di TK


Non ho letto il libro recensito da Enrica su Un altro genere di comunicazione. Parla delle mutilazioni (modificazioni?) genitali femminili (MGF) praticate su donne adulte.

Il discorso lo seguo perfettamente rispetto al tentativo di esplorare lo sguardo occidentale sulle donne di altre culture. Condivido l’invito all’autocritica. Ma scegliere di escludere dal discorso le bambine sottoposte alla pratica brutale delle MGF e riferirsi alle MGF non invasive è fare delle MGF soltanto un espediente narrativo e niente più.

Il dato di fatto è che le MGF sono sostanzialmente praticate su bambine e, come dice l'articolo, si tratta di una sorta di rito di passaggio che determina un ruolo sociale ed in particolare quello di genere. Dopo questa pratica le bambine modificano perfino il loro modo di camminare e ovviamente di giocare. Saranno fisicamente impedite nel fare certi movimenti, oltre alle conseguenze drammatiche per la loro futura vita sessuale e il significato simbolico di questa pratica.

La grande attenzione rivolta alle MGF deriva proprio dal fatto che si tratta di devastanti mutilazioni praticate su bambine e ragazzine. Questo non è un dato da cui si può prescindere. L’attenzione sulle MGF l’hanno portata proprio le donne di culture altre. Davvero Enrica di UAGDC e Federica Ruggiero credono che queste donne hanno bisogno delle occidentali per capire che essere macellate in questo modo lede i loro diritti di esseri umani? Davvero?

Posso seguirle finchè denunciano l’ipocrisia di politicanti e improvvisati difensori dei diritti delle donne, pronti a individuare e scagliarsi contro le barbarie di pratiche misogine e sessiste di culture altre ma muti di fronte alla stessa barbarie della misoginia e del sessismo nostrano. Certamente interessanti le questioni su cui si interrogano, come la chirurgia plastica, e tutte quelle pratiche mosse da un più subdolo e quindi particolarmente insidioso sessismo e maschilismo della cultura occidentale, in cui ciò che appare espressione di autodetermiazione non lo è affatto. Ne sono convinta: non basta credere di scegliere, per farlo veramente.

Certo mi chiedo come mai siamo in grado di vedere che tipo di cultura (patriarcale, maschilista e misogina) sta dietro queste pratiche occidentali, che dubito fortemente siano considerate dal femminismo espressione di autodeterminazione ed emancipazione, mentre dovremmo divenire cieche e sorde di fronte a pratiche “altre” dello stesso tipo se non ben peggiori.

D’accordo anche sul razzismo che muove questo tipo di interesse per i diritti delle migranti, allo scopo di demonizzare l’uomo nero e avvalorare la tesi dell’inconciliabilità tra culture diverse. Quello stesso razzismo che nega i diritti umani di quelle donne e quegli uomini nel nostro paese. Quello stesso razzismo di fondo che alimenta l’atteggiamento paternalistico di chi guarda a quelle donne come a poverette che vanno salvate poiché incapaci di ribellarsi a un sistema di dominio maschile esercitato sui loro corpi e le loro vite.

Ma non le seguo più quando, parlando di MGF, introducono la falsità dell’universalismo dei diritti umani. Di universalismo dei diritti umani si è lungamente dibattuto, il mio punto di vista è che l’universalismo riguarda la titolarità dei diritti. Ogni essere umano ne è titolare. A prescindere dal fatto che l’intera umanità ne condivida i fondamenti etici. La dichiarazione universale dei diritti umani esprime principi etici non condivisi unanimemente neanche nella società occidentale che li ha codificati e adottati. Si tratta di paletti a tutela dell’individuo, del singolo individuo che ne è titolare. Il punto non è che siano condivisi dalla maggioranza, direi addirittura che sono contro la maggioranza.

E più che valori imposti dall’alto, sono frutto di lotte dal basso. Le stesse lotte che avvengono anche nei paesi “altri”, quelle per cui le prigioni sono piene di dissidenti. Non solo gli esseri umani occidentali chiedono e hanno diritto a perseguire la propria felicità e realizzazione. Trovo profondamente razzista negare questa evidenza in nome di un astratto rispetto nei confronti di culture altre.

Peraltro cosa sono queste culture altre non è dato saperlo. Il concetto stesso di cultura trovo non sia facile da definire. Certo “cultura” non è un monolite, e il sistema valoriale che esprime non è unanimemente condiviso dal gruppo umano che l’ha prodotto. Né è un’isola incontaminata. Anzi, cultura è contaminazione. Ancora di più in un mondo globalizzato in cui le idee e gli esseri umani si muovono ad una incredibile velocità, in una relazione di scambio che non può essere ridotta a “neocolonialismo”. Perché questo equivale a commettere quello stesso errore che Enrica di UAGDC e Federica Ruggiero intendono denunciare: non ritenere capaci gli esseri umani “altri” di produrre e creativamente rielaborare istanze di emancipazione e libertà.

Chandra Talpade Mohanty, se ricordo bene, sostanzialmente rifiuta l’immagine neocoloniale della “donna non occidentale” che è un’inesistente costruzione che nega pluralità. Attenzione a non commettere esattamente questo errore. Se anche ci fossero donne per cui queste pratiche non sono che la loro tradizione, ciò che definisce la loro identità e non le vivono come violazione dei diritti umani, ne esistono proprio lì altre che da anni si battono perché le loro società non impongano queste barbare mutilazioni che segneranno drammaticamente la vita di bimbe e ragazze, quando non ne causano la morte.

Chi di queste è rappresentativa di quella cultura altra? Quali istanze di quella cultura altra dobbiamo essere pronte ad ascoltare? Quale di queste rivendicazioni va favorita?

La famosa punturina di cui si parla come rito alternativo è stata rifiutata dalle stesse attiviste che si battono, in quei paesi, perché la cultura maschilista e misogina di cui quelle pratiche sono espressione non sia più imposta attraverso pressioni sociali, che in ultimo annullano ogni possibilità di autodeterminazione. È una strada già tentata e che si è dimostrata fallimentare: non è stata considerata una soluzione accettabile da chi voleva sottoporre le proprie figlie a MGF, con l’aggravante di avere vanificato il lavoro di decostruzione dei fondamenti culturali dietro a queste pratiche: il rito simbolico legittima ciò di cui è simbolo. Mi pare evidente.

Chi è che va ascoltato, chi vuole proteggere i diritti di bambine e ragazze o chi rivendica la legittimità di una tradizione e cultura? Io scelgo i diritti senza ombra di dubbio. Ogni singolo essere umano vale infinitamente di più di qualsiasi cultura e tradizione. E per questo mi sento serenamente di dire che non solo il mio intento non è difendere le MGF ma è di condannarle fortemente e di denunciare la cultura misogina e sessista che le legittima e che, a tutte le latitudini, opprime le donne.


Riferimenti:
Modificazioni genitali femminili. Un approccio post-coloniale (Enrica - UAGDC)
Conversazione con Wild Mauz e Federica Ruggiero (Facebook)



A proposito del genere
Debbie Cameron e Joan Scanlon

(Traduzione di Maria Rossi)


A un "femminario" organizzato nel maggio 2010 dal London Feminist Network, Debbie Cameron e Joan Scanlon [editrice della rivista Trouble & Strife] hanno discusso del concetto di genere e del suo significato per il femminismo radicale. Quanto segue è una trascrizione riveduta delle loro osservazioni.

Debbie Cameron: Il fine dell'odierna discussione è di cercare di dissipare almeno in parte la confusione teorica e politica che avvolge oggi il concetto di genere. E' probabilmente utile cominciare col chiedersi da che cosa sia determinata questa confusione.
Oggi le conversazioni sul concetto di genere si imbattono spesso in problemi [di interpretazione], perché le persone che ne parlano usano la stessa parola attribuendogli approssimativamente lo stesso significato, ma, ad una considerazione più approfondita, si rileva che esse non affrontano le stesse questioni dallo stesso punto di vista. Per esempio, quando noi abbiamo lanciato l'antologia The Trouble & Strife Reader, alla Fiera del Libro radicale di Edimburgo, alcune studentesse sono venute in seguito a dirci che erano molto felici che fosse stato pubblicato questo libro, ma che erano sorprese che non vi si parlasse molto del genere. In realtà, il libro è completamente incentrato sul concetto di genere inteso nel senso femminista radicale, vale a dire nel senso di "relazioni di potere tra uomini e donne", cosicché questa osservazione ci sembrava priva di senso. Joan [Scanlon] inizialmente era assolutamente sconcertata, io ho compreso, invece, cosa volessero dire le studentesse perché sono una docente universitaria e all'Università sento spesso la parola "genere" usata nel modo in cui la intendono loro.
Il fatto è che, durante gli anni Novanta, le teoriche e le attiviste queer hanno elaborato un nuovo modo di parlare del genere. Il loro approccio presentava alcuni punti in comune con il vocabolario femminista più consolidato, ma mostrava un diverso accento. La teoria soggiacente era differente (era, sostanzialmente, la teoria postmoderna, associata alla filosofa Judith Butler, anche se non penso che la stessa Butler sosterrebbe che le femministe non avessero elaborato un'analisi critica del concetto di genere). Da questo approccio derivavano scelte politiche molto differenti. Per le persone che hanno acquisito la loro formazione in quegli anni, sia imbattendosi nella teoria femminista insegnata nelle Università, sia partecipando alle scelte politiche e all'attivismo queer, il significato di "genere" è diventato quello attribuitogli dalle pensatrici queer. Queste persone hanno creduto a ciò che è stato loro detto, e cioè che le femministe degli anni Settanta e Ottanta non avessero elaborato un'analisi critica del concetto di genere o che la loro analisi non fosse corretta, in quanto le loro idee sul genere erano «essenzialiste», anziché fondate sul «costruttivismo sociale» [ n.d.t. ossia: sul concetto di identità socialmente costruita].
Non siamo affatto d'accordo con questo giudizio e fra poco spiegheremo perché. Ma cominciamo in primo luogo a confrontare il "vecchio" concetto femminista di genere e la più recente versione che è emersa dalla teoria e dall'attivismo queer degli anni Novanta.

Che cos'è il genere?

"Vecchio" concetto
Il genere è un sistema di relazioni sociali e di potere strutturato sulla base della divisione binaria tra 'uomini' e 'donne'. Questa suddivisione è generalmente basata sul sesso biologico, ma il genere, così come lo conosciamo, non è una realtà biologica, ma sociale (ad esempio: la mascolinità e la femminilità sono definite in modo diverso in luoghi e in epoche diverse).

Nuovo concetto
Il genere è un aspetto dell'identità personale e sociale, abitualmente attribuito alla nascita sulla base del sesso biologico (ma questa corrispondenza 'naturale' è un'illusione, così come l'idea che debbano esistere due generi perché ci sono due sessi).

Perché questo sistema è oppressivo?

"Vecchio" concetto di genere
Perché è fondato sulla subordinazione di un genere (le donne) all'altro (gli uomini).

"Nuovo" concetto
Perché è un sistema binario rigido. Costringe ogni persona ad assumere l'identità di un uomo o di una donna (cioè: non nessuno dei due, non entrambi contemporaneamente, non un'identità che sta in mezzo a queste due o un'identità completamente diversa da queste due) e punisce chiunque non si conformi a questa regola. (Questa norma opprime tanto gli uomini che le donne e, soprattutto, le persone che non si conformano totalmente al modello prescritto al loro genere).

Quale potrebbe essere un politica radicale di genere?

"Vecchio" concetto di genere
Il femminismo: le donne si mobilitano per abbattere il potere maschile e anche l'intero sistema di genere. (Per le femministe radicali il numero ideale di generi dovrebbe essere...zero).

"Nuovo" concetto
Il queer: Donne e uomini rigettano il sistema binario, identificandosi come "fuorilegge del genere" (esempio: queer, trans) ed esigono il riconoscimento di un'ampia gamma di identità di genere. (Accettando questa concezione, il numero ideale di generi dovrebbe essere....infinito).

Ci sono sia somiglianze che differenze tra le due versioni. In entrambe il genere è collegato al sesso, ma non nello stesso modo; in entrambe il genere, così come lo conosciamo, è un sistema binario (ci sono, alla base, due generi) e i due approcci concorderebbero verosimilmente sul fatto che il genere è una questione di potere E di identità, ma essi differiscono relativamente all'importanza accordata all'uno o all'altro fattore. Differiscono anche perché le/i simpatizzanti della versione queer non ragionano in termini di oppressione delle donne da parte degli uomini; esse/i ritengono che le norme di genere siano più oppressive del potere gerarchico e vogliono più generi, anziché meno o nessun genere.
Per capire bene questi concetti e decidere quale giudizio darne, è utile conoscere un po' di storia, la storia delle idee femministe e sessuali radicali. Ci sono tre questioni fondamentali che pensiamo sia utile esporre dettagliatamente:
1. E' vero che il femminismo radicale è/era "essenzialista" nella sua concezione del genere?
2. Qual è e qual era il rapporto tra la politica di genere e la sessualità?
3. Che cos'hanno in comune il femminismo radicale e la politica queer (o genderqueer) e quali sono le loro fondamentali differenze? Quali sono i loro rispettivi obiettivi politici?

Il femminismo radicale è/era essenzialista?
[...] Se si considera il femminismo radicale come una tradizione politica che ha prodotto, tra l'altro, un corpus di testi femministi che sono assurti al ruolo di "classici", si sarà sorpresi (tenuto conto di quanto spesso sia stata loro rivolta l'accusa di essenzialismo) di come la concezione del genere che vi è esposta sia sempre stata non essenzialista.
Per illustrare questo punto, ho assemblato qualche citazione tratta da testi di donne generalmente considerate antesignane del femminismo radicale, fra le quali Simone de Beauvoir, che viene spesso ritenuta la fondatrice del femminismo moderno della "seconda ondata", con il suo libro Le Deuxième Sexe (Il Secondo Sesso) (pubblicato in prima edizione nel 1949) che precede di vent'anni questa ondata. Beauvoir non era essenzialista e, benché non usasse un termine equivalente a "genere", ( una parola che rimane del resto poco comune in Francia), parecchie sue osservazioni si basano sulla distinzione tra l'aspetto biologico e quello sociale della femminilità. Una delle frasi del suo libro che preferisco, per il suo tono freddamente sarcastico, è questa: «Un essere umano femmina non è, dunque, necessariamente una donna. Per esserlo deve partecipare a quella realtà misteriosa e minacciata che è la femminilità».
Un'altra femminista degli inizi della «seconda ondata» che è stata spesso tacciata di essenzialismo (perché ha ipotizzato che la subordinazione delle donne fosse determinata dal loro ruolo nella riproduzione e nel nutrimento) è Shulamith Firestone, autrice di The Dialectic of Sex (La Dialettica dei Sessi) (1970). Ma in realtà, Firestone non vedeva né come naturale né come inevitabile l'esistenza di una gerarchia sociale basata sulla differenza dei sessi. Al contrario, scrive nella Dialettica dei sessi:

Proprio come l'obiettivo ultimo della Rivoluzione socialista non era soltanto l'eliminazione del privilegio economico di classe, ma anche la soppressione della differenza economica tra le classi, allo stesso modo l'obiettivo ultimo della Rivoluzione femminista deve essere ....non soltanto l'eliminazione del privilegio maschile, ma anche la cancellazione della distinzione tra i sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale.

Negli scritti leggermente posteriori della femminista radicale materialista francese Christine Delphy il genere acquista senso teorico solo come prodotto dei rapporti gerarchici di potere; non è una differenza preesistente sulla quale si innesterebbero successivamente queste relazioni di potere. La posizione di Delphy può sembrare estrema agli occhi delle femministe meno radicali, ma, qualsiasi cosa se ne pensi, ben difficilmente potrebbe essere considerata meno essenzialista. Come dice lei stessa:

Quali saranno i valori, i tratti del carattere o la personalità degli individui e la cultura di una società non gerarchica, non lo sappiamo e facciamo fatica ad immaginarlo. [.. ] Forse non potremo veramente pensare il genere che il giorno in cui potremo immaginare il non genere.

Le autrici che ho citato sono tutte donne che «possono (e lo fanno) immaginare il non genere». Questa volontà di pensare seriamente a ciò che, per la maggior parte delle persone, incluse molte femministe, è impensabile - vale a dire che un mondo veramente femminista sarebbe un mondo non soltanto senza diseguaglianze di genere, ma anche senza distinzioni di genere - questa volontà, diremmo noi, è uno degli elementi distintivi del femminismo radicale, uno dei modi attraverso cui esso si caratterizza come 'radicale'.
Un altro elemento che distingue il femminismo radicale è il modo in cui connette il genere alla sessualità e collega entrambi al potere. Gli scritti di Catharine A. MacKinnon insistono fortemente su questa relazione, come dimostra il seguente brano del suo libro Feminism Unmodified (Il femminismo irriducibile) (1987):

Nella teoria femminista del potere, la sessualità è segnata dal genere, allo stesso modo in cui il genere è sessualizzato. In altri termini, il femminismo è la teoria di come l'erotizzazione del dominio e della sottomissione crei il genere, le donne e gli uomini nelle forme sociali che conosciamo. La differenza tra i sessi e la dinamica di dominio-sottomissione si definiscono così reciprocamente. L'erotico è ciò che definisce il sesso come diseguaglianza, dunque, come differenza significativa. Questo è, a mio parere, il significato sociale della sessualità e il contributo specifico del femminismo alla presa in considerazione delle diseguaglianze di genere.

Questo mostra che alcune delle femministe radicali più conosciute hanno adottato una concezione non essenzialista sia della sessualità che del genere. Infatti, una delle prese di posizione più radicalmente non essenzialista o anti-essenzialista della sessualità che conosciamo - una concezione radicale come quella di qualsiasi teorica queer per il fatto di rifiutare l'idea di identità sessuali fisse e finite - è quella della femminista radicale Susanne Kappeler, nel suo libro Pornography of Representation (1986):

In una prospettiva politica, la sessualità, così come il linguaggio, potrebbe ricadere nella categoria delle relazioni interpersonali: una questione di scambio e di comunicazione. Le relazioni sessuali - il dialogo tra due soggetti - determinerebbero, articolerebbero una sessualità dei soggetti, così come le interazioni del discorso generano ruoli di comunicazione tra gli interlocutori. La sessualità sarebbe allora meno una questione identitaria, quella di un ruolo fissato in assenza di una prassi, che una possibilità, dotata di un potenziale di diversità e di intercambiabilità, dipendente in modo cruciale da un interlocutore /interlocutrice, da un altro soggetto e da lui co-determinato.

Spiegheremo poi perché pensiamo che le idee di queste femministe radicali sul genere, la sessualità, l'identità e il potere lancino in effetti una sfida molto più radicale allo statu quo delle idee delle teoriche queer.

Joan Scanlon: [...] Occorre esaminare perché alcune femministe hanno adottato il termine «genere» per descrivere una realtà materiale - l'imposizione sistematica del potere maschile - e per farne uno strumento di cambiamento politico. Comincerò con qualche definizione, poi parlerò brevemente della storia della sessualità, del rapporto tra genere e sesso e dell'evoluzione di questo rapporto dall'inizio del secolo scorso. Offrirò anche una breve panoramica delle affinità e delle divergenze fondamentali tra il femminismo e il queer.

Definizioni: il femminismo, il genere, la sessualità
Alla fine degli anni Ottanta, quando io e Liz Kelly stavamo per scrivere qualcosa assieme, abbiamo deciso che, data la proliferazione dei «femminismi», dovevamo affermare che il termine «femminismo» era privo di senso se chiunque poteva attribuirgli il significato che preferiva. In altri termini: non si può avere il plurale senza il singolare. Perciò abbiamo definito il femminismo semplicemente come il «riconoscimento del fatto che le donne sono oppresse e come un impegno a cambiare questa realtà». Al di là di questa definizione, si possono avere le più diverse opinioni sulle cause dell'oppressione delle donne e le più svariate idee sulle strategie per modificare questa situazione.
In occasione del decimo anniversario della rivista Trouble & Strife, nel 1993, abbiamo chiesto a diverse donne di definire il femminismo radicale. Le loro definizioni avevano tutte questo punto in comune: ponevano come elemento centrale il fatto che il genere è un sistema di oppressione e che gli uomini e le donne sono gruppi socialmente costruiti, che esistono proprio in funzione della relazione di potere disuguale che sussiste fra di loro. Inoltre, queste definizioni affermano tutte che il femminismo radicale è radicale perché mette in discussione tutte le relazioni di potere, ivi comprese le forme estreme come la violenza maschile e l'industria del sesso (che ha sempre suscitato molte controversie in seno al movimento delle donne e costituisce oggetto di una lotta molto impopolare). Invece di limitarsi a questioni marginali attinenti al genere, il femminismo radicale affronta il problema strutturale soggiacente.
Definire il "genere" sembra essere un passaggio obbligato per comprendere la proliferazione di significati che il concetto ha assunto. Il termine "genere", così come l'hanno sempre inteso le femministe radicali, descrive l'oppressione sistematica delle donne, in quanto gruppo subordinato, a beneficio del gruppo dominante: gli uomini. Non è un concetto astratto - descrive le circostanze materiali dell'oppressione, incluso il potere maschile che si esercita nelle istituzioni e nelle relazioni personali. Tra le circostanze materiali dell'oppressione si possono ad esempio citare: la divisione disuguale del lavoro, il sistema giudiziario penale, la maternità, la famiglia, la violenza sessuale... e così via. Tengo qui a precisare che ben poche femministe sosterrebbero che il genere non è socialmente costruito. Credo che se il femminismo radicale viene accusato di essenzialismo biologico, è perché esso ha svolto un ruolo centrale nella campagna contro la violenza maschile. Da qui il fatto che ci accusano, per un motivo o per un altro, di credere che tutti gli uomini siano naturalmente violenti. Non ho mai capito questa assenza di logica: se siete coinvolte in una politica di cambiamento, sarebbe assurdo credere che ciò che desiderate cambiare sia innato o immutabile.
Infatti, considerare che il genere, nel sistema patriarcale, scaturisca dal sesso biologico, ha l'effetto di «essenzializzare» ancora di più la sessualità e di percepirla come promanante dalla nostra stessa natura, da desideri e da sentimenti che sfuggono interamente al nostro controllo, anche se il nostro comportamento sessuale può essere disciplinato da codici morali e sociali. Dunque, per concludere con qualche definizione, prenderò a prestito da Catharine A. MacKinnon la sua definizione di sessualità come «processo sociale che crea, organizza, orienta ed esprime il desiderio». Poiché ciò indica chiaramente che il femminismo radicale interpreta la sessualità come socialmente costruita non mi soffermerò più sull'argomento per il momento, sperando che la successiva esposizione del mio pensiero apporti ulteriori chiarimenti a quanto detto sinora.

Breve storia della sessualità
E' solo attorno al 1870 che il discorso medico, scientifico e giuridico ha iniziato a classificare e a categorizzare le persone per tipi sessuali e che ha prodotto l'idea, oggi riconosciuta dagli storici e dalle storiche, dell'esistenza di una specifica identità gay o lesbica. Prima della fine del 19esimo secolo, il comportamento sessuale era concepito in termini di peccato e di reato, dunque, in termini di atti sessuali, piuttosto che di identità sessuali. Nel Regno Unito, l'omosessualità maschile è stata criminalizzata fino al 1967 e il lesbismo, senza essere mai stato illegale, è stato represso con altri mezzi; fino alla Seconda Guerra Mondiale, infatti, era un'opzione economicamente possibile solo per una piccolissima minoranza di donne privilegiate ed economicamente indipendenti. La sessualità delle donne è sempre stata controllata per mezzo della coercizione, della dipendenza economica dagli uomini e, in gran parte, tramite l'ideologia. Il saggio di Adrienne Rich "On Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence" (Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica") (1979) mostra l'estensione e la creatività di questi mezzi di controllo.
Il genere è uno dei mezzi più efficaci di controllo della sessualità: considerata la costante riaffermazione del sistema binario di genere, se volete uscire dal ruolo di genere che vi è stato assegnato, siete passibili di essere stigmatizzate/i come omosessuali. In altri termini: se rinunciate alle gratificazioni della femminilità, per esempio diventando idraulico, o non depilandovi le gambe, o dicendo ad un uomo che vi molesta di andare a farsi fottere, vi accuseranno probabilmente di essere lesbiche. (Un uomo che non si conforma alle convenzioni della mascolinità e che vediamo spingere un passeggino, indossare abiti di color rosa o che non ama il football sarà probabilmente considerato un gay). Allo stesso modo, se siete lesbiche, ci si aspetta da voi che vi comportiate come gli uomini, che manifestiate un desiderio maschile - e le donne eterosessuali temono di piacervi e sono incoraggiate ad evitare gli spazi riservati alle donne per paura che le saltiate addosso. (Questo può forse essere meno vero oggi, ma il problema si poneva sempre in occasione degli eventi «per sole donne» all'inizio del mio impegno femminista, nel senso che le eterosessuali credevano che «riservato alle donne» significasse «per lesbiche» e davano quindi per scontato che questi luoghi e questi eventi fossero spazi e spettacoli destinati a facilitare incontri di tipo sessuale). Ad ogni modo, è in parte ciò che intendeva MacKinnon quando diceva che il «genere è sessualizzato e il sesso è plasmato dal genere» -, in altri termini, che la differenza di potere tra gli uomini e le donne è erotizzata, e noi non riconosciamo nulla come sessuale se non è connesso al potere - cosicché tutto ciò che è percepito come inerente al sesso, come l'identità gay e lesbica, è letto attraverso questo prisma ed è modellato sul genere.
I primi sessuologi hanno svolto un ruolo importante in tal senso creando e consolidando il mito secondo il quale le lesbiche erano necessariamente donne mascolinizzate e i gay uomini dalla natura femminile. E' sempre nelle loro opere - ad esempio, quella di Richard von Krafft Ebing - che troviamo anche la nozione dell'uomo nato in un corpo di donna e viceversa. Benché i primi sessuologi abbiano demistificato molte altre credenze sui comportamenti sessuali e abbiano contribuito a contestare la criminalizzazione dell'omosessualità, presentandola come «naturale» e «innata», essi hanno, così facendo, confermato l'idea secondo la quale la sessualità era una componente essenziale della natura umana; era sia un pericolo che bisognava controllare con l'intervento dei medici, sia una forza positiva che occorreva liberare dalle costrizioni repressive della civiltà. Questi sessuologi erano spesso in disaccordo tra di loro e immersi nelle contraddizioni, ma collettivamente hanno creato e confermato il mito secondo il quale abbiamo tutti e tutte un'«autentica identità sessuale» che la sessuologia può aiutare a rivelare. Alcuni loro scritti appaiono ora un complesso di assurdità, ma non si deve sottovalutare l'importanza di questi testi nella letteratura e nell'immaginazione popolare di quell'epoca.
Per fare un esempio: Richard von Krafft Ebing (i cui casi di studio sono serviti da modelli ai personaggi di Radcyffe Hall nel suo romanzo lesbico Il pozzo della solitudine) ha sostenuto che le persone omosessuali non erano né malate mentali, né depravate- esse avevano semplicemente subito un'inversione congenita del cervello durante la gestazione. Ancora: egli era convinto che si potessero trovare segni distintivi della mascolinità nelle «invertite», confermando così la causa genetica della loro condizione. Havelock Ellis, che ha scritto la prefazione de Il pozzo della solitudine, condivideva questa idea e giungeva persino a sostenere che si potesse distinguere tra le vere «invertite», dalla natura permanente e innata, e le donne attirate dalle «invertite». Queste ultime, benché più femminili, non erano «adatte alla maternità» e, di conseguenza, erano scarsamente inclini a praticare una sessualità eterosessuale procreativa. Una posizione più articolata fu quella di Edward Carpenter: riformatore socialista e filosofo utopista. Carpenter, che usava la parola Uraniano per designare le persone attratte da altre del proprio sesso, aveva elaborato una prospettiva più mistica e lirica sull'argomento. [...] Egli era molto più interessato al temperamento e alla sensibilità delle persone che ai loro segni (biologici) apparenti di devianza in relazione alle convenzioni della mascolinità e della femminilità. Credeva anche che le persone che appartenevano al «sesso intermedio» potessero un giorno servire da ponte tra le differenti classi e razze ed agire da interpreti tra gli uomini e le donne, per il fatto di condividere i caratteri dei due gruppi. Gli economisti e i politici del movimento rigettarono le concezioni di Carpenter come se si trattasse di sciocchezze sentimentali, ma è lui, tra tutti i sessuologi, quello che più si avvicina all'idea che è il genere in sé il problema e che i poli estremi del sistema binario di genere sono deleteri all'affermazione della società ideale che immagina.
[...]
Il rapporto tra genere e sesso cambiò alla fine degli anni Sessanta e durante gli anni Settanta, in gran parte grazie al prorompere sulla scena del movimento delle donne e del movimento di liberazione gay. In seguito all'affermazione del femminismo e alla pubblicazione di numerosi testi fondamentali come Sexual Politics (La politica del sesso) (1970) di Kate Millett, non si considerò più il lesbismo come una sottocategoria dell'omosessualità maschile, né solo come un'identità sessuale, ma la si concepì come un'identità politica, in un contesto di relazioni di potere imperniate sul sesso. In altri termini, divenne possibile constatare che essere lesbica era connesso al fatto di essere donna, si poté rimettere in discussione l'eterosessualità come istituzione e contestare il potere nelle relazioni intime. [.. ] Il movimento delle donne della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta ha offerto a molte l'opportunità senza precedenti di conferire un senso al proprio vissuto, di teorizzarlo e di agire per trasformarlo.
Si dimentica spesso che i teorici del movimento di liberazione omosessuale avevano, all'inizio, molte affinità con il femminismo: la decostruzione della mascolinità, la rimessa in discussione della famiglia nucleare, la contestazione della misoginia e la ricerca di una sessualità egalitaria. Anche se le femministe hanno continuato ad operare in sinergia con i gay - per affrontare un'oppressione comune: l'eterosessualità istituzionalizzata - noi abbiamo anche constatato che l'accento che ponevamo sulla costruzione sociale della sessualità era in contrasto con la concezione dominante in seno al movimento gay, secondo la quale la sessualità era innata. Ad esempio, alla fine degli anni Ottanta in Gran Bretagna, nel corso della campagna contro la clausola 28 del Decreto del Governo locale (che vietava alle autorità locali di «promuovere» a scuola l'omosessualità e le famiglie «finte», cioè quelle monoparentali), l'argomento principale impiegato dal movimento gay era che non si poteva trasformare qualcuno in gay, che i gay costituivano soltanto il 10% della popolazione, che si nasceva gay e che, dunque, questo gruppo non rappresentava alcuna minaccia all'ordine costituito. E noi, naturalmente, in quanto femministe, sostenevamo il contrario; affermavamo infatti che si potesse mutare il proprio orientamento sessuale e sapevamo assolutamente di rappresentare una minaccia all'ordine costituito. L'epidemia di AIDS rese molti gay politicamente sensibili al tema della sessualità a difesa della propria libertà sessuale individuale contro la politica repressiva dell'estrema destra. Ma, invocando, una volta di più, la tolleranza del mondo eterosessuale e reclamando l'accesso ai privilegi del mondo eterosessuale (matrimonio ecc) - ciò che risultò essere una strategia efficace per il raggiungimento di questi obiettivi, proprio perché non sembravano minacciare l'ordine costituito - è possibile che questo movimento abbia aperto la strada a una politica che non ha solamente rimesso in discussione i comportamenti eteronormativi, ma ha cercato di creare uno spazio per tutte le vittime del genere espulse dal sistema binario uomo/donna e dalla parallela concezione binaria della sessualità. Si può replicare osservando che il femminismo sembrava precisamente aprire la strada a tale politica e a tale spazio; ecco perché è importante rilevare le differenze tra il femminismo e il movimento queer.

Gli elementi comuni al femminismo radicale e al movimento queer
La concezione del genere e del sesso come costrutti sociali
Il riconoscimento del fatto che i ruoli binari di genere sono oppressivi
La comprensione del fatto che i ruoli di genere sono prodotti da una performance e confermati dalla sua costante messa in scena
L'impegno a rimettere in discussione i postulati e le pratiche eteronormative.

Le differenze tra il femminismo radicale e il movimento queer sono le seguenti:
- Il femminismo radicale è un'analisi materialista che sostiene che il genere non è prodotto soltanto dal discorso e dalla performance, ma è un sistema nel quale un genere (il maschile) possiede il potere economico e politico e l'altro (il femminile) no - e un sistema nel quale il gruppo dominante ha interesse a conservare questa posizione.
- Il femminismo radicale comprende il riconoscimento del fatto che non si può produrre (o rimettere in discussione) il sistema di genere soltanto per mezzo del discorso o della performance individuale - che si esplica nell' indossare certi abiti, adottare un certo linguaggio o modificare il proprio corpo. Al di fuori di certi limitati contesti, la cultura dominante interpreterà sempre questi gesti alla luce dei codici sociali dominanti e cercherà di classificarvi nella categoria uomo o donna. (In altri termini: sul métro, al supermercato o al lavoro questi gesti individuali o enunciati performativi saranno incomprensibili e sostanzialmente inefficaci come contestazioni del sistema di genere).
- Judith Butler sostiene che il femminismo, affermando che le donne costituiscono un gruppo che ha caratteristiche e interessi comuni, ha rafforzato la concezione binaria del genere, dove i generi maschile e femminile sono costruiti su corpi maschili e femminili.
Le femministe dicono che le donne hanno un interesse politico comune (anziché presentare semplicemente caratteri comuni). Esse sostengono che le donne soffrano di un'oppressione comune (che vivono in diversi modi, connessi ad altri tipi di relazioni di potere, tra i quali la razza e la classe) e che il corpo delle donne è il luogo dove si manifesta buona parte di questa oppressione. Ma ciò non implica affatto che la categoria «donne» sia una categoria indifferenziata, ma significa semplicemente che, poiché le donne sono oppresse in quanto donne, hanno bisogno di un'identità politica comune, per attivarsi efficacemente per resistere a questa oppressione.
- Il femminismo radicale persegue l'obiettivo di trasformare il sistema di genere e di contestare l'oppressione in tutte le sue forme. Così noi non ci aspettiamo nulla dall'idea di essere estranei alla norma, idea che deriva da una concezione romantica dell'oppressione. Infatti, sentirsi oppresse non è la stessa cosa che essere oppresse. Per celebrare la propria identità di persone estranee alla norma, si devono ricavare vantaggi dal sistema che fa di una persona un essere fuori dalla norma. Il movimento queer mi sembra riunire le vittime più estreme del sistema di genere e inventare un ombrello che ricopre, da un lato, le persone che sono involontariamente fuori dalla norma (provenienti generalmente dalle classi sociali più povere ed alienate, senza casco di protezione contro i pregiudizi sociali e quindi marginalizzate senza averlo scelto) e, dall'altro lato, le persone per le quali giocare ad essere fuori dalla norma è un esercizio intellettuale per privilegiati/e anziché una dura realtà di vita.
- Il queer raggruppa, secondo la propria definizione, tutti i devianti dalla norma, da ciò che è ritenuto legittimo, dalle concezioni dominanti. Dunque, il queer si caratterizza «non per un elemento positivo, ma per una specifica posizione in relazione al normativo». Ne segue che il movimento queer non ha fini politici particolari, a parte quello di sfidare i discorsi normativi dominanti; e se questi discorsi mutassero, gli esponenti del movimento queer dovrebbero allora mutare posizione, opponendosi a qualsiasi cosa diventasse normativa. Non capisco quindi molto bene quali siano i fini politici particolari del queer.
- Il queer abbraccia un'ampia gamma di identità e di pratiche sessuali non normative, alcune delle quali sono eterosessuali: «Il sadismo e il masochismo, la prostituzione, il transgender, la bisessualità, l'asessualità e l'intersessualità appaiono ai e alle teoriche queer opportunità per analizzare le differenze di classe, di razza e quelle etniche e come occasioni per riconfigurare le concezioni di piacere e di desiderio». Ad esempio Pat Califia esalta il modo in cui il sadomasochismo incoraggia la fluidità e rimette in discussione l'aspetto naturale delle dicotomie binarie della società:
«La dinamica dei rapporti tra master e slave è molto diversa dalla dinamica dei rapporti tra un uomo e una donna, tra bianchi e neri, o tra borghesi e operai. Quest'ultimo sistema è ingiusto perché attribuisce dei privilegi in funzione della razza, del genere e della classe sociale. In un incontro sado/maso i ruoli sono attribuiti e svolti in modi diversi. Se non vi piace essere uno slave o un master, passate all'altro ruolo. Provate a farlo con il vostro sesso biologico, con la vostra razza, o con la vostra condizione socio-economica!».
Questa opinione pone i e le teoriche queer in conflitto con la concezione femminista radicale, secondo la quale il sadomasochismo, la prostituzione e la pornografia sono altrettante pratiche oppressive.
- Il femminismo radicale sostiene che tutte le differenze di potere sono sessualizzate, ivi comprese quelle fondate sulla razza e sull'etnia, sulla classe e sulla disabilità e sostiene che la pornografia e l'industria del sesso in generale ne sono una delle manifestazioni più chiare e pericolose. La differenza di potere erotizzata è l'essenza stessa del porno ed è posta in essere su corpi veri e non soltanto nella fantasia dei consumatori. Inoltre, è importante chiarire del piacere e del desiderio di quali persone si parli, nel contesto di un'industria basata sullo sfruttamento e sulla violenza sessuale. Il sadomasochismo è stato un argomento molto dibattuto nell'ambito del femminismo a partire dagli anni Ottanta e, anche qui, il femminismo radicale non ha visto nulla di nuovo o di radicale nel fatto di riprodurre nelle relazioni non eteronormate la dinamica di dominio-subordinazione prevalente nell'eterosessualità. Tutti questi fenomeni, magnificati come anti eteronormativi dal movimento queer, sono già magnificati dal patriarcato e, dunque, non hanno nulla di rivoluzionario. Le femministe radicali cercano non solo di rimettere in discussione le strutture del patriarcato, ma cercano anche di smantellarle, mentre la sfida queer alla cultura normativa è una provocazione, che non si prefigge l'obiettivo politico dello smantellamento della norma, dalla quale dipende, per definizione, per esistere come atteggiamento di opposizione. Sembra anche che il queer non cerchi di liberarsi del sistema della differenza di genere, ma semplicemente di prendersi delle libertà rispetto ad esso.
Se si desidera trasformare l'apparato sociale che crea la differenza di genere che conosciamo, si devono prendere in considerazione le strutture soggiacenti, che generano e sostengono questa differenza - e si deve cercare di sradicare il genere stesso.
Senza il genere, senza la differenza di potere, la sessualità potrebbe essere semplicemente l'espressione del desiderio tra soggetti uguali.
All'inizio di questa conversazione, Debbie ha citato Shulamith Firestone. Mi sembra dunque giusto concludere parafrasando una concezione fondamentale della sua Dialettica dei sessi, concezione che ben riassume la visione femminista radicale del genere. Il compito intellettuale e teorico del femminismo - dice Firestone - è di comprendere il genere come un sistema che crea e mantiene la diseguaglianza. Il compito politico del femminismo è di sradicare il genere.



Tradotto da Maria Rossi


Donne e anche uomini ci parlano dei "clienti". Il rapporto di potere, il piacere di disporre dell'altro, il disprezzo, anche la violenza. Un rovesciamento della dignità che la società non vuole comprendere, una società che preferisce vedere nel ricorso alle persone prostituite una supposta valvola di sicurezza o un atto ambivalente. 


Noémie
I clienti erano dei pascià. Potevano farci quel che volevano. Questi uomini  esercitano su di noi un rapporto di dominio. Vengono da noi a soddisfare i loro miseri deliri. Il più anziano aveva 85 anni!
Ne vedevo parecchi intorno alla cinquantina. Pochi giovani. Dietro il banco del bar prendevano una bottiglia, sollevavano la gonna, ti palpavano, talvolta volevano andare in tanti con due ragazze. E' una cosa davvero schifosa.
In più, ciò fa parte di un gioco. La competizione tra ragazze; si è orgogliose perché i clienti ci scelgono. Ci si crede dominanti perché loro pagano.
Il denaro giustifica cose schifose. Si hanno in mano 100 euro, ma i danni provocati al corpo e alla mente non sono contabilizzabili. Si superano i limiti ogni giorno, è una trappola. Avevo relazioni con uomini che mi facevano dei regali. Mi sentivo priva di potere, dipendente. Perdevo fiducia in me stessa. Mi chiedevo: chi sono io? Questi clienti finiscono per disgustarti. Senza il sesso, non  sei  nessuno. Alla fine, ci si dice che non si è in grado di fare altro.

Clara
Per i clienti, la prostituta è una nullità. Un oggetto. I clienti mi sembravano cani. Non capisco il piacere che provano. Ho visto di tutto: ossessionati dal sesso, maniaci. Non ho mai mostrato di aver paura. In realtà, avevo molta paura, ma fingevo di essere io a decidere. Conosco ragazze che sono state stuprate, che sono state accoltellate dai clienti, così, per puro piacere. Ci sono ragazze che si sono ammalate, che hanno subito vere e proprie torture. 

Thomas
All'inizio, mi imbattevo in uomini che sembravano molto tracotanti. Per loro tu non sei un essere umano, ma una bestia.  In seguito, ho scelto i clienti per evitare quelli. 
Gli altri volevano essenzialmente sognare, evadere. Era come un gioco di ruolo. Li lasciavo parlare, li ascoltavo (o, piuttosto, facevo finta di ascoltarli) per dargli l'illusione di vivere un bel momento. Si era instaurato un rapporto simile a quello tra maestro e discepolo, un rapporto brutale nascosto sotto la maschera della dolcezza. Certi avevano una doppia vita. Il giorno: la vita da signore per bene, la notte da cliente che si serviva di un uomo prostituito per risollevare il proprio ego. 
Ho l'impressione che questi fossero sospinti verso gli uomini prostituiti dalla noia e dalla solitudine. Per gli altri, forse, il ricorso alla prostituzione era causato dalla non accettazione della propria sessualità. Ci sono, certo, degli omosessuali. Ma alcuni, sadici o frustrati, vengono apposta da noi per umiliare gli uomini che si prostituiscono; per farli sentire inferiori, sia in quanto prostituti sia in quanto gay.
La violenza c'è. Alcuni vi guardano come se foste delle bestie, vi esaminano i denti, vi palpano il sedere.  Di più: alcuni rifiutano il preservativo che giudicano come un affronto alla loro virilità. Ad ogni modo, qualsiasi forma di prostituzione, qualsiasi illusione di dolcezza, è in realtà una violenza, non bisogna farsi ingannare. In ogni caso, certi mi hanno già percosso.

Fiona
Gli uomini. Alcuni allungano il denaro sulla soglia della stanza. Dicono: «voglio questa roba qui». Sì, proprio «questa roba»
Ci sono anche quelli che dicono: «non importa cosa», guardando la gestrice del locale. 
C'è odio. Ci sono quelli che contrattano il prezzo, che trovano che è eccessivo. Avete l'impressione di essere un pezzo di carne in una macelleria. Quelli che dicono alla gestrice, guardandoci: «Hai solo questa roba?».
Fortunatamente, si presta ascolto soltanto quando viene pronunciato il proprio pseudonimo. Si pensa che il cliente si riferisca  ad un'altra, non a sé.
Ci sono dei clienti violenti, certo. Bisogna sapere che ci sono degli uomini che vengono [da noi] perché detestano le donne. Per loro, le donne sono oggetti o sono inferiori, oppure sentono il bisogno di vendicarsi. O hanno delle fantasie e non si rendono conto che il nostro corpo non può sopportare tutto.
Per me, è ancora più pericoloso che in strada. Su un'auto, se urlate, qualcuno può sentirvi. Ma là siete in una stanza, non ci sono telecamere, al padrone è vietato intervenire. Siete sole. In ogni caso, non racconterete nulla, per non compromettere la reputazione del locale. Conta solo il business.
E poi il cliente paga e, dunque, ha il diritto di fare ciò che vuole. E' l'idea che tutti hanno interiorizzato nell'ambiente della prostituzione, a cominciare da noi. 
Quando subiamo queste violenze, ci diciamo: è accaduto e rimuoviamo l'evento. E' successo che alcuni uomini mi abbiano provocato bruciature con le sigarette; non l'ho neppure raccontato al padrone del locale. Con quel che si guadagna, è necessario tacere. Ad ogni modo, si relativizza tutto quel che accade. E' un altro mondo. Si vive di notte, non si ha più lo stesso nome, non si indossano più gli stessi abiti, ci sono l'alcool, le droghe, tutto ciò che fa entrare in un altro mondo, appunto. Tutto ciò che accade in un bordello rimane all'interno del bordello. 

Una escort
I clienti? Non accettano che gli si dica di no. Altrimenti iniziano subito ad insultarti. Diventano cattivi. Ma loro vi piantano in asso senza problemi. Se si è una escort, si deve accettare di tutto. Ci sono due tipi micragnosi di clienti: quelli che mercanteggiano sul prezzo e quelli che vi trattano da sgualdrina o da brutta puttana. Pretendono che noi siamo a loro disposizione. Infatti, in genere ci disprezzano.

Naïma
Non riesco a  comprendere il loro comportamento. Il piacere di pagare? Il potere, per loro, a quanto pare, è anche il possesso della donna. La prostituzione è  esercitare il potere su una persona più debole.
E' duro confrontarsi con la realtà di quel che sono gli uomini. Per me, i clienti sono violenti. Ci sono quelli che commettono violenze fisiche, i barbari - io pago, tu taci ed obbedisci - ma anche gli altri sono violenti; moralmente, con i loro mezzi di pressione; fanno credere e ci fanno credere che sono lì per aiutarci.
Ho la sensazione che i clienti preferiscano le donne distrutte, ciò li eccita. Amano le sfide. 

  


Sono i clienti a stigmatizzare e disprezzare le donne prostituite
In qualsiasi stato.  «Con loro si può fare quello che si vuole» 


di Maria Rossi


Le donne prostituite vengono minacciate, insultate, aggredite, stuprate, uccise da clienti e magnaccia ogni giorno, in qualsiasi Stato e ciò avviene, indubbiamente, perché sono stigmatizzate. Il disprezzo e il discredito sono costitutivi del rapporto mercenario, sono incorporati nell'atto stesso di acquistare una persona come fosse una merce, un oggetto consumabile, privo, quindi, per definizione, di umanità.

Preferisco le nere - osserva un cliente. [...] Mi sembra che si possa fare con loro quello che si vuole, sono un po' come delle bestie, sempre in calore che non patiscono niente.

Con le donne prostituite, osserva quest'uomo, « si può fare quello che si vuole», anche «perché non patiscono niente». Sono insensibili pezzi di carne, «corpi a perdere», come intitola un suo saggio sul tema il sociologo Emilio Quadrelli. Il cliente esborsa denaro e si appropria temporaneamente della persona della prostituta (non si può disgiungere il sesso dal corpo e quest'ultimo dalla mente : Cartesio aveva torto), si erge a padrone assoluto di un essere ritenuto sovente inferiore e spogliato della sua umanità. Sulla base di queste concezioni, si può anche giungere al compimento di atti sadici o di veri e propri stupri.

Su un forum di clienti italiani di escort (non di prostitute di strada) ho rintracciato diverse descrizioni disumanizzanti di rapporti sessuali che vengono a configurarsi come atti di estrema brutalità, quando non assumono il carattere di vere e proprie violenze carnali. Ne riporto alcune:

«....stì cazzi ero andato per puntellare di brutto un ano, e il goal della missione è stato segnato, anche se sofferente lo ha preso per tutto il tempo che mi è garbato, e nonostante si lamentasse (con garbo) se i colpi erano troppo duri, se non te la cachi subisce senza bloccare l'operazione. Non penso proprio di riandarci perché non coinvolge assolutamente, ma potrei tenerla in considerazione in caso dovesse rivenirmi voglia di sfondare di brutto il culo ad una stangona che almeno a 90 è non è malaccio (le tette sono sgonfie e ridicole) ed il viso anche se non orripilante certo non è neanche gradevole»

«La furbetta non lo infila tutto e tenta di farmi venire subito, ma io affondo un paio di colpi con lei che si lamenta per il dolore (senza esagerare, solo dei gridolini che mi hanno eccitato ancor di più); [..]a quel punto le puntello il culo, lei se lo inumidisce (no crema) e continuando a sentire i suoi strilletti, pian piano lo infilo nel secondo canale, cominciando a tampinarla per bene! le chiedo se posso venirle in faccia e rifiuta, lo chiedo ancora, e rifiuta e ad ogni rifiuto do un colpo più forte, finché accetta...»

«Ho levato [il nome della ragazza] dal palmares delle inchiappettate, ho notato che traeva in inganno altri colleghi, è un mezzo missile, buono solo per martellate d'ano in quelle giornate in cui spaccheresti la testa al primo che incontri.. e decidi che è meglio scaricarsi trombando..»

«In definitiva buona solo per martellarle lo sfintere con cattiveria .....svuotare ....e togliere il disturbo».

Come definireste queste descrizioni di rapporti mercenari? Vi sembrano rispettose della dignità delle donne prostituite?

La violenza è consustanziale alla prostituzione, quale che sia il suo inquadramento giuridico e il Paese in cui si esercita: l'Italia come la Turchia, dove essa è legale ed esiste persino un bordello gestito dal Governo. (Lydia Cacho, Schiave del potere)

Riporto dati eloquenti che dimostrano la verità del mio assunto.

Dalla ricerca effettuata da Melissa Farley in 9 Stati nel 2003 riguardante 854 donne prostituite si apprende che:
il 64% di loro è stata minacciata con le armi;
il 75% ha subito aggressioni fisiche;
il 57% è stata stuprata. Il 59% di queste donne ha subito più di cinque stupri.

Né si creda che la prostituzione outdoor (al chiuso) sia sicura, a differenza di quella di strada. Lo studio di Melissa Farley non riguarda soltanto quest'ultima, ma anche quella che si esercita in bordelli, strip clubs, sale massaggio, una forma di prostituzione caratterizzata da una frequenza pressoché identica di stupri e di violenze.

Una ricerca compiuta a San Francisco ha rilevato che il 62% delle donne di origine asiatica che praticava rapporti mercenari nelle sale massaggio di questa città aveva subito aggressioni fisiche dai clienti. Ora, la ricerca era limitata alla metà di questi luoghi, essendo l'altra metà controllata da prosseneti e trafficanti che, ovviamente, non avevano consentito l'accesso ai ricercatori. E' probabile che qui la pratica della prostituzione esponesse le donne a rischi ancora più elevati. (Melissa Farley, Décriminaliser la prostitution, un aimant pour les proxénètes et les clients, http://sisyphe.org/spip.php?article1964; Id., Bad for the Body, Bad for the Heart”: Prostitution Harms Women Even if Legalized or Decriminalized, 2004, p.1095).

Quanto al tasso di mortalità delle persone prostituite, esso risulta elevatissimo. Alcuni studi stimano che il 5% delle persone prostituite muoiano ogni anno per cause concernenti la loro pratica. (FLOWERS, R. Barri (2006). Sex crimes. Perpetrators, predators, prostitutes, and victims. Springfield: Charles C. Thomas Publisher., cit. da Conseil du statut de la femme, Prostitution: il est temps de agir, p.53)

Uno studio prospettico effettuato da John J. Potterat nel 2003 negli USA relativo a 1969 donne ed esteso ad un arco temporale di 33 anni ha dimostrato che le persone prostituite presentano un tasso di mortalità elevatissimo: 459 decessi rispetto ad una media di 5,9 ogni 100.000 abitanti. La prostituzione è l'attività che comporta il più elevato rischio di morte per assassinio ad opera dei clienti o degli sfruttatori: 204 casi ogni 100.000 abitanti rispetto ad una media di 29 per gli uomini e di 4 per le donne. (Muriel Salmona, Pour mieux penser la prostitution: quelques outils et quelques chiffres qui peuvent être utiles...)

Le donne prostituite del Canada presentano un tasso di mortalità 40 volte superiore alla media nazionale e rischiano di essere assassinate 20 volte più della media. Tra il 1994 e il 2003 in questo Paese sono state uccise, quasi tutte dai clienti, 79 persone prostituite (il 95% delle quali donne) (Conseil du statut de la femme, Prostitution: il est temps de agir, p.53)

Le prostitute sono, poi, spesso vittime di serial-killer.

A questo proposito, vorrei riportare un lungo brano tratto da un breve saggio di Richard Poulin, sociologo marxista canadese che si occupa di prostituzione. Il testo si intitola: La marchandisation sexuelle mondialisée des femmes et des fillettes.

«Per provare che la regolamentazione della prostituzione e la legalizzazione del prossenetismo consentirebbero alle donne di operare in un ambiente più sicuro, bisognerebbe dimostrare che gli omicidi delle prostitute sono: 1) collegati al regime giuridico e non sono soltanto la conseguenza della violenza sessuale maschile; 2) che sono connessi, in sostanza, alla prostituzione di strada. Infatti, i promotori della regolamentazione della prostituzione sostengono che la prostituzione negli appartamenti, nei bordelli, nelle agenzie di escort, nelle sale massaggio ecc. è più sicura di quella che si esercita in strada. Ora: tra i 29 omicidi di donne prostituite o legate alla prostituzione avvenuti nel Québec a partire dal 1989 vi sono stati almeno 19 assassini di donne, vale a dire i due terzi dei casi, che non esercitavano un'attività prostituzionale sul marciapiede al momento dell'assassinio. La lista delle donne assassinate, legate alla prostituzione, ci dice che molte di loro prestavano servizio presso agenzie di escort, operavano nei loro appartamenti o si recavano a casa dei clienti. Alcune sono state uccise dai clienti, altre dai prosseneti. Alcune sono state assassinate da un loro cliente abituale, altre da sconosciuti nell'ambito di un regolamento dei conti (crimine organizzato). E' dunque arbitrario sostenere che la regolamentazione della prostituzione nei bordelli e in altri luoghi simili garantisca una maggiore sicurezza alle prostitute.

Se si analizza il problema avvalendosi di un confronto, sorgono parecchi dubbi sul fatto che la legislazione eserciti l'influenza che i sostenitori della regolamentazione le attribuiscono. Il camionista Eckert Volker, soprannominato l'assassino della Polaroid, perché nella cabina del suo camion conservava le fotografie delle sue vittime, ha ucciso 23 donne, soprattutto prostitute. Ha seminato la morte in diversi Paesi europei, tra cui la Spagna dove il prossenetismo è legale, in Germania (dove il prossenetismo e la prostituzione nei bordelli sono stati legalizzati nel 2002, pratiche che, prima della legalizzazione, erano tuttavia largamente tollerate), in Francia e forse anche in Italia. Un altro assassino: Jack Unterweger ha percorso in lungo e in largo l'Europa, il Canada e gli Stati Uniti. Dopo l'estradizione dagli Stati Uniti (dove ha ucciso almeno tre prostitute) è stato accusato in Austria dell'assassinio di 11 prostitute, dieci in Austria e una nella Slovacchia, ed è stato condannato per l'omicidio di nove di loro. Ora: in Austria la prostituzione è legale nei bordelli dal XIX esimo secolo e la prostituzione di strada è proibita.

Nei Paesi dove la prostituzione e il lenocinio sono stati legalizzati, un'alta percentuale di prostitute, se non la maggioranza, esercita al di fuori del contesto legale [...] Nello Stato di Vittoria, in Australia, dove la prostituzione nei bordelli è regolamentata dal 1984, le autorità stimano che vi siano 500 bordelli, 400 dei quali illegali.

La causa degli omicidi è l'odio degli uomini verso le donne, sopratutto verso le prostitute, quale che sia l'inquadramento giuridico della prostituzione : regolamentarista o no e indipendentemente dal fatto che l'attività prostitutiva si svolga in bordelli, in appartamenti, sul marciapiede, nelle agenzie di escort, nei bar o nelle sale massaggio.

Gli assassini sessuali seriali colpiscono le donne per pura misoginia e per bisogno di dominio. Aggrediscono soprattutto le prostitute perché sanno che la scomparsa di queste donne e la loro morte non interessano alle autorità e che essi possono pertanto cavarsela. In Canada, se le prostitute sono di origine autoctona o meticcia, questo fattore risulta aggravato. Ciò spiega in buona parte la scarsa efficacia della polizia, messa in evidenza, tra l'altro, dal caso di Robert Pickton a Vancouver in Canada e dal caso Gary Ridgway, l'assassino di Green River nella zona di Seattle negli Stati Uniti. Questi omicidi hanno potuto proseguire le proprie attività per molti anni, perché la polizia non si preoccupava affatto della scomparsa e dell'assassinio di donne prostituite.

La violenza sessuale letale nei confronti delle donne operanti nell'industria del sesso deriva dalla natura stessa di questa industria e dai rapporti sociali ad essa sottesi, incluso il razzismo. Sono le donne più fragili, quelle appartenenti soprattutto a minoranze etniche e nazionali, vittime di aggressioni sessuali nell'infanzia ad opera di membri della loro cerchia familiare, le più suscettibili di essere reclutate dall'industria del sesso».

Non importa quindi, come osserva giustamente Richard Poulin, quale tipo di impianto giuridico regoli la materia, in quanto è la prostituzione stessa ad essere intrinsecamente connessa alla violenza. Quest'ultima è iscritta - lo ribadisco - nell'atto stesso di acquisto di una persona, che la disumanizza, riducendola a merce «cui si può fare tutto quello che si desidera».


Vedi anche:
I responsabili della prostituzione
Dare voce alle donne prostituite e ascoltarle davvero
Lo stato magnaccia
La scelta di banalizzare la servitù e chiamarla servizio
Germania, bordello d'Europa
Definire «cura» il sesso, per poterlo mercificare
Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro

 


Femmes pour le dire, Femmes pour agir
Associazione di donne (ma comprende anche Uomini) con disabilità

Traduzione di Maria Rossi

Lettera aperta al Presidente della Repubblica François Hollande


Parigi, 27 febbraio 2013

Signor Presidente,

La società acquista coscienza della sessualità e della vita affettiva delle persone con disabilità e noi ne siamo felici. Ma la loro vita sessuale e affettiva deve essere dignitosa. Le persone con disabilità vogliono esercitare la loro libertà di scelta del partner. Esse desiderano sviluppare le proprie relazioni d'amore in un contesto che le sostenga e che sia rispettoso della loro dignità.

Alcune associazioni di persone con disabilità esigono il ricorso all'«assistenza sessuale», sulla base della difficoltà per alcune di loro di soddisfare i propri «bisogni sessuali».

Il loro ragionamento si fonda sull'affermazione che la sessualità sia un «diritto umano fondamentale». Ora: la sessualità non appartiene al campo giuridico. La sessualità riguarda la sfera intima e non può essere subordinata ad un contratto. Parlare di diritto significa non riferirsi più al desiderio, ma ad un'obbligazione, che comporta un «dovere sessuale» per quelle e quelli che saranno incaricati di garantirlo. Su questo argomento il rapporto Bousquet-Geoffroy ci informa che: «Sul piano giuridico, il diritto alla vita sessuale non può essere riconosciuto. Infatti, perché esso sia effettivo, il titolare del diritto deve poterlo far valere, tramite un procedimento, nei confronti di una persona che si configura come debitrice della soddisfazione di tale diritto. Così, il riconoscimento di un diritto a una vita sessuale comporterebbe la creazione di una procedura atta a far rispettare tale diritto e la designazione di un debitore, che sarebbe certamente lo Stato».

Questa richiesta, che è essenzialmente maschile, si iscrive in una concezione della sessualità secondo la quale i corpi delle donne sono messi a disposizione per rispondere a presunti «bisogni sessuali maschili incontrollabili». Che si tratti di un assistente sessuale di sesso maschile o di sesso femminile, il problema della mercificazione dei corpi rimane intatto. L'inclusione dei «servizi sessuali» nell'ambito del mercato genererà inevitabilmente lo sfruttamento della precarietà e della povertà. L'assistenza sessuale pone la questione fondamentale della prostituzione come risposta a presunti «bisogni» o «diritti».

In nessun caso la prostituzione, quale che sia la giustificazione che le si vuol dare, può costituire una risposta. La richiesta di assistenza sessuale non può giustificare un «adattamento» delle leggi sul lenocinio, ora che la Francia ha espresso una posizione abolizionista, ed è impegnata nella lotta contro le violenze sulle donne e contro la tratta degli esseri umani.

D'altra parte, l'«assistenza sessuale» sarebbe una brutta soluzione che perpetuerebbe l'esclusione e l'invisibilità delle persone diversamente abili. In conseguenza della creazione di un servizio specifico a carattere compassionevole, «questi poveri disabili» sarebbero ancora più marginalizzati e ghettizzati.

Noi avversiamo qualsiasi modifica della legge sul lenocinio, da cui trarrebbe beneficio, per espandersi in un mercato lucroso, l'industria del sesso con le sue derive e i suoi traffici. Noi ci siamo opposti/e alla legalizzazione dei «servizi» a pagamento di assistenza sessuale, considerati, d'altra parte, come una forma di prostituzione nei Paesi ove esiste.

La risposta sta nel cambiamento dello sguardo della società e nell'apertura di spazi accessibili che consentano la molteplicità degli incontri; nei centri istituzionali noi chiediamo la disponibilità di luoghi che favoriscano le relazioni tra gli ospiti. Così le persone con disabilità potranno gestire la propria vita affettiva e sessuale nel rispetto della propria dignità e di quella altrui.

Questa questione sollecita tutta la società ad una riflessione sulla sessualità e sulla vita affettiva: come preparare i bambini e i giovani a relazioni sessuali che si svolgano nel rispetto dell'altro? Come informarli delle differenze? Qual è il posto occupato dalla sessualità in una società consumista? Come garantire l'equilibrio tra libertà individuale e costrizioni sociali?

Concludendo, noi le chiediamo due cose, Signor Presidente: da una parte il rafforzamento della politica abolizionista e della lotta contro ogni forma di prossenetismo, senza eccezioni per questa o quell'altra categoria, dall'altra di accelerare la messa a disposizione di spazi sociali di incontro e di convivenza per tutte e tutti!

Voglia gradire, Signor Presidente, l'espressione della nostra rispettosa considerazione.

Maudy Piot, presidentessa di Femmes pour le dire, Femmes pour agir


Associazioni firmatarie:
Amicale du Nid : Geneviève DUCHÉ, présidente
Assemblée des Femmes, Danielle BOUSQUET, présidente
Association des femmes franco-africaines de Paris - AFAF, Françoise MORVAN
Centre National d’Information sur les Droits des Femmes et des Familles – CNIDFF, Annie GUILBERTEAU, Directrice Générale
Centre de recherches internationales et de formation sur l’inceste et la pédocriminalité, (CRIFIP), Sandrine APERS
Coordination française pour le lobby européen des femmes (CLEF – regroupant environ 70 associations françaises membres), Olga TROSTIANSKY, présidente
Collectif ruptures :Marie-Josée SALMON
Conseil National des femmes françaises (CNFF), Claudie Bougon-Guibert
ECVF élus contre les violences faites aux femmes : Geneviève COURAUD, Présidente
Les efFRONTé-e-s, Fatima-Ezzahra BEN-OMAR
L’égalité, c'est pas sorcier, Henriette ZOUGHEBI
Encore Féministes, Florence MONTREYNAUD
Fédération nationale GAMS, Isabelle GILLETTE-FAYE, Directrice Générale
Femmes libres, Nelly TRUMEL
Fédération nationale solidarités femmes, Françoise BRIÉ
Femmes pour le dire, femmes pour agir, Claire DESAINT, secrétaire générale adjointe
Femmes solidaires, Sabine SALMON, Présidente nationale
Fondation Scelles, Philippe SCELLES Président d'honneur, Yves SCELLES, vice-président
Le CRI Bordeaux, Raymonde PLEDRAN
Le Monde à travers un regard, Sandrine APERS
Ligue du Droit international des Femmes, (LDIF), Annie SUGIER, présidente
Marche mondiale des Femmes France: Nelly MARTIN
Mémoire Traumatique et Victimologie, Dre Muriel SALMONA, présidente
Mouvement du Nid: Grégoire THERY
Mouvement.Jeunes.Femmes, Marie-Cécile MOULLIN, Présidente :
Osez le féminisme, Magali de HAAS
Rajfire, Dora CANTOS
Regards de Femmes : Robert PIGEON, Michèle VIANES, Présidente
Réseau féministe ruptures: Bernard BOSC, Monique DENTAL, Animatrice du réseau
Résistances de Femmes: Sandrine GOLDSCHMIDT Présidente
Zéromacho
Zonta Clubs de France : Nicole HERB

Personalità firmatarie
Françoise HERITIER, anthropologue, professeure honoraire au Collège de France
Malka MARCOVICH, CATW International (Coalition Against Trafficking in Women)
Ernestine RONAI, militante féministe
Anne Marie VIOSSAT, Militante féministe, Animatrice au Planning 94


Vedi anche:
Assistenza sessuale: un binario morto per i disabili




Traduzione di Maria Rossi


L'assistenza sessuale è un tema di dibattito importante oggi nell'ambiente dei disabili. Ho l'impressione che il discorso dominante su questa questione sia favorevole in Francia all'applicazione di questo dispositivo, attualmente illegale.

Io sono assolutamente contrario. Non sono il solo, eh!, ma penso che questa posizione debba essere ribadita il più frequentemente possibile. Una presa di posizione interessante si trova sul blog Celinextenso.

Bene! Allora perché sono contrario, perché?
Per un sacco di ragioni serissime.

Possiamo chiederci  in che cosa differisca dalla prostituzione l'assistenza sessuale. Il principio è sempre quello di pagare delle persone per compiere atti sessuali su un'altra. D'accordo: saranno pagate a prestazione, non ci sarà la pressione di un magnaccia, l'assistenza sessuale non determinerà grandi traffichi di carne umana, ma il principio, in fondo, è sempre quello della prostituzione.

Ciò che più colpisce, è che la maggior parte dei disabili che chiedono l'attuazione  di un servizio di assistenza sessuale sono uomini, generalmente eterosessuali. Non vedo come l'implementazione di un servizio di assistenza sessuale possa combattere efficacemente la riproduzione dell'oppressione patriarcale. E' altresì chiaro come il termine le «assistenti sessuali» (donne) sia molto più usato del termine l' «assistente sessuale» (uomo). Possiamo fare questa constatazione quando vediamo l'intervista di Eric Fassin su Libération. L'impiego dell'espressione «sessualità per tutti»,  l'assenza dell'uso del genere femminile per il termine di handicappato [i francesi usano questo vocabolo, anziché quello di disabile o diversamente abile) non sono ambigui.

Sembrerebbe, una volta di più, che la sessualità femminile non susciti alcuna preoccupazione. Ciò, francamente, non è né nuovo, né sorprendente. Ciò va di pari passo con l'idea sbagliata che gli uomini abbiano dei «bisogni»  da appagare assolutamente.

Del resto, ciò si ricollega ad un'altra argomentazione proposta dai sostenitori dell'assistenza sessuale: che la sessualità sia un diritto e che il suo accesso debba essere garantito alle persone diversamente abili. Non sono convinto che si tratti di un bisogno vitale. Certo: una sessualità appagante concorre al benessere, ma considerarla un diritto dell'essere umano mi pare un po' esagerato. Quest'idea suscita un altro interrogativo. Com'è che le difficoltà sessuali dei diversamente abili costituiscono il fondamento di una proposta come l'assistenza sessuale? Ciò vorrebbe forse dire che soltanto noi ci troviamo in questa situazione? Che le persone non disabili che sono sole, in uno stato di carenza affettiva e sessuale non possono far altro che andare a puttane? Che la disabilità è l'unica valida ragione per porre rimedio alla situazione? 

Bah!, la loro sessualità caritatevole alla mordi e fuggi (avranno pure il diritto di essere frettolose le assistenti sessuali o no?) se la possono tenere per sé. Noi poveri piccoli sulle sedie a rotelle, incapaci di masturbarci da soli davanti ad un porno (o davanti a niente, immaginazione quanto sei travolgente!), vittime della nostra incapacità di masturbarci siamo i soli degni di essere salvati! Siano affittati i nuovi preti della sessualità di Stato, standardizzata ed asettica. Che bel futuro!

Separare la sessualità dal suo carattere eccitante, vederla come un atto medico necessario distrugge, a mio parere, l'interesse della cosa.  Tanto più che si concepisce l'assistenza sessuale come un aiuto alla masturbazione e ciò limita fortemente l'accesso alla sessualità, che è multiforme.

Concepire questa cosa come la sessualità cui abbiamo diritto, mi deprime. E' una soluzione di ripiego, un binario morto per i disabili. Tentano di venderci un diritto al ribasso. E' una ragione in più per non accettarlo. «Di cosa vi lamentate? Avete l'assistenza sessuale per scopare, no? Allora cosa rompete le scatole con il vostro desiderio di uguaglianza?» L'assistenza sessuale evita, a mio parere, la fatica di porsi le domande cruciali. Non si indaga sul motivo del rifiuto sessuale dei disabili. Ci si offre una soluzione che evita di  interrogarci sulla nostra società.

Una sessualità a doppio binario, insomma! Ebbene! A me fa schifo la loro sessualità specifica per i disabili! Non ho bisogno dell'aiuto di professioniste per divertirmi! Certo, un sacco di disabili non fa la vita che faccio io, che non ho bisogno di quei mortori che sono le istituzioni. Ma, per me, offrire ai disabili infermi un dispositivo sessuale specifico rinforza la loro emarginazione.

Un altro problema che riguarda l'assistenza sessuale è l'idea che esista UNA sessualità, alla quale abbiamo diritto. Essa  si ispirerà a precisi criteri, sarà codificata se verrà introdotta l'assistenza sessuale. Ma chi deciderà quale tipo di sessualità è accettabile? L'atto sarà connesso alla preferenza per una determinata persona? Proprio per niente, dal momento che i sostenitori dell'assistenza sessuale considerano l'atto sessuale come separato dall'affettività, un atto semplicemente medico. Non mi interessa una sessualità conforme alle norme della nostra società borghese. E i diversamente abili adepti del bondage o del sesso sadomaso cosa faranno? Ci sarà un'educazione all'uso delle corde nell'ambito della futura assistenza sessuale? Specializzazione  nell'uso della cera calda? No, seriamente, è qualcosa che mi inquieta davvero.

Credo veramente che l'assistenza sessuale non sia la buona soluzione per garantire l'accesso più ampio a una sessualità dignitosa per  le persone diversamente abili. A coloro che vedono nell'assistenza sessuale un modo dignitoso per far sesso, io dico che si sbagliano alla grande. Dove sta la dignità nel riservare sei ore alla masturbazione, prendere appuntamento ecc.? Che dignità c'è nel farsi masturbare da un lavoratore a fine giornata? Una mano sul pube e l'altra a nascondere uno sbadiglio... No, francamente, questa società futura mi fa veramente, veramente venir voglia di... non lo dico.

D'altra parte , per riallacciarmi a quanto scritto su Rue 89 [è un sito de Le Nouvel Observateur], penso che sarebbe interessante che gli ergoterapeuti e i produttori di sex-toys si occupassero dell'adattamento dei giocattoli erotici alle esigenze dei disabili. Liberi di aver bisogno di aiuto per installare il giocattolo, ma per poi usarlo da soli, in base alle nostre fantasie. Sono sicuro che  potrebbe esserci un fottuto mercato per questi sex-toys! Esistono soluzioni, ma l'assistenza sessuale, per me, è la peggiore.

Quando diremo finalmente che tutta la società deve impegnarsi ad accettarci? Che la maggioranza dei non disabili devono arrivare a comprendere che noi siamo tutti dei potenziali partner? Che il sesso può essere super anche quando l'uomo non sta sopra e non ha dei bei muscoli possenti, anche quando le ragazze non hanno le fattezze di una Barbie? 

Disabili e non, quando ci renderemo conto che esistono molte vie che conducono al piacere? Bisogna avere una mentalità più aperta! Considerare la coercizione fonte di innovazione, è forse intelligente?
Allora, che aspettate a corteggiarci, merda!

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