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La mediazione che nega la violenza

«La giurista australiana Scutt ha fatto notare come, nel momento in cui diverse categorie sociali discriminate - donne, aborigeni, operai - hanno preso coscienza dei loro diritti e hanno preteso di ottenere giustizia nelle aule dei tribunali, è stata inventata la pratica della mediazione, una modalità di gestione dei conflitti che li sposta dal piano giuridico a quello psicologico e li privatizza, con il doppio vantaggio di renderli meno visibili socialmente e di essere più economica.

La mediazione familiare si ispira al modello sistemico di responsabilità diffusa e di neutralità del terapeuta. Da un punto di vista ideologico, il modello di riferimento è quello della «buona separazione», in cui i coniugi mettono in secondo piano i loro conflitti per il bene del bambino, bene che viene identificato a priori col mantenere rapporti costanti con entrambi i genitori, spesso nella forma dell'affido congiunto. Secondo il modello della separazione amichevole, i conflitti dei coniugi in questa fase sono una conseguenza della tensione legata all'evento in sé, semmai acuiti dalle procedure giudiziarie, e non il prolungarsi o l'inasprirsi di conflitti precedenti, che li hanno portati alla separazione. Con questa assunzione di base (peraltro non provata e bizzarra: perché si separano se andavano così d'accordo?) si apre già la strada alla negazione della violenza domestica. La pratica della mediazione richiede infatti che gli ex coniugi si concentrino sul presente e sul futuro senza rinvangare il passato e i relativi conflitti. Inoltre, e anche questo è un aspetto decisivo, eventuali denunce o procedure giudiziarie devono essere sospese. Se la donna cerca di discuterne - per esempio, facendo presente che incontrare l'ex marito per consegnare i bambini la mette in una situazione pericolosa, o esprimendo il timore che lui li trascuri o li maltratti - verrà ripresa perché non sta alle regole e trattata da donna vendicativa e rancorosa, la stessa accusa già descritta nella sindrome di alienazione parentale e nelle false denunce di abuso in fase di separazione. Eppure questo succede e può rappresentare una strategia deliberata degli uomini violenti. Dato che la separazione limita la possibilità di dominare e controllare l'ex partner, alcuni di loro cercano di ottenere che il tribunale imponga la mediazione familiare, proprio perché dà un'opportunità di incontrare l'ex moglie e di continuare a perseguitarla. Uno studio svolto in California ha mostrato che in più di 2/3 dei casi di mediazione familiare imposta dai tribunali c'era stata in precedenza violenza domestica; nel 60% di questi casi, inoltre, era stato difficile garantire la sicurezza delle donne: alcune di loro erano state uccise dall'ex partner mentre si recavano alle sedute di mediazione. In Italia sappiamo che in quasi la metà delle coppie che si separano c'è stata violenza, quasi sempre del marito sulla moglie (Barbagli e Saraceno, 1998). E' quindi probabile che anche in Italia, anche se non disponiamo di dati, la pratica della mediazione avvenga proprio nei casi in cui andrebbe evitata, perché negli altri casi gli accordi sulla gestione dei figli sono di solito raggiunti dai genitori in maniera autonoma. 

I risultati di un'autorevole rassegna della letteratura sull'argomento, pubblicata dall'American Psychological Association, sono sorprendenti: non è possibile dimostrare alcun vantaggio della mediazione rispetto al trattamento giuridico. A medio e lungo termine, gli ex coniugi che hanno intrapreso una mediazione non sono meno litigiosi degli altri, non rispettano di per gli accordi relativi ai figli - visite e contributi economici - e in eguale misura ritornano in tribunale per modificare gli accordi precedenti. 

Non sorprende comunque il fatto che in molti Paesi la mediazione familiare sia stata sponsorizzata dai movimenti di padri separati in cui sono spesso attivi ex mariti violenti. Gli appartenenti a gruppi discriminati e oppressi non traggono alcun vantaggio dalla privatizzazione della giustizia e dalla decriminalizzazione e psicologizzazione dei conflitti, anche perché questi "conflitti" rappresentano spesso degli abusi inflitti loro dai gruppi dominanti».

Patrizia Romito sulla mediazione familiare

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