Nel blog Il non senso della vita, curato da Piergiorgio Odifreddi e pubblicato sul sito di Repubblica, il popolare matematico ha inserito un post dedicato all'ultima impresa militare israeliana contro la Striscia di Gaza, inequivocabile fin dal titolo: Dieci volte peggio dei nazisti. L'argomento del post riguarda il rapporto tra le vittime delle due parti, appunto dieci volte superiore al famigerato dieci a uno dichiarato e praticato dagli occupanti tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Dopo 24 ore, il post è stato rimosso dal sito di Repubblica e Odifreddi, di conseguenza, ha deciso di lasciare il blog.

Ignoro come e se sia stata motivata la rimozione del post. Secondo Odifreddi, si è trattato di pressioni della comunità ebraica. Il dibattito in rete si è diviso tra chi approva la censura, perchè rifiuta il paragone tra Israele e il nazismo e chi la condanna, perchè condivide la posizione espressa nel post, o perchè difende comunque il principio della libertà di espressione. A questo proposito, Repubblica viene considerata incoerente rispetto alla sua recente campagna contro la legge bavaglio. In verità, il paragone è poco pertinente. La legge bavaglio era una iniziativa del governo e mirava a impedire a qualsiasi organo di informazione di pubblicare i testi delle intercettazioni o le notizie relative a procedimenti giudiziari in fase istruttoria, minacciando sanzioni contro editori e giornalisti, carcere e multe. Si può escludere invece che Repubblica voglia mettere fuori legge le opinioni di Odifreddi su Israele, vuole solo, presumo, evitare di pubblicarle sui suoi spazi. ben sapendo che potranno trovare ospitalità altrove e che lo stesso professore è in grado di dotarsi dei mezzi per divulgare il suo pensiero, come ne sono in grado persino io in questo momento.

E' sempre brutto vedersi cancellare i post. Ma non è sempre ingiusto, e quasi mai illegittimo. Se Repubblica non vuole che nei suoi media (giornale, sito, riviste) si paragoni Israele al nazismo, ha il diritto di non pubblicare o di censurare chi invece questo paragone lo sostiene. Chi questo paragone lo sostiene, ha il diritto di continuare a sostenerlo su altri mezzi o su mezzi suoi, come anche di disertare definitivamente il media che lo ha censurato. Sul piano della legittimità, l'unica cosa che si può valutare, è se Repubblica ha violato un contratto. Invece una censura può sempre essere valutata sul piano dell'opportunità. Perchè lo hanno fatto? Hanno giudicato il post negativamente, hanno paura di essere giudicati negativamente, hanno ricevuto più proteste che apprezzamenti, etc.? Gli è convenuto farlo? Era meglio confutare? Nel merito, hanno ragione, hanno torto?

Così come esistono almeno due ragioni per pubblicare, ne esistono almeno due per censurare. Ad esempio, linkando l'articolo di Odifreddi, concorro a renderlo pubblico e a divulgarlo, ma il mio scopo non è la divulgazione di quel pensiero, che disapprovo, bensì quello di raccontare un fatto e di documentarlo. Pubblico un articolo a scopo documentario e non a scopo divulgativo, anche se c'è un effetto divulgativo. Allo stesso modo, posso non pubblicare un post, non perchè voglio impedirne la divulgazione, ma solo perchè io non voglio avere nulla a che fare con quel post, non voglio esserne corresponsabile come editore. La censura peraltro è ormai impossibile. Di quel messaggio censurato, in questo blog ne sono linkate due copie. Attraverso i social media è stato riprodotto una infinità di volte. Lo ha ripubblicato Il Fatto Quotidiano - con relativo confronto tra Furio Colombo e Vauro Senesi - e forse altri giornali. 

Credo, al posto del direttore di Repubblica, neppure io avrei voluto essere corresponsabile, perchè in questi incauti paragoni vedo la volontà, o comunque l'effetto, di colpire e offendere gli israeliani in quanto ebrei.


Risposta a Barbara Cloro:
Sulla equiparazione tra Israele e il nazismo

Un governo può avere tra i fondamenti della sua politica il consenso di una parte del suo popolo, che lo acclama nelle piazze o lo elegge nelle urne; ciò però, non dovrebbe far giungere alla conclusione che sia il popolo ad essere responsabile, o quantomeno corresponsabile, della politica del governo.

Una idea di questo tipo ha implicazioni razziste e violente. E' l'idea che crea lo stereotipo del tedesco nazista e che deve aver fatto sembrare plausibile al nostro presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, apostrofare come Kapò, il presidente degli eurodeputati socialisti Martin Schulz, nel luglio 2003. O peggio ancora, è l'idea in base alla quale, nel 1999, in prima serata televisiva, ospite di Michele Santoro, il politologo Edward Luttwak giustificò i bombardamenti americani su Belgrado, sostenendo che il popolo serbo era corresponsabile della politica di Milosevic, avendolo eletto per due volte, e quindi la guerra contro il regime non poteva che essere anche una guerra contro il popolo serbo.

E'' un principio che ricorre spesso nel conflitto arabo-israeliano. Intervistato dal Weltam Sonntag, che chiedeva conto delle conseguenze sui civili, degli attacchi israeliani, nel luglio 2006, Olmert rispose: (...) La popolazione che finora li appoggiava è in fuga, ha perso case e proprietà, è in collera. In ogni modo, hanno sempre odiato Israele. Hanno concesso rifugi e nascondigli agli Hezbollah. Hanno spesso nascosto in casa le rampe dei razzi (...) Gli Hezbollah sono civili e nascosti tra i civili, non sono un esercito regolare. E capita di leggere, su blog e forum, da parte di qualche sostenitore filo-israeliano, che se i palestinesi hanno votato Hamas, si meritano il blocco economico e l'assedio di Gaza, oppure da qualche sostenitore filo-palestinese (magari antisemita), che il popolo israeliano avendo votato Beghin, Shamir, Netanyahu e Sharon, e avendo prestato servizio militare in Tsahal, è responsabile nel suo complesso della politica israeliana nei confronti del loro vicino.

Ma questa responsabilità non può esistere, o almeno non può essere intesa in modo così diretto e intenzionale. In ogni popolo convivono orientamenti diversi, la maggioranza vota in base alle sue informazioni, ai suoi sentimenti, alle sue paure. Che possono cambiare. I cittadini assolvono i propri doveri, secondo le leggi dello stato, prestano servizio militare, così come pagano le tasse, e talvolta lavorano per fabbriche d'armi, o in un indotto che in qualche modo li rende parte di un ingranaggio che non controllano. L'idea che essi, cittadini, civili, in quanto parte di un popolo, siano corresponsabili delle decisioni dei vertici politici e militari, apre la strada al razzismo in tempo di pace, e alle punizioni collettive e indiscriminate in tempo di guerra.

(Metaforum, settembre 2008)

La Polizia Postale Web Site Fans di Facebook, riferendosi alla giornata del 14 novembre, ha scritto che «La polizia non manganella nessuno, ma non è disposta a farsi massacrare da un branco di barbari incivili». La stessa pagina però, in un post successivo, non ha potuto chiudere gli occhi di fronte agli abusi.

Se è sbagliato criminalizzare la polizia, non si può ignorare che nella storia del paese esistono anche pagine come Bolzaneto e l’assalto alla Scuola Diaz. E spesso, un ingiustificato comportamento «sudamericano» nella gestione delle piazze.

Qualsiasi cosa succeda nelle piazze, la polizia ha il dovere di rispettare la legge. Può prevenire, contenere, reprimere eventuali disordini, solo nei modi e nei limiti previsti dalla legge. La polizia non è una banda contrapposta ad un altra. E’ un apparato dello stato - dello stato democratico - ha il monopolio della violenza, per garantire la sicurezza dei cittadini. Che devono poter avere fiducia nella polizia. E’ possibile e necessario avere fiducia nella polizia, se la polizia usa il suo potere. Invece di abusarne. Come è successo mercoledì in alcune piazze europee e italiane durante le manifestazioni indette per lo sciopero europeo dei sindacati contro le politiche di austerità. Politici e amministratori hanno espresso solidarietà per le forze dell’ordine, in riferimento a episodi come quello di Torino, dove ad un poliziotto, un manifestante autonomo ha spaccato il casco. Ma sono rimasti in silenzio di fronte ad episodi come quello di Roma dove un gruppo di poliziotti pesta un manifestante a terra, ormai inerme, manganellandolo sulla faccia o quello più controverso che vede lacrimogeni piovere dalle finestre del ministero della Giustizia. Eppure, per le ragioni dette prima, la violenza da parte della polizia è giuridicamente e moralmente molto più grave della violenza da parte dei manifestanti. Motivo per cui Amnesty International si esprime contro l’uso eccessivo e sproporzionato della forza e una petizione chiede di introdurre un codice identificativo sulle divise dei poliziotti. Quanto detto, non richiede nessuna condizione preliminare. Il rispetto della legalità da parte delle forze dell’ordine deve essere incondizionato.

Le forze politiche più vicine al movimento, gli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti, gli organi di informazione più sensibili alla lotta per la democrazia e la giustizia sociale, fanno bene a respingere la criminalizzazione del movimento e ogni equiparazione tra la violenza di alcuni manifestanti e quella in divisa, così come fanno bene ad analizzare e comprendere le ragioni di esasperazione sociale di chi si oppone alla violenza dei licenziamenti, dei tagli, della riduzione dei diritti. Al tempo stesso, hanno il compito di formare un orientamento sulle forme di lotta e di organizzazione, che escluda la violenza alle cose e soprattutto alle persone, che promuova pratiche di lotta anche illegali - come lo erano in origine l’obiezione di coscienza, gli scioperi, le occupazioni - tanto quanto siano politicamente efficaci e allarghino la partecipazione al movimento, o quanto meno non la riducano. In questo senso trovo ambiguo quanto scrive Andrea Colombo, mentre condivido le obiezioni di Stefano Ciccone, come anche le analisi di Luigi Manconi. Su ciò che conviene al «potere» riguardo la condotta dei movimenti, basti ricordare i metodi di infiltrazione volti a provocare incidenti e i suggerimenti di Francesco Cossiga a Roberto Maroni quando era ministro dell’Interno.

L’apprezzamento iniziale per gli ebook-reader lo posso confermare. Presentano un bel po’ di vantaggi, anche se non proprio tutti quelli che ho citato qui. Per esempio, causa codici proprietari è difficile poterli condividere con altri, salvo riuscire ad usare i programmi per la rimozione dei DRM, non sempre aggiornati. Altrimenti, continua ad essere più semplice condividere libri di carta. Per il resto la praticità dell’ebook-reader è notevole, specie per gli accumulatori di libri. Più di mille, duemila in un normale appartamento è difficile farceli stare. Con un dispositivo digitale, si archiviano in una piccola memoria e si portano ovunque. Font e grandezza della pagina sono regolabili e leggere è più facile che su molti testi di carta.

Più di un dubbio invece sulla scelta di Kindle. Tecnicamente, facendo il rapporto costi/benefici, il Paperwhite appena uscito sembra essere considerato il numero uno. Ma secondo il sito Wired, il canadese Kobo è il miglior e-reader del 2012. Ecco una comparazione tecnica dei due modelli sovrailluminati. Qui un confronto più generale. Credo che per la maggior parte di noi, i due prodotti siano sostanzialmente equivalenti. Il Kindle però ha due limiti importanti. E’ vincolato alla libreria di Amazon, perchè non legge il formato .epub, solo il formato .azw, mentre il Kobo, pur alleato di Mondadori, è più versatile, legge in .epub e può caricare libri acquistati in qualsiasi libreria online, poichè tutte le principali librerie online vendono in .epub. E’ vero che Amazon via email converte quasi tutti i formati, ma se questi hanno il codice proprietario, non può farlo. Per il medesimo motivo, gli stessi .azw non sono convertibili negli altri formati. Il secondo limite di Kindle è spiegato in un articolo di Paolo Attivissimo. Gli ebook acquistati in realtà sono soltanto noleggiati e il noleggio è revocabile. Se Amazon decide che un suo cliente sta violando le condizioni di servizio, può bloccargli l’account e riprendersi tutti gli ebook dal suo ereader. Dunque, è probabile convenga un’alternativa. In ogni caso, consultare Google o altri motori di ricerca: «kindle vs kobo». O altre marche.

Da molti anni circolano sul web studi e inchieste per dimostrare che le donne sono violente quanto gli uomini e gli uomini vittime quanto le donne. O addirittura di più. Studi su cui si improvvisano analisi a testa in giù, che vagheggiano un mondo ormai capovolto. Quanto fa paura la libertà femminile!

Ecco una "ricerca" appena sfornata su probabile commissione della Federazione nazionale per la bigenitorialità (i padri separati), giusto in tempo per il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Ce ne danno notizia Affari Italiani che spara il titolo «In Italia quattro milioni di uomini stuprati»; Paese Sera «500 mila uomini vittime di donne» solo a Roma; Panorama «Divorzi e paternità: ecco come la donna italiana violenta l'uomo».

Per le associazioni dei padri separati e per i vari gruppi «mascolinisti», tali ricerche dovrebbero servire per delegittimare la lotta contro la violenza sulle donne. Per i media servono per vendere la classica notizia dell’uomo che morde il cane. Tra le violenze subite dagli uomini, sono classificate anche situazioni in cui lei rifiuta o interrompe rapporti sessuali.

Nel 2006, il Servizio per la lotta alla violenza, Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo di Berna, aveva prodotto un documento che trattava anche della violenza subita dagli uomini e degli studi in merito. Ne riporto un estratto.

Tematizzazione pubblica della violenza contro gli uomini - Gli uomini in quanto vittime della violenza maschile non sono un tema di dibattito pubblico. In questo contesto, o si parla in termini anonimi (una rissa) o si presenta la violenza concentrandosi sull’attore. Quando negli ultimi anni si è parlato degli uomini in quanto vittime di violenze lo si è fatto puntualizzando che le donne sarebbero altrettanto violente nei confronti dei loro partner quanto lo sono gli uomini nei confronti delle donne. I fautori di questa tesi rimandano a numerosi studi che sono giunti a simili risultati (p. es. Bock 2003).
Un’analisi particolareggiata di questi studi ha però dimostrato che essi sono poco significativi, e ciò per varie ragioni: i gruppi studiati non erano rappresentativi, i tipi di violenze erano analizzati in modo poco differenziato, il loro contesto (p. es. violenza quale risultanza di controllo e oppressione) non era stato considerato (Gloor/Meier 2003). Gli studi non analizzavano inoltre che cosa aveva preceduto l’atto di violenza, se costituiva p. es. una reazione a uno sviluppo in corso da tempo oppure una reazione ad altre violenze. Non erano stati chiesti neppure i motivi, né era stata analizzata la struttura del rapporto interpersonale dentro il quale fu usata violenza.
Persino autori che nelle loro indagini avevano constato un elevato numero di violenze a opera delle donne precisano che vari altri studi dimostrano che: a) se le donne diventano violente nella coppia, lo diventano di regola in seguito a una precedente vittimizzazione, risp. per difendersi da un attacco, e b) in seguito alla loro minore forza fisica questi attacchi sono di regola di minore intensità e comportano minori conseguenze. Gli stessi autori ritengono inoltre che nella nostra società siamo lungi dal punto in cui la violenza delle donne contro i loro partner è anche solo approssimativamente analoga a quella maschile contro le donne. (Wetzels 1995).

Gli uomini che partecipano a questo dibattito parlano solitamente solo dell’esperienza vissuta nell’ambito di una relazione di coppia. Rimuovono le altre violenze subite nel corso della vita. Il dibattito ha così assunto un indirizzo che contrappone donne e uomini colpiti dalla violenza invece di prenderli sul serio in quanto vittime di questo fenomeno.
La prima e, per ora, unica inchiesta rappresentativa sulla violenza domestica effettuata in Svizzera con un campione di 1500 donne che, al momento dell’indagine o fino a poco tempo prima, vivevano nell’ambito di una relazione di coppia mostra che (Gillioz 1997): nel corso della loro vita il 20.7% delle donne intervistate avevano sperimentato violenza fisica e/o sessuale a opera del partner. Oltre la metà aveva subito solamente o anche violenza sessuale. Le forme più frequenti di violenza fisica sono: spingere, afferrare, scrollare, picchiare. Se si considera anche la violenza psicologica, circa il 40% delle donne intervistate avevano subito violenze. Emerge che nell’87% dei casi di violenza fisica è coinvolta anche la violenza psicologica. Per contro, dalla violenza psicologica scaturisce solo nel 17% dei casi anche violenza fisica. Le forme più frequenti di violenza psicologica sono gli insulti e le offese. Studi analoghi condotti in altri paesi (Paesi Bassi, Canada, USA) hanno prodotto cifre due volte maggiori rispetto allo studio svizzero. Gillioz presume che anche in Svizzera le cifre effettive siano più elevate.

Di tanto in tanto il Fatto Quotidiano accusa il Corriere della Sera di essere terzista, cerchiobottista. Su Berlusconi. Sulla questione morale. Sui temi che stanno a cuore al Fatto Quotidiano. Su cui esprime una netta e precisa linea editoriale. Tuttavia, lo stesso Fatto Quotidiano è cerchiobottista su altre questioni. Per ogni giornale ci sono argomenti che sono motivo di battaglia politica. E altri argomenti, che sono motivo di intrattenimento. Argomenti per i quali si dà la parola a uno e poi all’altro, si presentano in modo equanime più posizioni, magari mediate da qualche intervento equidistante. In nome del pluralismo, della libertà di espressione. Dunque, a secondo dell’importanza che si attribuisce all’argomento, si può fare la linea editoriale o si può fare intrattenimento, si può essere ambigui e cerchiobottisti oppure tolleranti e liberali.

In tema di sessismo e di violenza sulle donne - vediamola dal loro punto di vista - il Fatto Quotidiano è tollerante e liberale. E così offre volentieri spazio anche ai maschilisti, tra i suoi blog e tra le sue collaborazioni fisse. Massimo Fini è il più celebre. Vauro recente acquisto, si sta affermando negli ultimi tempi, con le sue ripetute cadute di stile contro la ministra Fornero, ma non solo. Tra i suoi blogger figura Marcello Adriano Mazzola. Uno che senza statistica vuole fermare il genocidio dei padri separati e con la statistica vuole negare il femminicidio. Sul Fatto Quotidiano. Motivo per cui la provocazione negazionista non può essere ignorata. E infatti ha sollevato molte reazioni, vedi link a fondo pagina.

In sintesi l’avvocato Mazzola sostiene questo: in Italia si uccidono meno donne che in altri paesi - solo il 23,9% di vittime è donna, quando ad esempio nella civile Svizzera si ha il 49,1%, in Belgio il 41,5%, a Malta il 75%, oppure guardando ad Est, in Ungheria il 45,3% e in Croazia il 49% - quindi è sbagliato parlare di femminicidio, anzi le donne nel nostro paese sono persino meglio tutelate che altrove. Ma se ne parla perchè un femminismo misandrico vuole criminalizzare gli uomini, come la Lega voleva criminalizzare gli immigrati, in modo che nel diritto di famiglia mariti e padri siano penalizzati, e la libertà maschile egemonizzata e subordinata. Se il paragone con gli immigrati vi sembra esagerato, guardate questo video.

Seguendo la stessa linea di pensiero del Mazzola, si può sostenere che pure in Italia vi sono significative differenze di condizione e che le donne al sud sono meglio tutelate che al nord, dato che in percentuale al sud ne muoiono solo il 29% contro il 47% del nord. Il settentrione quindi è in linea con gli altri paesi citati. Sono il centro e il sud che ci abbassano la media delle vittime (o ci alzano il livello della tutela?)

Come è stato spiegato in molte repliche, il femminicidio non definisce la quantità delle donne che muoiono uccise - quantità comunque in aumento - ma il motivo per cui sono uccise. Il rifiuto da parte di un uomo di essere abbandonato o respinto, la riaffermazione estrema del potere maschile sulla volontà femminile. Quando a Firenze un militante di CasaPound uccise due senegalesi, alcuni commentatori di destra negarono che si trattasse di un delitto razzista. Non perchè erano solo due senegalesi. O perchè in altri paesi si ammazzassero più immigrati. Ma perchè, a loro dire, l’omocida era un pazzo. Un pazzo che comunque nel fare il tiro al bersaglio distingueva il bianco dal nero.

I numeri possono essere un indicatore della gravità del problema. Il femminicidio esiste. Al limite si può sostenere che il fenomeno è in Italia meno grave che in altri paesi. Più precisamente, nell'Italia centromeridionale. O più grave? O diversamente grave? E’ possibile che le donne siano uccise di meno, là dove si sottomettono di più, là dove sono sufficienti due sberle. Per il marito femminicida di Barbara Cicioni, uccisa a calci e pugni all’ottavo mese di gravidanza, secondo le sue stesse deposizioni al processo, gli scappellotti sono stati sufficienti per 18 lunghi anni di matrimonio. Se anche quel giorno avesse saputo colpire un po’ meno forte, la moglie sarebbe potuta rientrare, nei ragionamenti del Mazzola, tra le donne più tutelate del mondo.

Vedi anche:

Sul forum ex leghisti e berlusconiani dichiarano di voler votare Grillo. Conferma, nel nostro piccolo, che Grillo attrae soprattutto voti da destra. Per portarli dove, è una incognita. Sui giornali più vicini al centrosinistra si sostiene che ciò è naturale perchè il M5S ha alcune caratteristiche attraenti per l'elettorato di destra: il populismo, il leaderismo, il qualunquismo, una certa ostilità all'immigrazione. Però, è vero che il M5S si caratterizza pure per temi di sinistra: la contrarietà al precariato, alla Tav, l'ambientalismo. La questione morale. E' un movimento prossimo a Di Pietro, al Fatto Quotidiano, a Michele Santoro. Poi si caratterizza per un fatto inedito, l'uso della rete come strumento di aggregazione. Il movimento operaio si aggregava intorno a giornali e case del popolo, la politica americanizzata intorno alla televisione, il M5S, per la prima volta, intorno ad un blog e ai socialnetwork. Questo è più o meno democratico? Al punto da esigere l'inibizione della partecipazione in TV da parte di tutti suoi aderenti, pena l'espulsione. Forse l'attrazione che il Movimento Cinque Stelle esercita sull'elettorato di destra dipende dal fatto che in questo frangente è la destra ad essere in disfacimento. Nel 2008, avrebbe forse potuto esercitare una maggiore attrazione sull'elettorato di sinistra. Il suo blog si è affermato come soggetto politico proprio sull’onda della delusione per il governo Prodi. Fino a pochi anni fa, Grillo era percepito come un comico di sinistra. Suoi collaboratori erano Michele Serra e Stefano Benni. Ho visto un suo spettacolo nel 2007 a Torino e, ricordo, ne rimasi entusiasta. Altro che Rifondazione, mi dicevo, perchè un partito non lo crea lui? Nel 2007.

Vedi anche:
Voteresti Movimento 5 stelle?
La cittadinanza «senza senso» di Beppe Grillo
Caso Salsi: il sessismo è violenza di genere

Il punto G e l’orgasmo vaginale non esistono, ma alcune donne dicono il contrario. Se lo dicono loro avranno ragione. O saranno delle aliene? Pure gli alieni non esistono, almeno non sulla terra, ma c’è chi giura di averli visti, di avere visto Ufo alieni. Tante pubblicazioni ne sostengono l’esistenza, e scienziati, alcuni persino molto autorevoli, li studiano. Molti sondaggi di opinione dicono che a crederci è la maggioranza. Ciò nonostante, nessuna prova scientifica. Proprio come per il punto G.

Leggo questo e questo. Ammetto che sono allibita. Seguo Femminismo a sud da un po' di tempo e con molto interesse. Alcune cose loro le ho postate qui, diverse sulla mia pagina Fb. Questo a prescindere dal fatto che non sia sempre d'accordo con loro (es. prostituzione). Perfino in 'sto benedetto intoccabile blog sono incappata poichè linkato ripetutamente dalla loro pagina Fb. Ed infatti il mio primo commento a caldo (certo polemico ma sicuramente non scorretto) di credo un paio di righe, l'ho fatto lì. Mi è stato cancellato senza dire una parola. Non mi è successo neanche in una accesa discussione con la terribile Terragni. E ho scritto "a caldo" non a caso. Perchè se anche una non mette le proprie viscere sul tavolo, 'ste viscere ce le ha. Un proprio vissuto magari denso, che se anche non viene offerto come argomento è il fondamento dei propri argomenti (condivisibili o meno). Avere scelto di commentare lì dove il blog era linkato ripetutamente, non è un caso. Il dialogo, lo scambio, lo volevo con chi fa politica. A me interessava il punto di vista di chi seguo da tempo con interesse, pur nella diversità di idee, perchè mi facesse comprendere ciò che a me risultava incomprensibile: il senso di questi post, di questi contenuti, per comprenderne la direzione che a me pare allontanare dall'obiettivo. A me.

Poi c'è stato questo scambio qui da noi, dove semplicemente si sono esposte le nostre perplessità e i nostri giudizi partendo da quei testi, di cui per la verità non è stata fatta l'analisi logica che in effetti meriterebbero. Quella analisi logica che di solito facciamo di altri testi, quella che normalmente fa Femminismo a sud su tutto ciò che crede (articoli di giornale e blog) senza per questo autoassegnarsi il titolo di ronda virtuale. Con il dettaglio, va precisato, che quando scriviamo qui (e anche su Fb per quanto mi riguarda) scriviamo a titolo personale. Ognuno conta uno. Non siamo un collettivo e non ci definiamo "Femminismo sarcazzocosa". Quando scrivo, scrivo io. Non è "un femminismo" che scrive.

I miei pensieri, le mie considerazioni, i miei giudizi, sono miei. E con questo cerco di parlare anche rispetto alle obiezioni in cui è saltato fuori questo presunto scontro tra ortodossia e non so bene cosa. Se io faccio un ragionamento, per esempio sulla prostituzione, non è che sto parlando a nome di qualcuno. Parlo a nome mio. Se porto avanti le mie argomentazioni, immagino siano quelle che il mio interlocutore debba smontare in una dinamica di confronto. Il punto non è qual è il ragionamento più femminista ma quello che funziona di più rispetto al principio che si intende affermare. E' per questo, peraltro, che trovo particolarmente interessante e formativo per me questo tipo di confronto con chi mi pare di condividere proprio gli stessi principi. E' per questo che mi interessava il punto di vista di FaS rispetto alle mie grosse perplessità sui link da loro postati. Ieri ho letto ancora un tentativo di discussione sulla loro pagina fb, chiuso etichettando il tutto come mancanza di rispetto e disturbo (più o meno) con annesse scuse di chi aveva osato fare delle semplici domande, per nulla urlate, in una normalissima (ed aggiungo auspicabile) dinamica di confronto su temi politici. Insomma l'evviva della dialettica interna e dell'ascolto.

Ecco, questi 27 post, di cui diversi in favore dei contenuti espressi in quel blog, e quasi tutti che riportano link e testi dell'intoccabile blog, alla faccia della censura. Qualche commento (per quello che mi riguarda uno: non me ne faccio cancellare due. Perchè parlare con chi non vuole neanche sentire?) cancellato e censurato (a proposito di autoritarismo e controllo) sulla loro pagina Fb. E sempre lì ancora un tentativo di confronto perentoriamente interronto e chiuso con le scuse di chi è stato additato come irrispettoso, praticamente un disturbatore. Questo diviene "un branco di gente che dice di difendere i diritti delle donne che tallonano una donna per farle correggere “registro” del suo blog". Queste sono le "ronde virtuali". No, questa è mania di persecuzione. In una parola, sono cagate. Aggiungo inaspettate. ma poco importa la mia sorpresa. 'Sta polemichetta, che mi pare abbia assunto proporzioni imbarazzanti, la liquido come cagata.

A riprova che di cagata si tratta:

Da ciò che vedo parrebbe essere una crociata quella di smontare le donne che hanno subito violenza e che la raccontano senza farsi editare il testo da lui o dal suo entourage di amiche. Forse per l’abitudine a “difendere” donne mute, evidentemente, perché quelle parlanti e autodeterminate invece che ascoltarle si sente l’esigenza di aggiustarle e censurarle. E deve prendersi tanto sul serio se ritiene per davvero di poter farmi stare zitta con questo piglio paternalista e autoritario. Perché se sono sopravvissuta ad un uomo che mi ha quasi uccisa, ad ogni violenza, a tutto quello che ho passato, pensa davvero costui che io non possa sopravvivere a un agente virtuale in servizio a tutela del buon nome e della onorabilità dei tutori? Ma poi, giusto per dire, si rende conto costui che non è per nulla “femminista” armarsi contro una donna che racconta della violenza che ha subito motivato dalla discussione con una serie di fanciulle sedicenti offese che lo fanno sentire il salvatore delle vittime della perfida narratrice? Chiedo: com’è che costoro hanno delegato a LUI il compito di aggiustatore della blogger non ortodossa? (L'agente virtuale a tutela della onorabilità dei tutori)
A proposito di autoritarismo, controllo, violenza, censura, retorica antifemminista, si pretenderebbe che non si esprimesse nessun parere, nessun dissenso. E se non ci si mette in riga rispetto a questo diktat, dopo deliranti accuse di immaginarie ronde (che hanno la sola colpa di esprimere dissenso!) immancabili arrivano le offese e, come sempre, donne che esprimono un ragionamento sono ridotte a "entourage di amiche" (che brutto vizietto ripescare in questo becero repertorio). E, come sempre, si esaurisce il tutto a una squallida diatriba al femminile di un primato delle une sulle altre. Le fanciulle contro le amazzoni, le donne mute contro le straparlanti. L'interlocutore maschile invece è paternalista a precindere. si finge solidale per essere gratificato. E da chi? Da qualche fanciulla, ovviamente. Tranne gli uomini del collettivo FaS, naturalmente. Ribadisco: cagate. sempre più imbarazzanti.

E ribadisco il mio stupore nel vedere che questo livello e registro di discussione sia difeso (altro che vittimizzazione della vittima!) proprio da Femminismo a sud. Mi stupisce davvero molto. Ma del resto, che l'impostazione di quel blog fosse questa, si coglieva già in alcuni post, in cui c'è spesso un giudizio feroce sulle donne. Giudizi che vanno ben al di là della semplice esperienza personale.  (TK)

Tratto da: www.metaforum.it
Vedi anche: «Finchè morte non vi separi» un blog imprudente


N.B. Il blog «Finché morte non vi separi» non è più accessibile. I suoi post sono stati trasferiti sul blog «Al di là del buco». Questo era l'indice originario. Tra i post trasferiti, mancano però quelli con i quali l'autrice rispondeva alle critiche ricevute da questo blog e da altre fonti, i quali avevano per titolo: Chi ha paura del confrontoL'agente virtuale a tutela della onorabilità dei tutoriRonde virtuali: not in my name!Ma non era dal personale al politico?  (23.03.2013)

(ML) - E' nato un nuovo blog. Si chiama  «Finchè morte non vi separi». Si sottotitola «Contro la violenza nelle relazioni». E' scritto in forma di racconto. Attribuisce connivenza alla vittima ed esprime empatia per il violento. Entrambi complici e solidali, accerchiati e oppressi da un mondo di paternalistici salvatori. Il blog è divulgato su Facebook da Femminismo a Sud (due link per post) e da una rete di pagine collaterali. Ma i contenuti di questo blog sono conciliabili con il femminismo e soprattutto con la lotta alla violenza e al femminicidio? - (ML)

(TK) - Non mi piace dove va a parare: alla fine è sempre colpa delle donne. Non capisco la necessita' in questo momento di mettere in discussione ancora le donne. Un momento in cui, come sempre, gli uomini stentano a farsi carico di loro responsabilita'. Una morta ammazzata circa ogni due, tre giorni dovrebbe scuotere le vostre coscienze. Invece, come è come non è, sono sempre le nostre a contorcersi.

Cosa sarebbero le "idiozie"? Un occhio pesto, una coltellata? Se non ricordo male, uno degli assassini di quest'anno si giustificò dicendo di avere fatto una "cretinata".

Trovo che mettere sullo stesso piano la vittima e l'aggressore sia un errore grave. Come sempre accade nel caso di violenza sulle donne, si finisce per puntare il dito sulle responsabilita' di lei, attenuando la gravita' di ciò che è solo un ignobile reato.


Affrontare il coinvolgimento femminile nelle dinamiche tra generi nella cultura patriarcale, di cui tutti/e siamo intrisi, richiede maggiore attenzione, delicatezza e forse preparazione. Trovo che questo sia davvero un modo grossolano per farlo, direi dannoso. Se a leggere quel blog è una donna in difficolta' che non sa ancora cosa fare, magari si convince a non chiedere aiuto. Per cosa chiedere aiuto? Per essere giudicata e strumentalizzata e ancora vittimizzata poichè messa sotto tutela? Del resto chi sostiene di volerla aiutare lo fa solo per compassione e a condizione che corrisponda al modello di vittima che si è deciso, ancora una volta, di imporle. Al solo scopo poi di utilizzarla per una causa altra, che non riguarda lei, visto che la lotta alla violenza sulle donne non riguarda lei ma eserciti di donne che odiano gli uomini. E se si convincesse che allora non è così sbagliato stare lì? Che è il luogo dove può essere davvero se stessa? Che come la conosce il suo carnefice (che comunque certo non ha tutte le colpe) nessuno mai? Che poi sara' mica un mostro, è una vittima esattamente come lei! Magari non sarebbe male convincerlo a stringere una santa alleanza... parliamone, tra uno schiaffone e l'altro.

Fino a questo momento sappiamo solo che:

  • Chi la pestava non è certo un mostro. E le permetteva di recuperare la sua umanita'.
  • Lei era in qualche modo corresponsabile: è chiaro che prima le piaceva e poi si è stancata. perchè così è. E non c'è asimmetria nei rapporti, se c'è coercizione ha collaborato.
  • Lei era stata carnefice in altre relazioni.
  • Gli unici veri stronzi sono i paternalisti che volevano salvarla da se stessa e dal mostro. 
Di percorsi indipendenti e strumenti di autodifesa indipendenti nessuna traccia.

Queste critiche sono recepite come censura. Ma qui gli unici ad azzittire sono quelli che hanno censurato i commenti negativi su Facebook, nella pagina di Femminismo a Sud. Di autoritario ho visto solo questo. Commentare ciò che si legge ed eventualmente criticarlo, con testi alla mano, non è zittire. Ronde, brutta zoccola, zozza, sentenza di tribunale integralista... naturalmente tutto ciò partendo dal presupposto che tutti 'sti stronzi il problema non lo conoscono e soprattutto non l'hanno vissuto. Per principio. Alla faccia degli integralismi. Ogni commento negativo è ascritto a una non ben definita ortodossia corrente

Il blog è giovane, esiste solo da qualche giorno, certo. Si parte dal personale, bene. Per passare al politico. E quale sarebbe 'sto politico? Lo scopriremo immagino. Fino a questo momento sembrerebbe che il vero punto, il vero problema sia l'ortodossia corrente (argh). Quella che della donna che subisce violenza (fino a finire in un letto di ospedale o al cimitero) vuole fare una vittima... così... perchè così la domina.

Vorrei che mi si indicasse un modo che non equivalga a una scomunica (ma da che?) per poter dire liberamente che quelle cose che leggo non mi piacciono e non mi piacciono unicamente per il significato che hanno rispetto a un problema grave come la violenza sulle donne. Valutazione, la mia, che nasce da mie esperienze direttissime che mi raccontano della difficolta' a riconoscere di essere vittima (perchè è durissimo da ingoiare!) e da quella ancora più grande di chiedere aiuto, per paura di essere giudicate e non comprese.

L'idea che il proprio carnefice sia un killer allevato o assoldato, certamente una vittima, un debole sopraffatto da una cultura che è altro da lui, più di chi sta nel letto dell'ospedale che ha invece le sue complicita' e responsabilita' da riconoscere e "vittima" le sta stretto, non è una grande scoperta, una incredibile verita' svelata da questo svisceramento. Questo è un comune sentire di chi si prende le botte. E che magari non ha la stessa botta di culo di sopravvivere a un'aggressione o la botta di culo che lui non lo fara' più, con lei o con la prossima. E per la verita' un po' anche un comune sentire di chi le da'.

Questo meccanismo va scardinato, non rivendicato. Questo è quello che la mia personalissima esperienza diretta mi porta a dire. Posso dirlo? Dico che ci vuole almeno prudenza nel trattare questo argomento e trovo che molte delle cose scritte non siano prudenti. Chi scrive e pubblica deve essere responsabile degli effetti di ciò che scrive, anche se vanno al di la' di ciò che si era prefissato? Credo che un po' si. Che almeno li prenda in considerazione. Ridurre le obiezioni e le critiche a uno scontro tra ortodossia e dissidenza, lo trovo inutilmente vittimizzante.

Domanda semplice: la violenza è una questione privata o una questione pubblica? A leggerla si direbbe privatissima. Il suo blog potrebbe tranquillamente rititolarsi: "Tra moglie e marito non mettere il dito". Questa è, secondo la mia personalissima esperienza, una delle imprudenze più gravi e pericolose di quel blog. - (TK)


Vedi anche:
Un blog intoccabile - Fanciulle contro Amazzoni (?)



N.B. Il blog «Finché morte non vi separi» non è più accessibile. I suoi post sono stati trasferiti sul blog «Al di là del buco». Questo era l'indice originario. Tra i post trasferiti, mancano però quelli con i quali l'autrice rispondeva alle critiche ricevute da questo blog e da altre fonti, i quali avevano per titolo: Chi ha paura del confronto, L'agente virtuale a tutela della onorabilità dei tutoriRonde virtuali: not in my name!, Ma non era dal personale al politico?  (23.03.2013)

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