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La scelta di banalizzare la servitù e chiamarla servizio



Ho discusso molto sulla prostituzione. Con vari interlocutori. Da clienti dichiarati a militanti post femministe. O semplicemente, persone favorevoli alla prostituzione, sulla base di questi argomenti: 1) è necessaria, perchè gli uomini hanno bisogno del sesso, 2) alcune donne vogliono corrispondere questo bisogno, per ricavarne un compenso; 3) è un lavoro come un altro; 4) la legalizzazione migliorerebbe le condizioni delle prostitute.

Che io sappia, è indimostrato che gli uomini abbiano un impulso sessuale superiore a quello delle donne. Per come conosco me stesso, se non sono diverso dagli altri, posso testimoniare che l’impulso sessuale maschile non si manifesta come un impellente bisogno fisiologico da espletare il prima possibile, poichè altrimenti la situazione va sempre più fuori controllo. Come fosse che ci scappa la pipì e allora occorre al più presto una latrina vivente. Chissà poi perchè vivente. Gli uomini possono controllare i propri impulsi, soddisfarsi da soli, e perfino fare sesso con una donna in una relazione fondata sul consenso e la reciprocità. Ovviamente, il rapporto con una donna è il rapporto con un’altra persona. Ovvero un rapporto mediato, che richiede la ricerca di una intesa. Mentre in un certo immaginario maschile, educato e rinforzato dalla pornografia, si esige il rapporto immediato. Senza tante storie. E’ questa voglia di immediatezza e unilateralità ad essere soddisfatta dalla prostituzione: io ti pago e tu fai quello che ti dico. Gli uomini non hanno bisogno di questo, ma alcuni uomini vogliono questo. Anche se hanno una moglie o una fidanzata, che però non serve per divertirsi.

Al divertimento servono le prostitute, le mogli pubbliche. Per loro scelta. Così recita la retorica della scelta. Da almeno due decenni. Nei confronti di più soggetti subordinati. Sono i giovani che vogliono il lavoro precario, per liberarsi dalla fabbrica e da un lavoro sempre uguale per tutta la vita. La stabilità del lavoro è noiosa, ha detto Mario Monti. Sono gli immigrati non vogliono essere cittadini italiani, non vogliono integrarsi, bensì mantenere la propria «cultura», rimanere all’interno delle proprie comunità e prima o dopo tornare nel loro paese. Sono i rom che vogliono essere nomadi, non gli interessa avere la casa o avere un lavoro. Sono gli operai che vogliono fare gli straordinari, ridurre le pause, aumentare i ritmi di lavoro, evitare gli scioperi, rinunciare ai diritti per avere il lavoro, infatti in maggioranza votano si ai referendum di Marchionne. E sono le donne che vogliono fare le prostitute, le attrici pornografiche, le veline. La retorica della scelta insiste in particolare sulle donne. Narra che il soggetto vuole farsi oggetto. Non esistono dominanti che costringono, ricattano, inducono, egemonizzano. Se esistono è solo per assecondare il desiderio dei dominati di essere dominati.

Eppure anche a questo uso strumentale e distorsivo del principio di autodeterminazione sappiamo riconoscere un limite. Tanto che vietiamo la compravendita degli organi. Poco importa che io possa considerare un mio occhio o un mio rene, meno importanti di una casa o del saldo di un debito. Non posso venderli. In questo divieto, persino un individualista ritiene di dovermi sovradeterminare.

Date due attività umane, è possibile trovare analogie oppure differenze. Con un procedimento anti analitico (mettendo tutto insieme, invece di distinguere), possiamo sostenere che tutto è uguale a tutto. Ogni lavoro è uguale ad un altro lavoro. E il lavoro è uguale alla schiavitù. Di conseguenza, dopo aver fatto finta di rifiutare tutto, possiamo accettare tutto. Anche la schiavitù. Pensiamoci. In fondo, lo schiavo ha il posto fisso. Vitto e alloggio in cambio del lavoro, invece di un salario che serve solo alle spese per la sua sussistenza. Non rischia lo sfratto per morosità. Ogni tanto prende qualche frustata, ma non sono meglio le angherie del capo reparto o del capo ufficio, il mobbing, il licenziamento per rappresaglia. Non è libero di muoversi, di viaggiare. Tanto meglio! Così non deve fare il pendolare. Vale la pena piuttosto fare dei regolamenti, delle leggi per migliorare le condizioni degli schiavi. Altrimenti, ci tocca fare una guerra, passare per roghi e linciaggi, provocare movimenti come il Ku klu klan, senza che i neri servitori in casa desiderino davvero tutto questo. Sentiamo la loro voce, rispettiamo la loro autodeterminazione. Non sovradeterminiamoli. «Vinceremo noi, noi del Sud». Disse un nero intervistato da un giornalista, in un film sulla guerra di secessione.

Se per gli schiavi, questi discorsi sono un film, per le prostitute sono realtà. Secondo le persone favorevoli alla prostituzione, la condizione di una prostituta sarebbe sostanzialmente uguale a quella di una badante o di qualsiasi altra lavoratrice. Un punto di vista talvolta condiviso da datori di lavoro molesti nei confronti delle proprie dipendenti. Tra il pulire il culo di un estraneo e il masturbarlo non ci sarebbe differenza. Se la prima cosa viene accettata e la seconda no, è solo perchè siamo moralisti, bigotti, religiosi, cattolici, sessuofobi, etc. «Moralismo» è una parola che mette a posto tutto. Eppure, a dire il vero, faremmo la differenza anche tra pulire un culo e pulire un culo. Dipende a chi. Lo accettiamo se si tratta del culo di un bambino, di un anziano, di una persona disabile o non autosufficiente. Ma lo rifiuteremmo se si trattasse del culo di una persona adulta, sana, perfettamente autosufficiente. Lo si può ben capire. Nel primo caso la cura corrisponde a un diritto e può essere definita servizio, nel secondo ad una pretesa ingiustificata e oppressiva e può definirsi solo servitù. Sarebbe uno scandalo se sapessimo che imprenditori e manager, finanzieri e politici, o ricchi e benestanti ricorressero a badanti per farsi pulire il culo. Mentre sospettiamo più serenamente che questi signori frequentino prostitute. Ecco che la morale si ribalta. Eppure, con questo tipo di servizio servile, la prostituzione è paragonabile. Perciò, in coerenza, possiamo rifiiutare l’una e l’altra. 

Ricordo un brutto fatto di cronaca degli anni ‘80. Fu ripreso e commentato da Anna Del Bo Boffino che teneva una rubrica settimanale sull’Unità. Un padre e un figlio sequestrarono per alcuni giorni la ragazza del figlio. Ne fecero la propria schiava sessuale. La ragazza era anche obbligata a lavare i loro piedi (lavoro di cura?). Salvo che per il consenso, secondo il procedimento anti analitico di cui sopra, un’attività simile a quella del papa che va a trovare i detenuti. Che differenza c’è tra masturbare un uomo e lavargli i piedi? Per i due aguzzini faceva parte dello stesso gioco, volto a trarre godimento dall’infliggere umiliazione e sottomissione.

Un’altra analogia ricorrente è quella tra la prostituzione e l’aborto. Per introdurre l’idea che anche la prostituzione come l’aborto vada legalizzata, a prescindere dai nostri principi e dalla nostra morale, per rispettare la libertà e il diritto di scelta della donna. Ma la legalizzazione dell’aborto, non vuole affermare neanche una morale libertaria. Corrisponde solo ad un principio di riduzione del danno. La legalizzazione dell'aborto sottrae le donne all'aborto clandestino, la legalizzazione della prostituzione, quella realmente realizzata, non sottrae la prostitute alla tratta, allo sfruttamento, e neanche all'attività clandestina, perchè la maggioranza delle prostitute non si regolarizza o perchè anche quelle che si regolarizzano passano da una condizione all'altra lavorando una volta in bordelli legali, un altra in bordelli clandestini.

A questo proposito, va anche ricordato che la prostituzione può trovarsi in tre situazioni rispetto alla legge e non solo in due, come spesso lasciano supporre i regolamentaristi. 1) Può essere illegale; 2) Può essere depenalizzata; 3) Può essere legalizzata o regolamentata. In Italia è depenalizzata, senza essere regolamentata. Persegue lo sfruttatore e il favoreggiatore, ma non la prostituta. Dunque, se una donna lo vuole, in Italia è già libera di prostituirsi. E nessuna prostituta in quanto tale è fuorilegge. Questa sarebbe una prima conseguenza della regolamentazione. Nel momento in cui una parte delle prostitute si rifiutasse di regolarizzarsi, si ritroverebbe nell’illegalità. Come succede nella maggior parte dei casi nei paesi regolamentaristi, in primo luogo in Germania. La maggioranza delle prostitute sono fuori legge. 

E’ vero che in Italia su 8092 comuni esistono circa 500 ordinanze comunali contro la prostituzione, che vietano per lo più l’esercizio in aree pubbliche. Ordinanze spesso emanate da amministrazioni leghiste, cioè rette da un partito favorevole al ritorno delle case chiuse. Ma con la regolamentazione tale divieto verrebbe con ogni probabilità generalizzato. In Olanda la prostituzione in strada rappresenta solo l’1% e anche in Germania è molto limitata. Infatti, un’altra conseguenza negativa è che la regolamentazione finisce per prevedere luoghi deputati alla prostituzione, vietandone altri. Le case invece delle strade, zone periferiche o extraurbane invece del centro cittadino. Luoghi che occultano la prostituzione e rendono più vulnerabili le prostitute. In strada esse sono più esposte alle piccole aggressioni, ma nelle case sono più esposte alle aggressioni gravi. 

Si immagina che le case nella legalizzazione sarebbero più controllate - ma in Olanda e in Germania non succede - e potrebbero essere solo cooperative di prostitute. Tuttavia, ciò non è accaduto in nessun paese regolamentarista. Inoltre, molte cooperative sono di fatto delle imprese e tante imprese si cammuffano da cooperative. Siamo nel paese delle mafie, dove la criminalità organizzata è infiltrata nelle istituzioni della politica, dell’economia e della magistratura. E’ irrealistico immaginare che la mafia rimarrebbe fuori proprio dai bordelli. Che l’Italia saprebbe applicare la regolamentazione meglio della Germania, dell’Olanda, della Svizzera, dove l’applicazione è stata fallimentare. In Germania, per ammissione dello stesso governo.

Ho letto da qualche parte, che sarebbe malafede il non distinguere le sex worker dalla tratta. Potrei ribattere che è malafede non riconoscere il mercato e l’industria del sesso, nei quali tratta e prostituzione si fondono, e immaginarsi invece tante individue libere e autodeterminate (ma quasi sempre donne, povere e immigrate) che esercitano la propria autodeterminazione nel vuoto pneumatico. Ma io non so nulla della fede altrui, e presumo esistano solo punti di vista, analisi, valori e priorità differenti. Cito una persona (in malafede?).

(...) penso che della prostituzione si debba tornare a parlare, a discutere. Perché è impossibile banalizzare una cosa che -senza soluzione di continuità- finisce nella tratta delle donne e dei bambini e bambine costretti a prostituirsi, con tutto l’orrore che si insinua là dentro. Perché le prostitute non sono tutte donne libere e consenzienti, molte non lo sono affatto, e non perché siano in stato di bisogno soltanto, ma perché sono in stato di servitù, di schiavitù. Capisco, d’altra parte, che le donne adulte e consapevoli di sé, come quelle del movimento delle lucciole, vogliano banalizzare il mercato sessuale. Ma nel suo insieme, banale non è affatto, neanche quando c’è consenso e consapevolezza adulta. Mi ha colpito, nell’incontro con Carla e Pia, che una di loro ha detto: “Io non bacio mai il cliente sulla bocca”. Ecco, questo è il simbolo del voler riservare il dono di sé allo scambio gratuito. Ed è su questo che bisogna lavorare per contrastare la banalizzazione che sembra andare avanti con la libertà crescente di giovani donne che ancora non hanno maturato una consapevolezza di sé e del valore della propria persona. (Luisa Muraro, 2011) 

In origine, inizio anni ‘90, il movimento delle lucciole era contrario alla regolamentazione, cioè all’intervento dello stato. Poi la posizione è cambiata, man mano che è aumentata la prostituzione immigrata e sono arrivate proposte di legge e ordinanze miranti a criminalizzare la prostituzione. Come se legalizzare potesse prevenire la criminalizzazione. Ma in questo modo, a mio parere, si persegue la regolarizzazione delle prostitute come surrettizia regolarizzazione delle migranti, mentre sarebbe più corretto e più efficace puntare direttamente alla regolarizzazione delle migranti.

Se il punto di vista delle lucciole va considerato, va anche tenuto conto della loro limitata rappresentatività. Se le prostitute vanno ascoltate, tutte le prostitute vanno ascoltate e credo che la gran parte voglia uscire da quella condizione, non perseguire un velleitario miglioramento.

Vedi anche:
Germania, bordello d'Europa
Definire «cura» il sesso, per poterlo mercificare
Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro
Legalizzerei la prostituzione

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