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Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro




di Maria Rossi


Qual è la differenza tra prostituta, badante, operaia, colf? E' questa la domanda che formula laglasnost in un articolo in cui nega recisamente l'esistenza di qualsiasi diversità tra queste attività.

Vorrei offrire anch'io una risposta a questo quesito, confutando  al contempo le argomentazioni contenute nel post, che illustra chiaramente le posizioni sostenute dalle persone favorevoli alla prostituzione e, proprio per questo, merita di essere commentato.

La blogger di Abbatto i muri accusa anzitutto le femministe abolizioniste, rappresentate dall'aborrita MacKinnon, incarnazione del male, novella strega da ardere sul rogo, di assimilare e confondere sex working e tratta.

Una precisazione: la posizione abolizionista è sostenuta da femministe provenienti da tutti i continenti e appartenenti alle più svariate correnti: radicale, materialista, marxista, anarchica ( ebbene sì! anche anarchica)... e alle più diverse etnie. Occultare questa realtà e ridimensionare l'ampiezza del fronte abolizionista, riducendolo alle posizioni sostenute da una sola persona, che si è precedentemente provveduto a screditare, è un astuto procedimento retorico, la cui applicazione consente di delegittimare le posizioni dell'avversario.

Analizziamo ora il contenuto dell'affermazione di laglasnost. A confondere, o meglio, ad intersecare in un indissolubile intreccio prostituzione coatta e volontaria non sono le femministe abolizioniste, bensì il mercato e i suoi protagonisti: mafiosi e magnaccia illegali e legali, convertiti, questi ultimi, dagli ordinamenti giuridici dei Paesi che hanno legalizzato il fenomeno, in rispettabili imprenditori dell'industria del sesso. Nei bordelli spagnoli esercitano la prostituzione molte ragazze vittime di tratta direttamente reclutate  dai proprietari stessi dei locali.  Lo stesso accade negli eros center tedeschi, come dimostra un'inchiesta di Der Spiegel, la cui traduzione verrà prossimamente pubblicata dal blog Consumabili. Nei Paesi Bassi, i primi in Europa ad aver adottato un modello regolamentarista, la diffusione della prostituzione coatta, secondo le stime proposte da operatori qualificati [1], si aggirerebbe tra il 50% e l'85- 90% del totale [2]. Nelle vetrine del celebre quartiere a luci rosse di Amstersam: il De Wallen, frequentato da circa 220.000 clienti all'anno, molti dei quali turisti stranieri, tutte o almeno il 90% delle prostitute risultano assoggettate ad un magnaccia, che estorce loro almeno la metà dei proventi. Il dato è fornito dalle stesse ragazze che praticano rapporti mercenari e confermato da poliziotti ed assistenti sociali [3].

La tratta, la coercizione, lo sfruttamento intensivo ad opera dei magnaccia sono dunque presenti negli stessi locali dove la prostituzione viene legalmente praticata, gli unici, per altro, ad essere soggetti al controllo delle autorità. Come può un cliente distinguere tra vittime di tratta e prostitute volontarie, se le une e le altre esercitano fianco a fianco nello stesso luogo?

Inoltre, la legalizzazione della prostituzione, incentivando la domanda locale e straniera (turismo sessuale), produce anche un  incremento dell'offerta legale ed illegale, tratta inclusa. Lo conferma uno studio recente  che giunge  a questa conclusione attraverso l'analisi dei dati quantitativi di 150 Stati. In Germania, in particolare, il numero delle vittime di tratta, decresciuto dal 1996-1997 al 2001, quando raggiunse una cifra oscillante tra 9870 e 19740, ha subito un considerevole incremento dopo la promulgazione della legge sulla regolamentazione della prostituzione, passando a 11.080 (cifra minima) -22.160 (dato massimo) nel 2002 e a 12.350-24.700 nel 2003. Nel 2004 si è assistito a un' ulteriore espansione del fenomeno, che concerneva ormai 32.800 persone [4].

Questi sono dati aggiornati al 2004. Nel 2011, invece, secondo l'Ufficio federale della polizia criminale (BKA), si sono avuti soltanto 636 casi segnalati di «tratta di persone a fini di sfruttamento sessuale», cioè quasi un terzo in meno che 10 anni prima. Tuttavia, esistono molte donne dei paesi della UE «la cui condizione suggerisce che siano vittime della tratta, ma è difficile fornire prove che reggano in tribunale», si legge nel rapporto della BKA. Dipende tutto dalla testimonianza delle vittime, scrivono gli autori, ma si nota «scarsa volontà di cooperare con i servizi di polizia e di assistenza sociale, in particolare nel caso delle presunte vittime della Romania e della Bulgaria». E dopo che le donne hanno osato dire qualcosa, le loro denunce «vengono spesso ritirate» (Der Spiegel).

Nei Paesi Bassi il numero di vittime del traffico di esseri umani segnalato ogni anno a CoMensha (l'agenzia centrale cui è demandata la registrazione  del fenomeno) è triplicato negli ultimi anni. Fino al 2005 la cifra oscillava tra le 257 e le 424, ma è aumentata costantemente dal 2006, anno in cui ha raggiunto il numero di 579 [5]. Supponendo che circa la metà del fenomeno (come è assodato accada dal 2007 al 2009) riguardi la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, fino al 2005 si avrebbero tra le 124 e le 222 vittime di questo reato, cifra che si eleverebbe fino a 289 nel 2006. Nel 2007 il numero delle donne assoggettate alla tratta aumenta, fino a raggiungere la cifra di 343, un quarto delle quali (84) minorenni. Nel 2008  vi è un'ulteriore, vertiginosa, crescita delle vittime che diventano 475, un quinto delle quali (93) minorenni, mentre nel 2009 si registra un calo. Le donne sottomesse al traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale identificate in quell'anno, infatti, scendono a 423, 45 delle quali risultano essere minorenni [6]. Nel 2010 il numero di vittime della tratta, tuttavia, raddoppia rispetto all'anno precedente, raggiungendo la cifra di 797 [7].

Come rilevano, però, gli estensori del rapporto Trafficking in Human Beings le statistiche non rispecchiano la reale entità del fenomeno che rimane in gran parte occulto [8]. Abbiamo infatti precedentemente osservato come le stime di prevalenza della tratta e della prostituzione coatta  nei Paesi Bassi siano elevatissime. Ciò va anche attribuito al fatto che la legalizzazione trascina, inevitabilmente, con sé anche l'autorizzazione normativa di determinate forme di lenocinio, ovvia conseguenza della trasformazione della figura dello sfruttatore in rispettabile imprenditore del sesso. Nei Paesi Bassi si è proceduto anche alla legittimazione dell'intermediario parassita, una figura simile al "caporale" presente nell'agricoltura italiana: un individuo che vive dei proventi della prostituzione altrui [9]. La distinzione tra lenocinio coercitivo e lenocinio non violento rende assai difficile perseguire tanto il primo quanto la tratta, per la difficoltà di distinguere il primo dal secondo.

Appurato che l'interconnessione tra prostituzione e tratta è operata dal mercato e favorisce la sostanziale impunità dei trafficanti, proseguiamo nell'analisi dell'articolo della blogger di Abbatto i muri, che formula una serie di domande interessanti.

Perché - si chiede  - al sex working viene riservato un trattamento diverso che agli altri lavori? Perché una prostituta viene considerata vittima e una precaria, un'operaia, una cameriera no? Perché non ci poniamo il problema di quanto poco gradite possano essere queste attività? Sono tutte professioni liberamente scelte? «Perché tra i diversi mestieri  si dovrebbe giudicare particolarmente grave quello in cui si impiega un pezzo di corpo, piuttosto che un altro»? Non si dovrebbe garantire a tutti la possibilità di vedersi riconosciuto il diritto di eseguire la professione che si preferisce, fruendo del più ampio ventaglio di diritti e garanzie?

Prima di rispondere a queste domande, vorrei formularne una anch'io: se un'attività non è gradita, deve essere necessariamente svolta? Si ritiene giusto, eventualmente, implementare servizi  di sostegno  che ne agevolino l'abbandono?

La blogger di Abbatto i muri offre una risposta positiva al mio quesito. Scrive infatti: «Credo perciò sia necessario esigere condizioni e strumenti affinché chiunque, non solo le donne, si liberino da lavori non graditi quando essi non sono precisamente una scelta ma corrispondono ad un bisogno economico». Le faccio i miei complimenti. Se si applicasse questo principio si perverrebbe praticamente all'abolizione della prostituzione. La pratica dei rapporti mercenari è dettata nella quasi totalità dei casi dalle necessità di sopravvivenza. Non è un caso che sia diffusa soprattutto tra le donne più povere, in particolare tra le straniere provenienti da Paesi devastati dalle politiche neoliberiste di aggiustamento strutturale. (In Europa la maggioranza delle prostitute è originaria della parte orientale del continente e della Nigeria) Ricordo, a questo proposito, il fenomeno della femminilizzazione della povertà che, nel mondo, colpisce il 70% delle donne, le quali ricevono un decimo dei salari maschili, possiedono un centesimo della proprietà terriera e costituiscono i due terzi degli adulti analfabeti.

Queste diseguaglianze di genere si manifestano anche nella perpetuazione  della dicotomia corpo/mente che, assieme ad altre,  sorregge la struttura patriarcale, riducendo le donne a pezzi di carne al servizio della sessualità maschile.

Non solo. Numerose ricerche mostrano l'elevato tasso di violenze subite dalle donne prima del loro ingresso nella prostituzione: il 59% è stata maltrattata e dal 55% al 90% di loro ha subito abusi sessuali durante l'infanzia. Nello studio condotto nel 2003 da Melissa Farley e dalle sue collaboratrici in 9 Paesi, il 63% delle 854 prostitute intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di incesti o aggressioni sessuali nel periodo prepuberale [10], percentuale che sale al 75% in una ricerca svolta in Australia nel 2008 [11]. E' evidente come tali abusi abbiano esercitato un'influenza profonda sul destino di queste bambine e ragazze.

L'età media di ingresso nella prostituzione - risulta dalla ricerca di Farley - è di circa 19 anni, ma il 46% ha iniziato prima di aver compiuto i 18 anni [12].

Infine, vorrei far notare come l'89% delle prostitute intervistate da Melissa Farley ha espresso la volontà di abbandonare la pratica dei rapporti mercenari, ma ha affermato di non avere la possibilità di farlo [13]. Del resto, ad esempio, soltanto il 6% dei comuni olandesi ha approntato servizi di sostegno all'uscita dalla prostituzione per chi lo desideri [14].

Alla luce dei dati sopra riportati, mi chiedo che spazio abbia l'autodeterminazione nella pratica dei rapporti mercenari e come possa un cliente distinguere la prostituta  volontaria da quella che non lo è affatto (la stragrande maggioranza, come risulta evidente dalle cifre succitate).

Il significato attualmente attribuito al concetto di autodeterminazione andrebbe, per altro, attentamente analizzato e decostruito per  renderne manifesta l'assoluta compatibilità e corrispondenza alle richieste del sistema neoliberista e di quello patriarcale.  Potrei affrontare l'argomento in un altro articolo. Per ora mi limito ad osservare, con Françoise Héritier, che rivendicare il diritto  delle donne a vendere il proprio corpo significa occultare il diritto degli uomini a comprarlo.

Mi accingo ora a rispondere alle domande poste dalla blogger di Abbatto i muri.

In primo luogo contesto il fatto che le femministe abolizioniste  si disinteressino dello sfruttamento  delle lavoratrici, questione che ci appassiona e ci preoccupa fortemente. Ricordo a laglasnost che una delle più illustri sostenitrici di questa posizione, la marxista Carole Pateman critica il concetto di contratto perché, lungi dal collocare entrambe le parti su un piano di parità, genera il diritto politico nella forma dei rapporti di dominio e di subordinazione che rendono possibile l'estrazione del plusvalore e, dunque, il pieno dispiegamento dello sfruttamento dei lavoratori [15]. Di qui l'auspicio al superamento del lavoro salariato e del modo di produzione capitalista.

Personalmente, poi, sono favorevole all'adozione di soluzioni come la riduzione drastica dell'orario di lavoro a parità di salario, l'abolizione del precariato e l'introduzione di un reddito minimo garantito che consenta a tutte/i di liberarsi dalle costrizioni economiche che inducono a svolgere attività  scarsamente remunerate e poco gradite. E qui affiora il tema del rifiuto del lavoro, attualmente agitato, oltre che dai post-operaisti, dai teorici della "critica del valore", che annoverano tra i loro esponenti la femminista tedesca Roswitha Scholz. Ora, benché questi ultimi non si siano mai interessati direttamente al fenomeno della prostituzione, hanno tuttavia pubblicato nel 2012 una raccolta di saggi di aperta disapprovazione della reificazione della sessualità, fenomeno  che interpretano come direttamente collegato all'affermazione del modo di produzione capitalista (Il testo  si intitola Sexe, capitalisme et critique de la valeur = Sesso, capitalismo e critica del valore).

Quanto ai poco graditi lavori domestici e ai lavori di cura accenno ad alcune soluzioni proposte dalle stesse/i abolizioniste/i: estensione del welfare, remunerazione, socializzazione dei servizi, ripartizione egalitaria delle mansioni tra uomini e donne.

Ma veniamo alla questione cruciale. Perché la prostituzione si differenzia da qualsiasi altra occupazione? O meglio: perché non può definirsi propriamente un lavoro?

La domanda ammette una pluralità di risposte.

Osservo, in primo luogo, in accordo con l'anarcofemminista Irène Pereira  e con la filosofa Rhéa Jean, come la sussunzione della sessualità nella sfera del lavoro comporti  la perpetuazione dell'asimmetria delle relazioni sessuali, che per gli uomini costituirebbero sempre  occasioni di godimento e per le donne anche un'attività di sussistenza caratterizzata dall'asservimento alle istanze di piacere maschili  (la prostituzione è in grande prevalenza femminile) o comunque uno strumento di appagamento dei desideri degli uomini che asseconda e riproduce il fallocentrismo. Sono convinta, invece, che noi femministe dovremmo rivendicare la sottrazione della sessualità femminile   alla sfera mercantile e la sua assegnazione  a quella del piacere, favorendo anche in questo modo il raggiungimento della parità tra uomini e donne e l'abbattimento del patriarcato.

La prostituzione rappresenta una forma di mercificazione del corpo e di subordinazione molto diversa dalle altre per molteplici ragioni. In primo luogo, come mi ha fatto acutamente notare Massimo Lizzi, formulando un concetto per certi versi simile a quello elaborato da Carole Pateman, la mercificazione non è necessariamente costitutiva di attività come il lavoro operaio che potrebbe essere organizzato secondo un modo di produzione non capitalista e, quindi, in forma diversa dal rapporto salariato (caratterizzato dalla vendita della forza lavoro a un dominante: il padrone). Al contrario, la mercificazione è connaturata alla prostituzione che si sostanzia, appunto, in un atto di compravendita del corpo delle donne, senza del quale essa non esisterebbe.

Il capitalista - aggiunge Pateman - è interessato  non tanto al corpo dell'operaio, quanto piuttosto al conseguimento del profitto attraverso l'appropriazione dei prodotti del suo lavoro. Viceversa, nella prostituzione l'oggetto del contratto è il corpo della donna e l'accesso sessuale ad esso.

Il fatto che sul mercato siano in vendita corpi, in quanto tali, somiglia molto alla schiavitù. Nessuna forma di forza lavoro può essere separata dal corpo, ma soltanto attraverso il contratto di prostituzione l'acquirente ottiene il diritto unilaterale all'uso sessuale diretto del corpo di una donna. [16]

Nella prostituzione, istituzione cruciale del sistema patriarcale, il rapporto di subordinazione agli uomini  e la mercificazione del corpo delle donne si dispiegano all'ennesima potenza, in quanto le prostitute, oltre ad essere assoggettate ai magnaccia (circa il 90% di loro) [17], costituiscono oggetto di consumo e possesso sessuale temporaneo di tutti gli uomini che le desiderano.

Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico, [..] la legge del diritto sessuale maschile viene affermata pubblicamente e gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne - ecco cosa c'è che non va nella prostituzione [18].

Ora: la natura di questo rapporto è perfettamente chiara ai clienti. «Io vado a puttane perché è chiaro da subito il sinallagma. Io ti pago perché voglio godere, tu ti pieghi perché ti do dei soldi!!», osserva un utente del sito Gnocca Travels. La mediazione del denaro  conferisce ai clienti lo status di padroni sessuali temporanei della donna-merce acquistata. E che le prostitute costituiscano  un prodotto merceologico  lo affermano loro stessi, disquisendo, appunto, di "qualità del prodotto", lamentandosi del fatto che in Italia sia ormai difficile " scopare merce buona" o parlando di "usato sicuro" o, al contrario, di "spazzatura" [19]. I clienti si percepiscono come "tecnici" che sperimentano l'efficacia e le prestazioni di un prodotto, di una macchina da sesso e, pertanto,  impiegano verbi come "provare", "periziare", "testare", effettuare un "controllo di qualità". In altri casi, invece, concepiscono il rapporto mercenario come l'impressione  del proprio marchio sulla donna-merce, per cui  parlano di "mettere una tacca" o di "timbrare" una prostituta o una sua parte del corpo (le natiche, ad esempio) [20].

La prostituzione è, dunque, l'esplicitazione più chiara del rapporto patriarcale di dominio degli uomini sulle donne. Non dimentichiamo, poi, che la frequentazione di prostitute straniere, che sono la maggioranza, può esprimere un desiderio di esotizzazione e di inferiorizzazione dell''altro" che assume connotazioni razziste e coloniali. Osserva, a questo proposito, un operatore di strada della Lila:

La molla attrattiva [delle prostitute straniere] non è dovuta né al prezzo, né alla bellezza, piuttosto e in maniera decisiva, all'idea del diritto di conquista, del diritto alla dominazione che queste ragazze suscitano nell'utente [21].

Il sociologo Emilio Quadrelli, a sua volta, rimarca:

A noi sembra che questa cultura della sottomissione possa essere definita, senza esagerazioni, coloniale. Tipicamente coloniali sono l'ambivalente percezione (un misto di attrazione e repulsione) del corpo del nativo come lascivo, la sua rappresentazione come carne indifferente, priva di "anima" e di individualità, la sorridente indifferenza con cui il cliente umilia o brutalizza la donna - un comportamento analogo a quello del colonizzatore che spia le contorsioni di un nativo sotto la sferza [22].

L'intrusione reiterata, l'occupazione da parte di estranei del corpo della donna prostituita e la connessione che sussiste tra sessualità e percezione di sé comporta, non di rado,  implicazioni sul suo stato di salute. Su quest'ultimo  sono stati condotti studi che sono approdati a risultati preoccupanti.  Dalla loro lettura si evince che dal 60% all'80% di prostitute soffre di disturbi fisici, psichici o sessuali: dalla sindrome da stress post-traumatico (68%), un disturbo riscontrato in particolare nelle vittime di stupro e di violenza fisica, oltre che nei veterani di guerra, a  quella di  dissociazione e di decorporeizzazione, all'apatia, a turbe della sensibilità corporea e sensoriale: ipoestesia, anestesia, soglia di tolleranza al dolore molto elevata con conseguente tendenza a trascurare i sintomi di malattie importanti. Si tratta di meccanismi di rimozione che vengono attivati allo scopo di salvaguardare le persone prostituite da situazioni estremamente stressanti. Per lo stesso motivo si riscontra spesso tra di loro un elevato tasso di abuso di alcool (52% secondo uno studio di Melissa Farley) e di droga (48%), così come la presenza di ansia o di depressione che può condurre  ad ideazioni suicidarie. Quanto ai disturbi fisici, una prostituta può contrarre malattie sessualmente trasmissibili (HIV, epatite B e C, sifilide, tubercolosi), è esposta a gravidanze indesiderate, può essere soggetta ad infezioni uterine ed anali. Può inoltre sviluppare con notevole frequenza disturbi gastrointestinali: dolori allo stomaco, nausea, vomito, disturbi pelvici e molti altri tipi di affezioni [23].

Sono  le prostitute stesse ad istituire un collegamento diretto tra il profondo malessere  da cui sono pervase e la reiterazione di atti sessuali  indesiderati e mercificati. Le testimonianze riportate nel libro Les clients de la prostitution - l’enquête di Claudine Legardinier e Saïd Bouamama sono, a questo proposito, estremamente eloquenti. Vi è chi descrive con estrema precisione  le strategie psicologiche attivate per tollerare esperienze evidentemente traumatiche: la desensibilizzazione, la riduzione ad automa, la disconnessione dal proprio Sé, la disattivazione del pensiero e delle emozioni, la ricerca dell'oblio attraverso l'abuso di alcool, di droga, di psicofarmaci. C'è chi sviluppa rituali ossessivi di pulizia per espellere  dal proprio corpo la presenza contaminante dei clienti. E' la stessa funzione assolta dalla nausea, sintomo di rigetto degli intrusi che hanno violato la loro intimità. Alcune prostitute cercano di proteggersi, evitando di rivolgere lo sguardo al cliente o limitando il più possibile i contatti con il suo corpo, per preservare la distanza  tra il sé e l'altro. «Certi pensano che siamo animali da sesso» - osserva Paule - «In realtà gli uomini non li tocco. L'odore, la pelle, occultavo tutto per non vedere che i soldi. Frapponevo barriere per non vedere, per non sentire, i loro denti, il loro sudore, il loro alito. Posavo appena la punta delle dita sulle loro spalle».

Vi sono prostitute o sopravvissute alla prostituzione che descrivono la propria esperienza come devastante. «Le aggressioni fisiche non sono nulla in confronto al dolore interiore che vi lacera, che vi impedisce di respirare» - afferma Leila. E Alexandre: « Ciò che si fa qui, ci divora interiormente, allo stesso modo di una malattia, ci divora completamente, fisicamente, moralmente, psichicamente, ci fa sprofondare nella miseria». Mylène, ex prostituta di lusso in un appartamento in Germania osserva: «La cosa più brutta è di essere stata comprata: tu non sei niente, io ti pago. [...] Mi servo di te come di un vaso: per svuotarmi». Monika considera la propria un'esperienza di annullamento della soggettività, di dissolvimento dell'Io. «Non ho più fiducia in me stessa. Sono stata distrutta, sono stata stuprata. Ho perduto la mia identità. Quanti anni ho? Chi sono io? Qual è il mio nome? [N.d.A Spesso le prostitute  adottano pseudonimi nell'esercizio della loro attività] » [24].

Inoltre,  la violenza è intrinsecamente connessa all'esercizio della prostituzione, quali che siano le norme giuridiche che la regolano e le prassi che la caratterizzano. Lo dimostra  uno studio di Melissa Farley e colleghe che hanno rilevato, anche in Stati come la Germania, l'elevata frequenza  di stupri (63% del totale, il 50% ne ha subiti più di 5), aggressioni fisiche (61%), minacce con le armi (52%) nei confronti delle prostitute [25].

Si aggiunga, infine, l'elevato tasso di mortalità associato all'esercizio della prostituzione. Uno studio prospettico effettuato da John J. Potterat nel 2003 negli USA relativo a 1969 donne ed esteso ad un arco temporale di 33 anni ha dimostrato che le persone prostituite presentano un tasso di mortalità elevatissimo: 459 decessi rispetto ad una media di 5,9 ogni 100.000 abitanti. L'età media del trapasso è di 34 anni. Le cause della mortalità sono: omicidio, overdose, incidenti, abuso di alcool. La prostituzione è l'attività che comporta il più elevato rischio di morte per assassinio ad opera dei clienti o degli sfruttatori: 204 casi ogni 100.000 abitanti rispetto ad una media di 29 per gli uomini e di 4 per le donne [26].

Se si concepisce la prostituzione come una professione identica alle altre, mi si spieghi quale altra occupazione presenta un grado di nocività altrettanto elevato, quale altra attività espone a rischi di "infortuni" e  a tassi di violenza così massicci.  Mi si chiarisca anche perché  nessuno si oppone alla chiusura di una fabbrica che produce amianto, reclamando, invece, giustamente  la riassunzione degli operai in uno stabilimento  che non comporti pericoli per la salute o l'occupazione in altri settori, mentre si accetta tranquillamente  un "mestiere" collegato a un così elevato tasso di malattie fisiche e psichiche, di violenza, di stupri, di mortalità. E' accettabile che in Germania, Paese assunto come modello da molti sostenitori della legalizzazione, il 63% delle prostitute intervistate da Farley abbia subito uno o più stupri?

L'ampia diffusione della sindrome da stress post-traumatico e della violenza sessuale ha indotto un buon numero di femministe radicali a definire la prostituzione «stupro a pagamento». Esse rifiutano la formula «mercificazione del corpo», perché costituisce una metafora economica, quando ciò che caratterizza la prostituzione non è lo scambio di denaro (questa - osservano - è piuttosto la prospettiva assunta dall'aggressore che definisce i propri atti in funzione del loro prezzo), quanto piuttosto la violenza sessuale, che esprime il potere di dominio maschile sulle donne nella sua forma più cruda.

Cosa osterebbe alla definizione della prostituzione come stupro a pagamento?  Il consenso, si potrebbe rispondere, ma riferito a che cosa?  Le condizioni del rapporto, il tipo di atti sessuali previsti vengono concordati dettagliatamente nel contratto di  prostituzione? E tali condizioni vengono rispettate?   Teniamo presente che la dazione di denaro non è ininfluente nel determinare la configurazione  della relazione, giacché il cliente ritiene di acquistare non solo una prestazione, ma il potere sulla donna e il  diritto di   farle ciò che è stato pattuito, che lei voglia o no. «Io ti pago, tu ti pieghi» osserva appunto l'utente del sito Gnocca Travels sopra citato. Alcuni studi recenti confermano l'esistenza piuttosto diffusa di queste convinzioni tra i consumatori di rapporti mercenari. Il  27%  di 103 clienti londinesi ha spiegato chiaramente che, dopo aver pagato, "il cliente ha diritto di  fare qualsiasi cosa desideri", il 47% ha espresso in modo più o meno chiaro l'idea che "le donne non possiedono sempre certi diritti mentre si prostituiscono" [27]. Il 43% dei 113 clienti intervistati a Chicago ha dichiarato che la donna che si prostituisce "dovrebbe fare qualsiasi cosa le si richieda",  dopo essere stata pagata [28]. Come definire gli atti sessuali compiuti da uomini che nutrono queste convinzioni?

L'articolo della blogger di Abbatto i muri offre altri spunti di riflessione. Ne scelgo uno che mi consente di concludere il post con una rapida annotazione sull'accusa di complicità con il capitalismo che l'autrice rivolge ad alcune persone che si dichiarano contrarie alla prostituzione.

L'accusa mi fa sorridere, perché è il sistema prostituzionale, nella sua concreta esistenza, a concorrere in modo consistente all'espansione del modo di produzione capitalista, oltre che alla proliferazione delle mafie e alla dilatazione della tratta degli esseri umani. Il mercato del sesso costituisce un business molto redditizio che genera profitti dell'ordine di almeno 100 miliardi di euro all'anno, 30 dei quali in Europa.  Uno sfruttatore, nell'Europa Occidentale, può estorcere a una donna prostituita dai 100 ai 150.000 euro all'anno [29].

La prostituzione, come ho già osservato, è mercificazione dei corpi, è  estensione del rapporto mercantile ad attività che dovrebbero rimanerne rigorosamente escluse, come la sessualità.
Quindi è paradossale accusare di collusione con il capitalismo chi la vorrebbe abolire e definire, invece, anticapitalista chi la vorrebbe mantenere. Un'autentica assurdità.


Note:
[1] Poliziotti, finanzieri, dipendenti delle Camere di Commercio, medici, addetti agli uffici immigrazione, assistenti sociali, il Relatore dell'Ufficio Nazionale contro la tratta, membri dell'organizzazione De Rode Draad (il Filo Rosso: un gruppo di sostegno alle prostitute), esponenti della Fondazione contro la tratta e del gruppo nazionale che si occupa di questo problema e, infine, personale delle associazioni di aiuto alle vittime.
[2] KLPD - Dienst Nationale Recherche, Politie, Korps landelijke politiediensten, Schone Schijn (Salvare le apparenze), 2008, , www.amsterdam.nl/publish/pages/396761/schoneschijn.pdf, pp.14 e 76. Del brano a p.76 esiste anche una traduzione inglese a cura di un cliente di prostitute anglosassone trasferitosi nei Paesi Bassi. http://fleshtrade.blogspot.it/2008/09/sneep.html; http://consumabili.blogspot.it/2013/03/schiavitu-sessuale-nei-paesi-bassi.html. Cifre comprese tra il 30-40% e il 90% sono fornite anche  dagli esperti intervistati da Anton van Wijk e dai suoi collaboratori: Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep. Een onderzoek naar de prostitutiebranche in Amsterdam (Una professione vulnerabile. Un'indagine sul settore della prostituzione ad Amsterdam), 2010, p.164, http://www.ecpat.nl/images/13/1862.pdf
[3] Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep, cit, p.165. Del brano che riporta questi dati esiste anche  una traduzione in inglese sul sito già citato: http://fleshtrade.blogspot.it/2012/09/estimating-number-of-forced-prostitutes.html#uds-search-results: “On De Wallen there is virtually no prostitute who works without a pimp, at least that's what several interviewed respondents say, police as well as social work and the prostitutes themselves. The pimps can offer the prostitutes protection and share in the profits. The last thing isn't necessarily illegal, provided that the prostitute can decide this in full freedom. From interviews with prostitutes it emerges that strictly speaking nothing is necessarily wrong with pimps. They can arrange things for the prostitutes and act in the ways of a manager. A pimp in their experience is comparable to a boss from the normal business life. A number of prostitutes previously have also worked for a pimp, but can fend for themselves just fine now. Some admit that they still have 'a boyfriend', but according to the prostitutes themselves you can not speak of coercion or involuntariness. They decide for themselves when, where and how long they work. About their colleague-prostitutes on De Wallen, they say that 90 percent work for a pimp to whom they have to hand over a large part of their income (after deduction of the window rent half of the revenue). When prostitutes don't want to work for a pimp, these men sabotage the entry of customers by simply standing in front of the door permanently” . La stessa informazione è riportata nel rapporto Gemeente Amsterdam, Ministerie van Veiligheid en Justitie, Projectgroep Emergo, De gezamenlijke aanpak van de zware ( georganiseerde) misdaad in het hart van Amsterdam [L'approccio comune alle forme gravi di criminalità (organizzata) nel cuore di Amsterdam], 2011, p.84
[4] Seo-Young Cho, Axel Dreher and Eric Neumayer, Does Legalized Prostitution Increase Human Trafficking?”. Economics of Security Working Paper 71, Berlin: Economics of Security, 2012. http://www.diw.de/documents/publikationen/73/diw_01.c.405653.de/diw_econsec0071.pdf
[5] National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring, 2010, p.92. www.dutchrapporteur.nl/.../8e%20rapportage%20NRM-ENG-web_tcm64-...
[6] Ibidem, pp.97-98
[7] http://fr.myeurop.info/2013/03/27/prostitution-le-modele-liberal-neerlandais-remis-en-cause-7439
[8] National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings, cit., p.89.
[9] La materia è disciplinata dall'art.273 f del Codice Penale olandese che recita: “Chiunque costringe un'altra persona a prostituirsi, induce un minore a prostituirsi, recluta, preleva o rapisce una persona per obbligarla a prostituirsi in un altro Paese (ai sensi della Convenzione Internazionale del 1933 sulla repressione della tratta delle donne maggiorenni), ricava profitti dalla prostituzione forzata o di minorenni, costringe un'altra persona a consegnargli i proventi della prostituzione, è punito con la pena della reclusione fino ad  un massimo di otto anni”. Dutch Ministry of Foreign Affairs, Dutch Policy on Prostitution, Questions and Answers 2012, What penalties are imposed?, p.4. Si noterà come l'articolo, introdotto nel Codice Penale nel 2005, a differenza di quanto prevede la legislazione italiana,  non includa tra le fattispecie di reato il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione altrui, salvo che questo sia esercitato secondo modalità coercitive. Dunque:  vivere dei proventi della vendita dei corpi altrui costituisce un'attività legale, legittima, socialmente riconosciuta nei Paesi Bassi.
[10] Melissa Farley et al. , Prostitution and trafficking in nine Countries: an update on violence and posttraumatic stress disorder, 2003, pp 35; 42-43. http://www.prostitutionresearch.com/pdf/Prostitutionin9Countries.pdf
[11] Muriel Salmona, Pour mieux penser la prostitution: quelques outils et quelques chiffres qui peuvent être utiles…, 2012, http://stopauxviolences.blogspot.it/2012/09/article-de-muriel-salmona-en-reponse.html 
[12] Melissa Farley et al. , Prostitution and trafficking in nine Countries, cit.,  pp.39-41.
[13] Ibidem, p.34 e p.51.
[14] A.L. Daalder, Prostitution in the Netherlands since the lifting of the brothel ban, 2007, pp.15 e 70. www.wodc.nl/.../ob249a_fulltext_tcm44-83466.pd.
[15]  Carole Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, Roma, 1988, p.13.
[16] Ibidem, p.264.
[17] Conseil du statut de la femme, La prostitution: il est temps d'agir, 2012, p.28.
[18] Carole Pateman, Il contratto sessuale, cit., pp.270-271.
[19] Definizioni presenti sul sito Gnocca Travels.
[20] Definizioni presenti sul sito Escort Forum nella sezione delle "recensioni".
[21] Operatore di strada della Lila in Emilio Quadrelli, Corpi a perdere, in Alessandro Dal Lago, Emilio Quadrelli, La città e le ombre, Feltrinelli, Milano, 2003, p.236.
[22] Ibidem, p.238.
[23] Dati e informazioni tratte da Melissa Farley et al., Prostitution and Trafficking in Nine Countries;  Muriel Salmona, Pour mieux penser la prostitution : quelques outils et quelques chiffres qui peuvent être utiles…,  cit; Judith Trinquart, La decorporalisation dans la pratique  prostitutionnelle: : un obstacle majeur  à l'acces aux soins, in ecvf.online.fr/IMG/pdf/Trinquart.pdf
[24]  Claudine Legardinier e Saïd Bouamama, Personnes prostituées : ce qu’elles disent des clients, estratto del libro Id, Les clients de la prostitution - l’enquête; in http://sisyphe.org/spip.php?article2334
[25] Melissa Farley et al., Prostitution and trafficking in nine countries, cit., tabella p.43.
[26] Muriel Salmona, Pour mieux penser la prostitution: quelques outils et quelques chiffres qui peuvent être utiles.., cit.
[27] Melissa Farley, Julie Bindel, & Jacqueline M. Golding, Men Who Buy Sex, (2009), http://www.eaves4women.co.uk/Documents/Recent_Reports/MenWhoBuySex.pdf;
[28] Rachel Durchslag  and Samir Goswami, Deconstructing the Demand for Prostitution, 2008, http://www.slaverynomore.org/wp-content/uploads/2011/07/Deconstructing-the-Demand-for-Prostitution.pdf, p.18
[29] Fondation Scelles, L'exploitation de la prostitution: un fléau mondial, 2012, p.13 http://www.fondationscelles.org/pdf/plaquette_catherine_janvier2013.pdf

25 Responses to “Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro”

  1. Ma questo blog esiste per demolire le posizioni altrui? NOn riesce proprio a produrre nulla di suo?

  2. La risposta è già contenuta nell'articolo:
    "Vorrei offrire anch'io una risposta a questo quesito, confutando al contempo le argomentazioni contenute nel post, che illustra chiaramente le posizioni sostenute dalle persone favorevoli alla prostituzione e, proprio per questo, merita di essere commentato"

    Ma forse ti riferisci anche a questo post:
    http://www.massimolizzi.it/2013/06/contro-il-disprezzo-nei-confronti-delle.html
    Enrica, per esprimere la tua idea su come vada condotta una campagna antiviolenza, hai criticato il video di Viola Ledda, noi per esprimere la nostra idea abbiamo criticato il tuo articolo. E' la stessa cosa.

    Si dice, si contraddice, si viene contraddetti.
    Non prendertela, è la democrazia :)

  3. Non è essere contraddetta o criticata che non accetto, sono le tue modalità che non condivido. Sembri parlare dal pulpito, non ti metti in relazione con chi la pensa diversamente da te, esprimi le tue Verità, no le tue opinioni, e sembra che per farlo tu abbia necessariamente bisogno di distruggere quelle delle altre persone, no discuterle, criticarle, ma distruggerle. Ci sono persone che la pensano diversamente da te sulla prostituzione e sul sexworking perchè screditare le loro posizioni? criticale, discutele con chi la pensa diversamente, ma quell'atteggiamento "io ho ragione tu hai torto" è paternalista (e non parlo del blog criticato nel post sopra che comunque non seguo). Perchè quando hai letto il mio post sulla donna con l'occhio nero non sei venuto a parlarne con me? avresti trovato un ambiente accogliente te lo assicuro! hai preferito con capriole illogiche trarre le tue conclusioni. Molte donne non amano essere rappresentate come martiri, a molte donne quell'iconografia estetizzante della violenza non piace, a me non piace, ad altre invece potrebbe piacere in base al proprio vissuto personale, alle proprie esperienze. Ma tu/voi non hai scritto questa persona ha scritto questo, io la penso diversmente, la penso così.... Tu hai scritto: quella persona che la pensa in questo modo, sbaglia, ha torto, sicuramente è una maschilista, postfemminista (scusa ma che significa?). E c'è una bella differenza! Tu puoi esprimere la tua opinione, che può essere all'opposto della mia, comuqnue rispettando chi la pensa diversamente da te, ci riesci? Il tuo intervento è stato di una grande disonestà intellettuale, e non è un caso isolato. Allo slutwalk c'eri? io sì, ci sono state cose apprezzabili e cose meno. Ma quel tuo "fantastiche" nel titolo del post con cui stroncavi questa iniziativa, mi ha dato così fastidio! era un ridicolizzare, un paternalismo di chi vuole insegnare il femminismo. Tu non ti poni in relazione, tu distruggi. Tu mi hai dato della maschilista e della colpevolizzatrice di vittime per sostenere la tua oponione e questa non è democrazia, questo mi porta alla conclusione che non hai la capacità di porti in relazione con chi la pensa in maniera diversa da te, non hai l'ablità e l'umiltà di metterti in discussione, a questo punto ti chiedeo: sei sicuro del tuo contributo alle "lotte" femministe? Io non ho bisogno di te, te lo dico snceramente non ne ho bisogno.


  4. Enrica,

    faccio fatica a c'entrare il punto. Forse dovrei essere meno assertivo e più dubitativo? Non so. Non credo di screditare nessuno, cosa vuol dire screditare? Se dico che la persona X sostiene la regolamentazione perchè vuole gestire dei bordelli, denuncio un conflitto d'interesse, ma non dico nulla sulla validità o meno della regolamentazione. In questo senso, sarebbe un intervento che mira a screditare il mio interlocutore. Altra cosa è se dico che la regolamentazione, dove è stata attuata, non ha migliorato la condizione delle prostitute. Oppure se dico che la regolamentazione definisce nella legge dello stato la sessualità femminile come sessualità di servizio. In questo caso, scredito la posizione favorevole alla regolamentazione, ma lo faccio in modo pertinente, perchè mi pronuncio direttamente sulla sua validità. Puoi non essere d'accordo con questa posizione, ma è una posizione lecita e logica. Quindi, pertinente.

    Cerco di mettermi in relazione argomentando e confutando. Posso farlo nel tuo blog o a distanza, ma cosa cambia? Tu mi hai scritto qui, ma se lo avessi fatto a distanza, avrei comunque preso in considerazione la tua opinone e avrei cercato lo stesso di interloquire. O qui, o lì, da qualche parte insomma. Quando sono intervenuto sulla slutwalk sulla vosta pagina, magari sbagliando, ho percepito un atteggiamento di chiusura. Le "puttane" le ho definite "fantastiche", per significare che con quella marcia ne davate una rappresentazione non corrispondente alla realtà. Un titolo è fatto di poche parole, nell'articolo ho spiegato il perchè. Giusti o sbagliati, credo di avere usato argomenti corretti.

  5. Veniamo al tuo articolo. Hai scritto

    "Quelle immagini ci dicono questo:
    La donna con l’occhio nero non è capace di scegliere da sola. Non può decidere quando e se diventare madre. I medici obiettori sceglieranno per lei.
    La donna con l’occhio nero non può indossare minigonne, scollature, non può uscire da sola la sera, potrebbe essere pericoloso, è per il suo bene, è debole, va tutelata.
    La donna con l’occhio nero è una poveretta, è lì che aspetta che qualcuno vada a salvarla, un principe azzurro, un governo machista e la spirale di violenza riparte."

    Il commento qui è stato scritto da una donna femminista, che in queste parole, probabilmente ha letto un giudizio sulle "donne con l'occhio nero", che non sono immagini ma donne vere con esperienze di dolore. e i loro occhi neri non significano questa roba in cui la tua "opinione" le ingabbia.

    Ancora:

    "Le donne che subiscono violenza sono vittime di quella violenza, ma non sono vittime in quanto donne, lo status di vittima non annulla tutto il resto, per questo motivo un’iconografia che perpetua lo stereotipo della donna debole, di conseguenza vittima o potenziale tale, è dannosa in quanto mette in atto una sorta di circolo vizioso, una spirale della violenza dalla quale non se ne viene fuori."

    Questa cosa è offensiva nei confronti delle donne vittime di violenza in quanto donne.
    Cosa significa che non sono vittime in quanto donne? Mica che sono vittime in quanto deboli, vero?

    L'articolo di risposta è di una donna femminista che ha espresso le sue opinioni in maniera puntuale.

    Non so se tu, Enrica ti sei consultata con la Ledda prima di scrivere questo giudizio:
    "La donna con l’occhio nero è un’immagine funzionale a chi vuole privarci della nostra autodeterminazione e nello stesso tempo far finta di impegnarsi per noi promuovendo inutili provvedimenti contro il femminicidio, ma niente che lavori sulla prevenzione della violenza, niente che si impegni a garantire l’indipendenza, in primo luogo economica, delle donne."

    E' un giudizio molto duro ma è l'opinione di Enrica.
    Come immagino siano classificabili come opinioni di Enrica anche i giudizi sulle opinioni di Rama, che si è presa della paternalista (arg), dell'illogica, della distruttiva...
    Criticare non è screditare, un articolo di critica è l'occasione per una risposta in cui aromentare ulteriormente.

  6. Cara Enrica, l'articolo che ti ha rattristato l'ho scritto io, non Massimo. Lui l'ha pubblicato perché, da disertore del patriarcato, da pro-femminista e da uomo sensibile qual è, ha capito il dolore, la sofferenza profonda che ho provato quando ho letto l'articolo che hai pubblicato sul tuo blog ed è stato in grado di manifestarmi empatia, vicinanza e solidarietà. Ebbene sì. Te lo confesso. Sono una delle tante poverette dagli occhi neri. O meglio: io ho subito solo violenza psicologica, ma mia mamma, mia sorella e tante amiche e donne che conosco hanno subito violenza fisica e hanno provato profonda amarezza nel leggere le tue dure parole. Sono riuscita a contenere la rabbia e a smorzare il dolore devastante che le tue frasi mi hanno suscitato solo scrivendo il mio articolo, che Massimo, da uomo generoso e disponibile qual è, si è assunto la responsabilità di pubblicare sul suo blog.
    Enrica, tu hai scritto: "La donna con l’occhio nero non è capace di scegliere da sola. Non può decidere quando e se diventare madre. I medici obiettori sceglieranno per lei.
    La donna con l’occhio nero non può indossare minigonne, scollature, non può uscire da sola la sera, potrebbe essere pericoloso, è per il suo bene, è debole, va tutelata.
    La donna con l’occhio nero è una poveretta, è lì che aspetta che qualcuno vada a salvarla, un principe azzurro, un governo machista e la spirale di violenza riparte".
    Hai poi cercato di attenuare l'impatto delle tue pesanti frasi, rilevando che la tua valutazione riguardava le immagini che raffiguravano la violenza, non le donne che l'hanno subita. La tua risposta non mi ha affatto convinto. Vedi, Enrica, ritengo che esistano due tipi di immagini: quelle che assolvono una funzione costruttiva, ossia che concorrono a plasmare la realtà e quelle che svolgono invece una funzione interpretativa o referenziale, ossia che colgono il senso della realtà, offrendo testimonianza dell'evento ritratto. Le immagini di donne con gli occhi pesti appartengono a questo secondo tipo e sono inscindibili o, comunque, strettamente connesse al referente, cioè al soggetto rappresentato. Quindi: il disprezzo che si esprime nei confronti di queste immagini si riverbera inevitabilmente sulla realtà che raffigurano. Le immagini di donne con gli occhi pesti evocano in te l'idea di poverette incapaci di intendere e di volere. Come donna che ha subito e ha assistito a parecchie violenze, mi sono ritenuta molto offesa dalle tue opinioni. Per questo ho scritto il mio articolo e il fatto che, con il mio bagaglio doloroso di esperienze, abbia avvertito il bisogno di pubblicarlo proprio sul blog di un uomo come Lizzi mi pare molto significativo. A differenza tua, Enrica, io ritengo estremamente importante, anzi indispensabile, il contributo di Massimo alle lotte femministe e sento il bisogno della partecipazione di uomini come lui al nostro movimento, ne sento proprio il bisogno. Mi auguro, quindi, che Massimo Lizzi continui a pubblicare sul suo blog articoli antisessisti, cosa che sa fare benissimo, e che continui anche ad ospitare quelli di donne femministe.

  7. Christine se io mi sono avvicinata alle tematiche di genere e se parlo di violenza un motivo c'è, il mio vissuto mi ha portato a questo, detto ciò il piano del mio articolo era ed è sempre rimasto quello della comunicazione, non mi piace quella rappresentazione, mi ferisce profondamente da un punto di vista personale, credo non funzioni dal punto di vista della comunicaizone, non a caso ho iniziato con una frase di chi si occupa di semiotica e ritiene poco utili queste campagne di sensibilizzazione. E' estetizzazione della violenza, ho scritto un secondo post dopo quello, mettendo in evidenza la somiglianza tra le pubblicità e le campagne sociali contro la violenza, usano lo stesso linguaggio. Non mi piace. Che il disprezzo delle immagini includa il disprezzo nei confronti delle donne che subiscono violenza è una affermazione priva di qualsiasi inferenza logica. Da quella premessa io non posso dedurre quella conclusione. Ergo mi avete fatto dire cose che non ho detto. Ma quello che non mi piace sono i modi, l'incapacità di mettersi in relazione e di comunicare con le altre femministe, probabilmente il tuo femminismo non ha nulla a che vedere con il mio, ma trovo intellettualmente scorrette le modalità utilizzate da chi gestisce questo spazio. Trovo una grande chiusura da parte vostra, un, ripeto, parlare dal pulpito, e non scendere da quello nemmeno per chiedere: ma cosa volevi dire qui? ma te alla slutwalk ci sei andata, raccontami un po' perchè io mi sa che non son d'accordo... no, qui si hanno Verità e disprezzo nei confronti di chi esprime opinioni altre. A me piace conplicare, a me piace il conflitto, non mi piace chi non si mette in discussione e in relazione. non avete il patentino del femminismo, i femminismi sono tanti, possono dialogare o se non trovano appigli per relazionarsi possono convivere. Trovo in Massimo Lizzi una mancanza di umiltà, non mi piace il suo approccio distruttivo, non mi piace che pretenda di combattere al posto delle donne e non affiancare la battaglia delle donne. Ho scritto di fretta quindi vi pregherei di non andare a prendere il vocabolario e andare ad analizzare ogni singolo termine da me usato per trarre conclusioni assertive.

  8. Io invece ringrazio il titolare di questo blog per la scelta di ospitare spesso articoli eccellenti scritti da donne.

  9. Sono assolutamente convinta Enrica che tu non disprezzi affatto le donne che hanno subito violenza, ma il tuo articolo, per me, era costruito in modo tale da esprimere disprezzo.
    Se l'immagine di una donna con gli occhi pesti ti suscita un sentimento di disistima , è per me evidente e logico inferirne che tale disdegno si proietti anche sul soggetto rappresentato, proprio perché le raffigurazioni possono costituire una mera documentazione della realtà, possono, cioè, rinviare direttamente ad un referente concreto: in questo caso alle donne col volto tumefatto che, lo si voglia o meno, esistono davvero e sono anche fin troppo numerose. Che le immagini possano essere referenziali, ossia rendere testimonianza concreta dell'evento ritratto e che quindi possano essere correttamente interpretate nel modo in cui le ho intese io, lo afferma del resto, tra gli altri, uno studioso di semiotica come Jean Marie Floch. Definiresti anche lui uno che fa affermazioni prive di inferenza logica?
    Perché non ho commentato il tuo articolo e gli ho invece consacrato un apposito post? Per molte ragioni. Te ne espongo soltanto alcune. Un commento non ha la stessa visibilità di un articolo ed ha uno statuto decisamente inferiore. E' semplicemente un'annotazione, un'interpretazione di un testo esposto alla vista di tutti e le cui parole rimangono impresse e scolpite nella mente dei lettori. Credi invece che tutti leggano i commenti? Io non li leggo quasi mai e sono sicura che anche il nostro scambio di opinioni non interessi a nessuno.
    E poi: perché tu ti senti legittimata ad esprimere le tue idee, a criticare aspramente un video che non ti piace, a contestare idee femministe che non approvi e non riconosci a me il diritto di confutare le opinioni che non condivido? Ho subito violenza psicologica per anni e ho imparato a starmene zitta, zitta e buona per evitare il peggio. Ora mi riprendo la parola per esprimere le mie idee e contestare quelle che ritengo sbagliate o che mi feriscono, indipendentemente dal fatto che ad enunciarle sia una donna o un uomo.
    Quanto a Massimo Lizzi, quello che sta facendo è di combattere a fianco, non al posto delle donne e, infatti, il suo pensiero è straordinariamente consonante con il mio e con quello di numerose altre donne. Non solo: ma sul suo blog Lizzi ospita gli interventi di femministe come me ed altre, offrendo, a noi che non abbiamo un nostro blog, la possibilità di esporre liberamente le nostre convinzioni. Trovamelo un altro uomo che si comporta così.

  10. "Se l'immagine di una donna con gli occhi pesti ti suscita un sentimento di disistima , è per me evidente e logico inferirne che tale disdegno si proietti anche sul soggetto rappresentato"

    No, ti ho detto di no, te lo ripeto no, no non si estende, rimane lì all'immagine, a una campagna di comunicazione che secondo me non funziona, no non proietto niente sul soggetto, no non l'ho detto e non lo penso, non l'ho insinuato, no se ho detto di no è no. Ma a quanto pare volete farmelo dire per forza! A quanto pare sapete più di me quello che volevo dire.

    Potevi anche avvisarmi del tuo contro-post, potevo non leggerlo. Ma forse non ti interessava discuterne con me, sai meglio di me quello che volevo dire!
    ho sbagliato io a parlare, qui non c'è dialogo. Saluti.

  11. Mi è veramente difficile capire come una raccolta così puntuale di argomentazioni possa costituire una demolizione di un blog. Semmai la demolizione di una tesi che si inquadra in un dibattito su un tema di vasto interesse e di notevole gravità. Non capisco poi perché le argomentazioni sarebbero più gravi di accuse non comprovate, delegittimazioni, persino insulti. Il secondo caso è la volontaria demolizione di chi sostiene le tesi contrarie, non sapendo controbattere nel merito dell'argomento.
    Non è immaturo nel corso di un dibattito offendersi perché l'interlocutore contrasta le proprie idee? Perché lo si interpreta come un attacco personale?
    Ci si apre un blog per esporre (tra l'altro senza per niente evidenziare la soggettività di ciò che si scrive) un punto di vista ufficiale sull'argomento aspettandosi che nessuno mai decida di esporre un altro punto di vista ufficiale sullo stesso argomento?

  12. Forse ho sbagliato ad utilizzare questo spazio, forse ho sbagliato propria a replicare, mi ero ripromessa di non farlo, ma ci son cascata. Naturalmente non mi sono offesa perché qualcun@ contrasta le mie idee, ci mancherebbe, mi stupisco dei modi chiusi e escludenti del dialogo di questo luogo virtuale, dove si continua a dire che io disprezzo le vittime "se l'immagine di una donna con gli occhi pesti ti suscita un sentimento di distima, è per me evidente e logico inferirne che tale disdegno si proietti anche sul soggetto rappresentato". No, no e no. Io ho detto e spiegato che non è così, ma a quanto pare c'è chi sa più di me quello che io ho scritto. Errore mio scusate, fatemi dire pure quello che vi pare, inferite e deducete logicamente quello che volete, dirvi che forse avete distorto quello che volevo dire è inutile, io non so nemmeno quello che volevo dire, voi sì.

  13. Enrica, a me dispiace che tu sia rimasta irritata e infastidita per le cose che abbiamo scritto. Mi fa invece piacere che tu intervenga qui, così come mi farebbe ancora di più piacere se tu ci commentassi sul tuo blog. Un articolo è più "importante" di un commento. Le critiche sono sempre ben accette. Anche se le tue faccio fatica a comprenderle, proprio nel senso che non capisco cosa, secondo te, dovrei/dovremmo fare che invece non faccio/non facciamo e viceversa.

    Nel merito di questo tuo ultimo commento, credo ci sia un equivoco. Nessuno dice che tu disprezzi le vittime. Tu hai criticato il video di Viola Ledda per gli effetti che secondo te produce, non per le intenzioni che tu attribuisci a Viola Ledda. Allo stesso modo, noi abbiamo criticato il tuo articolo per gli effetti che secondo noi produce, non per le tue intenzioni. Le tue buone intenzioni sono fuori discussione.

  14. "Se l'immagine di una donna con gli occhi pesti ti suscita un sentimento di disistima , è per me evidente e logico inferirne che tale disdegno si proietti anche sul soggetto rappresentato"

    no eh? non l'avete detto?!

    Comunque mi sembra una discussione sterile. La chiudo qui.

  15. Enrica io ho letto il secondo post sull'estetizzazione della violenza e ti ho scritto che mi aveva chiarito il tuo pensiero. Perché il primo post non era chiaro, visto che in parecchi lo abbiamo frainteso. A volte succede, di venire fraintesi. E forse, lo devi ammettere, un pochino c'entra anche il fatto di non essersi espressi troppo chiaramente.
    Credo che non sia troppo difficile da comprendere che una donna che ha subito violenza, che si è svegliata una mattina e allo specchio si è vista con l'occhio nero e da lì ha iniziato il suo personale doloroso percorso, quella donna leggendo "La donna con l’occhio nero è una poveretta, è lì che aspetta che qualcuno vada a salvarla, un principe azzurro, un governo machista e la spirale di violenza riparte" abbia sentito qualcosa spezzarsi dentro di lei e si sia detta "perché mi dici queste cose? non dovresti essere dalla mia parte?"
    Non so se ricordi la polemica violenta che seguì alle considerazioni di UADC sulla campagna delle Femen. Anche allora facevate un discorso sull'efficacia di una immagine e al tempo io ne compresi subito il senso... ma le Femen no e reagirono malissimo.
    Perché parlare di "efficacia" di una campagna pubblicitaria implica una certa dose di consapevolezza di quello che è il marketing; quando si tratta di vendere un dentifricio o un profumo è facile razionalizzare, ma se parliamo di vendere un'idea, se parliamo di violenza, di discriminazione, di emozioni forti che ci toccano da vicino, è più probabile e forse necessario che le cose vengano prese un po' più "di pancia".
    L'immaginario maschilista usa le immagini di donne violate nella pubblicità, erotizzandole, per vendere balocchi e profumi e questo erode il potenziale dirompente dell'immagine di un corpo violato, è vero.
    Ma è anche vero che per quanto possa essere evidentemente il frutto sapiente di una seduta col truccatore, per una donna che ha subito violenza è immediato identificarsi con la donna con l'occhio nero sul manifesto e questo non può essere dimenticato.
    Se la donna picchiata fosse "debole" non ci sarebbe bisogno di massacrarla di botte. Gli uomini picchiano le donne perché l'unica cosa che hanno da opporre alla forza delle loro donne sono i muscoli, la violenza. Usano il dolore fisico per fiaccare spiriti indomiti e molte di queste donne sono così forti da sopravvivere e mantenersi integre ed autodeterminate dopo anni ed anni di sevizie. Sopportare il dolore, la disillusione, i continui attacchi all'autostima giorno dopo giorno sono imprese degne del più coraggioso dei guerrieri e i guerrieri mostrano con orgoglio le loro cicatrici, è vero o no? Allo stesso modo io credo che le donne dovrebbero mostrare con orgoglio i loro occhi neri, che raccontano "ecco mi hai colpito, ma io sopporto il dolore e sono di nuovo in piedi, non mi spezzi, sono ancora viva e un giorno punterò il dito contro di te per accusarti davanti a tutti".
    Quello che volevi dire tu, credo, è che da quei poster questo messaggio non passa. Ma non si è capito e te lo scrissi anche io.

    Io credo che il concetto di "donna picchiata = donna debole", più che attraverso le immagini delle pubblicità, sia penetrato a fondo nella società a causa di una certa subdola propaganda maschilista... quella delle pagine fake, che chiamano le donne che si oppongono alla loro propaganda "querulomani e vittimiste". Quella di chi scrive "il femminicidio è discriminatorio, io non sono femminista ma umanista, le femministe si autosegregano e odiano gli uomini... Le femministe vogliono una legge ad hoc per le donne come se le donne fossero poveri panda..." Ecco, questa è subdola propaganda. Perché mira a minare l'orgoglio di una combattente. E' guerra psicologica, ecco cos'è. Basata su uno stupido trucchetto dialettico: denunci una discriminazione? Allora parli di diversità, allora stai discriminando anche tu.

  16. Tu sai che la legalizzazione dello sfruttamento della prostituzione non convince neanche me. Per il semplice motivo fino a non poco tempo fa i bordelli c'erano in Italia e per le donne era uno schifo. Basta leggersi le lettere delle sex workers di allora alla senatrice Merlin, ce ne è una una molto bella nel blog Consumabili.
    Errare è umano ma perseverare è diabolico... Perché riproporre una soluzione che ha già dimostrato di non portare nulla di buono?
    Lo stigma sulle prostitute non lo gettano quelli che non vogliono regolamentare lo sfruttamento della prostituzione, ma quelli che vanno a prostitute: sono i clienti che disprezzano i corpi che usano, basta farsi un giro su gnocca travel per vederlo chiaramente. Io non disprezzo la prostitute. I clienti delle prostitute invece disprezzano tutte le donne, quelle che si prostituiscono e quelle che non lo fanno. Non è aprendo un bordello che si cambierà la mentalità di questi turisti del sesso: per loro quei corpi rimarranno oggetti, sono oggetti i corpi delle bambine che si prendono in Asia o delle donne che scelgono col 3x2 in un elegante FKK e quelle Italiane sarebbero ugualmente oggetti, che pagano l tasse, ma sempre oggetti. Oggetti non persone, strumenti, non persone. Io vorrei che tutti insieme trovassimo una strada - e non so quale possa essere - affinché ogni singolo essere umano di questo pianeta possa rivendicare il diritto ad essere una persona. Parliamo di "persone non umane" riferendoci ai delfini e continuiamo a vendere le donne come fossero quarti bue!

    Ma è giusto discutere e confrontarsi sulla cosa. E almeno notare che questo articolo ha una lunga bibliografia... Il confronto non è mai sterile, se lo si affronta con l'idea di renderlo costruttivo.

  17. Io l'ho conosciuta una "donna con l'occhio nero", parte dal personale la mia lettura di quelle immagini,conosco anche un'amica che lavora in un centro antiviolenza e mi ha raccontato che alle donne, o meglio, non a tutte le donne, piace essere definite vittime, adesso non andate sul vocabolario per riportarmi qui la definizione di vittima, lo so che significa e so anche che le donne che subiscono violenza sono vittime, ma simbolicamente rinchiuderle in tale definizione significa renderle oggetto di tutela e di cura e non soggetti di diritti. A mia mamma serve reddito, perchè senza reddito, senza lavoro, potrebbe tornare a casa da mio padre e io sono terrorizzata da questo, non le serve Lizzi una legge che aggrava la pena ai femminicidi, perchè sarebbe già morta per poterne usufruire. Le narrazioni e le esperienze sulla violenza sono molteplici, non possiamo nemmeno dire cosa fare alle donne che hanno subito violeza, non possiamo dire loro sfoggiate con orgoglio le vostre cicatrici, io non avrei mai il coreggio di dare questa ricetta a nessuna! Cosa dovevo dire a mia sorella? toglieti quegli occhiali da sole e mostra con orgoglio quell'occhio nero? questo dovevo dirle?! Non esiste un'unica narrazione, non esiste una narrazione giusta o una sbagliata quando queste narrazioni partono dal personale e no da imposizioni di una visione e di una ricetta uguale per tutt*. Io non ce l'ho una ricetta, ho detto che quelle immagini mi disturbano e non sono l'unica a provare questa sensazione, punto e basta. Non ho nemmeno una ricetta per la prostituzione, quello che credo è che ci sia profonda malafede nel non voler riconoscere la differenza tra tratta e sexworking e anche in questo caso se non si ascoltano tutte le posizioni allora si chiama sovradeterminazione. Adesso basta veramente perchè questo sfogo forse nemmeno ve lo meritavate, spero però che vi faccia riflettere e vi dia la possibilità di approcciarvi a queste questioni con un pochino più di umiltà e disponibilità all'ascolto.

  18. Io all'autore di quell'articolo vorrei proporre un'esperienza.
    Pensa di non avere un soldo, di non riuscire a sostenere la tua persona e magari di avere altre persone, dei bambini, che dipendono da te. ci siamo? non è follia, è quotidianità. Ed ora, mio caro autore, smetti di immaginare, e per un mese, in prima persona, sulla tua pelle,fai prima la badante, poi l'operaia, poi la colf e infine per un mese, anche uno solo, fai la prostituta, quella di strada si intende,quella che oltre ai rapporti sessuali viene picchiata e maltrattata, e non proseguo oltre perchè temo lo scoprirai da te.
    Io ti aspetto qui, tra quattro mesi ne riparliamo.

  19. Enrica, il tuo vocabolario sembra riciclato dal vocabolario di un'altra blogger. Le tue convinzioni sembrano riciclate dal vocabolario di un'altra blogger. Sei sicura di non essere influenzata?
    Certamente pene aggravanti del femminicidio non servono alla prevenzione. Non servono per quelli d'impeto. Servono per quelli premeditati, dove gli assassini avevano calcolato gli anni e deciso che lo scambio tra qualche anno di galera e tenersi il proprio patrimonio tutto intero era conveniente.
    Ma non si è parlato solo di aggravanti, anche di prevenzione, di ritrutturazione di tutto il sistema giudiziario che non fallisce mica solo nella comminazione delle pene.
    E perché non si vuole essere definite vittime? Non è mica una parolaccia. Conosco anch'io vittime di violenza che rivendicano lo status di vittima. Non è offensivo essere una vittima e la vergogna dipende da altri fattori piuttosto che dalla semantica.
    La tua baldanza giovanile non credo ti faccia vedere le cose con la dovuta lucidità perché anche se non si concorda, la possibilità di dibattito va garantita a tutti. Chiuderlo con astio e risentimento, concludendolo anche un po' offensivamente non è un gesto libertario e democratico. Sull'argomento della violenza sulle donne tutti noi che ce ne interessiamo siamo sensibilizzati da esperienze personali. Non si possono usare come scudo per evitare il confronto.

  20. Quindi se la penso diversamente da te non sono una persona che la pensa diversamente da te ma una persona (?) la cui baldanza giovanile (non è che sia proprio così giovane ma va bene) le ha annebbiato il cervello. Volevo informati che si possono vedere le cose con assoluta lucidità e nello stesso tempo non essere d'accordo con te,fidati è possibile.

  21. una donna vittima di violenza ha diritto ad essere aiutata senza imposizioni, questo non vuol dire inferiorizzarla. Credo che su questo concordiamo tutti/e

  22. Enrica io ho rappresentato la violenza...tu l'hai messa in atto censurando i commenti contrari sul tuo blog cioè rifiutando un confronto. Riflettici.

    Viola

  23. Viola ho approvato commenti in cui mi accusavano di criminalizzare le vittime e sotto il post c'è un ampio dibattito. Tuoi commenti non mi risultano, ma potrei sbagliarmi, possiamo continuare a parlarne lì se ti va.

  24. Ottimo articolo, molto interessante, pieno di informazioni su un argomento complesso su cui troppo spesso si assumono posizioni che poco o nulla hanno a che fare con la realtà che molte donne vivono sulla propria pelle.
    Complimenti all'autrice e a chi lo ha pubblicato.

    Maria Grazia

  25. no Enrica io non ho commentato il tuo articolo ma l'hanno fatto persone che hanno partecipato al progetto che tu hai accostato ad una che infila un cetriolo...

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