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Uomini che relativizzano la violenza sulle donne

Su Libero, Filippo Facci si è «veramente rotto di questa cosa del femminicidio». In fondo, non è un problema suo, a parte la rottura di scatole che deve sopportare nel vedere un argomento che non gli interessa affiorare nel dibattito pubblico. Dice che va bene che le associazioni femministe sensibilizzino sul tema. Compito loro, mica suo. Lui già ci sensibilizza sulla sua «rottura». Ma trova idiota l'introduzione dell'aggravante di femminicidio. Prima idiota e poi anticostituzionale - sui giornali della destra la Costituzione viene sempre dopo - in quanto implicherebbe una discriminazione di genere. A danno del sesso degli assassini. Una obiezione intelligente e costituzionale. Come se l'aggravante per odio razziale fosse una discriminazione per i bianchi. In verità, le aggravanti, come le attenuanti, non riguardano l'importanza delle vittime, ma i moventi dei criminali. Facci, pur negando che ciò sia il punto, ricorda che il fenomeno è in costante diminuzione (dato da dimostrare) e che gli uomini muoiono più delle donne (confronto utile, non ad aprire squarci sugli incidenti sul lavoro o sugli incidenti stradali, o su altre cause, ma a chiuderli sulla violenza contro le donne), per poi arrivare al dunque: no a leggi di emergenza, no a pool specializzati, no a braccialetti elettronici. Sui braccialetti elettronici può aver ragione. Sui pool non so. Hanno dato buoni risultati nella lotta alla mafia e alla corruzione politica. Potrebbero darne anche nella lotta alla violenza sulle donne. E' vero che il problema non può essre solo emergenziale. Avvertiamo l'emergenza perchè sappiamo già che alla fine dell'anno conteremo un centinaio di vittime e mentre passano i giorni avvertiamo l'impotenza di prevenirle. La questione è culturale. E richiede che se ne parli, si facciano proposte, si esiga che le istituzioni affrontino il tema. Cioè, l'esatto contrario di chi prende la parola per negare insieme all'emergenza, il problema strutturale.

Anche Fabrizio Tonello sul Fatto Quotidiano fa opera di relativizzazione. Con un piglio più scientifico. Dati (incerti) alla mano. Come il suo collega Marcello Adriano Mazzola. I dati sono tutti sbagliati. Solo quelli dell’Istat e del Ministero dell’Interno sono attendibili. Gli omicidi sono in diminuzione da vent’anni. Non c’è da aver paura dei mariti e dei fidanzati, così come non c’è da averne degli immigrati. E poi il concetto di femminicidio è una esagerazione, un paragone con il genocidio, come a dire che le donne sono uccise come gli ebrei nell’Olocausto. Ma non può essere la stessa cosa, perchè gli ebrei venivano uccisi in quanto ebrei, indifferentemente da ciò che facevano, mentre le donne vengono uccise perchè lasciano i loro ex compagni, ma non tutte e non sempre, ogni volta bisogna indagare il rapporto tra l’assassino e la vittima. In ogni caso, sono appena 75 all’anno in un paese di 60 milioni di abitanti. Dunque, un dato fisiologico. Che però manca di un corrispettivo maschile: 75 uomini ammazzati all'anno per passioni e raptus femminili non si contano.

Ogni cosa paragonata all’Olocausto, perde il confronto. Anche se qualcuno ha dedicato simili articoli pure alla Shoah. Per dire che i dati sono sbagliati, che gli ebrei uccisi sono molto meno di 6 milioni. Per dire che non è vero che gli ebrei sono stati ammazzati in quanto ebrei, o almeno non tutti, non la maggior parte che sarebbe morta di stenti, per fame e sovraffaticamento, come si è sempre morti nei campi di lavoro forzato. Solo pochi campi erano finalizzati allo sterminio. E in verità in principio servivano per isolare gli ebrei da una popolazione antisemita dedita ai pogrom, quindi a proteggerli. E nei forni ci mettevano i cadaveri a scopo di disinfestazione. Le camere a gas non esistevano. E poi, insomma, è stato si un massacro, ma come tutti gli altri. Pellerossa, Aborigeni, Armeni, Kulaki. Ipotizzare la specificità della shoah è una discriminazione a danno di altre vittime meno importanti. Un po’ come l’aggravante di femminicidio. Sono le argomentazioni solite adoperate quando qualcuno vuole negare o relativizzare qualcosa.

Anche nella storia dell’antisemitismo, la shoah è stata un picco tragico estremo e circoscritto nel tempo. Persecuzioni e discriminazioni non sono mai state solo e puramente motivate dalla volontà di colpire l’identità ebraica senza alcun altro motivo, come se nulla contassero, ad esempio, la concorrenza nel commercio e nel prestito di denaro. L’odio razziale allo stato puro non è mai esistito. Si è sempre applicato a qualcosa. Anche i roghi e linciaggi dei neri negli Stati Uniti sono stati soprattutto successivi all'abolizione della schiavitù, contro individui affrancati accusati di aver commesso sgarbi o reati, stupri, furti. E anche oggi i nostri xenofobi si giustificano così: non ce l’ho con gli stranieri per la loro etnia, religione, colore della pelle. Ma perchè rubano, delinquono, ci tolgono il lavoro, ci abbassano il reddito, minacciano la nostra cultura, sporcano, degradano le periferie, violentano le nostre donne, etc. Succede in particolar modo quando gli stranieri alzano la testa per rivendicare diritti. Se la ministra dell'integrazione facesse la badante, nessuno le direbbe «negra, vai a pulire i cessi».

Certo che Michela viene uccisa da Guglielmo, non solo perchè è una donna, ma perchè vuole lasciarlo. Ma perchè non può permettersi di lasciarlo? Perchè è una donna! Così come uno schiavo nero non può permettersi di essere libero, perchè è un nero. E non è solo l’assassino a pensarla così. Tante volte le autorità ricevendo una denuncia si sentono investite del dovere, non di salvare la donna, ma di salvare la coppia, la famiglia, di riconciliare la proprietà con il proprietario. E tante volte i giornali raccontano la storia del delitto pieni di empatia per la sofferenza e la tragedia del proprietario. Tutto questo è parte del femminicidio, insieme con le violenze che la vittima ha dovuto subire prima, o subirà in seguito se scampata al delitto e rimessa insieme al suo aguzzino. Non si tratta di mescolare cose diverse, si tratta di vedere che non c’è soluzione di continuità nella violenza di genere.

La stessa definizione di genocidio comprende questo insieme di cose.

Il 9 dicembre 1948 fu adottata, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, all'articolo II, definisce il genocidio come: Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: Uccidere membri del gruppo; Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo; Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale; Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo; Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.

Fabrizio Tonello direbbe che questa definizione mescola cose diverse. Eppure è la definizione ufficiale da 65 anni.

Questo professore, in parte mi sento di comprenderlo. Ha insegnato negli Stati Uniti ed è stato per molti anni collaboratore del Manifesto. Capisco il suo rilfesso condizionato e avverso alla tolleranza zero di Rudolph Giuliani e alle tante giustificazioni del governo della paura. E penso che la stessa violenza sulle donne debba essere sottratta a questo tipo di strumentalizzazioni, al fine di giustificare strette repressive contro i poveri, i rom, gli immigrati. Ma non si può negare o sminuire la realtà di questa violenza, non si possono paragonare i maschi adulti e bianchi di ogni ceto sociale, compresi i ceti dei redditi medio alti, con tanto di diploma e laurea, agli immigrati. Non si può paragonare un gruppo dominante ad un gruppo dominato. La violenza sessuale è come la violenza mafiosa, non come la microcriminalità immigrata. E non sarebbe accettabile un articolo che ci invitasse a parlare di meno di mafia e di camorra con l’argomento secondo cui delitti e reati sarebbero in diminuzione. Senza le guerre di mafia dei prima anni ‘90, in rapporto a vent’anni fa, in effetti lo sono. Ma l’Istat, fonte attendibile secondo Tonello, ci dice che dal 2010 gli omicidi tendono di nuovo ad aumentare.

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8 Responses to “Uomini che relativizzano la violenza sulle donne”

  1. Esilarante -->(ho particolarmente apprezzato questo passaggio nel testo dell'articolo) ".. Anche Fabrizio Tonello sul Fatto Quotidiano fa opera di relativizzazione. Con un piglio più scientifico. Dati (incerti) alla mano. Come il suo collega Marcello Adriano Mazzola..". -

    Grazie Massimo Lizzi, esistono uomini per bene come te.

  2. Grazie all'autore, puntuale come sempre nello svolgimento delle argomentazioni. Condivido senza immagine, per motivi di intolleranza fisiognomica individuale.

  3. Anche secondo me sbagliano a parlare di dati, perché anche se il fenomeno fosse a parti invertite e fossero uccisi più uomini da donne che donne da uomini, voi fareste lo stesso ragionamento. E' già successo negli Stati Uniti dove il sesso maggiormente colpito da violenza fisica si è invertito ma il VAWA è stato lo stesso rinnovato solo per donne. A quel punto la motivazione addotta non poteva essere più numerica, evidentemente, e sono passati a una specie di valutazione qualitativa dell'omicidio: le vittime femminili sono di meno ma sono più gravi perché la violenza è stata fatta da uomini. Se non è sesso-razzismo questo ditemi voi cosa lo è. Ed è secondo me quello che succederà anche in Italia.


  4. Grazie per avermi condiviso :) Questo post ha avuto molta diffusione. In due giorni ha raccolto 1300 visite. Chissà come mai.

  5. Perchè ti hanno letto quasi tutti quelli dei movimenti maschili.

  6. ...Ti senti onorato, almeno!?

  7. Non appartengo a quella cultura che dice «Tanti nemici tanto onore». Penso solo che certe incompatibilità siano inevitabili.

  8. Hai ragione; vale nei due sensi. Non te la prendere più di tanto.

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