Non è una scomunica è una opinione. Penso che anche FaS e AiM non siano femministi. Se FaS lo è stata, oggi non lo è più. E’ solo la mia opinione. Non c’è motivo che Eretica ne soffra. In compenso, l'identità femminista le è riconosciuta sullo Stormfront dei misogini. Anche se le viene negata la precedenza tra i nemici da demolire. Quella tocca alle donniste. A proposito, da chi hanno imparato a dire donnismo? Chi ha proposto loro, questo nemico comune?

Divieto di acquisto del sesso e fine della tratta: la legge svedese sulla prostituzione
Max Waltman* - Michigan Journal of International Law, Vol. 33, pp. 133-157, 2011 - (Traduzione di Maria Rossi)

Introduzione

Al simposio su "Successi ed insuccessi delle leggi sulla tratta internazionale degli esseri umani", svoltosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università del Michigan nel febbraio 2011, ho affrontato il tema delle leggi sulla tratta internazionale a scopo di sfruttamento sessuale, in particolare della legge svedese che vieta l'acquisto di sesso e, contemporaneamente, depenalizza la persona prostituita. Invitato ad affrontare il tema della tratta, sono stato sorpreso dal titolo assegnato alla mia relazione: «Sequestrata, venduta all'estero: la tratta a scopo sessuale nella comunità internazionale». Questa sorpresa è stata determinata dal fatto che nel più recente documento dell'ONU che definisce la tratta, il cosiddetto Protocollo di Palermo, in nessun punto compare il termine "sequestro di persona". Tuttavia, ai sensi del Protocollo, la tratta può essere: "il reclutamento, trasporto, trasferimento, l'ospitare o accogliere persone, tramite l'impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità [...] a scopo di sfruttamento ". Il consenso di una vittima della tratta di persone allo sfruttamento è irrilevante.
Ora, la definizione di tratta non coincide con quella di sequestro di persona, che, secondo la legge degli Stati Uniti, si verifica quando, nell'ambito della giurisdizione federale, qualcuno "illegalmente ghermisce, rinchiude, adesca, seduce, rapisce, o porta lontano e tiene in ostaggio a scopo di estorsione o di riscatto o a qualsiasi altro scopo una persona". In contrasto con questa definizione di sequestro di persona, che in genere comporta l'uso della forza fisica, la tratta si può verificare quando qualcuno abusa della posizione vulnerabile di una persona a scopo di sfruttamento sessuale. Poiché la maggior parte delle persone che si prostituiscono sono soggette al trattamento indicato nel Protocollo di Palermo, che, in realtà, descrive come lo sfruttamento viene comunemente attuato, il Relatore ufficiale delle Nazioni Unite sulla tratta (2004-2008) ritiene che la prostituzione sia in generale una forma di tratta:

In genere, la prostituzione, come è effettivamente praticata nel mondo, presenta, di solito, i caratteri della tratta. E' raro trovare un caso nel quale il percorso verso la prostituzione e/o le esperienze di una persona con la prostituzione non includano, almeno, un abuso di potere e/o un abuso della sua posizione vulnerabile. Potere e vulnerabilità in questo contesto devono essere intesi come inclusivi delle disparità di potere basate sul genere, sulla razza, sull'etnia e sulla povertà. Più semplicemente, il percorso verso la prostituzione e verso questa vita è raramente contrassegnato dall'autodeterminazione e dalla presenza di adeguate opzioni.
Anche se alcune persone che sono vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale vengono sequestrate, la tratta è, più spesso, come suggerito di seguito nella Prima parte, un problema di diseguaglianza sociale, piuttosto che un problema di sequestro di persona ed è così collegata alla prostituzione. Inoltre, questo saggio vuole illustrare come la legge svedese contro l'acquisto di sesso promulgata nel gennaio 1999 sia fondata su una considerazione affine dello sfruttamento sessuale e della diseguaglianza sociale. La legge svedese punisce soltanto chi compra la persona prostituita, non chi è acquistata: " Una persona che....si procura un rapporto sessuale occasionale a pagamento è sanzionata per l' acquisto di prestazioni sessuali con una multa o con la reclusione per un anno al massimo". Dal gennaio del 1999 al luglio del 2011, la sanzione penale massima è stata la reclusione per un massimo di sei mesi. Prima della promulgazione di questa legge, non era sanzionato penalmente né l'acquisto di sesso da adulti, né l'esercizio della prostituzione, ma lo era il prossenetismo. Tra parentesi, le leggi che vietano la pornografia, così come quelle che contengono disposizioni legali per evitare la diffusione di malattie contagiose, o che prevedono l'assistenza obbligatoria dei giovani o dei tossicodipendenti, potrebbero, al momento opportuno, essere applicate al contesto della prostituzione.
Questo saggio valuta, offrendo suggerimenti per ulteriori miglioramenti, la potenzialità della legge svedese contro l'acquisto di sesso, considerandola come una risposta razionale da parte degli Stati firmatari del Protocollo di Palermo. Esso mira a selezionare alcune delle affermazioni contrastanti e delle informazioni sbagliate relative alle motivazioni che sottendono la legge e vuole documentare l'impatto della legge e alcuni degli ostacoli posti alla sua applicazione giudiziaria. La prima parte del saggio inquadra la storia legislativa della legge svedese nel contesto della conoscenza della prostituzione in Svezia e altrove prima e dopo la promulgazione della legge, inclusa la valutazione dei presupposti dell'ingresso nella prostituzione, delle condizioni di esercizio e delle possibilità di uscita da parte delle persone prostituite. La seconda parte vuole valutare l'impatto della legge dopo la sua introduzione, includendo le valutazioni al riguardo dei paesi vicini e di altre rilevanti autorità. La terza parte prende di mira alcune preconcette informazioni sbagliate che si trovano comunemente nelle discussioni relative alla legge. Infine, la quarta parte tratta degli ostacoli attuali all'implementazione effettiva della legge, ponendo particolare attenzione all'interpretazione giudiziaria e all'applicazione della legge. Come sarà successivamente illustrato, l'esperienza acquisita dopo l'approvazione della legge svedese suggerisce che qualsiasi approccio efficace di lotta alla tratta a scopo di sfruttamento sessuale deve anche ridurre la prostituzione e la sua richiesta. Questo approccio è già racchiuso nel diritto internazionale, nel Protocollo di Palermo che afferma che: "Gli Stati Parti adottano o potenziano le misure legislative o di altro tipo, [..]per scoraggiare la richiesta che incrementa tutte le forme di sfruttamento delle persone, specialmente donne e bambini, che porta alla tratta".


I. Prostituzione e legge svedese: un'analisi storica e comparativa

Prima che fosse introdotta la legge svedese che vieta l'acquisto di sesso, erano stati compiuti alcuni tentativi, relativamente poco conosciuti, di criminalizzare i clienti; tentativi che all'epoca non avevano prodotto risultati. Alcuni di questi tentativi hanno costituito il fondamento dell'uguaglianza di genere che ha fatto capire che acquistare donne per far sesso costituisce una forma di sfruttamento. Le risposte contenute in un rapporto del governo del 1981, ad esempio, sostenevano effettivamente che la prostituzione "sarebbe scomparsa se non ci fosse stata la domanda" e che una legge contro i clienti "avrebbe aumentato la parità tra i sessi e avrebbe impedito lo sfruttamento eccessivo delle donne socialmente svantaggiate". L'idea non ebbe seguito fino a che, nel 1990, non fu appoggiata dall'avvocata americana Catharine A. MacKinnon in un discorso tenuto assieme alla scrittrice Andrea Dworkin, organizzato dall'associazione Swedish Organization for Women’s and Girls’ Shelters (ROKS) [Organizzazione Svedese dei rifugi per donne e ragazze], la cui prima presidentessa Ebon Kram, in modo indipendente, sostenne pubblicamente che la disuguaglianza di genere e la subordinazione sessuale non potevano essere realmente combattute se si presumeva già realizzata una simmetria tra i generi empiricamente inesistente. Perciò - ella argomentò - in un mondo fondato sulla diseguaglianza, è necessaria una legge contro gli uomini che comprano le donne, non contro le persone, specialmente donne, che vengono acquistate per uso sessuale e che, quindi, "ponga fine alla prostituzione, ponendo fine alla domanda; in tal modo la parità sessuale verrebbe sancita dalla legge". L' Organizzazione Svedese dei rifugi per donne e ragazze tenne periodici incontri annuali con i membri del Parlamento svedese nel 1992, nel 1994 e nel 1995, nei quali proponeva la criminalizzazione dei clienti della prostituzione.
Dopo anni di sforzi concertati per diffondere questa teoria, nel 1998 il Parlamento svedese approvò un disegno di legge omnibus sulla violenza maschile contro le donne che inquadrava la prostituzione e la nuova legge nel contesto della diseguaglianza tra i sessi, piuttosto che - come era comune in tutto il mondo - tra i reati contro la morale, il decoro o l'ordine pubblico. Il disegno di legge dichiarava che la prostituzione e la violenza contro le donne "erano collegate. La violenza degli uomini contro le donne non era consonante con l'aspirazione a una società fondata sulla parità tra i sessi... In tale società è altresì indegno e inaccettabile che gli uomini facciano sesso occasionale con le donne dietro compenso in denaro". Inoltre, si riconobbe che le donne prostituite avevano subito privazioni nell'infanzia, erano state trascurate, non avevano potuto sviluppare un senso di autostima; analogamente si sottolineò come vi fosse uno stretto rapporto tra abusi sessuali subiti nell'infanzia e prostituzione.
Prove schiaccianti relative ad un ampio spettro di paesi supportano la conclusione del parlamento svedese, secondo cui la maggioranza delle persone prostituite ha subito abusi sessuali nell'infanzia. In conseguenza di ciò, molte fuggono da casa o diventano persone senza fissa dimora, che vivono effettivamente in strada e subiscono un intenso sfruttamento da clienti privi di scrupoli. Comune è l'ingresso nella prostituzione in età precoce. Il 47% delle 751 persone che si prostituiscono in nove Paesi ha riferito di essere entrata nella prostituzione prima di aver compiuto 18 anni. Il 62% di un campione di 200 donne di San Francisco, minorenni e maggiorenni, che si prostituiscono o si sono prostituite nel passato ha fatto il suo ingresso nella prostituzione prima di aver compiuto 16 anni e un certo numero di donne prima di aver compiuto 9, 10, 11 o 12 anni. Questa non è un'età in cui si ha l'autonomia e il potere di scegliere la direzione da imprimere alla propria vita. Inoltre, poiché gli abusi e la negligenza nei confronti dei bambini possono spezzare la loro capacità di resistenza e ridurre le loro opportunità, altri saranno in grado di abusare della loro vulnerabilità di adulti che si prostituiscono. Ciò era così evidente tra le 200 donne minorenni e maggiorenni di San Francisco, che il 70% di quelle che erano state sessualmente abusate nell'infanzia riferì apertamente che gli abusi sessuali avevano esercitato un'influenza sul loro ingresso nella prostituzione, mentre un numero ancora maggiore riferì la stessa cosa in un questionario a risposte aperte. Nel 1995, un rapporto del governo svedese, che fa parte della storia giuridica della legge, ha avvalorato queste conclusioni, confrontandole con quelle cui erano giunti medici e altri lavoratori di Göteborg.
Il numero di bambini sfruttati sessualmente in Svezia è, purtroppo, ancora "significativo", secondo il rapporto del governo del 2004. Analogamente, anche le nuove scoperte relative alle giovani adulte che si prostituiscono nell'area di Göteborg confermano lo stretto collegamento con le precedenti esperienze di abusi sessuali infantili, di abbandono e con il fatto di essere senza fissa dimora, conclusioni ulteriormente avvalorate da un'inchiesta nazionale rappresentativa sui giovani (che include gays, lesbiche, bisessuali e transessuali) che aggiunge i fattori socioeconomici e la nazionalità come elementi predisponenti l'ingresso nella prostituzione. Inoltre, come il Consiglio Nazionale Svedese per la prevenzione del crimine ha recentemente scoperto, la povertà e la discriminazione sono due fattori strutturali chiave dell'essere vittima di tratta in Svezia, in Finlandia e in Estonia. Molte donne e ragazze appartengono a gruppi minoritari, come la minoranza baltica che parla il russo o i Rom nell'Europa Orientale e "la maggioranza è di bassa estrazione sociale". Molte erano madri single e disoccupate. Questi fattori, e non l'essere stata sequestrata, spiegano perché esse siano entrate nella prostituzione.
Per quanto concerne le esperienze traumatiche, uno studio di Melissa Farley ed altri, condotto in nove Paesi, ha scoperto che il 68% di 840 persone prostituite soddisfa i criteri clinici per la diagnosi di Sindrome da Stress Post-traumatico e l'intensità dei sintomi è uguale o superiore a quella riscontrata nei veterani del Vietnam che richiedono un trattamento, nelle donne maltrattate che cercano riparo nei centri anti-violenza, nei rifugiati in fuga dalla tortura organizzata dallo Stato, e ciò indipendentemente dal fatto che la prostituzione sia legalizzata o criminalizzata, e indipendentemente dal fatto che la prostituzione sia esercitata al chiuso, nei bordelli, o in strada, nei Paesi in via di sviluppo o, al contrario, nei Paesi industrializzati. I professionisti che si occupano dei traumi e del recupero delle donne prostituite in Svezia attestano che ciò che accomuna tutte le donne che incontrano sono: " le severe reazioni di stress post-traumatico che si manifestano nelle forme di gravi disturbi mentali come insonnia severa e disturbi di concentrazione, ansia e ricorrenti attacchi di panico, grave depressione, severe reazioni anoressiche, comportamenti autodistruttivi combinati con estese dissociazioni, problemi di controllo degli impulsi e manifesta o latente ideazione suicidaria". Inoltre, mettendo in discussione la posizione recentemente espressa nel caso Bedford versus Canada, in Ontario, secondo la quale la sindrome da stress post-traumatico "potrebbe essere causata da eventi non correlati alla prostituzione", nel 2009 uno studio coreano che ha coinvolto 46 persone che in passato avevano esercitato la prostituzione al chiuso e un gruppo di controllo ha dimostrato che la prostituzione era strettamente correlata alla sindrome da stress post-traumatico, anche quando erano stati controllati gli effetti di eventuali abusi infantili.
Ciò non sorprende; è ben noto e ben documentato che sfruttatori e clienti comunemente usano minacce e violenza. Per esempio, il 70% delle donne prostituite di San Francisco hanno riferito di essere state stuprate o di essere state vittimizzate "al di là del contratto di prostituzione" in media 31,3 volte; l'84% di un gruppo di 55 sopravvissute alla prostituzione che ha partecipato ad un progetto a Portland, in Oregon, ha subito aggressioni aggravate in media 103 volte all'anno; il 78% ha subito stupri 49 volte in un anno e il 53% ha subito torture sessuali più di una volta alla settimana, spesso filmate o fotografate a scopi pornografici. Infatti, in uno studio relativo a nove Paesi, il 49% delle 749 persone intervistate ha riferito di essere stata usata nella pornografia e ha riportato una diagnosi di sindrome da stress post traumatico con "sintomi decisamente più severi" rispetto a quelli riportati da donne che hanno dichiarato di non essere state usate nell'ambito della pornografia, suggerendo come la prostituzione nell'ambito della pornografia sia particolarmente violenta. Testimoni indipendenti di casi svedesi di lenocinio e di tratta confermano purtroppo il carattere abusante della prostituzione, con le loro attestazioni di pestaggi giornalieri, stupri di gruppo o torture. Anche un singolo cliente o sfruttatore che non infligge danni tanto gravi, contribuisce nondimeno ad accrescere il danno, sfruttando una persona che è già gravemente traumatizzata (incluso il caso in cui l'abuso sia stato perpetrato principalmente durante l'infanzia). Al fine di dare adeguatamente conto di tale danno, la diagnosi di sindrome da stress post-traumatico fornisce uno strumento di particolare rilievo nella fase delle indagini preliminari e della raccolta delle prove. Come è stato fatto recentemente in Gran Bretagna in una serie di casi di tratta, gli avvocati dei querelanti hanno presentato una diagnosi di sindrome da stress post-traumatico delle persone prostituite, seguita da ulteriori richieste di informazioni circa la loro sofferenza e la loro situazione per la valutazione dei danni subiti. L'uso di questa documentazione fornisce una prova convincente del fatto che clienti e sfruttatori hanno contribuito a causare la sofferenza e pertanto devono risarcire i danni.
Purtroppo, molti casi svedesi che coinvolgono sfruttatori non approdano all'imputazione formale o alla condanna per tratta, stupro, aggressione o privazione illegale della libertà, anche quando tali crimini sono stati realmente commessi; invece, questi reati sono perseguiti con minore severità dalle norme sul lenocinio, facendo credere che le persone che si prostituiscono siano uguali dinanzi alla legge.
Nondimeno, il rapporto del Governo svedese del 1995 aveva già osservato che la violenza, l'abuso, e la coercizione erano frequenti nella prostituzione:

E' usuale che le donne, nel mercato del sesso, siano soggette a varie forme di violenza come gli abusi fisici e gli stupri. Alcuni clienti concepiscono la situazione in modo tale per cui, avendola pagata, ritengono di avere il diritto di trattare la donna come vogliono. Il cliente pensa di aver ....anche comprato il diritto della donna ad un umano e dignitoso trattamento.
In conformità con queste osservazioni, studi più recenti hanno dimostrato che molti clienti percepiscono il pagamento come il diritto di richiedere qualsiasi atto per il quale stanno pagando, altrettante evidenze che documentano il danno e il trauma provocato dallo sfruttamento commerciale del sesso. Tale trattamento è possibile perché la prostituzione di solito implica un enorme squilibrio di potere ai danni della persona prostituita, spesso semplicemente a causa della situazione disperata che determina il suo ingresso nella prostituzione, dalla quale le impedisce di uscire. Il rapporto del 1995 del governo svedese riportava l'esempio di un club che vendeva film pornografici e che aveva prodotto i propri video in uno scantinato, nel quale qualsiasi uomo invitato poteva far sesso con una donna per circa 10 dollari. Una donna di 20 anni con un gran bisogno di soldi era stata sottoposta a due sessioni di "allenamento", nelle quali era stata penetrata ogni volta da più uomini. La ragazza aveva dovuto effettuare la performance sessuale per meno di 100 dollari. Dopo le prime due sessioni, lei stessa aveva calcolato di aver servito più di 10 uomini di una lunga fila, con rapporti vaginali e orali e un imprevisto rapporto anale. La polizia a quel tempo aveva condotto indagini su gravi denunce e testimonianze simili, concordanti con il rapporto del governo svedese del 1995, che affermava inoltre che la ragazza "era stata molto male a causa di quello che le era successo" e che non l'aveva fatto che per ottenere la paga promessa.
Allo stesso modo, la legalizzazione non prende di mira lo squilibrio di potere tra il cliente e la donna che si prostituisce, e, tra l'altro, non riduce la richiesta di sesso non sicuro o ad alto rischio. Nello Stato di Vittoria, in Australia, la legalizzazione rappresenta piuttosto un incentivo alla concorrenza e all'accrescimento delle richieste che le donne soddisfano con pratiche non sicure o ad alto rischio e rappresenta un'induzione ad accettare clienti indesiderati. Proprio per questo, nel corso di tre anni di interviste per una ricerca in Nevada (dove la prostituzione è legale in diverse contee), Melissa Farley ha raccolto una serie di racconti nei quali le donne venivano licenziate dai bordelli legali dopo aver ricevuto il risultato positivo di un test per stabilire il contagio da HIV, mentre i bordelli apparivano disinteressati alle condizioni di vita e alla salute delle donne. Questo è prevedibile, considerando il fatto che il denaro dei clienti - e non le donne o le loro scelte - guida il business. Questa è la diseguaglianza. Alcuni studiosi e la maggior parte dei tribunali, così come la struttura delle leggi vigenti nella maggior parte dei Paesi, non percepiscono adeguatamente questa diseguaglianza. La sentenza Bedford v. Canada sembra aver fallito a questo riguardo, invalidando una disposizione contraria al fatto di "vivere dei proventi" della prostituzione, che era applicata contro i protettori e contro i trafficanti. Il risultato è che tale coinvolgimento di terzi, senza ulteriori precisazioni, è essenzialmente considerato un vantaggio per la sicurezza delle persone che si prostituiscono, anziché essere concepito come uno sfruttamento, come il lenocinio e la tratta in effetti sono. Anche le donne prostituite che non sono sfruttate dai protettori incontrano spesso difficoltà economiche che le costringono a rimanere nella prostituzione, rimanendo così sfruttate. Una donna intervistata nel 1995 per la redazione del rapporto del governo svedese dichiarò di essere prostituta da 25 anni e sostenne di aver potuto scegliere con attenzione i suoi clienti; tuttavia, disse che, più di qualsiasi altra cosa, avrebbe voluto abbandonare la prostituzione, ma non poteva:

Il problema è che non posso frequentare scuole, corsi o trovare un altro posto di lavoro. Non ho un diploma e non posso spiegare che cosa ho fatto in questi anni. Sono angosciata per il futuro. E' troppo tardi per cambiare vita. Tuttavia, ho paura di rimanere bloccata nella prostituzione. Non riesco ad immaginare di restarvi fino ai 50-60 anni. Per me ora è opprimente ed è faticoso fare la passeggiatrice. E' gravoso stare qui.
Pertanto, se i clienti possono comprare le persone e gli sfruttatori possono venderle, ma le stesse persone non possono andarsene (come esplicitamente riferito dall'89% di 785 persone in nove Paesi), allora, in accordo con la Convenzione sulla schiavitù, queste persone sembrano essere in "uno stato o condizione....nella quale sono esercitati [nei loro confronti] gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi". Senza dubbio, tutte le persone che si prostituiscono si trovano in una posizione di vulnerabilità che le note interpretative del Protocollo di Palermo definiscono come "una situazione nella quale la persona coinvolta non ha una reale e accettabile alternativa, ma è assoggettata ad un determinato abuso". Lo sfruttamento delle persone, in assenza di alternative, è la ragione per cui, in risposta alle richieste di criminalizzare le persone che si prostituiscono, nel 1998 il legislatore svedese concluse che "non è ragionevole criminalizzare anche chi, almeno nella maggior parte dei casi, è la parte più debole e sfruttata da altri che vogliono soddisfare il proprio desiderio sessuale". Riconoscendo il chiaro nesso tra prostituzione e tratta - la realtà della prostituzione "di solito presenta i caratteri della tratta" - diventa evidente che, per porre fine alla tratta, deve cessare anche la prostituzione. La domanda, allora, è: la legge svedese ha avuto successo?


II. L'impatto della legislazione svedese

Nel 1995 il governo stimava che vi fossero approssimativamente dalle 2500 alle 3000 donne prostituite in Svezia, 650 delle quali praticavano nelle strade. Per contro, uno studio pubblicato nel 2008 ha stimato in circa 300 il numero delle donne che si prostituiscono in strada, mentre sono state individuate 300 donne e 50 uomini che esercitano la prostituzione avvalendosi di annunci in rete. Metodi simili di calcolo sono stati adottati in Danimarca, dove l'acquisto di sesso è legale. Benché la Danimarca abbia 5,6 milioni di abitanti, mentre la Svezia ne ha 9,4, le persone prostituite svedesi sono circa un decimo delle danesi. Le stime suggeriscono che circa 5567 persone esercitano in modo visibile la prostituzione in Danimarca, 1415 delle quali la praticano nelle strade. Un'organizzazione non governativa danese ha affermato che il numero delle prostitute di strada è stato sovradimensionato, ma anche senza considerare le prostitute di strada, la differenza tra la Svezia e la Danimarca, relativamente alle persone che si prostituiscono, è stupefacente. Sulla base di un metodo di calcolo simile, in Norvegia (4,9 milioni di abitanti) vi erano 2654 donne che si prostituivano, 1157 delle quali in strada nel 2007, quando l'acquisto di sesso era ancora legale, oltre otto volte di più rispetto alla Svezia. Anche se le cifre dei Paesi Nordici non fossero esatte, come stime comparative sono più che sufficienti.
Secondo le Organizzazioni non governative e le agenzie di governo di Stoccolma, Göteborg e Malmö, poco dopo la promulgazione della legge, "il mercato del sesso praticamente scomparve dalle strade", anche se in seguito tornò, "benché in misura minore". A Stoccolma, il numero dei clienti comunicato dalla polizia era diminuito di quasi l'80% nel 2001. Come riferito nel 2007, gli operatori sociali a Stoccolma hanno incontrato soltanto 15 o 20 persone prostituite ogni notte, mentre ne avevano incontrate fino a 60 ogni notte prima della promulgazione della legge. A Malmö, gli operatori sociali avevano incontrato 200 donne ogni anno prima dell'approvazione della legge, ma l'anno dopo l'emanazione della legge, ne incontrarono 130 e, nel 2006, solo 70. A Göteborg i dati indicano che la prostituzione di strada è diminuita dalle 30 alle 100 persone all'anno tra il 2003 e il 2006. Nonostante la disinformazione (di cui parlerò oltre) stia diffondendo quelle che spesso sono semplici voci, secondo le quali, dopo la promulgazione della legge, si sia verificato in Svezia, rispetto ad altri Paesi, un passaggio massiccio dalla prostituzione di strada a quella in rete o esercitata al chiuso, presumibilmente prostituzione sommersa per appuntamento, nessuna informazione, evidenza empirica o ricerca di altro tipo indica che ciò sia in realtà avvenuto. Concordando con queste osservazioni, il Dipartimento Nazionale di Investigazione Criminale afferma che le intercettazioni telefoniche rivelano che i trafficanti internazionali e gli sfruttatori sono molto delusi dal mercato della prostituzione svedese. Di conseguenza, i più recenti bordelli clandestini in Svezia sono imprese relativamente piccole, nelle quali le operazioni di polizia raramente trovano più di 3 o 4 donne prostituite contemporaneamente, rispetto alle 20-60 donne comunemente inserite in certe attività criminali nel resto d'Europa. Questi trafficanti internazionali e sfruttatori evitano di gestire la prostituzione per troppo tempo in un appartamento o in altro luogo, al fine di placare i timori dei clienti di essere scoperti. Questa "necessità" di trovare "locali diversi" è stata confermata da intercettazioni telefoniche, testimonianze di donne prostituite, rapporti di polizia negli stati Baltici e in quasi tutte le indagini preliminari per accuse di lenocinio o di tratta.Inoltre, la promulgazione della legge in sé sembra aver mutato il sentimento pubblico. Nel 1996 soltanto il 45% delle donne e il 20% degli uomini in Svezia erano favorevoli alla punizione dei clienti. Nel 1999, 81% delle donne e il 70% degli uomini erano favorevoli alla punizione dei clienti; nel 2002, 83% delle donne e il 69% degli uomini erano favorevoli; e, nel 2008, il 79% delle donne e il 60% degli uomini erano favorevoli alla legge. Inoltre, il numero di uomini che, nell'ambito di un campione della popolazione nazionale, ha riferito di aver comprato sesso sembra essere sceso dal 12,7% nel 1996 (prima dell'entrata in vigore della legge) al 7,6% del 2008. Il metodo impiegato per il calcolo, basato sull'autocompilazione di un questionario, sull'anonimato e sulla stima dei reati, è stato ripetutamente dimostrato affidabile da diverse riviste scientifiche. Alla domanda sugli effetti della legge sui propri atti di acquisto di sesso, nel 2008, i rispondenti dichiaravano di non aver aumentato l'acquisto di atti sessuali, di non aver iniziato ad acquistare sesso fuori dalla Svezia e di non aver cominciato ad acquistare sesso in "forme non fisiche". [Nota della traduttrice : in rete].
Il mutamento della situazione in Svezia, dopo la promulgazione della legge, specialmente in rapporto agli Stati vicini, evidenzia il forte effetto deterrente della legge, anche se i tassi di condanna [dei clienti] non sono stati straordinariamente elevati. Le condanne sono state 10 nel 1999, 29 nel 2000, 38 nel 2001, 37 nel 2002, 72 nel 2003, 48 nel 2004, 105 nel 2005, 114 nel 2006, 85 nel 2007, 69 nel 2008, 107 nel 2009 e 326 nel 2010. Tuttavia, nel 2010 vi è stato un drammatico incremento dei reati denunciati alla polizia, dei controlli dei clienti e delle notifiche di cause - sono stati denunciati 1251 clienti - in confronto agli anni precedenti, quando il più alto numero di denunce, raggiunto nel 2005, era stato pari a 460. Nel 2010 ci sono stati anche 231 clienti denunciati per atti sessuali con ragazze (di età inferiore ai 18 anni), un reato per il quale la pena massima prevista è di due anni. Le ragioni di questo aumento nel 2010 sembrano essere dovute ai fondi speciali assegnati al Piano d'Azione del Governo contro "la prostituzione e la tratta" e a un importante caso locale di sfruttamento organizzato della prostituzione a Jämtland nella Svezia settentrionale.
In ambito internazionale, gli effetti della legge svedese sono notevoli. Gli studi indicano che con la legalizzazione si verifica un incremento della domanda di persone prostituite. Infatti, la legalizzazione sembra essere associata a una cultura nella quale la prostituzione e la coercizione sessuale sono maggiormente normalizzate. Inoltre, per soddisfare l'accresciuta domanda di prostituzione, si verifica spesso un corrispondente incremento della tratta internazionale. In Svezia, però, nel 2008 non sono stati rilevati ampi gruppi di donne straniere che si prostituiscono in modo visibile come in Norvegia, in Danimarca e in Finlandia. Questo è notevole anche in rapporto ai Paesi Bassi, dove, nel 1999, si stimava fossero di origine straniera la metà di tutte le persone che si prostituivano. In precedenza, nel 1994 e nel 1995, la polizia di Amsterdam aveva anche stimato che circa il 75% "di tutte le persone che si prostituivano dietro le vetrine nel quartiere a luci rosse: De Wallen, fosse straniera e che l'80% delle prostitute straniere si trovasse illegalmente nel Paese". Nel 2008 il New York Times riferì che , dopo la legalizzazione del 2000, la situazione si era ulteriormente aggravata. Al contrario, altri Paesi - inclusa la Norvegia, l'Islanda, e, in una certa misura, la Corea del Sud e il Regno Unito - stanno cominciando ad adottare aspetti del modello svedese. Una legge simile è stata proposta dal Governo indiano.


III Disinformazione sulla legge svedese

Sono circolate in ambito internazionale voci infondate sulla legge svedese, spesso sorprendentemente attribuite a una opinionista svedese che si occupa di prostituzione, Petra Östergren e a un suo vecchio pezzo inedito in lingua inglese. Ad esempio, la Sex Worker Education and Advocacy Taskforce (SWEAT) (= Unità di pronto intervento per la formazione e il sostegno della sex worker) ha divulgato nel 2009 le sue osservazioni critiche presso la Commissione di Riforma della legge sudafricana, ma non ha citato alcuna ricerca pubblicata in Svezia. Östergren sostiene, tra l'altro, che "tutte le autorità affermano che non vi è alcuna evidenza che la prostituzione sia complessivamente diminuita" e che "la prostituzione sommersa è probabilmente aumentata". Tuttavia, nessuno dei rapporti citati da Östergren è stato pubblicato più di due anni dopo l'entrata in vigore della legge. I dati precedenti e quelli successivi all'entrata in vigore della legge, così come i dati di confronto con gli altri Paesi Nordici, mostrano che le critiche di Östergren non sono corrette. Inoltre, Östergren sostiene che le donne che esercitano la prostituzione in strada, dopo la promulgazione della legge, hanno dovuto affrontare tempi più duri e, tra l'altro, hanno dovuto far fronte a maggiori richieste di sesso non sicuro e a un maggior numero di clienti violenti. Non stupisce che il rapporto del 2000 del Consiglio Nazionale della Sanità e del Welfare citato da Östergren, secondo l'homepage del Consiglio, "non sia più valido". Già nel 2003 il Consiglio aveva espresso dubbi riguardo tali affermazioni:

Mentre alcuni informatori parlano di una situazione di maggior rischio, pochi sono dell'opinione che si sia avuto un aumento della violenza. La polizia, che ha condotto un'indagine speciale sulla violenza, non ha trovato alcuna prova di incremento. Altre ricerche e le risposte dei nostri informatori hanno indicato entrambi l'esistenza di uno stretto collegamento tra prostituzione e violenza, indipendentemente da quale legge sia in vigore.
Inoltre, in un rapporto del 2007, il Consiglio ha osservato che le opinioni delle donne che si prostituiscono variano; ci sono alcune che preferiscono ancora la strada ai ristoranti, ai night clubs, e all' Web. Una donna ha paragonato "i contatti on line" a un "acquisto a scatola chiusa", mentre un'altra ha detto che essi rendono più difficile liberarsi di un cliente indesiderato. Benché Östergren possa aver avuto ragione nell'affermare che alcuni clienti hanno evitato di testimoniare contro i trafficanti per non essere criminalizzati, il rapporto della polizia di Göteborg afferma "di aver ricevuto dai clienti segnalazioni anonime su casi sospetti di tratta degli esseri umani". Inoltre, poche persone al di fuori della Svezia sembrano conoscere il modo in cui Östergren ha selezionato, per un'intervista, il suo campione di 20 donne prostituite cui fa frequentemente riferimento. Vi sono indizi in un libro da lei pubblicato in Svedese nel 2006, in cui Östergren dice esplicitamente di non aver contattato o intervistato "venditrici di sesso" che "avevano avuto principalmente esperienze negative nell'esercizio della prostituzione", ma di aver intenzionalmente ricercato donne che avevano avuto "esperienze completamente diverse", in quanto - afferma- era la prima volta che "venivano ascoltate in Svezia". Analogamente, la sua tesi di dottorato del 2003 riporta le interviste con 15 donne "venditrici di sesso", la maggior parte delle quali "ha una concezione positiva di quel che fa". Così, quando menziona " i colloqui informali e il carteggio con circa 20 sex workers dal 1996", nel suo articolo in inglese, si riferisce evidentemente a persone scelte perché avevano una visione positiva della prostituzione. Ovviamente, avrebbe dovuto informare i lettori che le persone con un atteggiamento critico nei confronti della prostituzione erano state escluse dalle sue interviste. Studiose come Jane Scoular hanno fatto riferimento alle "interviste di Östergren con donne che hanno raccontato di sperimentare maggiore stress e pericolo in strada" dopo l'entrata in vigore della legge del 1998, senza rilevare questa distorsione nella selezione del campione. Nel 2009 Ronald Weitzer ha citato Scoular per sostenere la tesi dell'inefficacia della legge svedese. Anche Janet Halley ed altri autori hanno citato il pezzo inedito di Östergren per supportare la tesi che la legge abbia reso la prostituzione più nascosta e pericolosa. L'ultimo rapporto di inchiesta del governo svedese, naturalmente, ha dimostrato che queste affermazioni sono prive di fondamento.
Naturalmente, vi è ancora un margine di miglioramento e la legge potrebbe - conformemente al- l'intento che la ispira - essere ulteriormente rafforzata. Finché le vittime non avranno la possibilità di abbandonare la prostituzione, il problema non sarà interamente risolto.


IV Ostacoli a un'implementazione efficace

In contrasto con il Protocollo di Palermo, in cui il consenso è esplicitamente indicato come irrilevante, la Suprema Corte Svedese, nel 2001, con un parere frettoloso costituito da sole quattro frasi, ha confermato la sentenza di un tribunale di grado inferiore che, tra l'altro, offriva un'interpretazione che, malgrado il divieto svedese di acquisto di sesso, considerava rilevante il "cosiddetto" consenso della persona che si prostituiva, suggerendo che il reato fosse primariamente un crimine contro l'ordine pubblico e non contro la persona e non riconoscendo il risarcimento dei danni alla persona prostituita. Nel Tribunale Distrettuale, è stato sostenuto che i reati diretti principalmente contro l'ordine pubblico comportano di per sé una pena inferiore rispetto a quella prevista per i reati rivolti primariamente contro le persone. Benché, in questo caso, le pene siano state lievemente aumentate in Corte d'appello, il cliente è stato solo multato. Successivamente molti funzionari di polizia e molti pubblici ministeri hanno attribuito una scarsa priorità alla legge sull'acquisto di sesso nell'assegnazione delle risorse per l' attuazione, considerando esplicitamente la maggiore o minore gravità della pena come determinante delle loro priorità. Anche se, negli ultimi tempi, a partire dal dicembre 2007, alcuni tribunali hanno assunto un atteggiamento diverso, riconoscendo alcune circostanze aggravanti come la coercizione nell'acquisto di sesso, giustificando così sanzioni più elevate, così come, in tali casi, condanne condizionali per i clienti, i tribunali, tuttavia, non hanno riconosciuto i danni effettivi alle vittime.
Tuttavia, nessuna delle condizioni od osservazioni della prostituzione recepite nelle conclusioni legislative o nella ricerca attuale attesta che il requisito della libertà richiesto per il "consenso", invocato dai tribunali di cui sopra, sia significativamente presente. Poiché sfrutta le condizioni di deprivazione e le situazioni di abuso che hanno condotto le persone a prostituirsi, l'acquisto di sesso non è una situazione cui queste persone possano legittimamente acconsentire. Sulla base della storia della legge e delle prove valutate in precedenza, l'acquisto di sesso appare primariamente come un reato contro l'umanità, l'uguaglianza e la dignità della persona comprata, un reato che è "oggettivamente dannoso per la persona in un'accezione sociale empirica". Diversi studi suggeriscono con forza che il cliente si rende conto che le persone prostituite non godono nel rapporto sessuale, sono vincolate dalla necessità economica, sono soggette a violenze e a gravi sofferenze e spesso sono sfruttate da un protettore o sono vittime della tratta, ma, nonostante ciò, continuano ad acquistare sesso. Nelle parole del disegno di legge quadro sulla violenza degli uomini contro le donne, approvato dal Parlamento svedese nel 1998, questi "uomini comuni, che spesso sono sposati o conviventi, sono coinvolti in attività del cui carattere distruttivo, soprattutto per le donne di cui acquistano le prestazioni sessuali, dovrebbero essere consapevoli". Il cliente ha, in altre parole, abusato delle condizioni di deprivazione o di abuso della persona prostituita, procurandole quindi dei danni e dovrebbe, pertanto, risarcirla. Imponendo il risarcimento dei danni al cliente si crea al contempo un'opportunità economica - lo Stato non deve provvedere al risarcimento - si facilita l'uscita dalla prostituzione della persona che la esercita, si fornisce un incentivo alla persona prostituita a testimoniare contro il cliente, un incentivo che attualmente manca.
Le decisioni dei tribunali sono state ora illustrate e interpretate, tuttavia, dall'ultima indagine del governo. Coerentemente con quanto detto qui, l'indagine del governo conclude che "l'acquisto di prestazioni sessuali...è più un reato contro la persona che un reato contro l'ordine pubblico, benché presenti i caratteri di entrambi". Inoltre la relazione afferma che: " chi è stato sfruttato da qualcuno che ha acquistato una prestazione sessuale occupa una posizione particolare rispetto ad altri che si sono sentiti offesi da un reato. Né l'offesa è di natura simile ad un'infrazione minore, tale che possa condurre alla conclusione che non vi è parte lesa". Il rapporto di inchiesta ha sottolineato con forza che " sebbene l'interesse tutelato dalla fattispecie del reato potrebbe essere, in primo luogo, l'interesse pubblico, connesso, ad esempio, alla promozione della parità tra i sessi e alla lotta contro lo sfruttamento, ciò non significa che l'interesse sia esclusivamente pubblico. Infatti, nessun tribunale ha reputato che l'interesse non possa essere, contemporaneamente, quello della persona comprata. Conseguentemente, il Parlamento è andato nella direzione indicata dal rapporto del Governo, ne ha accolto le proposte e ha convenuto che le persone che si prostituiscono possono essere riconosciute come parte lesa ai sensi del Codice di Procedura Civile, ciò che può comportare il diritto al risarcimento dei danni da parte dei clienti, sebbene il Parlamento abbia anche stabilito che deve essere effettuato in ogni caso un accertamento individuale della natura di parte lesa della persona che si prostituisce. E' degno di nota il fatto che la Commissione Parlamentare di Giustizia, in concomitanza con l'adozione di questi emendamenti nel maggio 2011, si sia trovata a dover rimarcare per iscritto che la legge vigente contempla già la possibilità di un risarcimento di determinati danni a testimoni ed altre persone colpite da un reato, che non sono tecnicamente riconosciute come parti lese. La dichiarazione potrebbe sottintendere che molti deputati sono delusi del modo in cui il sistema giudiziario fa valere il diritto delle persone prostituite ad ottenere il risarcimento dei danni.
Ci sono però problemi a rivendicare il risarcimento dei danni in questa sede. Ad esempio, i pubblici ministeri e gli avvocati pubblici della vittima sono obbligati soltanto a presentare le rivendicazioni di chi viene riconosciuto parte lesa. Il fatto che nessuna persona prostituita abbia mai ottenuto un risarcimento dei danni in seguito alla promulgazione della legge sull'acquisto di sesso indica che potrebbe essere necessario apportare un ulteriore miglioramento alla legge vigente, affinché sia effettivamente applicata in qualsiasi sede civile. Tuttavia, mettendo in risalto l'inattività di queste sedi, l'intento del legislatore è probabilmente quello di farle funzionare. In futuro, queste dichiarazioni potrebbero essere considerate come il punto di svolta che ha consentito di riconoscere il risarcimento dei danni alle persone prostituite. Inoltre, nulla vieta agli Stati di estendere l'applicazione del Protocollo di Palermo all'accusa ai clienti di favorire la tratta degli esseri umani, quando hanno rapporti sessuali con persone che sono effettivamente sfruttate da terzi, benché i lavori preparatori del Protocollo non menzionino esplicitamente i clienti. Proprio come i magnaccia abusano della vulnerabilità delle persone che si prostituiscono, così fanno i clienti quando le acquistano da terzi. In ogni caso, un cliente potrebbe già essere considerato correo , ai sensi del Protocollo. Inoltre, a differenza di un acquirente di beni di consumo, un acquirente di sesso è decisamente parte della catena della tratta "in virtù dell'acquisto della persona vittima della tratta".


Conclusione

A dispetto dei suoi attuali difetti, la legge svedese ha avuto molto successo nella riduzione della tratta, specialmente in confronto ai Paesi vicini. Alla luce degli elementi di prova di cui sopra e considerato che la prostituzione generalmente presenta i caratteri della tratta, che la legalizzazione incrementa i guadagni illeciti di soggetti terzi e che l'acquisto di sesso promuove la domanda sia per la tratta nazionale che per quella internazionale, i territori in cui soggetti terzi e clienti possono agire legalmente - come la Danimarca, la Germania, l'Olanda, la Nuova Zelanda, il Nevada e Vittoria in Australia - molto probabilmente violano il diritto internazionale. Come viene affermato nel 2006 dal relatore delle Nazioni Unite sulla tratta: "Gli Stati Parte che hanno legalizzato le imprese della prostituzione hanno una pesante responsabilità nel garantire di non aver semplicemente perpetuato la diffusa e sistematica tratta. Come attestano le condizioni attuali in tutto il mondo, gli Stati Parte che mantengono legalizzata la prostituzione, sono ben lungi dall'adempiere quest'obbligo". I responsabili politici, così come il Dipartimento di Stato degli USA, che valutano globalmente i Paesi in base al loro impegno nella lotta alla tratta, non dovrebbero collocare gli Stati che legalizzano la prostituzione e, in tal modo, favoriscono la tratta nella lista dei migliori, accanto ai Paesi che puniscono i clienti e depenalizzano le persone che si prostituiscono e che, in tal modo, scoraggiano la tratta. Molti cittadini degli Stati Uniti e di altri Paesi ora sicuramente chiedono ai loro governi che cosa stanno facendo per affrontare il chiaro nesso che sussiste fra tratta e prostituzione, come sta facendo la Svezia con la punizione dei clienti, che si è rivelata così efficace nell'eliminare tanta parte della tratta dal nostro Paese.


Testo corredato di note

«La giurista australiana Scutt ha fatto notare come, nel momento in cui diverse categorie sociali discriminate - donne, aborigeni, operai - hanno preso coscienza dei loro diritti e hanno preteso di ottenere giustizia nelle aule dei tribunali, è stata inventata la pratica della mediazione, una modalità di gestione dei conflitti che li sposta dal piano giuridico a quello psicologico e li privatizza, con il doppio vantaggio di renderli meno visibili socialmente e di essere più economica.

La mediazione familiare si ispira al modello sistemico di responsabilità diffusa e di neutralità del terapeuta. Da un punto di vista ideologico, il modello di riferimento è quello della «buona separazione», in cui i coniugi mettono in secondo piano i loro conflitti per il bene del bambino, bene che viene identificato a priori col mantenere rapporti costanti con entrambi i genitori, spesso nella forma dell'affido congiunto. Secondo il modello della separazione amichevole, i conflitti dei coniugi in questa fase sono una conseguenza della tensione legata all'evento in sé, semmai acuiti dalle procedure giudiziarie, e non il prolungarsi o l'inasprirsi di conflitti precedenti, che li hanno portati alla separazione. Con questa assunzione di base (peraltro non provata e bizzarra: perché si separano se andavano così d'accordo?) si apre già la strada alla negazione della violenza domestica. La pratica della mediazione richiede infatti che gli ex coniugi si concentrino sul presente e sul futuro senza rinvangare il passato e i relativi conflitti. Inoltre, e anche questo è un aspetto decisivo, eventuali denunce o procedure giudiziarie devono essere sospese. Se la donna cerca di discuterne - per esempio, facendo presente che incontrare l'ex marito per consegnare i bambini la mette in una situazione pericolosa, o esprimendo il timore che lui li trascuri o li maltratti - verrà ripresa perché non sta alle regole e trattata da donna vendicativa e rancorosa, la stessa accusa già descritta nella sindrome di alienazione parentale e nelle false denunce di abuso in fase di separazione. Eppure questo succede e può rappresentare una strategia deliberata degli uomini violenti. Dato che la separazione limita la possibilità di dominare e controllare l'ex partner, alcuni di loro cercano di ottenere che il tribunale imponga la mediazione familiare, proprio perché dà un'opportunità di incontrare l'ex moglie e di continuare a perseguitarla. Uno studio svolto in California ha mostrato che in più di 2/3 dei casi di mediazione familiare imposta dai tribunali c'era stata in precedenza violenza domestica; nel 60% di questi casi, inoltre, era stato difficile garantire la sicurezza delle donne: alcune di loro erano state uccise dall'ex partner mentre si recavano alle sedute di mediazione. In Italia sappiamo che in quasi la metà delle coppie che si separano c'è stata violenza, quasi sempre del marito sulla moglie (Barbagli e Saraceno, 1998). E' quindi probabile che anche in Italia, anche se non disponiamo di dati, la pratica della mediazione avvenga proprio nei casi in cui andrebbe evitata, perché negli altri casi gli accordi sulla gestione dei figli sono di solito raggiunti dai genitori in maniera autonoma. 

I risultati di un'autorevole rassegna della letteratura sull'argomento, pubblicata dall'American Psychological Association, sono sorprendenti: non è possibile dimostrare alcun vantaggio della mediazione rispetto al trattamento giuridico. A medio e lungo termine, gli ex coniugi che hanno intrapreso una mediazione non sono meno litigiosi degli altri, non rispettano di per gli accordi relativi ai figli - visite e contributi economici - e in eguale misura ritornano in tribunale per modificare gli accordi precedenti. 

Non sorprende comunque il fatto che in molti Paesi la mediazione familiare sia stata sponsorizzata dai movimenti di padri separati in cui sono spesso attivi ex mariti violenti. Gli appartenenti a gruppi discriminati e oppressi non traggono alcun vantaggio dalla privatizzazione della giustizia e dalla decriminalizzazione e psicologizzazione dei conflitti, anche perché questi "conflitti" rappresentano spesso degli abusi inflitti loro dai gruppi dominanti».

Patrizia Romito sulla mediazione familiare

Vedi anche:

Questo è almeno il secondo messaggio in cui vengono minacciati (libertari e antiautoritari?) tribunali in cui si andra’ a finire se ci si dimostrera’ ostinati nel voler esprimere le proprie opinioni liberamente, spingendosi fino ad osare criticare nientepopodimeno contenuti pubblici quindi scritti per essere letti. 

Ma che si scriva un diarietto segreto e lo lucchetti.

Mi perdonerete ma non intendo censurarmi sotto la minaccia più o meno velata di essere portata in tribunale. Non accetto intimidazioni: io leggo delle cose, che peraltro mi riguardano (perchè il femminismo mi riguarda direttamente due volte, come essere umano e anche come donna) e pretendo di esprimere liberamente il mio pensiero su ciò che leggo. Lo pretendo talmente che lo faccio e continuerò a farlo.

Abbatto i muri assegna patentini e delegittima i femminismi che non sono il suo, riducendoli a donnismi e uterismi antifemministi o a femminismi autoritari. La sua è critica, le critiche ai contenuti da lei espressi sono invece persecuzioni, roghi, tragedie e dolori: questo è un altro modo per censurare e intidimidire, insomma per ridurre al silenzio. È inaccettabile.

E io non lo accetto.

Non sono un collettivo, non sono una scrittrice, non sono una persona che fa cultura, non ho potenti mezzi per divulgare il mio pensiero, non ho neanche un blog, non ho tra le mie conoscenze importanti nomi da spendere ma sono ugualmente libera di esprimere il mio pensiero, quindi di criticare anche aspramente i contenuti di chiunque. 

Ne ho il diritto e me lo prendo.

È direi comico dover rispondere all’ennesimo articolo in cui si intima di smettere di esprimere la propria opinione, pena una querela, il tutto condito da insulti sparsi (anche e soprattutto al signor Massimo Lizzi) dopo ben due post dedicati alla Boldrini, accusata di autoritarismo, di essere vulnerabile e di rivolgersi ai tutori, incapace di gestire da sola quelli che, diciamolo chiaramente, sono semplicemente reati.

Non opinioni. 

Reati.

E questo solo per avere richiamato l’attenzione sul sessismo e la misoginia che, come nel reale, anche nel virtuale ha proporzioni allarmanti.

E anche in questi post, ritorna uno dei temi cari ad Abbatto i muri:

“Tanta solidarietà ma non in mio nome, Boldrini. Non in mio nome a chiunque altr@. Perché non sono così vulnerabile. Non sono una bambina. Non ho bisogno di tutori che governino la mia capacità di bannare il cretino che mi insulta. Perché mi so difendere. Perché piuttosto seguo un corso accelerato di alfabetizzazione informatica, che è quel che manca a troppe persone, per avere la capacità di agire il mio problema in altro modo.”

E ancora:

“Sono io che ho detto che non bisogna tacere, che bisogna agire la cultura e ribaltarla. Agire, produrre autodifesa, non rivolgersi ai tutori nascosti dietro il tasto “segnala” o a quelli di cui ti lamenti perché il bruto ha detto “troia” e fanno una legge speciale per spegnere anche chi dice “chiamami troia” perché magari si eccita così.”

E guarda un po’, in barba alle minacce di denuncia, è uno dei temi a cui mi dedicherò ogni volta che potrò. Magari proprio prossimamente.

Non saprei come dirlo più elegantemente ma chi se ne frega se Abbatto i muri sa menare le mani o ha lo stomaco di prendere un tè con chiunque o nella vita ha avuto gran botte di fortuna? La legge tutela i diritti e l’incolumita’ di tutti i cittadini (cosa che non ha naturalmente nulla a che fare con la vendetta, spesso evocata) non vedo perchè non dovrebbe occuparsi anche di quelli delle donne. Dobbiamo dimostrare di essere più maschie dei maschi per non essere considerate fragili bambine? 

Ma figuriamoci! Secondo me, anche noi e non solo gli uomini, siamo abbastanza cresciutelle, per avere superato la fase del chi va dalla maestra è una femminuccia.

Perché non facciamo fatica a censurare il razzismo ma arrivati a sessismo e misoginia, alle donne è richiesto di dimostrare di farcela da sole, perché da brave maschiacce sanno menare le mani?

Quando abbatto i muri censura insulti razzisti sta sovradeterminando la ministra? Le fa da tutore? La considera incapace di difendersi? La rappresenta come debole? Le danneggia l’immagine? 

Mistero.

(...)

Cercherò di essere breve, non ho il tempo di essere più approfondita ma tengo a dire alcune cose.

Ci sono alcune argomentazioni ricorrenti su Abbatto i muri a cui, nonostante le minacce di essere trascinata in tribunale, intendo dedicarmi ogni volta che potrò. Intendiamoci, non è che siano inedite argomentazioni la cui origine è imputabile a lei, di questo ne sono convinta. Si tratta dei cavalli di battaglia del fronte antifemminista, pro/pas e di misogini vari, certo però trovo particolarmente insidioso che a divulgarli sia chi si definisce femminista perchè genera una grande e, a mio parere, pericolosa confusione. 

- Colpevolizzazione delle vittime vs vittimizzazione: le vittime di violenza sono co-responsabili della violenza che subiscono, il blog Finchè morte non vi separi ne era l’evviva

- La violenza di genere viene ricacciata nel privato: ogni aiuto a cui una donna vittima di violenza può ricorrere perché ne ha diritto viene demonizzato e ridotto a tutore sovradeterminante. Perfino i centri antiviolenza, tra un colpo al cerchio e uno alla botte, sono messi in discussione.

- Trasformazione di quello che è un reato in un problema psicologico del povero carnefice, in realta’ vittima di una cultura del possesso veicolata anche e soprattutto dalle donne e vessato dalle femministe (praticamente tutte tranne Abbatto i muri e FaS). Il poveretto va consegnato ad una rete sociale e familiare (?!) che se ne deve prendere cura. 

Curiosamente quando è la donna vittima del carnefice a cercarla, quella stessa rete e famiglia diviene il lungo braccio del patriarcato: sole, le donne devono stare sole con il loro aguzzino. 

Il diritto alla propria incolumita’ che deve essere garantita dallo stato attraverso le sue istituzioni, per le donne vittime di violenza significa patologizzarle, sovradeterminarle e gia’ che ci siamo anche santificarle.

Il carnefice, cioè il delinquente che si macchia di un crimine violento (perchè di questo stiamo parlando) va invece assistito, in strutture anche sanitarie e sottoposto a una terapia, povero cucciolo. 

Sarebbe perfino auspicabile che un violento e uno stalker faccia con la vittima dei suoi reati un percorso per giunere serenamente ad una separazione, sia mai gli venisse in mente di uccidere la sua ex. E naturalmente va assistito anche economicamente. Perchè si sa, è la classe che fa l'uomo violento!

- Ed infatti, uno degli altri cavalli di battaglia è fare della violenza sulle donne una questione più ancora che culturale, economica. E così si fa controcultura: se uno è in difficolta’ economica, ci sta che sfoghi la sua rabbia e frustrazione sulla donna che ha vicino o la prima che capita a tiro. Che dianime! 

Eppure sentiamo giornalmente di liberi professionisti, laureati e benestanti ce massacrano le ex e le compagne. Ma no, meglio tracciare un profilo classista dello stalker e del femminicida. L'uomo violento è un povero!

A questo punto poi non vedo perchè arrestare la gente che ruba o che commette omicidi. Facciamoli curare, affidiamoli a una rete sociale e familiare, diamogli una casa e un reddito minimo.

Perchè il femminismo autoritario, il donnismo antifemminista con 'sta storia del femminicidio vuol fare delle donne delle vittime più vittime delle altre. Santifica le donne per farne delle vittime (che mica sono vittime perchè peste o morte ammazzate, eh!). E allora il femminismo che abbatte i muri che fa? Fa del carnefice, cioè di un criminale, un povero martire vittima delle donne (soprattutto le ex mogli, proprio una brutta razza), delle femministe che vogliono sterminare gli uomini e dell'ingiustizia sociale. 

Un bel sunto si trova qui.


(Kalandar - Metaforum.it)

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