Traduzione di Maria Rossi


Le persone prostituite sono in grado di farsi rapidamente un'opinione sui prostitutori che le pagano per avere il diritto di dominarle. Nella loro inchiesta sui clienti della prostituzione, Claudine Legardinier e Saïd Bouamama hanno raccolto le opinioni delle donne e degli uomini prostituiti sui clienti prostitutori. Ecco un brano del loro libro: Les clients de la prostitution - l'enquête. (2006)


Il tempo della disillusione
Certo, per un determinato periodo di tempo,  l'idea di non avere un orario fisso di lavoro e di rifiutare gli obblighi "borghesi" può far provare un senso di libertà. Un senso che si dissolve rapidamente, è vero, di fronte alla disillusione. "Volevo solo divertirmi" spiega Suzanne. "Me ne infischiavo di tutto. Le fatture, le leggi, avevo l'impressione di essermene liberata. Mi drogavo, fumavo. Bevevo whisky per darmi la forza di affrontare la prostituzione." Oggi Suzanne percepisce questa sensazione  come quella di una libertà che le ha "distrutto" la vita. Analogamente, alcune delle persone che abbiamo incontrato affermano di aver provato, almeno nell'ebbrezza dei primi tempi della prostituzione, un senso di potere. Leïla, tossicomane, spiega: "Per me era rassicurante sapere che gli uomini erano pronti a pagarmi". Mylène, prostituta di lusso in Germania, racconta di come ha avuto la percezione di "essere pagata troppo", tanto poco si stimava.
Le nostre interlocutrici e i nostri interlocutori che, di fronte alla durezza della vita quotidiana, mostrano forza e risorse stupefacenti, descrivono freddamente gli uomini che le/li pagano. A sentir loro, ce ne sono di tutti i tipi. "Ragazzi giovani e belli che hanno tutto quel che occorre per piacere, porci che lasciano le ragazze in lacrime, tizi che puzzano di sudore, uomini gentili, tizi odiosi che buttano i soldi per terra per costringervi a raccoglierli, tipi patetici che vivono una condizione di grande miseria umana, uomini che, per avervi pagato, avanzano mille pretese, perversi che chiedono di essere picchiati o frustati, tizi pronti a pagarvi una fortuna per  trasformarvi nella loro schiava, uomini infelici che vorrebbero essere amati dalla prostituta, altri per cui le donne non esistono, non hanno bisogni e sentimenti. Un enorme numero di uomini  cui piacciono le ragazzine. Ragazzi che pensano di avere il diritto di fare quello che vogliono perché vi hanno pagato. Maniaci, ma non troppi. Mariti che si tolgono la fede e la rimettono dopo il rapporto. Malati che vi dicono: «Potresti essere mia figlia». Violenti che tentano di strangolarvi con una cintura".
Ciascuna e ciascuno parla, a modo suo, spesso con molta emozione, di un'esperienza che l'ha profondamente segnata/o. Così Mylène, che dichiara di aver lucidamente scelto di prostituirsi, analizza a distanza di tempo quelle che ritiene essere le vere ragioni di questa scelta: la depressione, il disprezzo per se stessa, i maltrattamenti subiti in famiglia, i debiti del compagno, ma anche l'ignoranza della realtà della prostituzione. Qual era la sua idea di prostituzione? Belle de jour con Catherine Deneuve. "Se avessi saputo che cosa mi aspettava, non mi sarei prostituita". Mylène che oggi può raccontare il suo trauma per sette ore di fila senza mai riprendere fiato e  può pronunciare parole terribili: "Per poter dimenticare, dovrei avere l'Alzheimer" - era libera, non era costretta da nessuno a prostituirsi. Libera di abbandonare il suo impiego per  tuffarsi in una realtà che produce rassegnazione e impossibilità di parlarne. Libera di assumere il suo ruolo: "Non me ne importava nulla di nulla. Mi disprezzavo profondamente. D'altra parte praticavo paracadutismo, io che  ho le vertigini  a salire su una scala".

Uscire da se stesse. Il luogo dell'oblio  
L'apatia, l'obbligo di "non pensare" sono dei leitmotiv nel racconto delle persone che riflettono sulla propria esperienza di prostituzione. "E' un'esperienza comune, si entra in uno stato di torpore". Nicole Castioni confidava il suo stupore di aver accettato di vivere questa vita "senza porsi alcuna domanda" e con "un'incredibile facilità di adattamento", ma confessando: "Non ho mai sopportato questa domanda: "Quanto vuoi?" "Come ho potuto accettare tutto questo? " è una domanda tormentosa. Monika, prostituta in un bar dove si praticano rapporti mercenari, confida: "Avevo preso il ritmo. Ero un automa. Con l'alcool, riuscivo a far tutto".
La narcosi, lo stato di torpore descritte frequentemente sono l'altra faccia della medaglia, reale, di ciò che i clienti scambiano per "il piacere di prostituirsi". Le persone prostituite sarebbero, secondo un certo numero di loro, necessariamente conquistate dalle manifestazioni della loro virilità. Questo patetico desiderio si scontra con una realtà brutale. Suzanne ricorda il primo  rapporto con un cliente, un evento spesso vissuto come un vero e proprio stupro, che apre la via alla successiva apatia: "Dopo il primo rapporto, mi sono fatta una doccia. Un'ora; sono rimasta un'ora intera a ripulirmi. Piangevo. La mia amica mi aveva detto: "Vedrai, è il primo rapporto che è difficile". Inès, rimandata a 16 anni e che non sopporta di vedere la madre, divorziata e costretta a prendersi cura da sola di 5 figli, sgobbare in fabbrica, serra i denti prima di un rapporto. "Con il primo cliente sono scesa dall'auto a tutta velocità. Impossibile. Le altre ragazze mi hanno detto di bere: mi avrebbe aiutato. Era vero. Per poter avere un rapporto, era necessario che bevessi 4 o 5 Martini". Inès passa molto velocemente alla droga per riuscire a sopportare  la prostituzione. Difficile vivere i rapporti sessuali lucidamente. Mylène racconta a quali condizioni ha potuto affrontare i rapporti con i clienti. "Non avrei potuto senza Valium". Linda, fatta prostituire molto giovane da un fidanzato magnaccia, confessa: "Con la colla si fanno dei viaggi mentali. Con i clienti, è come essere addormentate". Barbara, abusata sessualmente dallo zio a 16 anni, poi allontanatasi da casa, "affittata per le serate importanti" racconta che assumeva "ansiolitici e sonniferi con un goccio d'alcool per "lavorare" assoggettata a un magnaccia" I clienti? "Non li vedevo nemmeno". Con voce monocorde, descrive la prostituzione  come una vita senza emozioni: "Alzarsi di sera, rientrare la mattina, dormire". Stessa cosa per Inès: " E' come se non l'avessi vissuta, come se l'avessi vista in un film".
Altre persone prostituite sono alle prese con un evidente malessere che tentano in permanenza di soffocare. "Non ho mai potuto abituarmi alle fantasie degli uomini" dice Sophie. Muriel sta male quando ricorda questi momenti dolorosi: "Mi ricordo che quando si avvicinava il momento di avere rapporti con i clienti, mi veniva mal di pancia o mal di testa". Alicia, "massaggiatrice" in un appartamento, lotta quotidianamente: "Mi metto i capelli davanti agli occhi quando sono con i clienti, non li guardo, mi chiudo in me stessa. Mi sento male, mi sento sporca, ho la sensazione di essere una "puttana". Non sono soltanto i rapporti sessuali con i clienti ad essere percepiti come  aggressioni. Ci sono anche le parole. Alicia sbotta quando sente quello che alcuni si permettono di dirle al telefono: " E' dura sentire tutto ciò che certi tizi chiedono: pissing, sadismo. Sono stupefatta". Alicia farebbe di tutto per eseguire veri massaggi, per liberarsi da questo peso. "Odio gli uomini". "Sporca" è un termine che ricorre frequentemente nei racconti. "Non toccavo mai i miei figli prima di essermi lavata", dice Anaïs, prostituta di pomeriggio negli hotel economici.
Il contrasto tra i discorsi dei clienti e quelli che noi sentiamo ogni giorno dalle persone prostituite è enorme: l'alcool, sostanza riservata alle feste dai primi, rende le seconde "dipendenti" soprattutto nei bar dove sembra diffuso l'uso di farmaci ad hoc.  I clienti apprezzano l'ambiente e l'atmosfera  soffusa dei bar, le persone prostituite li gradiscono per motivi meno erotici. Così Paule, prostituta che esercita a casa, crea  nella sua abitazione l'atmosfera soffusa dei bar, ma "solo per non vedere i clienti, per non incrociare il loro sguardo". Analogamente, là dove i clienti amano vedere delle "professioniste" sessualmente libere e senza tabù, si trovano persone  che hanno in primo luogo la preoccupazione di proteggersi il più possibile, di limitare o di evitare per quanto possibile i contatti fisici che sono costrette ad avere con loro. "Certi pensano che siamo animali da sesso. In realtà gli uomini non li toccavo nemmeno" - dice Paule. "L'odore, la pelle, rimuovevo tutto per vedere soltanto i soldi. Ponevo delle barriere tra me e loro per non vedere, per non sentire i loro denti, la loro traspirazione, il loro alito. Posavo soltanto la punta delle dita sulle loro spalle". Monika esprime la stessa idea con parole toccanti: "Per loro, la donna che si prostituisce è una bomba del sesso, una con molta esperienza; è il loro immaginario. Credono di poter fare quel che vedono nei film porno. Non si rendono conto che siamo esseri umani; che siamo donne come le altre, come quelle che hanno a casa".
I clienti parlano di fantasie, le prostitute di paura, dell'obbligo di stare costantemente all'erta. Il piacere? "Li disprezzavo  in modo incredibile. Il piacere non era fisico. Il piacere consisteva nello scucire loro  la massima quantità di denaro possibile". Brigitte, prostituta di strada, confida: "La paura c'è sempre. Quando salite in macchina, quando vi trovate prigioniere delle fantasie dei clienti. Vi sono anche dei  pazzi; per due volte sono dovuta scendere velocemente da un'auto in marcia". Alcune indagini mostrano come la maggioranza degli atti violenti subiti dalle persone prostituite siano perpetrati dai clienti. Questo fatto è confermato dalle persone che abbiamo intervistato. Nadine, cacciata da casa dalla madre a 18 anni e ora prostituta che si serve di Internet, ha incorporato la paura nella sua vita quotidiana. Per mantenere la distanza dai clienti, ha finito per optare per la "dominazione soft": frustini, umiliazioni, insulti. Racconta come il numero di chiamate dei clienti sia subito raddoppiato: " Vi sono uomini strani". Spiega come  sia fuggita a gambe levate, quando le ha aperto la porta un uomo vestito di nero armato di una mazza da baseball. Dice di aver voglia di "rassicurare" i clienti, di aver voglia di "aiutarli" perché hanno "problemi psicologici che si trascinano dall'infanzia, problemi di mancanza di affetto". Poi parla di soffocamento, di accessi d'odio, di voglia di essere violenta. Presa dal desiderio fortissimo di chiudere con questa storia, si dichiara "smarrita", in cerca d'amore, in cerca di un padre che le è sempre mancato, stanca di "mettersi in situazioni pericolose per far piacere agli altri".
La prostituzione  prevede l'attivazione di molte strategie volte a creare una distanza con i clienti. L'ideale e il vertice della gerarchia prostituzionale è  rappresentato dal fatto di non essere toccate, come accade nelle pratiche sadomasochiste. "Per sopportare si chiudono gli occhi. Mettevo il  mio braccio profumato davanti al viso. Questo permette di proteggere una parte di sé, una parte che i clienti non avranno", ricorda Mylène. Anestetizzarsi, sdoppiarsi, dissociarsi sembrano essere operazioni strettamente connesse alla pratica prostitutiva. "Si esce da se stesse, si contano le pecore. Se non ci si protegge in questo modo, si può diventare folli". "Stranamente non ero io a prostituirmi - dice Leïla- Ho cominciato ad avere veramente l'impressione di essere due persone". Naïma, prostituta per due anni in un bar, vittima di stupri e violenze da parte del padrone, descrive uno strano processo: "Quando arrivavo al bar, spegnevo la mente; un po' come se quella che era nel bar non fossi io, ma un'altra persona; così facevo molte cose che non avrei mai ammesso di fare fuori dal bar".  Naïma, che confessa di avere "problemi ad entrare in contatto con se stessa" quando non si sente sicura, racconta in dettaglio questa operazione di sdoppiamento rafforzata dall'assunzione di un altro nome e dal fatto di indossare abiti diversi rispetto a quelli che indossa quando non si prostituisce. "Si tratta di una forma di protezione nei confronti dei clienti, di una garanzia di anonimato". Vivere sdoppiata  conduce a una forma di schizofrenia difficile a volte da superare. "Ho finito per credere più all'esistenza di Tara, il mio nome da prostituta,  che a quella di Leïla. Conosco bene Tara. Come Leïla, invece, non so chi io sia e ho paura..."

Simulazione, dissimulazione
I clienti pensano che alle prostitute piaccia esserlo, mentre queste ultime riferiscono della loro totale incomprensione del comportamento dei clienti. "Ma come possono pagare per questo?" esclama Alicia. "All'inizio si cerca di capire; poi si lascia perdere" confessa Naïma "E' dura confrontarsi con la realtà dell'uomo. Per me i clienti sono violenti. Ci sono quelli che commettono violenze fisiche - io pago, tu taci e obbedisci - ma anche gli altri sono violenti psicologicamente, con i loro mezzi di pressione". Naïma parla di una clientela di managers, dirigenti di impresa, medici, operai, il cui comportamento lei interpreta come "il piacere di pagare" "il possesso della donna" "l'esercizio del potere sul più debole". Quando ripensa senza alcun piacere a questi due anni, ha la sensazione che "i clienti preferiscano le ragazze più disperate" perché "questo li eccita di più". "Essi amano la sfida".
Certo, le prostitute affermano anche di incontrare clienti che soffrono di solitudine e che sono alla ricerca di una relazione. Ma lo dicono con indifferenza. Cliente frustrato, cliente timido? "Non credo - dice Christine . - Per il cliente, il piacere è quello del possesso, della sottomissione, della vendetta. C'è anche il piacere di sfogare la collera, l'impotenza, sottomettendo una donna". L'eventuale desiderio di relazione dei clienti è, per il fatto stesso di erogare denaro, destinato alla sconfitta. Le persone prostituite, soprattutto le donne, esprimono soprattutto diffidenza o rifiuto, rifiuto del dialogo, ferma volontà di mantenere le distanze dagli uomini che le pagano. Soprattutto volontà di non dire nulla di sé, di non lasciarsi sfuggire nulla. Simulare e dissimularsi. Simulare al punto da far credere a certi clienti di provare piacere. Una convinzione che molte di loro valutano con una sola parola: "Grave!" Dissimularsi. Paule esprime chiaramente il suo bisogno di fuggire davanti alla richiesta di certi clienti di intrecciare una relazione: "Ero colta dal panico quando qualcuno prendeva tempo e sembrava voler mescolare il sesso con i sentimenti. Sono rimasti tutti clienti. Niente di più. Non avrei mai potuto avere una relazione sentimentale con un uomo che mi aveva in precedenza pagato. Avrei pensato che potesse pagarne altre". Per lei la prostituzione è falsità. "Quegli uomini mentivano. E anch'io mentivo. Sorridevo sempre. Mai avrei loro confidato i miei problemi. La prostituzione è un mercato di falsari". "Ai clienti - dice Monika - ho detto le cose che volevano sentire. Menzogne". Brigitte ricorda freddamente gli uomini che hanno bisogno di parlare: "Non li si può aiutare. L'idea secondo la quale le prostitute sarebbero terapeute del sesso è assolutamente falsa. Se li ascoltavo, era solo perché in tal modo avrei trascorso meno tempo a far sesso". Brigitte, assunta in un club di scambisti dove l'ha trascinata il marito, descrive il suo progressivo inabissamento nella prostituzione, ma anche la sua capacità di resistere. "La maggior parte dei clienti mi dava del tu. Io gli davo sempre del Lei. Per mantenere le distanze". Aggiunge, parlando dei clienti: "Molti mi chiedevano perché lo facessi. Generalmente rispondevo che lo facevo liberamente, in modo autodeterminato. Così troncavo il discorso. I clienti non devono saper niente della nostra vita". 

Magnaccia: dalla violenza alla manipolazione
Come si può  affermare che piaccia qualcosa da cui si mantengono saggiamente le distanze? E cosa significa aver scelto? Se Mylène è caduta nella prostituzione, è a causa dell'urgenza di rimborsare i debiti di gioco contratti da suo marito. La pressione dei conviventi, la manipolazione dei prosseneti, categoria che è elegante ritenere che sia in via di estinzione fatta eccezione per i bruti e rozzi individui che sarebbero presenti solo in Albania o in Ucraina, costituiscono una dimensione banale del paesaggio della prostituzione. Se in Francia i vecchi pezzi grossi sono scomparsi, rimane però un gran numero di "magnaccia di prossimità", che le dirette interessate, spesso le donne che hanno un rapporto sentimentale con loro, non sono in grado di identificare e di rifiutare, allo stesso modo delle vittime delle violenze coniugali. Spesso uomini, ma anche donne, diventate maestre nell'arte di giocare con sentimenti quali il bisogno di affetto, di riconoscimento e di valorizzazione. Il  continuo ricambio di donne prostituite sembra assicurato dal fatto che procacciatori molto giovani setacciano i locali notturni o i centri commerciali per trovare  le eventuali prede. Certi prosseneti sono in grado di esercitare una fortissima influenza. "E' nella mia testa, è dentro di me", dice Laldja parlando del marito magnaccia che l'ha indotta ad entrare in un bar dove si esercita la prostituzione a sua insaputa, avvalendosi di due minacce: inviare delle foto compromettenti alla sua famiglia in Tunisia, privarla della possibilità di vedere la figlia di cui lui ha l'affido. "A 20 anni ero manipolata come l'adepta di una setta", dice a sua volta Nicole Castioni. 
I gesti "affettuosi", la generosità (temporanea), la sapiente banalizzazione della prostituzione, l'introduzione in un ambiente presentato come "glamour" sono le efficaci armi impiegate dagli zelanti compagni. Quando non viene usata la violenza fisica: Brigitte, schiacciata da un debito di 700.000 franchi per  essersi fatta garante del marito per l'acquisto di un bar,  stanca, molestata e picchiata, finirà per prostituirsi. Violenze coniugali e prostituzione sono d'altronde strettamente connesse in molti racconti autobiografici. La "massaggiatrice" Anaïs è apparentemente la tipica donna giovane, libera, seducente e colta che fa sognare i clienti. I retroscena? Abbandonata dalla madre, sballottata in 17 successive famiglie, manipolata da un marito disoccupato e violento che le vanta i meriti della sua ex, naturalmente "massaggiatrice ": "Mi ha instillato il timore che mi avrebbero tolto il figlio, per cui mi sono prostituita". Manipolazione, molestie: l'arte raffinata di un prosseneta che sa perfettamente che nulla sarà più insopportabile alla sua compagna dell'idea che il figlio soffra quel che lei stessa ha sofferto; che sfrutta la mancanza di autostima di Anaïs,  il dolore di essere stata abbandonata da piccola. "Mi metteva in una situazione tale da indurmi a pensare di avere assolutamente bisogno di lui. Quando in realtà ero io  a pagare tutto. Ero io che mantenevo la famiglia. Davo un sacco di soldi a questo porco. Lui se li è tenuti tutti. Se potessi, lo ammazzerei. Lo odio. La cosa peggiore non è la violenza fisica: i lividi passano. La cosa peggiore è la violenza psicologica, le molestie".
Che cosa sanno i clienti delle vere ragioni che inducono a prostituirsi questa giovane francese che a volte rientra a casa in lacrime? La sua libertà? Sì, esiste. Anaïs "conta su di sé". "Dopo tutto, - dice - ne ho passate di cotte e di crude, perciò vado avanti". Che cosa pensano i clienti di una giovane donna che in loro presenza mostra un'incredibile loquacità? Che le piaccia prostituirsi? In realtà, questo comportamento le serve a scongiurare la paura: "Mi mostro talmente sicura di me da riuscire a cacciare quelli che non mi piacciono. In effetti, essi sono convinti che io abbia un protettore".

Un'esperienza devastante
Il malessere, il male di vivere che rappresentano la sorte delle moltissime persone che hanno vissuto o vivono ancora la prostituzione sono rimossi, ignorati, a beneficio di un discorso che si vende meglio, più mediatico e, soprattutto, più adatto al liberismo. "Le violenze fisiche non sono nulla rispetto a un dolore interiore che vi dilania, vi impedisce di respirare" - dice Leïla. "Quello che facciamo, ci divora interiormente, allo stesso modo di una malattia. Ci divora interamente: fisicamente, moralmente, psicologicamente. Ci sprofonda nella depressione", dichiarava Alexandre, prostituta di 26 anni in una trasmissione televisiva. Monika, casalinga a 14 anni e che, all'età di 20 anni, ha subito rapporti con 20-30 clienti al giorno in un bar in cui si pratica la prostituzione, descrive un vero incubo: "Come si sopporta questa cosa? Non la si sopporta: la si vive, si fa il vuoto dentro di sé. Non si può piangere. Se si provano emozioni, diventa intollerabile. Quindi non si sente più niente. I clienti sono sovrani: hanno pagato, vogliono palparvi. Non si ha diritto di rifiutare un cliente. E ce ne sono di violenti." Mylène, aprendo la porta del bagno, mostra una sfilza di detergenti: prodotti che, dieci anni dopo il suo passaggio attraverso la prostituzione in Germania, "di lusso" e regolamentata, continua ad usare per lavarsi. "La cosa più pesante è di essere stata comprata: io pago e tu non sei niente. Mi servo di te come di un vaso da notte, per svuotarmi".
Le parole usate sono dure. Rémi, che dopo un'infanzia di tenerezza ha conosciuto soltanto la violenza della famiglia, descrive la crudezza quotidiana dell'ambiente in cui si prostituisce, il modo in cui gli uomini che incontra lo usano per poi buttarlo via. "All'inizio, nessun problema. Si è come pezzi di carne su uno scaffale. Finché è fresca, si vende bene". Paul, transessuale, è rassegnato: "Quando si è transessuali, si viene continuamente presi in giro". Parla con brio della clientela danarosa: "borghesi col sigaro", "persone che si divertono", " il marito che non ha mai avuto avventure con gli uomini e viene da me per provare", omofobi. "I più schifosi non siamo noi" - dice Paul che si guarda in modo spietato. "I più schifosi sono i burattini seduti in macchina". Paul ricorda quando arrivava sul marciapiede con una sbarra di ferro per difendersi. Quando ha smesso di battere il marciapiede, pesava soltanto 56 chili. 
Per alcune come Monika che non andrà mai a raccontarlo in Tv, i mesi di prostituzione sono stati l'esperienza dell'annientamento. "Non nutro più alcuna fiducia in me stessa. Sono stata distrutta. Sono stata stuprata. Ho perso la mia identità. Quanti anni ho? Chi sono io? Come mi chiamo? Assumo antidepressivi. Mi sembra di  non essere in grado di far altro che di provocare gli uomini". Come Naïma, si preoccupa "per tutte quelle ragazzine che non sono accorte e che i fidanzati possono indurre a prostituirsi". Vorrebbe parlare, anche urlare, raccontare la sua storia, evitare ad altre ed altri di vivere, per ignoranza o incoscienza, quel che lei ha vissuto. Muriel subisce il divieto di parlare: "Mantengo il silenzio su ciò che ho vissuto. Se ne parlassi, sarei presa in giro come ex prostituta. Le persone non mi considererebbero più un essere umano, non sarei più in grado di far nulla. Non posso svelare il mio passato, anche se a volte la testa mi esplode". Tutte o quasi tutte provano una sorta di impedimento a parlare. Il rischio dell'onta, dello stigma, il rifiuto della società di capire.
Obbligo del silenzio, difficoltà di uscirne, senza una mano tesa, senza un legame con l'esterno. "Si vive in un mondo a parte, si mette una pietra sopra  ciò che c'è fuori. In effetti, è come vivere in una setta", riassume Christine, alludendo alla difficoltà di uscire dall'ambiente per rimettere piede nella società. La prostituzione costituisce infatti una delle forme più compiute di reclusione: reclusione a causa dello stigma, della perdita di autostima, dell'isolamento crescente, dei debiti contratti, della percezione che la società "normale" sia terrificante e ipocrita, della paura di essere smascherate dai vecchi clienti. Abbandonare la quotidianità della prostituzione, per quanto dura  essa sia, significa affrontare l'angoscia dell'ignoto, il vuoto, il giudizio degli altri; significa lacerare il tessuto della propria biografia, i legami intrecciati nell'ambiente, dimenticare i bei momenti. E' la stessa cosa che accade alle vittime della violenza coniugale. Molte restano nell'ambiente non perché a loro piaccia prostituirsi, ma perché la società le abbandona alla marginalità e all'onta, rifiutandosi di offrire loro delle alternative.
Alcuni ed alcune, fortunatamente, spesso grazie ad un'attività di accompagnamento lunga e paziente, riescono a sfuggire da questa realtà  senza prospettive. Il lavoro di ricostruzione della propria esistenza è talvolta lungo e doloroso: bisogna trovare un impiego, avere un reddito, un alloggio, nel momento stesso in cui lo Stato reclama  imposte arretrate di importo astronomico [ n.d.t in Francia le prostitute  pagano le tasse], che spingono di nuovo a prostituirsi. Sorgono anche difficoltà relazionali, la necessità di riconciliarsi, soprattutto con gli uomini, la cui immagine non è certo positiva dopo aver fatto esperienza della prostituzione. "Non ho alcuna voglia di stare con gli altri. Dopo quello che ho passato, mi sento sporca. Sono incapace di intraprendere una relazione con qualcuno" dice Gisèle, che si è prostituita per quattro anni per comprarsi l'eroina. Mylène ha impiegato degli anni per poter ricominciare a vivere normalmente. "Dopo essere uscita dalla prostituzione, non sopportavo più il sesso. Una mano maschile sulla spalla bruciava come il fuoco. Per tre anni non ho più avuto alcun rapporto sessuale. Non potevo proprio. Ero totalmente apatica, anestetizzata".
Brigitte, partita da casa a 14 anni "per essere libera", prostituta in un appartamento e assoggettata ai prosseneti, parla dei soldi come di una droga simile alla cocaina e della prostituzione come di un'esperienza distruttiva. Oggi è priva di illusioni: "Non batto più il marciapiede. Ho incontrato un uomo; tradisce la moglie....Non c'è dialogo nelle coppie. Non fanno sesso, non ne parlano nemmeno. Non c'è dialogo. La norma è quindi il tradimento". E' diffusa la diffidenza nei confronti degli uomini, reputati "falsi", "subdoli" ,"bugiardi". Mylène l'esprime con rabbia: "Bisognerebbe dir loro: se sapeste cosa pensiamo di voi! A che punto vi detestiamo, vi disprezziamo per il fatto che ci comprate. Vi disprezziamo anche quando vi trattiamo con gentilezza e vi ricopriamo di lusinghe".
Molte e molti di loro esprimono un senso di rivolta: "Lo Stato sembra volere che ci siano delle prostitute! Ne ha bisogno! Ebbene! Io lo sono stata! E mi sono drogata per sopportare tutti quegli uomini!" "La differenza tra noi e le ragazze dell'Est consiste nel fatto che loro hanno dei clienti più pericolosi. Ma la prostituzione è devastante nello stesso modo. Si vivono le stesse esperienze". Mylène vive la sua condizione in modo ancora più duro: "Per di più, io l'ho voluto! Non ho mai avuto una pistola puntata alla tempia! Quando è così, non si ha nemmeno la scusa di essere state vittime. Si è scelta questa vita. Ma che la si sia scelta o meno, il trauma è lo stesso". Conclude Christine: "I prosseneti sono dei criminali che mercificano le persone, ma i clienti sono dei ladri d'anima, degli stupratori d'anima". 



L'Humanité - Traduzione di Maria Rossi


[...] Incontro con Laurence Noëlle che all'età di 17 anni finisce in strada e diventa un'ombra fra le ombre. L'autrice di Renaȋtre de ses hontes racconta anni di drammatiche esperienze e di tentativi di sfuggire al sistema prostituente.

Laurence Noëlle ci accoglie in salotto, in Bretagna. Accavalla le gambe e sprofonda nel divano. Racconta, anticipa spesso le domande, si espone. E' rimasta in silenzio per 28 anni. Poi, nell'aprile 2013, è uscita dall'ombra pubblicando il libro Renaȋtre de ses hontes. A 46 anni affida alle pagine del libro tutti quegli anni di violenze, di abusi sessuali e di prostituzione, l'esperienza "più distruttiva" della mia vita. Penalizzazione dei clienti, abolizione della prostituzione o, ancora, "libera scelta" delle persone che affittano il proprio corpo, Laurence Noëlle entra nel merito dell'attuale dibattito e  offre, a viso scoperto, una testimonianza dell'inferno della prostituzione. Un modo, per lei, di dare l'esempio alle donne che rimangono ancora chiuse nella loro sofferenza. Oggi, questa formatrice professionale ritiene di essere la prova vivente che da questo inferno si possa uscire e si possa  compiere un percorso di autorealizzazione.

Qualche anno fa, Lei ha raccontato la sua esperienza nella prostituzione a viso coperto. Perché oggi si mostra pubblicamente?

Laurence Noëlle: Avere il coraggio di mostrarmi fa parte del mio percorso verso la guarigione. Non è che si esce immediatamente da una situazione difficile perché si capisce quel che ci sta accadendo. Ho avuto bisogno di percorrere una tappa per volta. Prima di scrivere questo libro, non mi sarei mai mostrata in pubblico. Provavo troppa vergogna. Ma dopo la sua pubblicazione, confesso di essere ancora molto turbata. Ho continue sinusiti, nausee. Non posso ingannare nessuno: il mio corpo esprime disagio. E' come se subissi una depurazione ancora più profonda. E' doloroso per me uscire dall'ombra. Ma bisogna pure che qualcuno inizi. Lo faccio perché altre si sentano autorizzate a  farlo. Per dire che è possibile uscirne, che è possibile crearsi una vita diversa, che è possibile uscire dalle violenze che abbiamo subito.

Molte persone idealizzano la figura della call-girl. Lei ha usato parole dure per descrivere la prostituzione, che ha vissuto

Laurence Noëlle: Lavoravo in via Saint-Denis a Parigi. Ero giovane e carina. Carne fresca. Ogni giorno avevo una trentina di rapporti sessuali. Mi ricordo che le donne che si prostituivano da più tempo erano molto gelose perché non avevano quasi più rapporti. Ero un automa che saliva e scendeva in continuazione dalle auto dei clienti. Nel momento stesso in cui sono finita sul marciapiede, sono diventata un'ombra fra le ombre. Ho perso la mia dignità di persona. Una parte di me è morta. Ero diventata un oggetto, un rifiuto, esattamente come lo ero stata all'inizio della mia vita. Ero soltanto vergogna e umiliazione. Sembra più bello definirsi call-girl che prostituta. Ciò non toglie che si tratti di una strategia di evitamento della vergogna. Anche le call-girls si detestano, ma ritengono di valere perché hanno clienti benestanti. Ma il pagamento di denaro da parte di un cliente costituisce di per stesso una violenza. Quando si compra qualche cosa, si ha il diritto di essere esigenti.

Lei scrive nel suo libro che la prostituzione è stata l'esperienza più distruttiva della sua vita. Come ha fatto a sopportarla?

Laurence Noëlle: La sopportavo bevendo e drogandomi. Sono anestetizzanti. C'è la prostituta: l'oggetto. E c'è l'essere umano. Si opera una dissociazione. Provavo ribrezzo per me stessa. Dopo ogni rapporto, mi precipitavo in doccia, tanto mi sentivo sporca. Umiliata. Dovevo allora bere un altro bicchiere o farmi un'altra pista di coca. Tutto il corpo e in particolare la vagina mi faceva terribilmente male. La prostituzione non è quel che accade nel film Pretty Woman. Quando ero sul marciapiede, ho aspettato un Richard Gere. Non è mai venuto a salvarmi.

Che pensa delle persone che affermano di prostituirsi per libera scelta?

Laurence Noëlle: Lo dicevo anch'io quando c'ero dentro. Per farsi accettare dalla società, è meglio parlare della propria libera scelta che evocare il proprio dolore. Tutti dicono che ci prostituiamo per libera scelta. Questo mi fa pensare agli alcolisti. Essi affermano di saper gestire la propria situazione. Chi ne esce confessa di aver sofferto. Quando si è dentro la prostituzione, non si vede nulla, si nega tutto. Quando eravamo piccole, non sognavamo forse di fare le dottoresse o le panettiere? Che ne abbiamo fatto dei nostri talenti e delle nostre qualità? Non penso che fare un pompino sia il sogno di una bambina. La prostituzione consiste nell'affittare il proprio corpo a qualsiasi uomo lo desideri. E non sono tutti Brad Pitt. Chieda ad una donna che si ama, che si stima di prostituirsi. Non lo farà, nemmeno se è povera.

Com'è finita nella prostituzione?

Laurence Noëlle: La prostituzione è una scelta disperata. Sono caduta in una rete di magnaccia. Ero una preda ideale: una ragazzina povera, abbandonata a se stessa, bisognosa di affetto. Poiché da bambina ho subito abusi sessuali, mi sono percepita come un oggetto schifoso e ripugnante. Mi disprezzavo. In tal caso, perché concedersi il diritto alla felicità? La prostituzione era anche un modo per punirmi. Mi sentivo in colpa fin da piccola. E poi, adottando una strategia di sopravvivenza, mi dicevo di lasciare che gli altri mi facessero quello che volevano e di tacere. Non volevo essere lasciata. Avevo 17 anni ed ero sola. Preferivo prostituirmi piuttosto che perdere l'affetto della mia sfruttatrice e del mio sfruttatore. Temevo anche le loro minacce. Ho rimpianto spesso di non essere fuggita prima. Ero così convinta di essere capace soltanto di prostituirmi! Non mi è mai venuto in mente di rivolgermi alla polizia.

La prostituzione è una violenza di gravità pari all'incesto che ha subito?

Laurence Noëlle: E' la stessa cosa. Ha lo stesso significato. Lascia che ti facciano quello che vogliono e taci. Faccio quello che voglio di te. In un rapporto normale, c'è il rispetto reciproco, c'è lo scambio. Non c'è una persona che intima all'altra di aprire le gambe, che esige un pompino. Che ne è del desiderio dell'altra, che ne è dell'amore? Non c'è amore nella prostituzione.

Non è esagerato affermare che spesso le persone prostituite hanno subito violenze nell'infanzia?

Laurence Noëlle: No, non lo è. Tutte le donne dell'ombra che conosco hanno vissuto storie orribili. Avendo subito abusi sessuali nell'infanzia, da adulte, sviluppano comportamenti distruttivi. E' l'umiliazione che ci fa credere di essere soltanto degli oggetti, di essere disprezzabili. Perché una ragazza lavorerà da MacDonald's per pagarsi gli studi e un'altra si prostituirà? La differenza è che la prima si rispetta,  ha un buon grado di autostima, la seconda no. Se amo me stessa, mi rispetto. Non affitto il mio corpo a chiunque.

Alcuni parlano della riapertura delle case chiuse, della regolamentazione. Che ne pensa?

Laurence Noëlle: Il dolore per le persone prostituite rimarrà lo stesso. I clienti saranno sempre gli stessi, con le stesse pretese, le stesse fantasie. Si parla spesso della prostituzione con vocaboli edulcorati. Si discute per stabilire se si tratta di un lavoro, si invoca la libertà. La verità è soffocata. Si dice che alle prostitute piaccia quel che fanno. Ma come può piacere il fatto di avere una trentina di rapporti sessuali per notte con uomini di ogni genere, di qualsiasi età e classe, bassi, alti, grassi, magri, aggressivi, perversi, dipendenti dal sesso, malati mentali, svitati? Molti di loro disprezzano le donne e pensano ancora che esse si dividano in due categorie: le sante e le puttane. Vogliono sfogarsi, vendicarsi, insultare le prostitute durante il rapporto. E far loro male. Dal momento che i clienti pagano, si sentono autorizzati a fare qualsiasi cosa. Penetrano le donne immediatamente, ritenendo che non abbiano bisogno di preliminari. Un giorno dovrò spiegare dettagliatamente che cosa significa passare una notte con i clienti. Parlarne è troppo doloroso per me.




Cosa pensa del dibattito sulla penalizzazione del cliente e sull'abolizione della prostituzione?

Laurence Noëlle: E' una discussione annosa! L'80% delle donne soffrono nella prostituzione e noi dovremmo ascoltare invece un'infima minoranza che non soffre? Si dovrebbe forse impedire la promulgazione della legge, [n.d.t sull'abolizione della prostituzione] perché non la vogliono quelle che si proclamano orgogliose di prostituirsi? Sì, la penalizzazione dei clienti può determinare un'evoluzione della situazione. Ma non sarà l'esistenza di una legge a risolvere immediatamente il problema. Essa segna però dei limiti invalicabili. L'abolizione è la risposta alla domanda: in quale società vogliamo vivere? E' un bene, perché è l'affermazione della possibilità di cambiare il mondo.

Perché così poche persone uscite dalla prostituzione osano parlare in pubblico?

Laurence Noëlle: Temono il giudizio degli altri. Molte sono contente che tutti sappiano che cos'è la prostituzione grazie al mio racconto. Ma non sono pronte a mostrarsi in pubblico, neppure quelle che ne sono uscite bene, come quell'infermiera o quella animatrice socio culturale che conosco. Le capisco. Anch'io ho avuto molta paura di perdere il mio lavoro di formatrice. E paura anche del trattamento che le persone avrebbero potuto riservare ai miei bambini, alla mia famiglia. Ho paura di essere disprezzata. Devo ancora pagare un prezzo 28 anni dopo essere uscita dalla prostituzione? Ci si trascina questo peso come un detenuto che non riesce a liberarsi dalle catene.

Il suo libro ha provocato reazioni ostili?

Laurence Noëlle: Per ora, ho ricevuto piuttosto messaggi di simpatia. Molte persone mi appoggiano e mi dicono che il mio libro può aiutare a cambiare la mentalità. Scrivendo questo libro, cioè ricomponendo le tessere del puzzle della mia vita, ho cercato di capire perché avessi assunto comportamenti distruttivi. E mi trovo con un mare di inviti da ogni parte. Sono una delle prime donne ad uscire dall'ombra, quando per 28 anni non sono stata in grado di sopportare la visione di trasmissioni o di film che trattavano della prostituzione o degli abusi sessuali. Ho scoperto l'esistenza dell'Unione delle Sopravvissute alla tratta degli Stati Uniti, che mi ha contattato per far parte della loro rete. Non ho la passione della militante. Potrei rifiutare questi inviti, ma penso che la vita mi richieda di esserlo. Sono stata ascoltata dall'Assemblea Nazionale la prima volta il 29 maggio 2013 a porte chiuse. Uscendo ho pianto per ore, ma di gioia. E' un bel regalo per me constatare che il mio libro può rendere possibile un progetto di legge contro il sistema prostituente. E' una forma di autorealizzazione. E' offrire un piccolo contributo e se ciascuno di noi lo offre, il mondo cambia.

Come è riuscita ad uscire dalla prostituzione?

Laurence Noëlle: Chiedendo aiuto. Ma bisogna scegliere le persone giuste, quelle che non giudicano, quelle che si prendono il tempo necessario per capire. Saper ascoltare è fondamentale. Mi hanno aiutato persone che hanno valorizzato le mie capacità, che hanno creduto in me. Se si è convinte di poterne uscire, ci si offre delle chances per raggiungere questo traguardo.

I mezzi sono sufficienti?

Laurence Noëlle: E' vero che non esiste nulla al di fuori delle associazioni. Non c'è reinserimento sociale. Tutto deve essere ripensato. Quando si esce dalla prostituzione, si è oppresse dalla vergogna, dall'alcool, dalla droga, dalla frigidità, dall'umiliazione. Si è distrutte. Ed è allora facile ricaderci. La società deve cambiare il modo di concepire la prostituzione. Si devono formare assistenti sociali che capiscano bene come funziona il sistema prostituente. Si possono approntare tutti gli strumenti materiali possibili, ma se non cambia il modo di considerare le prostitute, non cambierà nulla.



di Maria Rossi


L'articolo dedicato da Beatriz Preciado alla critica della legge sull'abolizione della prostituzione, recentemente promulgata in Francia, si configura, a mio parere, come un'autentica apologia del capitalismo biopolitico, come un panegirico della mercificazione di ogni parte e di ogni liquido prodotto dal corpo femminile, come una rivendicazione della negoziabilità di fluidi, organi, pratiche corporee delle donne, tutti sfruttabili e sussumibili nel processo di valorizzazione capitalista. Della donna, come del maiale, si potrebbe dire, parafrasando con cinica amarezza un detto popolare, non si butta via niente, nel senso che la si usa tutta come merce da consumare. Preciado si rammarica della fine dei bucolici tempi in cui fluidi, organi e pratiche corporee femminili erano liberamente disponibili sul mercato.


Esclusi - scrive - [nella modernità] dal campo di applicazione del sistema produttivo in nome di una definizione che li rendeva beni naturali inalienabili e non negoziabili, i fluidi, gli organi e le pratiche corporee delle donne sono state oggetto di un processo di privatizzazione, cattura ed espropriazione che si confermano al giorno d’oggi attraverso la criminalizzazione della prostituzione.

Le scelte lessicali della celebre teorica queer destano più di una perplessità. L'applicazione del termine privatizzazione a fluidi come il latte, organi e pratiche corporee è alquanto incongrua, in quanto con questo vocabolo si designa il processo economico che comporta il trasferimento della proprietà di un ente o di un'azienda dal controllo statale a quello privato. In che senso latte e organi umani verrebbero ceduti dallo Stato ai singoli individui? E in che senso questa operazione potrebbe definirsi un'espropriazione, ossia una privazione della proprietà o di altro diritto reale, imposta dallo Stato, dietro indennizzo, per ragioni di pubblico interesse? Il periodo pare illogico. Inoltre, oggetto di privatizzazione sono enti e imprese, non esseri umani. Non si possono considerare questi ultimi alla stregua di beni alienabili!

Sia pure con lemmi impropri, Preciado ha inteso esprimere però un concetto ben preciso. Il suo cruccio è che alla fine del XVIII secolo liquidi e organi del corpo femminile siano stati sottratti al sistema produttivo e allo spazio pubblico, privati del loro valore di scambio, dichiarati intangibili e destinati ad essere consumati (il latte) e usati (gli organi) nella sfera privata. Benché più chiaro, il periodo rimane inquietante proprio per la rivendicazione e la glorificazione della mercificazione di ogni singola parte del corpo femminile.

Lo stesso passo ècaratterizzato da altre scelte terminologiche confuse e contemporaneamente allarmanti, come l'accostamento dell'espressione beni naturali inalienabili e non negoziabili ai fluidi, organi e pratiche corporee delle donne. Ora: i beni sono cose che possono formare oggetto di diritti (art. 810 del Codice Civile) o, in un'accezione economica, oggetti disponibili in quantità limitata, reperibile e utili, cioè idonei a soddisfare una domanda. Dunque, secondo Preciado, gli organi, i fluidi e le pratiche corporee delle donne sarebbero null'altro che cose, oppure oggetti disponibili, reperibili sul mercato e atti a soddisfare la domanda. E' questo il nuovo modo di declinare il femminismo e l'anticapitalismo?

Vi risparmio le mie considerazioni sul concetto di beni naturali, altrettanto impropriamente impiegato, mentre una breve riflessione merita l'uso senza specificazioni dei vocaboli fluidi ed organi. Dovremmo inferirne che Preciado propugna l'inserimento sul mercato e la conseguente alienazione di sangue, reni, porzioni di fegato? Sono sicura di no, ma l'assenza di aggettivi che qualifichino i sostantivi impiegati potrebbe suscitare fraintendimenti.

La teorica queer lamenta l'espulsione dalla sfera economica, ossia la sottrazione alla mercificazione, tanto dell'allattamento al seno dei bambini altrui, quanto delle pratiche sessuali femminili (prostituzione) e ci offre una sintetica ricostruzione storica del baliatico solo parzialmente corretta. Fino al XVIII secolo, osserva, le donne della classe operaia si guadagnavano da vivere come balie dei bimbi delle famiglie aristocratiche o borghesi, finché lo scienziato Carlo Linneo pubblicò un pamphlet intitolato La nutrice malvagia in cui esortava le donne ad allattare al seno i propri figli per evitare contaminazioni di razze e classi attraverso la suzione del latte e invitava i governi a vietare per queste ragioni la pratica del baliatico. La dissertazione di Linneo avrebbe condotto alla criminalizzazione delle nutrici, alla svalutazione del lavoro delle donne e alla loro reclusione nello spazio domestico".

La ricostruzione offertaci da Preciado presenta errori che vale la pena rilevare, semplicemente per dimostrare quanto edulcorata e poco corrispondente alla realtà sia la rappresentazione dell'attività e della vita della balia, così come - lo vedremo in seguito - quella della donna prostituita.

L'allattamento al seno (balie da latte) e talvolta l'allevamento per alcuni anni dei bambini altrui (balie da pane) nell'età moderna era praticato soprattutto dalle contadine, tra le quali costituiva una (non la sola) delle numerose occupazioni cui dovevano attendere e una fonte di integrazione del reddito. Non mancavano però le balie residenti in città, che non appartenevano però alla classe operaia.

Alla cura delle nutrici venivano affidati i bambini dei brefotrofi che potevano essere accolti nelle abitazioni delle balie oppure essere allattati e allevati all'interno degli ospedali. In quest'ultimo caso le donne assunte erano costrette ad abbandonare per un lungo periodo le proprie case, le proprie famiglie e qualsiasi altra attività. Olwen Hufton nel saggio Donne, lavoro e famiglia pubblicato nel volume Storia delle donne. Dal Rinascimento all'età moderna sostiene che le nutrici assunte dai brefotrofi si collocavano al livello più basso della categoria ed erano esposte al serio rischio di contrarre dai neonati malattie sessualmente trasmissibili come la sifilide.

Alle balie affidavano i figli gli aristocratici, gli esponenti del ceto medio cittadino che ritenevano che l'aria della campagna rendesse il latte delle nutrici più sano e corroborante e le lavoratrici impegnate in attività che si svolgevano in ambienti insalubri e pericolosi, impedendo loro di allattare i neonati. In questo caso si trattava di una pratica alternativa all'abbandono temporaneo dei lattanti al brefotrofio. Per le donne aristocratiche, invece, il ricorso alle nutrici era determinato dall'adempimento degli obblighi sociali, da ragioni estetiche, ma, soprattutto, dall'imposizione dei "doveri coniugali". Era infatti diffusa la convinzione che i rapporti sessuali durante l'allattamento corrompessero il latte e danneggiassero le facoltà cognitive del neonato e, poiché il matrimonio era finalizzato alla riproduzione, gli uomini (e sottolineo: gli uomini) decidevano di ricorrere alle balie per evitare di privarsi dei servizi sessuali delle mogli per troppo tempo (almeno 18-24 mesi). La storica Christiane Klapish-Zuber in La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze sottolinea, a tal proposito, l'importanza dei valori patriarcali che riservavano ai padri le decisioni sullo svezzamento dei figli, riducendo al minimo l'influenza delle madri.

Inoltre i contratti di baliatico venivano stipulati solitamente tra uomini: tra i membri della commissione ospedaliera, oppure il capo famiglia che consegnava il figlio alle cure della nutrice e il marito di quest'ultima (il bayulo), che incassava i proventi del lavoro della moglie. Pertanto l'affermazione di Beatriz Preciado secondo cui "il latte" nel XVIII secolo "cessa di appartenere alle donne per appartenere allo Stato" non ha alcun fondamento, perché il "prezioso liquido biopolitico", per usare l'espressione della teorica queer, non apparteneva né allo Stato, né alle donne che lo producevano, ma era di proprietà dei mariti.

Gli aristocratici potevano consegnare i loro figli ( a Firenze le femmine) alle nutrici di campagna, oppure potevano ospitare le balie nelle loro dimore (nel capoluogo toscano per far loro allattare i maschi). Le nutrici ospitate nei palazzi dei nobili possono definirsi privilegiate rispetto alle altre: percepivano un buon salario e non erano sottoposte ad eccessive fatiche. Tuttavia, la loro esperienza comportava sacrifici non lievi: erano costrette ad abbandonare la famiglia e il proprio neonato, affidato ad un'altra donna, per almeno 18 mesi. I rapporti sessuali erano loro preclusi, perché, come affermava un medico: "una nutrice deve essere considerata soltanto come una mucca da latte. Dal momento in cui perde questa qualità, essa deve essere immediatamente licenziata". [citato da Yvonne Knibiehler, Corpi e cuori, in Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne. L'Ottocento, p.331].

La mortalità dei neonati affidati alle balie era molto elevata. Nel 1870, nel Morvan, in Francia, la morte colpiva dal 65% al 70% dei bambini assistiti dalle nutrici provenienti da Parigi, il 33% dei bimbi affidati alle balie, ma di origine locale, e il 16% dei bambini allattati dalle mamme. Oberate da impegni e occupazioni di ogni genere, le nutrici non potevano consacrare troppo tempo alla cura dei lattanti. [Ibidem, p.331] Ma le cause fondamentali dell'alto tasso di mortalità erano da imputare soprattutto alle condizioni malsane delle abitazioni e alla scarsità di igiene che generava malattie allora incurabili che colpivano soprattutto i bambini di costituzione più debole.

Quando declina la pratica del baliatico? La dissertazione di Linneo assume davvero un'importanza cruciale? In Italia, per la verità, fin dal Quattrocento medici e predicatori avevano criticato aspramente l'affidamento dei lattanti alle nutrici, senza che ciò esercitasse la minima influenza sulla diffusione di questa consuetudine. Le critiche vennero riprese alla fine del Seicento e soprattutto nel Settecento, nell'età dei Lumi e furono, soprattutto, i philosophes come Jean-Jacques Rousseau e Pietro Verri ad enucleare una serie di prescrizioni da imporre alle donne, concepite esclusivamente come madri, come il dovere di allattare i propri figli per garantirne il corretto sviluppo e per arginare l'allarmante fenomeno della mortalità infantile. Ancora una volta era la cultura maschile, nell'esercizio di un'egemonia di lunga durata, a definire le qualità femminili da promuovere e da approvare. Carmela Covato nel saggio Fra norma e cura. Madri e padri nel secolo dei lumi riconduce il declino del baliatico alla preoccupazione di arginare l'elevato tasso di mortalità infantile manifestata dagli intellettuali illuministi e dai ceti dirigenti che nel Settecento mostrarono un'inedita attenzione per le politiche demografiche e sostiene che questa interpretazione sia condivisa da quasi tutti gli studiosi. Tuttavia, la preoccupazione dei governi per l'incremento della popolazione produsse anche esisti diversi. In Francia, dopo la disfatta di Sedan nel 1870, si ritenne indispensabile combattere efficacemente la mortalità infantile per accrescere il numero dei futuri coscritti e garantirsi la rivincita contro la Prussia, dai cui provvedimenti sociali si attinse ispirazione. Così, nel 1874 venne promulgata la legge Roussel che stabiliva che le nutrici dovessero essere sottoposte al controllo dei medici ispettori per garantire che il lattante venisse allevato nelle migliori condizioni igieniche. Per la storica Yvonne Knibiehler, da cui ho tratto queste informazioni, non sono le critiche degli illuministi e la loro mistica della maternità a decretare la scomparsa della pratica del baliatico, quanto piuttosto la diffusione del biberon nel Novecento. Anche Giovanna Fiume osserva come il ricorso al baliatico proseguì nel secolo dei lumi presso i ceti aristocratici e borghesi, mentre nell'Ottocento si diffuse tra le famiglie operaie, soprattutto nelle grandi città. [Giovanna Fiume, Nuovi modelli e nuove codificazioni. Madri e mogli fra Settecento e Ottocento, in Marina D'Amelia (a cura di), Storia della maternità, Laterza, Bari, 1997, p.91]. Nella campagna lombarda, ad esempio, ma anche in quella bellunese, il baliatico diventò una pratica frequente proprio nel corso dell'Ottocento, a causa del deterioramento delle condizioni di vita delle famiglie contadine e della polverizzazione del regime fondiario, che rese l'allattamento mercenario una indispensabile fonte di integrazione. A questo proposito scrive Elena De Marchi: "Le donne di campagna si potrebbero modernamente definire come una manodopera "flessibile" all'interno dell'aggregato domestico, adatta a svolgere attività diverse nell'arco della vita, senza risparmio di fatica. Se la nascita di nuovi mestieri e di nuovi ruoli femminili fa pensare alla pianura dell'Olona come un territorio in rapido cambiamento, al contrario l'autorità esercitata dai padri, dai mariti, dai fratelli, all'interno della famiglia, non fu minimamente scardinata. Ritroviamo spesso le figure maschili a ritirare i salari femminili nelle filande locali, i mariti delle balie a riscuotere semestralmente le sovvenzioni in "roba e denaro" presso il brefotrofio di Santa Caterina [...] Che, tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, un rapido mutamento avesse coinvolto e scosso il mondo rurale è indiscutibile, tuttavia i rapporti di potere all'interno della famiglia e della società rimasero ancora pressoché immutati". [Elena De Marchi, Dai campi alle filande. Famiglia, matrimonio e lavoro nella "pianura dell'Olona" 1750-1850, Franco Angeli, Milano, p.312].

L'affidamento dei poppanti alle nutrici proseguì quindi nell'Ottocento, a dispetto delle veementi critiche degli Illuministi che lo consideravano una pratica innaturale. Le convinzioni dei philosophes, tuttavia, vennero progressivamente recepite dagli aristocratici e dai borghesi che nel XIX secolo ricorsero sempre meno di frequente alle balie, a differenza delle lavoratrici e ciò determinò, evidentemente, una riduzione del salario delle balie, ossia una svalutazione della loro attività, come osserva Beatriz Preciado. Tuttavia, la storica Olwen Hufton, che constata la presenza di questo fenomeno in Francia, aggiunge che, più che alla propagazione delle idee degli illuministi, la diminuzione della pratica del baliatico vada attribuita al fatto che, progressivamente, soltanto le donne povere che non potevano trovare altre fonti di sostentamento presero in considerazione la possibilità di diventare nutrici. Esse non erano adatte, peraltro, a soddisfare la domanda delle famiglie benestanti che desideravano rivolgersi a contadine sane e robuste che abitassero in belle fattorie. [Olwen Hufton, Donne, lavoro e famiglia, in Georges Duby e Michel Perrot (a cura di), Storia delle donne. Dal Rinascimento all'età moderna, pp.42-43].

Il declino della pratica dell'allattamento mercenario non comportò una svalutazione generale del lavoro delle donne, per il motivo, assai semplice, che quest'ultimo è sempre stato sotto remunerato e ipersfruttato e che il salario femminile veniva riscosso o consegnato ai padri o ai mariti. Né si può affermare come fa Beatriz Preciado che la scomparsa del baliatico abbia determinato la reclusione delle donne nello spazio domestico, in primo luogo perché quella di balia era di per se stessa un'attività che si svolgeva in casa, tranne che per le nutrici interne ai brefotrofi, e inoltre perché costituiva soltanto una delle numerose occupazioni cui erano addette le donne.

Questo rapido quadro dovrebbe indurci a comprendere quanto poco giustificato sia il rimpianto di Preciado per l'epoca in cui vigeva la pratica del baliatico. Erano bei tempi quelli in cui le nutrici venivano considerate "mucche da latte", i neonati morivano come mosche, alle lavoratrici era concessa come unica alternativa quella di affidare i figli a una balia o abbandonarli temporaneamente all'orfanatrofio, le donne erano gravate da mille impegni, lavoravano come dannate e i mariti passavano all'incasso? Nemmeno l'appartenenza all'aristocrazia garantiva un'esistenza così spassosa e divertente, dal momento che le donne benestanti trascorrevano l'esistenza tra adeguamenti ai doveri coniugali, gravidanze e parti che si susseguivano a ciclo continuo, costituendo quasi una sorta di catena di montaggio della nobiltà.

Se la rappresentazione dell'esistenza e dell'attività delle nutrici da parte di Beatriz Preciado appare idilliaca, quella della condizione delle prostitute sembra appartenere al regno della patafisica, tanto è assurda.

Per le definizioni la teorica queer si avvale del linguaggio marxista, impiegato però in modo improprio e scombinato, cosicché la figura della prostituta viene dipinta come un ircocervo capitalista sfruttato e precario, dotato di carne produttiva subalterna. (Gulp!).

Questa smisurata confusione deriva dall'uso errato dell'espressione "mezzi di produzione" che indicano quei mezzi (macchine, utensili, materie prime, terre), di proprietà dei capitalisti, che, attraverso l'applicazione della forza lavoro dei dipendenti, vengono impiegati per ottenere prodotti finiti a valore aggiunto. Di conseguenza, affermare che "la questione marxista della proprietà dei mezzi di produzione trova, nella figura della sex worker, una modalità esemplare di sfruttamento" non ha alcun senso, in quanto non si è mai visto un capitalista (vale a dire un proprietario dei mezzi di produzione) sfruttato! Al massimo potrà autosfruttarsi, se svolge nella propria azienda le stesse mansioni di un dipendente! E quali sarebbero poi questi famosi mezzi di produzione della prostituta? Le "risorse affettive, linguistiche e somatiche"? Ma neanche per idea! Queste semmai potrebbero configurarsi come la somma delle attitudini fisiche ed intellettuali che compongono la forza lavorativa, la quale, però, per riferirci ancora a Il capitale, è separata dalla persona che la possiede, sicché a costituirsi come merce è la capacità di lavoro, non l'individuo. Soprattutto, nutro seri dubbi sul fatto che i clienti si rivolgano alle prostitute per fruire delle loro competenze linguistiche e affettive. Riprenderò fra poco questo punto.

Per ora osservo come secondo Beatriz Preciado la principale ragione dell'alienazione della prostituta va individuata non tanto nell'estrazione del plusvalore dal suo lavoro, bensì nel disconoscimento della sua soggettività economica e politica. Si dà il caso, però, che nei Paesi Bassi e in Germania, Stati che hanno proceduto alla regolamentazione della prostituzione, le condizioni di vita delle donne che praticano rapporti mercenari siano a dir poco pessime, come ho già dimostrato in altri articoli. L'alienazione, lo sfruttamento, l'oppressione e, soprattutto, la violenza sono infatti strettamente connesse all'esistenza stessa della prostituzione. Sono gli stessi clienti, infatti, a non riconoscere le donne prostituite come esseri umani, ma a concepirle come merci da consumare, come oggetti sessuali da dominare. Altro che soggetti economici e politici! "Carne produttiva subalterna", appunto, per usare un'espressione di Preciado. Subalterna e sfruttata da qualsiasi uomo lo desideri e che si erge a suo padrone sessuale. E' giusto che esista una categoria di donne ridotta a mera carne, subordinata a chiunque?

Nel suo articolo Preciado si produce in una crepitante serie di paragoni virtuosistici e illusionistici, allo scopo di generare una sorta di "poetica della meraviglia" che colpisca il lettore distogliendolo da ogni considerazione critica sulla realtà della prostituzione, che viene abilmente rimossa. La sex worker - afferma- è un'osteopata, manipolatrice di muscoli, un'attrice che simula il desiderio (ma non si era scritto, qualche riga prima, che il corpo della prostituta è fonte di verità?), una pubblicista, o meglio, un'addetta alle pubbliche relazioni, quasi si trattasse di una persona che intrattenesse i clienti in piacevoli conversazioni sulla metafisica (o sulla patafisica?) e sulla fenomenologia dello spirito.

In conformità con la teoria degli atti locutori, Preciado pretende di produrre una realtà che al contempo occulta la crudezza dell'esperienza raccontata da tante ex prostituite, un'esperienza che rimane scolpita nei loro corpi, ad esempio in quelli di quel 68% di donne affette da sindrome da stress post-traumatico, tipica di chi ha subito violenze sessuali, di cui pare non importar nulla a nessuno. Di stupri (il 57% li ha subiti, secondo i dati riportati da uno studio di Melissa Fraley), di aggressioni fisiche (71%), di minacce con le armi (64%), di omicidi, di tasso di mortalità elevatissimo non c'è traccia nell'articolo di Beatriz Preciado.

E non viene neppure menzionata la penetrazione che pure costituisce l'essenza della prostituzione. Non si era detto che un pezzo di corpo vale l'altro, che tutti possono essere immessi sul mercato? Non si era rimpianta forse l'esclusione degli organi dal sistema produttivo? E allora perché una così ferrea volontà di negare che la sex worker venda il proprio corpo? E' come se Beatriz Preciado si fosse impegnata fino allo spasimo, adottando una strategia elusiva, a sottrarre materialità e concretezza all'esperienza della prostituzione per renderla asettica, banale, attraente, senza però riuscire a convincere pienamente neppure se stessa.

Il grado piùelevato di mistificazione viene raggiunto nella definizione del lavoro sessuale come "risultato della cooperazione tra soggetti viventi basata sulla produzione di simboli, linguaggio ed emozioni". Ad essere occultato è l'esplicito rapporto di dominio che sussiste tra prostituita e cliente prostitutore che pretende di consumare nel modo che preferisce una merce che ha pagato. Ancora una volta, poi, viene celata l'essenza della prostituzione che consiste appunto in atti di penetrazione reiterati non desiderati e non certo nella produzione di simboli e vengono impiegate espressioni raffinate e asettiche, politically correct, per mascherare la realtà.

I linguaggi e le emozioni prodotte da un rapporto mercenario sono infatti di questo genere:

In definitiva... da questo tipo di troie devi andare solo per infilargli lo spiedo nel culo... lasciando perdere tutto il resto.Testata ieri, missilazzo intercontinentale. Periziata, il test è ancora in corso.
E' una bella manza, la vado a trovare e glie lo butto nel culo.
Sfondato il culo.
Ottimo investimento per svuotate di emergenza. Per quanto si lamenti non lo fa mai con determinazione, ci prova e se come me non battete ciglio andate avanti nello sfondamento. Non è entusiastica, ma ricordate che state chiavando una rumena. La pecorina nonostante lei si lamentasse mi ha dato soddisfazione e quando parlava troppo sfondandole la fregna le ho fatto capire che era meglio stare zitta che con me non attaccava. Consiglio solo agli amanti delle zoccolacce rumene.
Per quel poco di romeno che mi sono trombato in questi anni, mi sento di concordare con l'atteggiamento di sfondafregne... visto che noi andiamo da loro con i soldi veri e loro, per tutta risposta, cercano di incularti prima possibile... invito tutti gli amanti della sorca romena a spaccare loro il culo per bene senza ritegno.

Potrei proseguire per ore con questi brani che più che recensioni di rapporti sessuali, paiono descrizioni di invasioni militari e di atti di colonizzazione del corpo delle escort . (Questi passi li ho tratti infatti da escort forum). Il linguaggio impiegato, oltre che ultra sessista e razzista, è infatti bellico per questa ossessione aggressiva per lo sfondamento, per la rottura del "fronte nemico". Ai lamenti, alle manifestazioni di dolore delle ragazze questi clienti reagiscono esercitando una violenza ancora maggiore. La volontà di soggiogare, di imporre il proprio dominio alle escort è evidentissima. Come definireste questi rapporti? Una forma di cooperazione tra soggetti viventi? Non vi sembra mistificante una simile espressione?

http://www.gadlerner.it/2014/01/14/la-slealta-a-una-donna-si-paga-anche-se-fai-il-presidente





Anche io sono convinta che i personaggi pubblici abbiano diritto alla loro privacy, temo però che il primo ad averla messa a rischio sia stato Hollande stesso. Più grave è che abbia mostrato la stessa leggerezza nel maneggiare quella della compagna che ha esposto, lui per primo, al rischio di finire in piazza. 

Una volta diventata pubblica, la storia privata di un politico ha necessariamente ripercussioni sulla valutazione della sua persona. Nel caso specifico sulla sua affidabilià e lealtà, faccenda ben diversa da un giudizio sulla moralità della sua vita sessuale che, io credo, sia questione assolutamente non pertinente: Oggetto del giudizio non è il numero delle sue partner o la sua stabilità sentimentale ma la sua eventuale capacità di mentire e di essere sleale. 
 
Cosa che in verità non è accertata. Non lo sappiamo. Almeno non ancora. Non sappiamo cosa sapesse la sua compagna, non sappiamo quali fossero i loro "patti". E non lo sappiamo a prescindere dal fatto che fossero sposati o meno. Bisogna quindi essere molto cauti nello sparare giudizi.
 
Mi hanno però colpita e stupita assai, le puntualizzazioni, da parte di uomini e donne, sullo stato civile dei due come fosse argomento pertinente se non dirimente rispetto alla eventuale slealtà.
 
Immagino che questo sia un riconoscimento delle coppie di fatto.
E questo più che di corna francesi ci parla dell’Italia, secondo me.

Il periodico Closer ha rivelato la relazione del presidente francese Francoise Hollande con l'attrice Julie Gayet. Il presidente ha deplorato la violazione della sua vita privata. La compagna ufficiale del presidente - la premiere dame - la giornalista Valerie Trierweiler, ha avuto un crollo psicologico ed è stata ricoverata in ospedale. 

Durante la conferenza stampa sulla politica nazionale e internazionale, il presidente ha detto di mantenere il principio per cui gli affari privati si trattano in privato e ha chiesto il rispetto della sua intimità. 

Il ministro della Cultura, Aurelie Filippetti ha annunciato la revoca della nomina dell'attrice-produttrice Julie Gayet dai membri della giuria dei borsisti per l'Accademia di Francia a Roma, che ha sede a Villa Medici a Trinità dei Monti.

Il caso di Francoise Hollande è diverso da quello di Dominique Strauss-Khan e da quello di Silvio Berlusconi. Una relazione extraconiugale è diversa da molestie e violenze sessuali e da un sistema di prostituzione.

Il presidente ha diritto alla privacy. In primo luogo sta a lui saperla tutelare. Se la privacy viene violata il fatto va imputato ai giornali di gossip, non al giudizio pubblico. Si può discutere sulla legittimità dei giornali di gossip, tuttavia una volta che un fatto è reso noto, il pubblico si forma la sua opinione, che si ripercuote sulla valutazione della persona del presidente.

I moralisti giudicano il numero delle sue partner e la sua stabilità sentimentale. I libertari rifiutano questo tipo di valutazioni, rivendicano la libertà sessuale, la possibilità di cambiare vita, negano il valore della fedeltà coniugale

Più laicamente, è possibile riconoscere al presidente il diritto di condurre lo stile di vita che più gli piace. Nel rispetto degli altri. E' infatti, lecito valutare in modo negativo la sua capacità di mentire, di ingannare, di essere sleale. Ignoriamo i patti che legavano Francoise Hollande a Valerie Trierweiler, e non possiamo giudicare con certezza. Se l'ha ingannata, le ha fatto del male e questo può incidere nel giudizio sull'affidabilità del presidente. Quel che è sicuro, è che egli ha esposto, non solo la sua, ma anche la privacy della sua compagna ufficiale ad una pubblica intrusione.

Rispetto al tradimento della fiducia e alla esposizione della privacy della sua compagna, lo stato civile della coppia è del tutto ininfluente e sorprende sia stato da più parti puntualizzato come fosse un argomento pertinente. Siamo per il riconoscimento delle coppie di fatto. Hollande ha il diritto di conoscere lo stato di salute della sua compagna ricoverata in ospedale. La sua compagna ha il diritto di esigere lealtà, se lealtà le è stata promessa.

Mentre si discute se sia giusto o no, che il presidente paghi le conseguenze dei suoi atti, Valerie Trierweiler è ricoverata in ospedale e Julie Gayet è estromessa dalla giuria dei borsisti per l'Accademia di Francia a Roma.



(Traduzione di Maria Rossi)

Il quotidiano Die Tageszeitung (n.d.t: conosciuto anche con l'abbreviazione Taz) ha pubblicato una dura polemica contro Alice Schwarzer e a favore della prostituzione, scritta da Juanita Henning dell'associazione di prostitute  Dõna Carmen di Francoforte. Juanita Henning è finita sotto la luce dei riflettori nel giugno del 2009 quando ha chiesto, a nome di "77 puttane",  che venisse concesso ai bordelli il diritto di praticare tariffe flat (n.d.t. esborsando una certa somma, ad esempio, 70 euro, il cliente si garantisce la possibilità di avere qualsiasi tipo di rapporto sessuale con tutte le ragazze che desidera, per tutto il tempo che vuole. Si tratta, dunque, di una modalità di pagamento tutt'altro che favorevole alle prostitute!). Ha acquistato, a questo fine, ampi spazi pubblicitari su diversi quotidiani (il costo di  un annuncio è di 25.000 euro sulla Süddeutsche Zeitung). Ora l'associazione Dõna Carmen sostiene su Taz che parlare di "povertà delle donne che esercitano la prostituzione" sia una forma di "xenofobia" e di "razzismo mascherato". Per Henning, la prostituzione migrante è una sorta di " accordo amichevole tra le parti". Dopo la pubblicazione del testo, Heide Oestreich,  redattore di Taz, ha chiesto a Sabine Constabel se era disposta a replicare. Questa assistente sociale  svolge da 22 anni attività di sostegno alle prostitute di Stoccarda. Circa il 90% delle donne con cui lavora  si prostituisce per costrizione o per povertà e proviene dall'Europa dell'Est, mentre è assai  rara la "prostituta autodeterminata" di cui ama parlare Dõna Carmen. Constabel ha scritto la replica a  Juanita Henning che le era stata richiesta da Taz. Ma a Taz il suo testo non è piaciuto. La redattrice Ines Kappert lo ha respinto e la caporedattrice Ines Pohl, che è stata informata, non si è opposta. Probabilmente ha altro di cui preoccuparsi: deve spiegare perché ha censurato un articolo di un redattore di Taz che denunciava il rapporto con la pedofilia del Partito dei Verdi.

Perciò qui propongo il pezzo di Sabine Constabel che avrebbe dovuto essere pubblicato su Taz.


Dove  avete lasciato la coscienza? 

La prima volta che ho incontrato Juanita Henning dell'associazione Dõna Carmen è stata nel 2009, dopo una tavola rotonda che aveva organizzato a Stoccarda. Aveva criticato il raid al Pussy Club, la chiusura del bordello che praticava tariffe flat e l'arresto dei proprietari.  Riteneva che la decisione fosse il frutto dell'esistenza di una "coalizione conservatrice e fondamentalista che nutriva sentimenti xenofobi". Si riferiva principalmente alla polizia e alla pubblica accusa. La sua reazione di indignazione di fronte all'applicazione di tariffe flat  nel bordello fu questa: " Le donne venivano retribuite 10 euro all'ora. Era tutto perfetto!"

Questa frase mi è rimasta impressa nella mente. Henning pensava che 10 euro all'ora fossero una retribuzione adeguata per le prostitute. Due delle donne del bordello chiuso dalla polizia avevano soltanto 16 anni! Dieci euro per avere rapporti sessuali con un cliente dopo l'altro. I clienti aspettavano in fila dietro una tenda che fungeva da porta, attendendo che l'uomo che avevano di fronte finisse il rapporto e  toccasse finalmente a loro.

Il modo di esprimersi di Hanning è lo stesso di allora. Di nuovo, l'ex assistente sociale vede soltanto la prostituta indipendente autodeterminata, che ha scelto liberamente di prostituirsi e non è soggetta ad alcun vincolo coercitivo. L'età, la provenienza, il grado di istruzione, le violenze subite, nulla di tutto ciò conta, nulla di tutto ciò significa qualcosa.

Ma che dire allora di Ancuta di 24 anni, che ha appena chiamato in lacrime perché ha forti dolori all'addome e non può lavorare? Deve pagare ancora tre giorni di affitto. 240 euro, vale a dire 7 clienti. Lasciarsi penetrare sette volte o avere sette rapporti orali. Sette volte sono troppe per Ancuta. Ma se ora perde la sua stanza d'affitto, dovrà ritornare al bordello e dovrà pagare il doppio .

E che dire  di Angela che vuole imparare a leggere e a scrivere bene? Perché lei non vuole più  fare la "puttana". O di Donka, che è di nuovo incinta e ha bisogno di soldi per il suo terzo aborto?. Ha solo 19 anni e tanta voglia di tornare a casa dal suo bambino di 4 anni. Mi mostra continuamente le sue foto e dice che pensa solo a lui, giorno e notte. Dice che è l'unica ragione per cui sopporta questo "orribile lavoro".

E Rajna? Si prostituisce in strada da tre giorni. Perché è più conveniente. In precedenza ha lavorato come prostituta in una sauna. Pagava 70 euro al giorno per il biglietto d'ingresso, 40 euro per il pernottamento, 25 euro di tasse e 30 euro per la sistemazione del marito che è il suo protettore. Senza  cibo e senza soldi, che il marito spende nei bar e nelle sale giochi. E senza aver ancora inviato un soldo a casa. Poi ci sono stati dei problemi. Il marito l'ha riempita di pugni e ora lei ha un occhio nero. Ancora una volta.

E Noemi? Lei conta qualcosa per Dõna Carmen? Noemi ha mal di gola e ha il terrore di aver contratto di nuovo la sifilide. Molte ce l'hanno. Perché i clienti non usano i preservativi. Soprattutto per i rapporti orali. Noemi esegue ogni due mesi un test per la diagnosi delle malattie sessualmente trasmissibili, si lava continuamente i denti, ma ha comunque il mal di gola.

Noemi dice che le ci è voluto un anno  per abituarsi a questo lavoro. Il primo anno provava un tale disgusto da vomitare dopo ogni rapporto. Ora non piange più tutti i giorni. Solo a volte, quando pensa che quasi tutti a casa si aspettano che lei invii loro denaro. Almeno 500 euro al mese. Ha due fratelli disoccupati e una madre che le chiede aiuto. "Cosa posso fare? Tutti contano su di me!"

"E' possibile avere un rapporto sessuale, ad esempio orale, senza preservativo? " Ognuno ha il diritto di fare quel che vuole", dice Henning in un'intervista al periodico Stern.

E che dire di Monica, Ruska, Veronica e di tutte le altre? Tutte le storie sono simili. Ragazze come queste si trovano dappertutto: nei bordelli, nei clubs, negli appartamenti, per strada, nelle agenzie di escort. Ovunque si volga lo sguardo, si trovano ragazze come loro. E non sono eccezioni pietose. La percentuale di prostitute straniere registrate di recente a Stoccarda è pari al 90%. Provengono soprattutto dall'Europa dell'Est.

Alice Schwarzer sostiene che la prostituzione sia una questione di potere. Certo! E' a causa dell'esistenza di rapporti gerarchici di potere che molti uomini pensano di avere il diritto di comprare le donne. E di fare con loro quello che vogliono. I clienti più giovani  si credono i migliori, perché non provengono da un ghetto dell'Europa dell'Est e non  gliene importa nulla del fatto che le ragazze parlino il tedesco. Che si vuole di più?

Ci sono un bel po' di clienti che acquistano prodotti del commercio equo e solidale. Le uova di cui si nutrono a colazione non provengono da galline allevate in gabbia ed essi evitano di mangiare la carne degli animali d'allevamento. Lo considerano doveroso; sono sensibili a queste questioni. In questo caso ce l'hanno la coscienza.

Cosa disattivi quando il tuo cazzo devasta il corpo della donna? La coscienza. Perché interpreti la fatica della prostituta come " la gioia di svolgere il proprio lavoro"? Dove ficchi la coscienza quando  noti un occhio mal truccato, ma non ti accorgi delle bruciature sulla pelle della donna?  Hai pagato per questo?

E chi è solidale con queste donne? Chi sta al loro fianco?

Certamente non la signora Henning con la sua associazione Dõna Carmen. Queste persone negano le esperienze delle prostitute, negano la loro realtà, si oppongono al sostegno e alla tutela di cui queste donne hanno urgentemente bisogno.

Perché a loro conviene che la polizia non possa ispezionare i bordelli e gli appartamenti in affitto, dal momento che con la riforma del 2002 le  forze dell'ordine sono state private del diritto di accesso e di intervento nei locali dove si esercita la prostituzione. Ora Dõna Carmen, che si autodefinisce un "progetto per puttane", chiede che vengano abrogate le seguenti sezioni del codice penale tedesco: la sezione 180  che sanziona "lo sfruttamento della prostituzione", la sezione 181 sulla concessione degli appalti e anche la sezione 233 che punisce "il favoreggiamento della tratta degli esseri umani"!

Naturalmente non basta ai lobbysti il fatto che la riforma del 2002 faccia dipendere i procedimenti penali contro lo sfruttamento della prostituzione e contro la tratta dalla testimonianza delle vittime. Troppo spesso ciò significa che le giovani donne dovrebbero testimoniare contro i genitori, i mariti, i fratelli, i vicini di casa. Non sorprende che la polizia chieda da tempo la riforma della legge.

Henning si presenta come fondatrice di Dõna Carmen un'  "Associazione per la tutela dei diritti sociali e politici delle prostitute". Non sarebbe molto più onesto definirsi esponente della lobby dei proprietari di bordelli?

Nel 1988 una donna  affermò quanto segue in una pubblicazione di Hydra (un'associazione di prostitute) intitolata "Beruf: Hure" (Professione: puttana): "Tuttavia, trovo che uscire dalla prostituzione, uscire da quel giro sia la cosa più importante per una prostituta". Una frase del genere  in quell'ambiente significherebbe oggi essere inclusi nella lista nera. Proprio come  un' espressione come questa: "  Ho avuto problemi psicologici: la repulsione per ogni tipo di cliente, problemi di identità , la perdita di fiducia in me stessa".

Tra tutti questi lobbysti, l'unica cosa che mi rimane è la fiducia nella tenacia di Alice Schwarzer. La fiducia nel fatto che ella proseguirà la lotta contro la banalizzazione della prostituzione e contro il mercato degli schiavi che si sta diffondendo tra di noi e che rappresenta una tragedia. Una tragedia che colpisce tutti.  



di TK 


E' molto probabile che io non abbia capito davvero cosa è nella pratica femminista il partire da sè. 
Nella mia testa significa ritrovare il vero proprio sè, quello che ci siamo perse, ricoperto da ciò che ci è stato insegnato che dobbiamo essere e che dobbiamo desiderare. Partire da sè per me significa questo. Chi sono davvero io, cosa voglio, che desidero. Significa riaffermare la propria soggettività, per liberarsi dall’imposizione di una identità collettiva di genere. 
Mi pare cosa assai diversa da quella proposta da Christian Raimo di cui mi sembra un perfetto esempio la confessione su abbatto i muri: partire da sè non significa vomitarmi i vostri mal di pancia di uomini in crisi, perchè non intendo prendermene cura. non mi interessano. in qualità di che poi, terapeuta? femminista? donna? crocerossina?
A che serve dirmi perchè rompete le scatole fino ad ammazzarci? 
Lo so già perfettamente perchè lo fate. Lo so io e lo sapete voi. Fiumi di parole si sono scritti sull’uomo in crisi
Parti da te per dirmi perchè sei un maschilista o un violento? E chi se ne frega, se fai lo stronzo te ne vai a quel paese o in galera. Punto.
Il partire da sé, secondo me, ha senso se significa liberarvi dalle gabbie imposte anche a voi dai ruoli di genere, per scoprire chi veramente siete e cosa veramente volete essere, partendo appunto da voi, per recuperare quella soggettività che vi fa altro dalla narrazione patriarcale della mascolinità.
Un viaggio diverso, una storia diversa dal vomito liberatorio e autoassolutorio che vi vede raccontare la violenza che subiamo come espressione delle vostre debolezze e dei vostri disagi. Debolezze e disagi che poi dovrebbero rendervi tutti simili. mostri e mostriciattoli che si ritrovano e rispecchiano nella narrazione dell’uomo, oggi in crisi, fragile e imperfetto.
Partire da sé è, io credo, decostruire forse l’idea stessa che ci sia una mascolinità a cui dare contenuti, nuovi o vecchi che siano e in cui vorreste riconoscervi.
Una cosa è interrogarsi su chi si è a prescindere dall'essere maschi, in un mondo regolato da un sistema che prevede precisi ruoli e identità stabiliti dal genere e un'altra cosa è fare di questo viaggio una assolutoria autodenuncia e presa d'atto che siete degli incapaci di intendere e volere, per di più con la pretesa della sospensione del giudizio (perché non siete colpevoli ma solo imperfetti e siamo pari, perché imperfette anche noi…ma guarda un po'!).
E siccome lo siete tutti, chi più e chi meno, chi da mostro e chi da mostriciattolo infine siete dei poveri cuccioli a cui bisogna prestare attenzione e ascolto.
E chi dovrebbe farlo? Noi, che non siamo mostri e mostriciattoli, che vittime mai, che fragili assolutamente no?
Io direi che abbiamo già dato.

Raimo scrive:

Gli assenti ancora una volta, purtroppo viene da dire, sono stati gli uomini. Non sono mancati interventi pubblici, anche in luoghi importanti, ma la maggior parte di questi discorsi dei maschi, pur nella loro acutezza, mancano spesso dell’elemento essenziale che sarebbe utile per un dialogo: il partire da sé. Ossia: non tanto porsi il problema della violenza di genere, non tanto criticare i modelli di maschilismo invalsi, non tanto raccontare quando fummo colpevolmente cauti da non stare dalla parte delle donne vittime, quanto provare a esplorare la propria educazione sentimentale e sessuale maschile, la propria tensione verso la violenza, la propria somiglianza di genere rispetto ai questi incredibili bruti.
[C. Raimo, 29.12.2013]

Naturalmente parlo per me, la vostra somiglianza di genere a questi bruti la conosco già. E sono convinta che la conoscano tutte le donne. Non me la dovete raccontare e, soprattutto, non la voglio sentire ancora e ancora. L’orecchio non lo metto a disposizione. Aspetto notizie nuove. Ditemi chi siete andando al di là di quella somiglianza di genere, deresponsabilizzante e tanto tanto confortante.
Sono convinta che ci siano donne che hanno sentito un incredibile numero di volte il raccontino pubblicato su abbatto i muri.
Penso perfino somigli tanto a quello che il maritino fa con un bel mazzo di fiori in mano, ripresentandosi alla mogliettina con la faccia gonfia di botte. Altro che buttare giù la maschera, è mettersi quella del paraculo. Nulla di nuovo.

Gli assenti sono stati gli uomini, dice Raimo. Vero. Ma per fare presenza intendete ribadire, ancora e ancora, le vostre somiglianze di genere? Ancora??
Basta guardarvi per vederle, non potete limitarvi a guardarvi allo specchio.
Partire da sé è un’opera di scavo, è tirare fuori quello che c’è sotto quella immagine, che non necessita di essere raccontata: la vediamo! Tutti i giorni.
Il colpo di scena dovrebbe essere un intellettuale che mi racconta la sua violenza inesplosa e la sua somiglianza ai bruti?
Il colpo di scena sarebbe che gli uomini cominciassero a raccontare cosa li fa diversi, cosa desiderano di diverso da ciò che gli è stato insegnato che devono essere e che devono desiderare.
Partire da sé dovrebbe significare partire dalla propria soggettività proprio per sottrarsi alla somiglianza di cui parla Raimo.
Partire da sé è ripensarsi a prescindere da un modello imposto. E' questo che gli uomini non hanno mai fatto. E' questa la novità di cui sono in attesa.
E infatti lo sa anche Raimo:

Sono d’accordo che la violenza è male, so riconoscere che la mia educazione e il contesto sociale in cui vivo mi hanno incoraggiato a essere indulgente con questo approccio sessista, so che c’è in me una forma di tensione alla violenza di genere che per fortuna non esplode, ma ora? cosa posso fare? riprogrammarmi? sperare di non dare mai corpo alle tendenze violente che covano nella mia psiche? insomma cosa ne faccio della violenza?
[C. Raimo, 29.12.2013]

Appunto.
Tutto questo ce lo siamo già detti. Lo sappiamo. Invece di trastullarvi ancora con le vostre fragilità e le vostre violenze inesplose, volete finalmente partire da ciò che realmente desiderate per poterlo perseguire?
Significa riprogrammarvi? E lo so, è un percorso lungo e difficile. Una faticaccia!

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