Dopo la strage di Lampedusa e la vergogna di veder indagati i profughi sopravvissuti, due senatori del Movimento 5 Stelle, Andrea Buccarella e Maurizio Cioffi, hanno presentato un emendamento in commissione giustizia, per abrogare il reato di immigrazione clandestina

L'emendamento è stato approvato da PD, SEL, Scelta Civica, M5S e bocciato dalla Lega Nord. Il PDL si è diviso. L'iniziativa è stata una sorpresa che ha contraddetto l'immagine xenofoba che più volte Beppe Grillo ha voluto darsi in modo peraltro abbastanza convincente. Infatti Grillo ha reagito subito, ha reagito più volte dal suo blog. Prima pubblica un post in cui prova a presentare l'abrogazione del reato di clandestinità come un provvedimento che facilita l'espulsione dei clandestini. Poi, in un secondo post, prende posizione insieme con Gianroberto Casaleggio, contro l'emendamento dei due senatori, presentato come una illegittima iniziativa personale che non rispecchia il programma del movimento. Un terzo post avverte infine che eventuali cambiamenti di programma, concordati con il movimento, saranno comunque rinviati alla legislatura successiva.

I due leader si dichiarano in dissenso nel metodo e nel merito. Nel metodo, perchè i due senatori, definiti portavoce, non possono arrogarsi una decisione così importante su un problema molto sentito a livello sociale senza consultarsi con nessuno. Nel merito, perchè se durante le elezioni politiche avessimo proposto l'abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all'opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono "educare" i cittadini, ma non è la nostra

E' sempre questione discutibile se i parlamentari debbano la loro elezione ad un partito o se il partito debba il suo consenso ai voti attratti dai candidati eletti. Sta di fatto che l'articolo 67 della Costituzione - quella Costituzione che i grillini sostengono di difendere arrampicandosi sul tetto del parlamento - sancisce che: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Dunque, deputati e senatori non sono portavoce di un partito (di dio o del popolo) vincolati alla consultazione dei suoi leader, di un blog o di altre istanze, ma rappresentanti della nazione senza vincolo di mandato

Anche in altri paesi civili esiste il reato di clandestinità. Vero, ma riguarda proprio l'essere clandestini, cioè il fatto di nascondersi, di voler risiedere illegalmente entro i confini del paese ospitante, non la semplice condizione di irregolare. Viene valutata la persona: se si tratta di un delinquente o di un rifugiato richiedente asilo o di un lavoratore a cui è scaduto il permesso perchè licenziato. Negli altri paesi si fanno queste distinzioni, la legge italiana invece non distingue e infatti abbiamo la vergognosa assurdità di aver messo sotto inchiesta i profughi scampati alla strage di Lampedusa. Grazie alla legge voluta dalla Lega e oggi difesa da Grillo e Casaleggio, perchè - secondo la loro percezione - avrebbe il consenso popolare e il M5S non vuole assumersi il compito di educare ma solo quello di fare il portavoce. Come se i portavoce non alimentassero la voce. Come se gli amplificatori, motivati da ragioni di facile consenso, non svolgessero di fatto una cattiva pedagogia.

C'è da chiedersi se Grillo sia pronto allora a sostenere qualsiasi cosa, purchè voluta da quella che a lui sembra essere la maggioranza. Ad esempio, la pena di morte. Quello che appare sempre più chiaro è che la coppia Grillo-Casaleggio sia del tutto priva di una cultura democratica e liberale, e possieda piuttosto una visione plebiscitaria e fascistoide della politica. Conta solo la presunta maggioranza. Le minoranze sono annullate. Ed insieme ad esse l'autonomia del parlamento, mera cassa di risonanza di portavoce inquadrati da partiti amplificatori. O magari da un unico partito amplificatore (del 100%). Una visione estranea alla cultura dei diritti umani e dei diritti civili. I quali invece esistono anche per tutelarsi dal dispotismo e dalla follia delle maggioranze.


Vedi anche:
Beppe Grillo e l'immigrazione: le sparate degli ultimi anni (di Wil Nonleggerlo)
Cosa diceva Grillo su clandestini e flussi migratori un anno e mezzo fa



di Maria Rossi


Durante una visita ad Assisi, Papa Francesco ha pronunciato parole di eccezionale gravità, considerata la carica che ricopre, il magistero che esercita nel mondo cattolico, la risonanza e l'impatto  dei suoi discorsi e, non ultimo, il prestigio e la simpatia di cui gode presso la stampa e presso una parte dell'opinione pubblica. 

All'interno di un ragionamento ispirato alla tradizionale dottrina cattolica che esalta la sacralità della famiglia, concepita come meramente finalizzata alla riproduzione e celebra l'indissolubilità del matrimonio, il Papa ha stigmatizzato la cultura contemporanea, colpevole, a suo dire, di promuovere i "diritti individuali", favorendo le "relazioni che durano finché non sorgono difficoltà". 

Ora: per scongiurare questo pericoloso "egoismo" che corrode la "base morale e spirituale" che serve "per costruire bene, in modo solido" e per incentivare la durata del rapporto "finché morte non vi separi", il Papa che, a quanto ne so, non  ha esperienza di relazioni sentimentali e di convivenza, ha creduto  opportuno elargire questo consiglio agli sposi:

Litigate quanto volete: se volano i piatti pazienza, ma mai finire la giornata senza fare la pace. E se nei matrimoni gli sposi imparano a dire 'scusa, ero stanco', a fare soltanto un piccolo gesto, è questa la pace. Questo è un segreto, che evita le separazioni dolorose.

Si tratta, con tutta evidenza, di una gravissima banalizzazione della violenza domestica, ridotta a tollerabile e scusabile conflitto intrafamiliare, analoga a quella operata da un numero assai rilevante di poliziotti e di magistrati, che archiviano con questa motivazione le denunce di maltrattamento presentate dalle donne. Il lancio di oggetti non può essere confuso con un innocuo litigio, ma costituisce una vera e propria forma di violenza fisica e spesso rappresenta una pericolosa escalation rispetto ad una fase precedente caratterizzata da aggressioni puramente verbali. Accompagnare l'espressione "volano i piatti" con l'intercalare "pazienza"  rappresenta, pertanto, una grave manifestazione di sottovalutazione e di tolleranza della violenza.

Analogamente, la riconciliazione  ricercata dopo aver commesso un maltrattamento non assicura affatto il ristabilimento di relazioni familiari armoniose e imperniate sul rispetto, ma si inserisce in un ciclo di maltrattamenti che prevede l'alternarsi di aggressioni sempre più violente e di riappacificazioni sempre più brevi. Se si ignorano queste dinamiche, è doveroso tacere. Se non altro, è opportuno non  legittimare, normalizzare ed incentivare conflitti e violenze domestiche, come fa invece il Papa  rivolgendo, benevolo ed accondiscendente, questa frase agli sposi: "litigate quanto volete".

E' notevole, poi, il fatto che il pontefice  sembri completamente ignorare dati e statistiche sui femminicidi e sulla violenza domestica, prevalentemente maschile,  nonché  la dinamica di un atto di maltrattamento, che contempla la presenza di un aggressore e di un aggredito. Il Papa, invece,  come dimostra l'uso del sostantivo "sposi"  e i verbi al plurale, attribuisce ad entrambi i coniugi la responsabilità  degli atti di violenza e il successivo  dovere di riconciliarsi. Non adempiere a questo obbligo non è meno colpevole del  lanciare piatti.

La banalizzazione dei maltrattamenti risulta evidente anche dall'individuazione nella stanchezza di un pretesto legittimo per commetterli. La spossatezza non causa, né giustifica l'esplosione della violenza di genere, determinata, invece, dall'esercizio del dominio, del controllo e dal desiderio di possesso. Né è saggio fornire un alibi all'abusante ("ero stanco, quindi è comprensibile che mi sia lasciato andare").

Se l'uso dei verbi al plurale segnala l'adesione del Papa alla teoria della corresponsabilità dei coniugi nell'esercizio della violenza, l'espressione "volano i piatti" è totalmente deresponsabilizzante, in quanto priva  del soggetto agente. Non è chiaro chi lanci le stoviglie che sembrano fluttuare nell'aria per virtù magica, senza che nessuno le abbia tirate a qualcunaltro/a.

E' evidente che una simile minimizzazione della violenza comporti come conseguenza la stigmatizzazione delle separazioni anche in caso di maltrattamenti e la colpevolizzazione dei coniugi che la richiedono per sfuggirvi. Il male, il peccato, infatti, non è lanciare i piatti alla partner, ma separarsi. Di nuovo la colpa viene fatta ricadere sulla vittima, mai riconosciuta come tale, e biasimata nel caso intenda sottrarsi definitivamente alla violenza perpetrata dal coniuge. Bisogna salvaguardare la sacralità e l'unità della famiglia a costo dell'integrità fisica e psichica  di tutti i suoi componenti. Occorre mantenersi fedeli al principio dell'indissolubilità del matrimonio,  valido finché la morte non separi i coniugi, magari in seguito ad un femminicidio. 

Sono convinta  che le parole del Pontefice rispecchino perfettamente la cultura - non solo cattolica - italiana, ancora profondamente intrisa di maschilismo e di pregiudizi di genere che conducono a minimizzare o a negare la violenza domestica sulle donne, a ridurla a mero conflitto, a semplice divergenza di opinioni e ad attribuirne la responsabilità tanto alla vittima, mai riconosciuta come tale, quanto all'aggressore. 

La mia convinzione è avvalorata da questo commento di un giornalista di un quotidiano online "Forse il messaggio più bello, più sentimentale e più umano di Papa Francesco è stato dedicato alla famiglia, a quei genitori che decidono di lasciarsi alle prime difficoltà". E ancora: " Con grande umanità e con un linguaggio popolare il Papa ha voluto dare un consiglio ai novelli sposi e anche a coloro che da anni vivono insieme per evitare le dolorose separazioni".

Affermare,  a questo punto, che il panorama culturale italiano  appare piuttosto desolante, deprimente e tollerante nei confronti della violenza domestica è usare un evidente eufemismo.  

L’ultimo atto di vendetta maschile contro Laura Boldrini, rea di aver messo in discussione l’eterno stereotipo dell’angelo del focolare rappresentato in pubblicità, è arrivato da Striscia la notizia, con la consegna del Tapiro d’oro (video). Premio ufficialmente motivato con il fatto che la battaglia della presidente della camera a difesa dei diritti delle donne nel 2013 sarebbe incoerente con la sua partecipazione, in qualità di assistente di produzione, ad un varietà televisivo di Rai Due nel 1988, dove comparivano anche donne seminude. L’ennesima manganellata di Striscia la notizia verso chi è indigesto al suo ideatore e ai suoi amici (Loredana Lipperini).

Molto probabilmente la giovane Boldrini sarà stata, un quarto di secolo fa, meno consapevole di oggi, e magari avrà anche avuto bisogno di lavorare (dice però di avere lasciato il programma dopo soli tre mesi), ma è certo che la televisione italiana che usava pezzi di carne femminile per fare intrattenimento e vendere pubblicità era appena agli inizi (con Drive in, con Colpo grosso), non era detto sarebbe durata decenni, e non esisteva allora l’elaborazione e la consapevolezza di cui disponiamo oggi, neanche tutti. Io stesso guardavo i programmi di Antonio Ricci e li trovavo divertenti, senza rendermi conto che fossero una porcata: in senso politico, non morale. Perchè oggettivare le donne è una questione politica. Riguarda il rapporto di potere tra i sessi. Non avevo allora lo sguardo di oggi. L'ho maturato nel corso di anni. E giunto forse a maturazione definitiva con il lavoro di Lorella Zanardo.

L’avversione di Striscia la notizia per la denuncia della rappresentazione sessista della donna in televisione, infatti non è nuova. Il tapiro a Laura Boldrini rievoca proprio la recente crociata di Striscia contro Lorella Zanardo. La documentarista de «Il corpo delle donne». La persona a cui l’ufficio stampa di Antonio Ricci attribuisce la descrizione della coerenza di Striscia la notizia in questi termini: Un programma che da venticinque anni fa inginocchiare le veline davanti a due anziani, solo per permettere alle telecamere di poter frugare tra le loro gambe. Dunque, i consegnatori del tapiro hanno un piccolo conflitto d’interesse con gli argomenti e le ragioni esposte da Laura Boldrini al convegno “Convenzione di Istanbul e media”.

Gli atti di vendetta maschile talvolta ricorrono all’ausilio di esecutori femminili. L’aggressione a Lorella Zanardo fu messa in scena dalla velina Elena Barolo, che rivendicava la sua scelta professionale, si sentiva offesa dal documentario Il corpo delle donne e non voleva sentire ragione del fatto che il lavoro dell’autrice fosse una critica all’uso del corpo delle donne nelle immagini tv, non alle donne che fanno tv. Da anni, conduttrice di Strisca è Michelle Hunziker, cofondatrice con Giulia Bongiorno di Doppia difesa, contro la violenza sulle donne, iniziativa - questa si - in contraddizione con il trattamento riservato a Lorella Zanardo e a Laura Bodrini. La notizia della consegna del Tapiro è stata condivisa con soddisfazione su alcune bacheche femminili di Facebook, che rimproverano la presidente della camera di ridurre il femminismo a battaglie assurde (il linguaggio, gli stereotipi, l’uso del corpo delle donne), nulla a che vedere con le battaglie sacrosane del passato. Pensandoci, è un bel rovesciamento logico. L'assurdità semmai sta nel fatto che certi argomenti ancora necessitino di dar battaglia quando ormai dovrebbero essere scontati. A conduzione femminile è anche il blog Abbatto i muri, una delle tante catapulte virtuali contro Laura Boldrini, ritratta come una borghese privilegiata, con la quale una precaria o una notav non può avere niente in comune. Ma si possono citare pure blogger militanti antimperialiste - una delle più note è Barbara Cloro - fissate con l'idea che Laura Boldrini sia favorevole all'intervento militare in Siria. Mentre invece è contraria (post 11 settembre).

Un articolo dedicato alle Donne che odiano Laura Boldrini è stato postato da Floria sul blog Contaminazioni.

* * *

Alcune critiche in apparenza sembrano costituire una poco motivata contrapposizione tra questioni materiali e questioni simboliche. Come se non esistesse un nesso tra lo stereotipo della casalinga e la condizione della donna esclusa dal lavoro o inclusa spesso solo come precaria e quasi sempre in lavori esecutivi e subordinati, più facilmente a rischio di licenziamento. Tra l’inferiorizzazione stereotipata e linguistica della donna e la facile criminalizzazione delle ragazze che partecipano ai movimenti di protesta, al trattamento che possono subire da parte forze dell’ordine, fino a poter essere oggetto di molestie e violenze come accaduto a Marta. Un nesso tra la violenza verbale e fisica contro le donne e la violenza verbale e fisica contro un movimento antagonista.

Laura Boldrini e Lorella Zanardo, credo, non si definiscono femministe. O non si attaccano in fronte questa etichetta. Il loro femminismo non investe questioni strutturali. I rapporti di potere materiali. Riguarda questioni culturali, simboliche. Riguarda più gli effetti che le cause della disparità di genere. Effetti che rinforzano le cause. Oserei dire che il loro è un femminismo all’acqua di rose. Che un patriarcato più illuminato e lungimirante, più gentiluomo, non avrebbe difficoltà ad assecondare. Usare un linguaggio politicamente corretto, superare l’universale maschile nelle parole e nelle rappresentazioni, superare gli stereotipi, non usare le donne come oggetti sessuali. Altri paesi lo hanno fatto, lo stanno facendo, non per questo hanno smesso di essere patriarcali o maschilisti. Lo sono soltanto in modo più cauto e meno squilibrato. Ma il maschilismo italiano è ottuso e cafone. Tanto che spesso fraintende le critiche che riceve come fossero pure questioni di forma e buona educazione e per tutta risposta rivendica la propria volgarità. Di fronte ad una signora che dice cose ovvie e ragionevoli, non è capace di comportarsi bene. Questo forse è parte della quantità di avversione che circola in questi giorni.

Tuttavia, il femminismo di Laura Boldrini, come quello di Lorella Zanardo, ha un altro aspetto che lo rende detestabile. All’acqua di rose. Soltanto culturale. Formale. Simbolico. Ma perfettamente autonomo. Privo di una giustificazione al di fuori di sè. Quindi, senza alleati in altri movimenti a dominanza maschile. Quelli che hanno il potere di far si che una battaglia femminista diventi sacrosanta. Il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia erano lotte più importanti e più dure del superamento di un stereotipo in pubblicità (che infatti si propone senza immaginare di dover affrontare una demenziale controffensiva). Ma erano anche lotte che stavano all’interno di conflitti considerati più grandi e più importanti dello stesso femminismo e a cui il femminismo dava il suo supporto. La lotta dei laici contro i cattolici, della sinistra contro la destra, del progresso contro la reazione. I due referendum su divorzio e aborto furono vissuti, non come referendum sul patriarcato, ma come referendum sull'egemonia della chiesa cattolica.

Quando il femminismo è l’alleato di una lotta contro un nemico diverso dal patriarcato, di volta in volta, una chiesa, una ideologia, un ordinamento economico (il capitalismo), un governo o un avversario politico (Berlusconi) allora esso è ben accetto da una parte importante di uomini e quindi più legittimato anche agli occhi di tante donne (le vere lotte che il femminismo dovrebbe fare). Quando invece il femminismo è solo davanti al patriarcato (non associabile ad alcuna altra entità di dominio), ne critica il linguaggio, le rappresentazioni, la cultura, compresa la violenza, con tutto il buon senso e la ragionevolezza possibili, ecco che sortisce l’effetto di un passante che sfiora un auto dotata di un antifurto molto sensibile. 

In verità, sia Boldrini sia Zanardo provano a cercare una causa ulteriore provando a dimostrare che il miglioramento della condizione della donna costituisce un vantaggio per tutto il paese. Che diverrebbe più forte e competitivo. Zanardo racconta che per gli svedesi ridurre il divario tra i generi significa migliorare il Pil. «Noi lavoriamo per una maggiore occupazione femminile,  per potere disporre di asili per tutti: più donne che lavorano significa migliore economia per il Paese. Cioè per tutti». In effetti, la crisi sembra mettere il paese davanti ad un bivio nel modo di trattare la questione femminile. Mobilitare tutte le energie per tentare una ripresa, quindi più imprenditoria, più lavoro femminile. Oppure gestire il declino: se i posti di lavoro sono pochi, meglio che lavorino solo gli uomini. La scelta produrrà una cultura, ma intanto la cultura che abbiamo ci aiuterà a scegliere. Se alla fine avrà avuto ragione l'orgoglio del particolare maschile, gli Andrea Scanzi continueranno a farsi servire dalla propria compagnia, ma prima o dopo dovranno tornare a zappare la terra.


Riferimenti:
L'ossessione di Striscia per Lorella Zanardo (Giovanna Cosenza)
Tapiro alla Boldrini per tv spazzatura, "Nulla di incorente" (Repubblica TV)
I retroscena del dossieraggio anti-Boldrini e le sanzioni morali di Antonio Ricci (Carlo Gubitosa)
Laura Boldrini e il reato di «leso minestrone» (Daria Bignardi)
Odiatori di Boldrini (Loredana Lipperini)
Donne che odiano Laura Boldrini (Contaminazioni)
Le Donne che Verranno: Intorno al Discorso di Laura Boldrini (Lorella Zanardo)
Stereotipi sessisti humus di discriminazione e violenza

La presidente della camera è intervenuta ad un convegno intitolato «Convenzione di Istanbul e media». La Convenzione di Istanbul è il documento del Consiglio d'Europa per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne. La Convenzione ratificata dall’Italia ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77. Nella Convenzione c'è scritto: «Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull'idea dell'inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini». (cfr. Blog No alla violenza sulle donne). Scopo del convegno era capire come i media possono contribuire all'applicazione della Convenzione di Istanbul.

Per l'applicazione della Convenzione, Laura Boldrini ha citato l'importanza di alcune questioni. Che il governo investa risorse finanziarie e materiali. Che gli obiettivi siano fatti vivere dai media. Nell'uso delle parole scelte dal giornalismo. Nel superamento degli stereotipi. Che la cura al linguaggio e l'avversione agli stereotipi sia avvertita come importante anche dagli uomini e la lotta alla violenza cessi di essere la questione di un genere. In una replica in video al dibattito seguito, Boldrini indica la necessità di un piano per l'occupazione femminile, perchè se esiste lo stereotipo della donna casalinga è anche perchè ancora troppe poche donne lavorano.

Del discorso della presidente, i giornali hanno evidenziato in particolare una battuta: «penso alla pubblicità, a certi spot italiani in cui papà e bambini stanno seduti a tavola, mentre la mamma in piedi serve tutti; oppure al corpo femminile usato per promuovere viaggi, yoghurt, computer. Spot così, vi assicuro, in altri Paesi europei ben difficilmente arriverebbero sullo schermo».




Questa battuta, apparentemente ovvia e facilmente condivisibile, ha scatenato una reazione virulenta. Soprattutto da destra e dall'area grillina, ma anche da giornalisti del Fatto o da ex giornalisti del Manifesto e di Liberazione. UAGDC ha titolato: «Tutti vogliono la mamma che serve a tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra». C'è chi ha ironicamente parlato di «Larghe intese sessiste».

Fatta la tara degli strepiti e degli insulti, gli argomenti usati contro l'affermazione della Presidente della Camera sono pochi e confusi.

Un'argomento consiste nella negazione del problema. Nello stesso intervento o in una sequenza di interventi della stessa persona, in uno dei tanti topic di FB, è possibile leggere che: 1) gli stereotipi nella pubblicità non esistono; 2) esistono, ma sono un riflesso della società; 3) esistono, ma non fanno nulla di male, i problemi sono altri. Dunque un intervento inutile. Ma un intervento inutile, sommario, banale dovrebbe passare inosservato. Invece proprio i sostenitori dell'idea che «i problemi sono altri» hanno comunque passato ore e giorni a contrastare con ostinazione la messa in discussione dello stereotipo della mamma che serve a tavola, come se proprio questo fosse un grave problema. Evidentemente lo è per chi, anche inconsapevolmente, ci tiene a conservare i ruoli tradizionali e nel vederli messi in discussione si sente attaccato nella propria identità. E nei suoi piccoli privilegi. Dire che i problemi sono altri, in ultima istanza, significa sostanzialmente dire che i problemi che riguardano le donne sono poco importanti.

La questione invece esiste sia nel senso che la pubblicità è influente nel riprodurre stereotipi sessisti, quindi cultura, sia nel senso che tali stereotipi concorrono nel favorire la discriminazione e la violenza. Le donne, fra impegni dentro e fuori casa, lavorano più degli uomini. Le donne guadagnano significativamente meno degli uomini. Le donne hanno a disposizione una quota molto minore di tempo libero rispetto agli uomini (2 ore e 37 minuti contro 3 ore e 36 minuti). Le donne si occupano delle faccende domestiche per 5 ore e 10 minuti al giorno, mentre gli uomini arrivano appena a 2 ore e 4 minuti. (Contaminazioni.info)

Negli stessi termini usati da Laura Boldrini il problema è spiegato da una esperta di pubblicità e comunicazione come Annamaria Testa(...) “la pubblicità non nasce «nel vuoto». Rispecchia a e amplifica e semplifica gli usi e i costumi e i pregiudizi più diffusi. Si esprime all’interno del più ampio sistema dei media. Trasmette il gusto dei suoi committenti aziendali. Questo non vuol dire che la pubblicità sia innocente: ha responsabilità grandi proprio perché è efficace anche quando diffonde e rafforza modelli di ruolo arcaici, sistemi di disvalori, stereotipi deleteri” (...) cos'è che permette di definire "sessista" una pubblicità? Quali sono i campanelli d'allarme? Il tema è certamente delicato. "E' sessista - spiega Testa - una campagna che usa il corpo femminile come strumento di appeal sessuale per promuovere in modo non pertinente un prodotto (un pannello solare, un cibo, un programma software). Ma è sessista anche usare in maniera intensiva stereotipi che riducono l'identità delle donne all'essere "casalinghe" e basta. E' sessista la comunicazione che non mostra le donne come persone ma solo come automi che curano la casa e seducono". Secondo la nota pubblicitaria, tutto il sistema dei media, pubblicità compresa, contribuisce ad amplificare e a orientare l’immaginario collettivo, sia femminile che maschile. “Il sistema dei media diffonde modelli di ruolo, stili di vita, sistemi di valori e di desideri, e chiunque lavori con il sistema dei media è tenuto ad assumersi la responsabilità dei messaggi che manda in giro. Le immagini e le narrazioni sono potenti, suggestive, si radicano nella memoria. E dunque sì, anche la rappresentazione pubblicitaria che viene fatta delle donne ha il suo peso”.  (Se la pubblicità offende la donna).




Chi afferma con una certa superficialità che Laura Boldrini dovrebbe occuparsi di altro invece che di partecipare a questi convegni, oltre ad ignorare i suoi interventi su altre materie, non tiene conto del fatto che la presidente della camera ha agito sulla base delle decisioni del parlamento che ha ratificato la Convenzione di Istanbul e ne ha rappresentato i contenuti, anche nella battuta «incriminata». 

Un altro argomento contro la presidente della camera consiste nel ventilare un pericolo di censura. Ma Laura Boldrini nel suo discorso è stata chiara nell'escluderlo. Riferendosi al coinvolgimento dei media si è così espressa: «Un lavoro da fare insieme, nella diversità dei ruoli, senza nessuna forzatura e senza alcuna volontà censoria. La Convenzione lo dice con chiarezza: tra i valori da rispettare ci sono anche l'indipendenza e la libertà di espressione dei media. Quel che si propone, e che oggi qui prende il via, è una riflessione che metta a confronto punti di vista diversi, per capire se e come l'informazione possa aiutare la società italiana a maturare una maggiore consapevolezza dell'insopportabile gravità della violenza contro le donne; e se, per portare questo aiuto alla società, il sistema mediatico non debba anche fermarsi un momento a ragionare sui suoi stessi meccanismi di funzionamento, su certi "riflessi condizionati" della professione giornalistica». E la Convenzione da lei richiamata infatti dice: «Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità».

Un terzo argomento accusa la presidente della camera di voler mettere in discussione la libera scelta delle donne. Le quali, si presume da questo punto di vista, desiderino essere servizievoli a casa con il marito e con i figli, in quanto il loro sarebbe un gesto d'amore. In verità, discutere l'univocità della rappresentazione mediatica non toglie nulla alle libere scelte individuali nella vita privata. Nè elimina in assoluto la donna che svolge mansioni domestiche, semplicemente aggiunge altre rappresentazioni. Vale quanto scrive il blog del Ricciorcono: «Io ho presente il piacere che si prova a compiere un atto completamente disinteressato nei confronti di una persona che amo. Sono convinta che anche molti uomini provano il medesimo piacere: diamo visibilità anche a loro. Così forse la smetteremo di fare confusione fra i vari significati della parola “servire” e potremmo godere tutti godere appieno della gioia di rendere felice la nostra famiglia».

L'argomento dell'amorevole scelta femminile della servitù è stato in particolare veicolato dalla lettera diffusa su molte bacheche di FB, titolata «Cara Boldrini, sono una mamma che serve a tavola e ne va fiera». La lettera è stata oggi pubblicata dal blog di Beppe Grillo. Più volte rilanciata dalla pagina FB di Beppe Grillo. Osserva Lorella Zanardo che il post così pubblicato, rispecchia evidentemente la linea del blog. Una linea che ci fa tornare all'immaginario benpensante degli anni Cinquanta. Una mamma che dichiara il piacere di servire il marito e i figli dopo una giornata di lavoro.

La fonte originale della lettera della «mamma che serve a tavola e ne va fiera» è firmata da Silvia Cirocchi. E' il direttore editoriale, ma sarebbe meglio dire la direttora, di Quelsi Quotidiano. Il suo nome compare anche in una scheda biografica di Elio Vito, già deputato e ministro del PDL: Nel 2007 ha sposato nella cappella di Montecitorio, a San Gregorio Nazianzeno, l’avvocato Silvia Cirocchi, nozze celebrate da monsignor Rino Fisichella. Sarebbe stato meglio scrivere avvocata. Dunque, a quanto pare, più che una mamma del popolo, un'avversaria politica di Laura Boldrini. La lettera è parodiata da un post esilarante di Sabrina Ancarola.

Grillo, non contento della sola lettera di una mamma italiana, ha pensato di provare a smentire le affermazioni di Boldrini con un video sugli spot all'estero, che sarebbero come quelli italiani. Mostra 4-5 spot stranieri, dove in verità le mamme si vedono mentre servono i figli, ma non i mariti. Due uomini compaiono a tavola per un istante, ma non sono serviti. Non è dichiarato di che periodo sono gli spot, ne quale sia il paese di provenienza, salvo riconoscere la lingua. Ciò detto, il punto non è la confutazione di un assoluto, fin troppo facile come di ogni assoluto. Quella di Boldrini era chiaramente una iperbole. Voleva dire che in Italia la donna è rappresentata quasi esclusivamente come domestica, all'estero invece è rappresentata un po' in tutti i modi, e quindi certo che tra tutti i modi è possibile trovare anche spot in cui fa la domestica. Peraltro, sarebbe impossibile trovare in Italia una pubblicità come questa.

Il noto aforisma di un uomo misogino quanto Grillo, ma molto più filosofo, diceva che «Ogni buona idea attraversa tre fasi: dapprima viene derisa, poi viene duramente contestata, infine accettata come ovvia e risaputa». L'idea della opportunità di superare lo stereotipo della «mamma che serve a tavola» l'avremmo ormai immaginata nella terza fase, quella dell'ovvio e risaputo. Ma proprio in questi giorni abbiamo scoperto che, per una parte di questo paese, sta ancora faticosamente attraversando le prime due.


Riferimenti:
Immagini di pubblicità sessiste
La convenzione di Istanbul
«Convenzione di Istanbul e Media»: un incontro per cambiare (Luisa Betti)
Intervento di Laura Boldrini al convegno «Convenzione di Istanbul e media»
Di pubblicità, linguaggio e lista delle priorità (Lorenza Valentini)
Tutt* vogliono la mamma che serve in tavola. Il sessismo che unisce destra e sinistra (UAGDC)
Attribuzione di significato (Il Ricciocorno Schiattoso)
Il gioco facile (Antropologia e Sviluppo)
Care amiche di sinistra (Matteo Leonardon)
Laura Boldrini è una bacchettona e l'Italia non è sessista #sarcastico (Antonello Piras)
L'antisessismo a macchia di leopardo (No alla violenza sulle donne)
Le donne che verranno: intorno al discorso di Laura Boldrini (Lorella Zanardo)
Godo a Servirvi: dal Blog di Beppe Grillo (Lorella Zanardo)
Donne che odiano le donne (Contaminazioni)
Cara Boldrini, sono una mamma che serve... (Sabrina Ancarola)
Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento europeo (Massimo Guastini)

Tra i «limiti» del Movimento 5 Stelle, oltre l’uso e l’abuso della violenza verbale, vi è una costante confusione tra conflitto politico e conflitto istituzionale. 

Un partito attacca gli altri partiti. Se all'opposizione attacca la maggioranza parlamentare. Se in maggioranza attacca l’opposizione. Non dovrebbe attaccare le istituzioni in quanto tali, di cui egli stesso fa parte. Ad esempio, non dovrebbe attaccare il parlamento. 

Il M5S sembra non distinguere i due piani. Così, da questa estate assistiamo alla stravaganza di un partito di opposizione che assume come principale bersaglio, non il capo del governo, ma la presidente della Camera.

Opposizione al governo o al parlamento?

Il conflitto inizia a giugno, con Grillo che insulta il parlamento «non serve più ormai è una scatola vuota, una tomba maleodorante». Laura Boldrini difende l'istituzione che presiede «Attaccarlo è colpire la democrazia». Quindi, Grillo insulta la presidente «una nominata per grazia di Vendola (...) non in grado di capire quello che legge, se legge (...) che deve studiare la Costituzione».

In luglio la presidente della camera richiama alcuni deputati grillini per il loro linguaggio irrispettoso nei confronti del parlamento e del presidente della repubblica, che per regolamento non può essere coinvolto nei dibattiti parlamentari. Dice Laura Boldrini: «L'alternativa al parlamento è la dittatura».

Alla Cerimonia del ventaglio, Laura Boldrini ribadisce l’importanza di un corretto linguaggio istituzionale nel cuore della democrazia, tuttavia espone lei stessa l’affanno del parlamento, la compressione dell’attività parlamentare a causa di un uso eccessivo della decretazione d’urgenza da parte del governo e legittima il ricorso all’ostruzionismo da parte dell’opposizione, proprio nei giorni in cui esso è praticato dal M5S.

Grillo prende spunto da una frase - «La politica gratis è una pessima idea» - per attaccarla sui costi della politica: «Dimezzare lo stipendio ai parlamentari più pagati d'Europa, eliminare i rimborsi elettorali, cancellare odiosi privilegi che ci costano milioni di euro in un momento di crisi senza precedenti sono pessime idee?» Ma le effettive parole pronunciate dalla presidente espongono i tagli fatti per complessivi nove milioni di euro, quelli in programma, e sostengono l’allineamento degli stipendi dei parlamentari italiani a quello dei parlamentari europei, solo ricordano in conclusione che la democrazia comunque ha un costo e non può essere gratis.

Per il solo fatto di annunciare su Facebook, la convocazione della Camera il 20 agosto per la presentazione del decreto sul femminicidio, Laura Boldrini viene attaccata dalla Lega Nord e dal M5S. E così nei giorni a seguire. La presidente usa la camera come una TV commerciale (Roberto Fico). Anche durante la seduta, il M5S ribadisce l’accusa: la presidente ha convocato la camera in piena estate, solo per farsi pubblicità, con spreco di denaro pubblico. Eppure la convocazione è un obbligo costituzionale. L’art. 77 recita al secondo comma: Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. Per la Lega Nord, Boldrini è la «peggior presidente dal dopoguerra» (on. Bonanno).

Due giorni prima, Grillo se la prende con il «politicamente corretto». Non possiamo più parlare come pensiamo. All'ingresso di Montecitorio la politically correct Boldrini metterà la targa 'Non bestemmiare e non nominare Napolitano invano'.

Ai primi di settembre, dodici parlamentari del M5S si arrampicano sul tetto di Montecitorio per protestare contro il DDL sulle riforme che deroga alla procedura di revisione costituzionale prevista all'art. 138 della Carta. La presidente non può che censurare l’atto dimostrativo: «Il nostro regolamento ha tante possibilità per fare un'opposizione costruttiva, non c'era bisogno di gesti così eclatanti. Non è che da qui verrà qualcosa di meglio per il Paese». Un atto dimostrativo che ripropone la confusione tra opposizione ad una maggioranza parlamentare e opposizione al parlamento stesso. Scrive Laura Boldrini su Facebook: Occupare può essere una manifestazione di protesta di chi si sente escluso dalle sedi decisionali, non di chi, invece, ne fa parte a pieno titolo ed ha tutti gli strumenti necessari per opporsi e dissentire. Trovo veramente contraddittorio protestare per difendere la Costituzione violando la sede del Parlamento, cuore della democrazia, esponendo striscioni e bandiere di partito sulla facciata del palazzo in cui tutti devono sentirsi rappresentati.

Grillo reagisce postando sul blog contro la presidente l’accusa di essersi indignata per la protesta dei 5 stelle e non per l' acquisto degli F35, le infiltrazioni della ' ndrangheta nei cantieri Tav, lo sconto alle società di giochi d' azzardo. Seguono vari commenti insultanti lasciati in bella mostra: «ti odio», «parassita di stato», «signora ipocrisia», «serpe». Il più misogino e volgare dice: «Quando non possono più fare le prostitute, perché vecchie scope, le mandano a guidare il Paese». Al post replica la pagina di «Noi votiamo SEL». La retorica del post di Grillo è, con maggior pertinenza, facilmente ribaltabile. Poichè Grillo, a differenza della presidente della camera, in quanto leader di partito ha competenza su tutto, ma nonostante il resto del mondo se la prende spesso e prevalentemente con Laura Boldrini.

Seduta della Camera sul ddl Riforme per approvare il comitato parlamentare dei 40 su riforme istituzionali e elettorali. Dopo il voto favorevole, bagarre in aula, i grillini alzano cartelli di protesta “No deroga art. 138”. I commessi rimuovono i cartelli. I grillini restano con le braccia alzate. La presidente sospende la seduta. Il grillino Alessandro Di Battista dice: «Il Pd è peggio del Pdl, sanzionateci, ma prima sbattete fuori dalle istituzioni i ladri». Fa il gesto delle manette. Pronto il richiamo della presidente: «Non offenda». Curiosamente, alcuni giornalisti definiscono il richiamo una gaffe, pensando che ad essere offeso sia stato il Pd, come se il gesto delle manette, il riferire l’appellativo di ladri ai partiti di maggioranza, l’assumere un partito come parametro del peggio, non costituissero toni e parole offensive.

I dodici deputati grillini arrampicati sul tetto sono sanzionati con cinque giorni di sospensione. Andrea Scanzi, giornalista del Fatto, apertamente schierato con il M5S definisce la Bodrini docente del decoro presunto, maestrina dalla voce stanca e dal partitino rosso, preside compiaciuta, attentissima ai dettagli, alla forma, al nulla e distratta su tutto il resto. Il resto sta forse nell’elenco delle indignazioni di Grillo. Tuttavia, le stesse sanzioni sono solo una formalità, non ci sarebbe allora motivo di prendersela così tanto per nulla.

Nuovo attacco grillino contro Laura Boldrini, seduta della camera, in discussione la legge sullomofobia. Dopo le dimissioni del relatore del PDL, con la maggioranza divisa sul testo, la presidente acconsente ad una sospensione della seduta. Quindi viene attaccata dal grillino Christian Iannuzzi: «Dovrebbe essere imparziale, se non riesce a esserlo, si dimetta». Dopo il dibattito, la presidente diffonde una nota: «va a discapito della qualità stessa del dibattito democratico il fatto che la Camera e la sua Presidenza siano il bersaglio di una costante e strumentale opera di delegittimazione, in Aula come in rete». Giorgio Napolitano esprime solidarietà a Laura Boldrini.

Insulti a sfondo sessista

All'ambiguità anti istituzionale Grillo aggiunge l'ambiguità sessista. Con un surreale post dal titolo «Rispetto, esigo rispetto», Grillo scrive: «Non voglio sentire i queruli rimproveri di una signora che dal suo scranno tratta i nostri rappresentanti come degli scolaretti. Chi le dà questa autorità? La Boldrini, un oggetto di arredamento del Potere, non è stata eletta, ma nominata da Vendola». Con ciò ispira un breve e divertente articolo di Sebastiano Messina, ma anche la risposta della presidente della Camera e di quaranta parlamentari donne: «Attacco a tutte le donne». La ragione la sintetizza bene, una blogger di UAGDC: «(...) a prescindere da quello che si vuole intendere, il paragone con il pezzo di arredamento, l'allusione alla voce querula e all'autorità da maestra, visto che li tratta da "scolaretti" sono commenti a sfondo sessista. Se l'obiettivo era quello di dire che Laura Boldrini non è adatta a ricoprire il suo ruolo per tutti i motivi che si fosse ritenuto opportuno portare ad argomento, non era che da fare in modo esplicito».

L'autore di una offesa vergognosa, per quanto sottointesa, gira la frittata: scrive che la Boldrini deve vergognarsi delle sue parole. Nascondendosi dietro a un dito, accusa la presidente di volersi rifugiare dietro l'intero popolo femminile. «C'è uno sport diffuso tra questi politici d'accatto. Quando ne tiri in ballo uno, quello si intesta un'intera categoria. Come se fosse roba sua». Quale altro «politico d'accatto» tirato in ballo si è intestata una intera categoria? Viene in mente solo Cecile Kyenge. Le si è augurato di essere stuprata da chi aveva il colore della sua pelle, è stata paragonata ad un orango, le si sono lanciate banane addosso. Si è ritenuto che queste offese fossero razziste. Marcello Veneziani ha chiosato che la ministra non può essere toccata perchè è nera. Il M5S si è distinto per l'intervento dell'on. Serenella Fucksia: «Il paragone con l’orango? Ci sta (...) Ma cos’ha detto di così negativo? Io proprio non lo capisco (...) Si tende sempre a strumentalizzare tutto, come nel caso del femminicidio (...) Può anche darsi che le volesse fare un complimento. Quando a lui gli dicono che assomiglia a un maiale non se la prende nessuno». Una blogger di Panorama rivela di sentirsi somigliante ad una cavalla. Sallusti ricorda che Berlusconi è stato paragonato ad un Caimano. A ciascuno il suo animale. Peccato che l'unico figurante nella vecchia associazione razzista tra l'africano e la scimmia sia toccato proprio alla Kyenge. Come l'unico figurante nella vecchia associazione maschilista tra donna e oggetto sia toccato a Laura Boldrini. La continguità tra gli attacchi a Laura Boldrini e quelli a Cecile Kyenge si può notare da questo post fresco di giornata. Dice che «La Boldrini questo non lo sapeva» e linka un articolo del blog titolato «Gli extracomunitari siamo noi» cioè i cinque milioni di italiani poveri. Sottointeso: la Boldrini difende gli immigrati invece dei poveri italiani.

Come succede in questi casi, l'offensore e i suoi sostenitori, soliti od occasionali, si mettono a ricamare sull'ambiguità per negare o relativizzare lo stampo sessista dell'offesa: Boldrini non rappresenta tutte le donne, oggetto ornamentale potrebbe essere detto anche a un uomo (pur mancando l'evidenza empirica), Grillo insulta tutti, ce l'ha con lei perchè è una politica, perchè è parziale, non perchè è una donna, etc. Se la Laura Boldrini è un oggetto ornamentale del potere, chi è il potere? Dato che la lotta dei grillini si caratterizza in prevalenza contro la «casta» e contro i costi della politica, il potere da combattere, nella visione a 5 stelle, deve essere prima di tutto il potere politico. Il presidente della repubblica, il presidente del consiglio, i ministri, i vecchi capi dei partiti. Gli uomini della politica. La prima donna è solo un loro oggetto. Non è questione di durezza (il sessismo può essere anche morbido, persino benevolo), non è questione di insultare una invece che tutti. Un uomo può essere insultato duramente (sei un delinquente), una donna meno duramente (sei l'oggetto di un delinquente). Con un uomo si polemizza per l'uso pessimo della sua soggettività. Con la donna si polemizza negandole la soggettività. Nei confronti dell'uomo si esprime dissenso radicale. Nei confronti della donna si esprime delegittimazione. L'uomo si combatte. La donna si inferiorizza. I toni e le parole di Grillo, oltre che inequivocabilmente allusive, sono maschiliste, non perchè particolarmente dure o uniche, ma perchè inferiorizzanti.

Grillo prova comunque a darsi ragione montando il caso del tweet scomparso, come a insinuare che la Boldrini, dopo il suo post, abbia ritirato l'accusa di aver offeso tutte le donne. Grillo posta più volte durante la giornata sulla sua pagina di Facebook, che la Boldrini ha fatto una figuraccia, che il tweet da lui citato non c'è più, che i giornali non ne parlano, etc. Il tweet effettivamente è scomparso, ma il suo contenuto è riprodotto in tutta evidenza sulla pagina della presidente con oltre un migliaio di condivisioni e seimila like. Per due o tre giorni, l'uso che Grillo fa di Facebook contro la Boldrini somiglia al comportamento del troll di un forum che vuole infastidire e molestare. Tanto da provocare la reazione di Nichi Vendola.

Spesso succede che un uomo rivolga ad una donna un insulto sessista, non per definirla, ma per rimetterla al suo posto. Sono proprio le donne più indipendenti che si prendono della troia (epiteto che, in tutte le sue varianti, si spreca contro Laura Boldrini tra fascisti, leghisti e pentastellati), poichè quell'insulto nomina in modo dispregiativo la condizione estrema di servitù femminile. Dato che fai l'indipendente, ti ricordiamo che dovresti essere una serva e se non sei serva nostra ti diciamo che sei la serva dei nostri nemici. Infatti, Laura Boldrini è accusa dal M5S di eccessivo protagonismo. Cosa insolita per oggetti ed ornamenti. Siamo abituati a pensare le cariche istituzionali come cariche notarili, ai margini o del tutto assenti dal confronto politico. Laura Boldrini, per quanto ricordo ed osservo, è invece probabilmente la presidente della Camera più attiva e dinamica di ogni suo predecessore, e con l'idea di dover investire le proprie qualità personali, non per fare la passacarte, ma per ridare credibilità all'istituzione che rappresenta.

Una presidente in difesa dei diritti

Un dinamismo attivo su temi difficili, impopolari in un paese conservatore, estranei ai vertici delle istituzioni, con il filo rosso della difesa dei diritti: dei lavoratori, degli omosessuali, degli immigrati, delle donne. Apre il Gay Pride a Palermo. Dopo la parata militare del 2 giugno incontra i pacifisti. E' la più esposta nel difendere la ministra dell'integrazione dagli attacchi razzisti. Combatte la violenza sulle donne, il femminicidio, ma anche la violenza molesta e intimidatoria, il cyberbullismo praticato sul web in forme dilaganti. Si schiera a favore dello Ius soli. E' a Lamezia Terme, per il conferimento della cittadinanza onoraria a 400 bambini di origine straniera ma nati e cresciuti qui: «Chi nasce in Italia è italiano». Sollecita un linguaggio corretto nella rappresentazione dei migranti. Riceve in delegazione i lavoratori della Fiom, ma rifiuta l'invito di Marchionne a visitare i suoi stabilimenti, afferma che non si scambia il lavoro con i diritti e che senza dialogo con i sindacati non c'è ripresa. Su Berlusconi: «Vale l'articolo 3 della Costituzione». Riporta a Bologna, in occasione della commemorazione della strage, la presenza delle istituzioni, una presenza che, dopo anni, per la prima volta non viene fischiata, ma applaudita.

Secondo il capogruppo PDL alla Camera Renato Brunetta, la presidente Laura Boldrini è totalmente dissonante rispetto alla larga maggioranza del parlamento e del paese. Una maggioranza, si presume, fatta di interessi e umori particolaristici, individualisti, conservatori e reazionari. Una parte del paese a cui tentano di dare voce, di volta in volta, fascisti, leghisti e ormai anche i grillini, prendendola a bersaglio. Sono tanti, che siano la maggioranza è da vedere.



di Maria Rossi


L'articolo Bertolucci e lo stupro «artistico» include questo periodo: "La paura e l’umiliazione di una vittima sottoposta a violenza è la stessa in un vicolo cieco, tra le mura domestiche, in ufficio e sul set. Come mai sul set diventa arte? Piuttosto è un imbroglio. Ci spacciano per esperienza interpretata una esperienza vissuta. [..] così violano la nostra fiducia. Noi, se siamo persone civili, possiamo guardare con coinvolgimento, ma serenamente, una scena di violenza sapendo che è una fiction. Dovremmo essere sadici per apprezzare la stessa visione, sapendo che gli attori o le attrici sono realmente maltrattate o soffrono realmente. E' il principale argomento che i consumatori medi di pornografia usano per mettersi la coscienza a posto: immaginare che attrici e attori siano sempre d'accordo e consenzienti".

Il bell'articolo Disclaimer del Ricciocorno Schiattoso accosta, a sua volta, la celebre scena del film di Bertolucci alla drammatica vicenda dell'attrice porno Linda Lovelace.

Com'era prevedibile,  nel web si è immediatamente levata la voce di chi, anziché affrontare l'argomento,  si è sentito in dovere, pur non appartenendo alla scena porno, di garantire l'assoluta sicurezza dei set cinematografici dove si girano  questi film, i cui performers sarebbero in grado di esercitare un forte potere contrattuale che assicurerebbe loro il pieno controllo delle modalità e delle condizioni di lavoro.

Certo! Come no! Il set di un film porno è un ambiente sicurissimo e saluberrimo, tant'è vero che la maggioranza degli attori e delle attrici ha contratto qualche malattia sessualmente trasmissibile.   L'herpes genitale, che è pure recidivante, è diffusissimo. Rocco Siffredi, che di porno se ne intende, afferma che tutti/e i/le sex performers l'hanno contratto. Supponiamo pure che abbia esagerato. Resta il fatto che, secondo la dottoressa Sharon Mitchell, l'herpes avrebbe infettato il 66% degli attori e delle attrici hard. Dalla stessa fonte apprendiamo che il 12-18% di loro ha contratto una malattia sessualmente trasmissibile (infezioni da clamidia, gonorrea ecc) e il 7% il virus dell'HIV. 

Tra il 2003 e il 2005, 976 attori e attrici porno si sono sottoposti a test che hanno evidenziato nel 62,6% dei soggetti la presenza di infezioni da clamidia,  nel 30,8% di gonorrea e nel 10,9%  di entrambe le malattie. Un'altro virus sessualmente trasmesso sul set è il papilloma, responsabile del cancro al collo dell'utero che ha colpito la pornostar Roxy. Nel giro di tre settimane, a partire dal 14 agosto di quest'anno, tre  attori e attrici dell'industria del porno di Los Angeles hanno rivelato di essere risultati positivi al test per il controllo dell'HIV e un quarto avrebbe contattato l' AIDS Healthcare Foundation per riferire la medesima cosa. Tra il 1994  e il 2013 sono deceduti 134 attori e attrici porno affetti da AIDS. Non so quanti siano, però, quelli che hanno contratto il virus dell'HIV nel corso di questi anni.

L'ampia diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili è attribuibile  alla circostanza che soltanto il 17% degli attori hard indossa il preservativo sul set. Nel 2004 soltanto 2 delle 200 compagnie di film  porno lo richiedeva. I performers riferiscono di non esigere l'uso del profilattico per timore di perdere il lavoro, in quanto i produttori, ben poco attenti, come risulta evidente da questi dati, alla salute dei loro dipendenti, si ostinano a negarne l'impiego. L’anno scorso nella contea di Los Angeles, in cui ha sede l’industria porno,  si è svolto un referendum popolare che si è concluso con la richiesta che gli attori impieghino il condom. La Free Speech Coalition, l’associazione che riunisce i produttori di questa industria multimiliardaria, ha però presentato ricorso, sostenendo trattarsi di una violazione del “diritto di parola e di espressione” ed ha ottenuto piena soddisfazione. Un disegno di legge che imponeva agli attori hard di indossare il profilattico è stato bocciato la settimana scorsa e l'industria del porno ha promesso soltanto che i controlli per l'individuazione del virus HIV verranno effettuati ogni 14 giorni, anziché ogni 28. A parte il fatto che  questa decisione non può certo essere equiparata all'adozione di una seria misura di profilassi come l'imposizione dell'uso del condom, chi ci garantisce che verrà  effettivamente applicata?

La domanda che, a questo punto, mi pongo è questa: se gli attori e le attrici di film porno non sono neppure in grado di pretendere che sul set venga impiegato il preservativo, come si può ipotizzare che dispongano del potere di contrattare le condizioni e le modalità delle loro prestazioni?

Prima di tentare di offrire una risposta a questo quesito, vorrei fornirvi qualche altro ragguaglio sullo stato di salute degli attori e delle attrici hard.  Nell'ambiente è diffusissimo il consumo di alcool e di sostanze psicotrope e stupefacenti. L'attrice Erin Moore osserva come sia frequente l'uso e l'abuso di  ecstasy, cocaina, marijuana, Xanax, Valium, Vicodin (benzodiazepine, ossia  tranquillanti) e alcool. Tanya Burleson,  nota con il nome di Jersey Jaxin, attribuisce l'elevato consumo di queste sostanze all'esigenza delle e dei performers di  sopportare, senza impazzire, un lavoro che riduce le persone a meri oggetti sessuali. Un sondaggio effettuato nel 2012 tra 177 attrici ha rivelato che il 10% di loro consuma eroina e il 26% tranquillanti. (Covenant Eyes, Pornography Statistics 2013 pag 6).

Ritorniamo alla domanda che abbiamo precedentemente formulato. Siamo sicuri che attori e attrici hard dispongano sempre del potere di autodeterminazione e di controllo delle condizioni e delle modalità di lavoro, dal momento che non riescono neppure a far valere il diritto alla tutela della propria salute?

Innanzitutto, com'è strutturato il mercato pornografico? A partire dal 1995-1996, osserva Michela Marzano, in "La fine del desiderio. Riflessioni sulla pornografia", le produzioni di successo sono costituite soprattutto da film di genere: sadomaso (bruciature, incisioni), bondage, stupri collettivi, scatologia, zoofilia, satanismo, tortura (con uso di catene, pinze, cera rovente, borchie).

Anche nel porno mainstream, comunque, sono frequenti gli atti di aggressione fisica nei confronti delle attrici. Ana J. Bridges, Robert Wosnitzer, Erica Scharrer, Chyng Sun and Rachael Liberman hanno analizzato 30 video prodotti tra  il mese di dicembre del 2004  e il mese di giugno del 2005 e hanno riscontrato la presenza di 88,2% scene di aggressione fisica, consistenti principalmente in sculacciate (75,3%), schiaffi (41,1%),  l'esecuzione della pratica del deep-throating, (infilare il pene in gola), che provoca un senso di soffocamento ( 53,9%) e così via.  Il 48, 7% delle scene analizzate include aggressioni verbali, in particolare insulti. Vengono praticate poi svariate modalità di rapporti sessuali: dalla doppia penetrazione (19% di scene) alla pratica della gang bang (11,5% di scene). Siamo sicure che queste modalità di rapporti siano sempre consensuali ed eseguite con piacere?

Scrive l'ex attrice porno Raffaëla Anderson: "Le ho viste soffrire e piangere, queste ragazze [dell'Europa Orientale]. Conoscono soltanto il sesso tradizionale, a malapena quello orale, non certo la sodomia. Prendete una ragazza senza nessuna esperienza, che non parla la vostra lingua, lontana da casa, che dorme in una stanza d'albergo o sul set: fatele fare una doppia penetrazione, un fist vaginale con contorno di fist anale, a volte tutte e due insieme, una mano nel culo, a volte due. Raccatti una ragazza in lacrime, che piscia sangue a causa delle lesioni e che di solito si caga addosso perché nessuno le spiega che bisogna farsi il clistere. Dopo la scena (che non  hanno il diritto di interrompere, tanto nessuno le ascolta), le ragazze hanno due ore per riposarsi. Poi ricominciano le riprese" [Raffaëla Anderson, Hard, 2002, pp.93-94]

Che cosa troviamo qui se non dolore, umiliazione e violenza? Dov'è la sicurezza tanto decantata?

In precedenza l'attrice aveva scritto: "Ci sono delle ragazze a cui è toccato di peggio. A cominciare da doppia penetrazione vaginale, doppia penetrazione anale, poi le due assieme". (Ibidem, p.47)

L'espressione "toccato di peggio" basta a dissipare ogni illusione sul presunto fascino di questa professione e sul grado di autodeterminazione di cui godrebbero le attrici. Il verbo toccare indica l'inesorabilità del destino, l'impossibilità di decidere alcunché sul set, come afferma anche l'attrice porno Elizabeth Rollings. La conferma che i registi impongono scene che le performers non desiderano recitare e la concezione che hanno di loro risulta pure da questo dialogo tra  un'attrice e il regista francese di film hard John B. Root:

"Senti John...In questa scena ci sono sei tipi che mi eiaculeranno sulla pancia, è così?"
"Sì, tu sei sdraiata sulla schiena [...]
"In sei...allora è una specie di gang bang? [..] Non mi piace [...] Non ho mai fatto del gang bang e non ne voglio fare. E' umiliante".
"Non capisco perché ti dia fastidio, visto che la tua faccia non si vede..."
"Non è questo il problema. Il problema sono i ragazzi. Saranno tutti intorno a me con il cazzo in mano. Come se io fossi un pezzo di carne".
"Esatto, tesoro. Giusta osservazione. Il senso della scena è un po' questo: dei maschi frementi si sfogano su un pezzo di carne di donna [..]"
Mi astengo dal commentare. Non le dico che in parte sono d'accordo con lei". [John B. Root, Porno Blues, pp.55-57. Citato da Michela Marzano, La fine del desiderio, p.152]

Che le donne nel porno siano assoggettate agli uomini, umiliate, disumanizzate, ridotte a pezzi di carne non lo sostengono evidentemente soltanto Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, ma lo esplicitano chiaramente gli stessi registi. Le attrici ne sono consapevoli.

"Di che cosa hai paura? - chiede a una sex performer Alexa Wolf, la regista svedese di "Shocking Truth" (Verità scioccante), un film documentario sulla pornografia realizzato nel 2000. "Di diventare un animale. - risponde lei - Io non sono più un essere umano. Mi sento come un animale". La stessa domanda viene rivolta ad un'altra ragazza. "Di che cosa hai paura? - Di diventare nulla. Ed in seguito meno di nulla". Spogliate della propria umanità, ridotte a buchi da riempire e, dunque, annullate come individui. Così si percepiscono queste attrici.

Shocking Truth documenta i ritmi infernali imposti sul set ai e alle performers dei film porno, caratterizzati da un frenetico susseguirsi di penetrazioni che evocano molto concretamente la catena di montaggio e producono effetti debilitanti sul fisico delle attrici. Poiché, come osserva Michela Marzano, i video vengono girati in due o tre giorni, le scene non  vengono interrotte neppure nel caso in cui si verifichino infortuni (ferite ed emorragie).

Una ragazza intervistata dalla regista svedese Alexa Wolf: Cookie parla di sé in terza persona  e racconta che le è stata richiesta una doppia penetrazione. Aveva un'emorragia. I produttori e gli altri attori l'hanno definita una stronza perché aveva fatto sprecare pellicola. Dopo cinque minuti di pausa, la ripresa è ricominciata  e le hanno fatto concludere la scena.

Cos'è questa, se non violenza?  E' questa la sicurezza sul lavoro di cui si parla?

Lo stesso Rocco Siffredi ha riconosciuto un giorno che alcune "attrici" del porno di livello medio-basso (che costituisce la maggior parte della produzione) avevano la vagina e l’ano distrutti. 

Se le riprese non vengono interrotte neppure in caso di emorragia, è ovvio che proseguano anche in caso di svenimenti. In un'altra scena di "Shocking Truth"  una ragazza bionda piuttosto magra viene sodomizzata da un uomo, quindi da un altro e poi da un terzo. Gli attori fanno la fila, senza pietà. Una catena di montaggio. In senso letterale. L'oggetto da montare, però, è una persona e piange. Le lacrime le fanno colare il trucco. Difficile confondere le sue grida con urla di piacere. Tra il secondo ed il terzo uomo, lei vacilla ed i suoi occhi si rovesciano. Stacco del montaggio.  Sequenza seguente: nuova sodomizzazione, con in più tre mani ficcate nella  vagina. Quando il suo partner si ritira, lei ha un mancamento. Una mano la raddrizza per una spalla e le piazza il viso sul pene. Deve succhiare e ingoiare tutto.

Di abusi fisici da parte degli attori hard riferisce Alexa Milano. La scena porno è costellata di abusi, confermano le performers Jessie Jewels e Généviève

Non sempre le ragazze, almeno all'inizio, si attendono di dover recitare scene di sesso anale, che spesso si traducono in veri e propri stupri organizzati o tollerati dai registi. La pornostar Corina Taylor racconta una sua esperienza. Era convinta di dover girare una scena di penetrazione vaginale. A lei e al partner venne imposto, invece, un rapporto anale, che l'uomo proseguì, nonostante lei gli gridasse di smettere perché stava soffrendo. La penetrazione continuò finché lei svenne. 

Alexa James narra il suo primo rapporto su un set porno con un attore che la penetrò senza alcuna delicatezza. Quando lei iniziò a piangere, lui la girò e proseguì da dietro, affinché non si scorgesse il suo viso rigato di lacrime. Poi le tirò i capelli e le infilò il pene in gola fin quasi a soffocarla. Lei gli fece presente che stava male e non riusciva quasi a respirare, ma lui proseguì imperterrito. 

Il porno è questo. Disumanizzante. "Gli uomini non devono avere emozioni durante le riprese- osserva un produttore- Non occorre, ad esempio, che attendano una risposta dalle loro partner, che prestino attenzione alle loro reazioni.  Se si lasciano coinvolgere, allora non sono adatti a fare questo lavoro. In realtà, gli uomini devono potere agire come macchine.” 

Impiegare termini come autodeterminazione, contesto sicuro, consapevolezza di quel che accadrà sulla scena mi sembra,  a questo punto,  decisamente improprio.

Ciò detto, non sorprenderà apprendere che tra il 2007 e il 2010 36 porn stars siano decedute per suicidio, omicidio, overdose o AIDS

Si legge in L'envers du X,  l'articolo, tradotto in italiano, di Isabelle Sorente, che recensisce il documentario svedese Shocking Truth:  

"Si ha notizia dalle associazioni che la maggior parte delle attrici che sono arrivate alla zoofilia si è suicidata. Almeno quelle di cui si conosce il nome. La tossica senza denti raccolta per strada per farsi scopare da un levriero afgano".

Qual è il milieu, il ceto sociale di provenienza di attori e attrici porno? Sarebbe interessante ricercare queste informazioni. Quel che si sa è che non mancano tra di loro (anzi, pare siano parecchie) le persone che sono state sessualmente abusate durante l'infanzia, come conferma un produttore svedese di film hard:  "Sono molto spesso delle vittime di vecchie violenze o di incesti nell'infanzia". E aggiunge: "Certo, in queste condizioni, ci si può chiedere se scelgano questo lavoro liberamente". Già. E' giusto chiederselo, ma l'industria del sesso non pare eccessivamente turbata dalla conoscenza di questa realtà. "Non ci sono leggi che proibiscono di fare soldi in un sistema capitalista. Non lo ho inventato io il capitalismo. Io sono innocente" afferma, infatti, candidamente un altro produttore. Business is business.

Così, in base a questa convinzione, ci si può opporre ferocemente all'uso del preservativo sul set, all'interruzione delle scene in caso di incidenti più o meno gravi e si possono incoraggiare o imporre stupri nel corso delle riprese. A chi importa in fondo che attori e attrici hard contraggano malattie sessualmente trasmissibili, HIV incluso,  a chi importa che crepino di AIDS o si suicidino, a chi importa che le attrici sanguinino sul set, piangano, urlino di dolore, subiscano stupri? A chi importa?

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