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Matteo Renzi e il subentro a Enrico Letta

Sapevamo che la vittoria di Matteo Renzi alle primarie avrebbe determinato un dualismo con il presidente del consiglio Enrico Letta. Era già successo che i disegni e le ambizioni del segretario del principale partito del centrosinistra entrassero in collisione con la tenuta del governo e del suo presidente. Con Massimo D'Alema ai danni di Romano Prodi nel 1998 e con Walter Veltroni sempre ai danni di Romano Prodi nel 2008. Tante volte è successo con i governi a centralità democristiana in seguito ai mutati equilibri che si realizzavano nei congressi della DC. Sempre preceduti da ipocrite rassicurazioni al presidente del consiglio in carica. Ricordo nel febbraio 1989, il congresso che elesse segretario Arnaldo Forlani, mentre Ciriaco De Mita era capo del governo. Ricordo l'intervento di Antonio Gava, uno dei grandi elettori del nuovo segretario. Rivolgendosi a De Mita, teneva la mano sul cuore dichiarando solennemente che sul sostegno al governo, parola d'onore, non si scherza. Poi in estate la nuova maggioranza democristiana portò a capo del governo il ministro degli esteri Giulio Andreotti. Ad un vertice internazionale, presenti entrambi, fu immortalato lo scambio delle penne, a significare un ipotetico scambio di poltrone, che poi non ci fu. Ministro degli Esteri divenne il socialista Gianni De Michelis. Ad un recente incontro con Matteo Renzi, Bruno Tabacci ha raccontato al nuovo segretario che noi democristiani il problema del presidente del consiglio in carica lo risolvevamo offrendo il ministero degli esteri. Offerta che in effetti ad Enrico Letta è stata fatta, ma che ha rifiutato, durante il suo breve tentativo di resistenza.

Quello che non sappiamo è perchè nel giro di pochi giorni ci sia stata una accelerazione che ha portato ad uno spodestamento brutale del presidente del consiglio in carica. Fino ad una settimana fa sembrava certo che Matteo Renzi volesse diventare premier vincendo le elezioni e che caso mai avesse in mente di provocare le elezioni il più presto possibile, al limite il prossimo anno. Invece tutto è precipitato e questa precipitazione è stata costellata da un attacco del presidente della Confindustria Giorgio Squinzi al governo Letta e dall'uscita di un libro dell'inviato del Financial Times, Alan Friedman, edito dalla RCS, la stessa casa editrice del Corriere della Sera, che rivela i retroscena dell'estate del 2011, da cui si evince che fin da luglio il presidente della repubblica Giorgio Napolitano sondava la possibilità di sostituire il presidente del consiglio di allora Silvio Berlusconi con Mario Monti. Una rivelazione che pare aver indebolito la tutela di Napolitano su Enrico Letta, successore e continuatore di Mario Monti. Un libro che si intitola Ammazziamo il gattopardo, ma che per adesso sembra favorire proprio una operazione gattopardesca, che vede dietro il nuovo leader il sostegno delle tradizionali classi dirigenti. Tutti i principali quotidiani appoggiano il cambio al vertice del governo, il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, il Sole 24 Ore. Dunque, la borghesia italiana sollecita e sostiene l'avvicendamento a Palazzo Chigi, perchè il governo Letta non sarebbe in grado di garantire i provvedimenti da essa richiesti: l'abbassamento delle tasse, il taglio della spesa corrente, la riforma del mercato del lavoro, la sburocratizzazione, le riforme istituzionali. Provvedimenti ritenuti necessari per sfruttare le opportunità di ripresa nel 2014. Anche la minoranza del PD guidata da Gianni Cuperlo, ancora maggioranza nei gruppi parlamentari, sostiene l'avvicendamento, perchè il nuovo premier potrebbe garantire il completamento della legislatura. Matteo Renzi coglie l'attimo, perchè – sostiene Enrico Mentana intervistato da Daria Bignardi – è nella sua natura, in politica contano molto le ambizioni personali, e poi non ha un'altra strada per raggiungere il suo scopo.

Qui arriviamo al modo in cui Matteo Renzi, i sostenitori renziani nel PD, i commentatori a lui favorevoli, come Enrico Mentana, Massimo Giannini, Giancarlo Bosetti e Massimo Gramellini, giustificano l'operazione. Il governo Letta ormai era immobile. Il PD non poteva fargli l'opposizione, essendone il principale sostenitore. Invece potevano fargliela con successo il M5S e Forza Italia, guadagnando consensi con una campagna populista e antieuropeista alle elezioni europee di maggio. Il PD avrebbe scontato nelle urne l'impopolarità di un governo già oggi sceso ad un consenso popolare del 25% e la sconfitta elettorale del PD sarebbe stata imputata al suo nuovo segretario. Renzi in un primo tempo avrebbe puntato sulla riforma elettorale, sull'abolizione del senato, sull'abolizione delle province. Ma questo piano di riforme istituzionali era destinato ad impaludarsi. Renzi ha voluto andare subito al governo per uscire dalla palude. O almeno provarci. La strada delle elezioni anticipate sarebbe stata ostruita dalla contrarietà di Giorgio Napolitano. Prospettiva da lui definita ancora ieri una sciocchezza. Inoltre, le elezioni anticipate si svolgerebbero con la legge elettorale in vigore, il cosiddetto consultellum, cioè con il porcellum corretto dalla consulta, senza il premio di maggioranza alla camera e con il voto di preferenza. Ovvero, con la proporzionale. Il cui esito prevedibile darebbe di nuovo un parlamento diviso tra tre forze equivalenti: PD, Forza Italia, M5S. Con l'ultima indisponibile ad allearsi e le prime due costrette alle larghe intese, cioè ad un governo di nuovo paralizzato.

Il ragionamento dei renziani non fa una grinza dal loro punto di vista, dal punto di vista degli interessi del loro leader e forse del loro partito. Anche se il popolo delle primarie, la più larga opinione pubblica di sinistra non ne sembra convinta. I sondaggi sui principali quotidiani sulla cosiddetta staffetta hanno dato tutti un esito sfavorevole intorno all'80-90%. Anche i sondaggi degli istititi demoscopici (Demos, IPR) risultano si ampiamente favorevoli ad una svolta di governo, ma sfavorevoli o molto scettici rispetto al subentro del sindaco di Firenze. Renzi infatti dichiara che nei primi cento giorni farà cose esplosive, tali da far dimenticare la staffetta. Ergo, in questo passaggio lui stesso si rende conto di non fare la figura del vincente, ma solo quella del prepotente manovriero, che entra in contraddizione con se stesso e riabilita i metodi del personale politico da lui rottamato. Ha buon gioco Pippo Civati a ricordare le dichiarazioni fatte durante il confronto su SkyTg24. E' vero che tutti pensano che in politica la coerenza non sia una virtù da poter pretendere. Ma non è la stessa cosa contraddire soltanto la dichiarazione del giorno prima, fossero anche decine di dichiarazioni, o contraddire persino un elemento costitutivo della propria identità e missione. L'investitura popolare contro la cooptazione era un elemento costitutivo dell'identità politica di Matteo Renzi in lotta contro il vecchio gruppo dirigente. Perciò, non è detto che la staffetta potrà essere dimenticata molto facilmente.

Il governo Monti e il governo Letta sono state due operazioni molto discutibili, ma si giustificavano con un presunto stato di necessità. Il governo Monti doveva salvare l'Italia dalla speculazione, il governo Letta, con le larghe intese, doveva dare una soluzione all'esito delle elezioni 2013, da cui non era uscita vincente una chiara maggioranza parlamentare. Oggi, l'Italia non è sull'orlo del baratro finanziario ed ha una maggioranza in parlamento. La stessa su cui si poggerà il governo di Matteo Renzi. Quindi, il nuovo governo non può darsi una giustificazione dal punto di vista dell'interesse generale. Ma solo dal punto di vista dell'interesse del suo leader e forse del suo partito. Basti immaginare cosa diremmo se una vicenda analoga avesse visto protagonista il partito avversario. Se fosse Forza Italia il perno della maggioranza di governo e se nell'ambito di quel partito, di quella maggioranza, una emergente Marina Berlusconi detronizzasse un Gianni Letta. Chiederemmo a gran voce le elezioni.

La promessa di uno straordinario programma di riforme istituzionali e di riforme sociali, di una legislatura costituente, oltre ad essere poco credibile, si scontra con la legittimità di un parlamento la cui rappresentanza è alterata dal premio di maggioranza e i cui eletti sono stati di fatto nominati dai leader dei partiti: Grillo, Berlusconi e Bersani. Con un parlamento pienamente legittimato, un parlamentarista, un proporzionalista, può accettare che vi sia un cambio di governo e di maggioranza, anche senza passare dalla verifica del voto. Ma la nostra attuale classe politica, soprattutto il nuovo leader, sostiene l'ideologia maggioritaria e la centralità del governo, addirittura del premier. E in ogni caso, questo parlamento non ha quella piena legittimazione. Anche lo svolgimento della crisi in sedi extraparlamentari, per quanto in streaming, ne mortifica ulteriormente la funzione, ne ribadisce l'irrilevanza. Un passaggio parlamentare è ritenuto superfluo, una perdita di tempo.

Il fatto di non avere fiducia nell'esito delle elezioni, nella razionalità dell'elettorato, non può essere una buona ragione per preferire di avere fiducia nelle qualità vitali ed energiche di un leader che saprebbe al posto nostro qual è il vero bene del paese. Nè la contrarietà del presidente della repubblica può davvero reggere nel momento in cui almeno due dei tre principali partiti vogliono le elezioni anticipate e si rendono indisponibili a sostenere qualsiasi governo. In verità, noi non possiamo pensare di conoscere sul serio il risultato delle prossime elezioni politiche, limitandoci a proiettare nel prossimo futuro i sondaggi odierni. Nè possiamo sapere quali soluzioni un parlamento pienamente legittimato potrebbe saper trovare. Non è detto che gli attuali partiti nel prossimo parlamento vorranno semplicemente replicare se stessi. Meglio la sovranità popolare che l'uomo della provvidenza. Se poi nella peggiore ma non obbligata delle ipotesi, la maggioranza che sapremo esprimere sarà soltanto un compromesso tra PD e Forza Italia, vorrà dire che sarà quella, sarà comunque meglio dell'imporsi al governo di una minoranza priva di legittimità.

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