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Definire «cura» il sesso, per poterlo mercificare





La motivazione principale per cui sono contraria alla regolamentazione (che è cosa diversa dalla depenalizzazione) della prostituzione è espressa chiaramente in questo articolo, fin dal titolo: «SexWorkers/Badanti: la schiavitù della “cura”, la scelta di appagare il desiderio!».

L’argomentazione principale su cui ruota tutto l’articolo è perfettamente riassunta nella domanda/affermazione che pone Abbatto i muri:

Teoria vorrebbe che il sesso si debba fare solo gratis e la cura invece si possa mercificare. Così chiedo: il sesso in vendita non è ruolo di cura? Non è ruolo che implica lo stesso coinvolgimento fisico/sentimentale che deve impiegare una badante quando ha a che fare con il corpo estraneo di un anziano?

In effetti, regolamentare il sesso come merce implica necessariamente formularne questa sua definizione che, se stabilita per legge, dalla sfera del privato viene a forza espulsa per assumere significato generale stabilito dalle leggi dello stato.

E questa naturalmente è la differenza sostanziale con la depenalizzazione che lascia si la sessualità alla sfera del privato.

La sessualità, per essere venduta, va definita come servizio di cura. E va definita così per legge.
Libera scelta, autodeterminazione e blabla passano in secondo piano.
L’assunto è che il sesso è un servizio.
Una donna ha facoltà di scegliere se erogarlo oppure no, quanto, come e se farsi pagare. In questo si esaurisce l’autodeterminazione.

Ma questa è esattamente la definizione di sessualità femminile secondo il paradigma patriarcale.

E vogliamo quindi sia stabilita per legge?

Eppure Abbatto i muri lo sa che su questa definizione di sessualità si basa quella cultura per cui la blogger stessa arriva a dire «la moglie è una puttana!»

Davvero una incredibile contraddizione.

Il lavoro di cura è appunto un lavoro.

E, secondo me, un percorso femminista va nella direzione della definizione di cura proprio come lavoro.
Cioè qualcosa di non necessariamente piacevole, di socialmente necessario, assolutamente non genderizzato, un po’ come quello di medici e infermieri, per il quale andrebbe previsto uno stipendio poiché non è espressione di una natura votata alla cura anzi al piacere della cura ovviamente attribuita al femminile.
Poi ognuno sarà libero di farlo gratuitamente per affetto o per volontariato. Oppure dovrà farlo gratuitamente per necessità.

Ed essendo un lavoro si provvederà a regolamentarlo, ci si batterà per garantire le migliori condizioni lavorative affinchè gli operatori non siano sfruttati e/o ricattati, con particolare attenzione quindi ai migranti che sono limitati nella loro libertà di movimento da leggi barbare che la vincolano a un contratto di lavoro e quindi alla loro utilità.
E preoccupandoci bene di distinguere la cura dal bisogno di sollazzo a cui fa riferimento perfino Abbatto i muri.
Come glielo spieghiamo a quel vegliardo lì che le sue necessità di cura sono altro dal suo bisogno di sollazzo? Gli spieghiamo che il sesso in vendita è lavoro di cura? Che la badante e la prostituta fanno lo stesso lavoro, poiché sempre di cura si tratta?

Incredibile.

In un percorso femminista invece, secondo me, la sessualità femminile, va finalmente sottratta dalla gabbia della cura in cui da sempre è confinata dalla cultura patriarcale.

Definendola ancora una volta come servizio di cura, riconosciamo soggettività a chi usufruisce di questo servizio e reifichiamo invece la sessualità femminile che diviene merce, altro dal soggetto che dovrebbe viverla per quello che è, cioè desiderio e piacere.
Proprio quella roba lì che veniva negata alle isteriche.

Quella roba che, si badi bene, non ha necessariamente a che fare con amore e sentimenti. Non una volta li ho menzionati in relazione alla sessualità.

Il punto non è emancipare la sessualità femminile dalla sacralità dell’amore (che comunque semplicemente la renderebbe lecito servizio ma pur sempre servizio). Il punto è emancipare la sessualità femminile dal ruolo di cura assegnatole dal patriarcato, per rivendicarla come espressione di soggettività.
Insomma, la direzione opposta di chi ne rivendica la definizione come oggetto (un servizio è merce) godibile da un soggetto che ne acquista il diritto attraverso un contratto a lungo, medio o brevissimo termine.

In ultimo vorrei aggiungere che se la sessualità è servizio di cura, sarei curiosa di sapere che effetto fa ai signori uomini vedere definire, per legge, la loro sessualità come qualcosa che ha a che fare con il cambio di un pannolone.

Ovviamente che il servizio sia erogato da un uomo e il pannolone cambiato a una donna, non cambia la sostanza del ragionamento: emancipazione dal patriarcato non significa estendere agli uomini la negazione di soggettività in un giochetto a ruoli alternati che prevede il dominio di un genere su un altro.

3 Responses to “Definire «cura» il sesso, per poterlo mercificare”

  1. secondo me laglasnost (con la quale pure son d'accordo quando parla di porno e post-porno) non solo non tiene in nessun conto i sentimenti (e nemmeno il desiderio, il volersi bene) quando equipara la moglie alla prostituta..ma cosa più importante, glissa su un fatto: la moglie oggi, in Occidente il marito se lo sceglie per fortuna c'è la parità giuridica dei coniugi e il divorzio. Nell'amore ma pure nel sesso ludico o occasionale abbiamo due persone che si scelgono (per una notte o per una relazione stabile, poi capita pure che l'amore nasca da una storia di puro sesso come anche no), insomma che lo faccia per amore e/o per altri motivi una donna sceglie il suo amante/marito/fidanzato/compagno come lui ha scelto lei..invece sono poche fortunate le sex worker che conservano il diritto di selezionare la clientela rifiutando chi per qualsiasi motivo non è di loro gradimento..poi se sono di più, sono felice di sbagliarmi

  2. e dire questo per me non significa assolutamente "vittimizzare" tutte le prostitute

  3. Grazie! solo un appunto: più che di "merce", anche se in senso politico-economico, parlerei di "servizio", tanto più che la sessualità femminile organizzata dalle culture patriarcali ( o maschiocratiche come le definisco di preferenza) è stata appunto definita in passato come sessualità di servizio, che poteva essere ordinata alla riproduzione e alla perpetuazione patrilineare, oppure al soddisfacimento sessuale degli uomini. Dove l'assurdità sta nel fatto che queste due attività, per il loro statuto intrinseco, non possono essere considerate e fatte vivere come servizi, a meno che non si accetti l'annichilimento dell'essere umano che li eroga. Il perché sarebbe facile da capire, almeno a tutte quelle donne e a quelle persone incapaci di distinguere tra sé stesse come corpo e sé stesse come mente.

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