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Difendersi dal mascolinismo



Piccola guida di autodifesa intellettuale contro il mascolinismo (2012)

a cura di Stop masculinisme - tradotto da Maria Rossi


INTRODUZIONE
Quali sono le nostre basi politiche ed ideologiche?
Noi ci iscriviamo in una prospettiva di lotta contro il patriarcato, che possiamo definire come un sistema sociale nel quale gli uomini, come gruppo, dominano le donne. Questo dominio si realizza particolarmente attraverso lo sfruttamento e l'appropriazione delle donne da parte degli uomini: appropriazione del corpo delle donne (riproduzione, sessualità), della loro forza di lavoro ( effettuazione gratuita del lavoro domestico e di cura materiale e affettiva degli altri).
Le nostre analisi sono dunque fondate su basi politiche femministe radicali e materialiste, corrente del femminismo ispirata dal pensiero marxista e che rivolge uno sguardo critico alle posizioni del femminismo istituzionale. Noi pensiamo che i rapporti di dominio degli uomini sulle donne si intreccino con altri rapporti di dominio (dei ricchi sui poveri, dei bianchi sui neri ecc.). Riteniamo che esistano diversi piani di dominio che si intrecciano ma non crediamo che il dominio maschile sparirà dopo  l'abolizione del dominio economico. I rapporti sociali fra i sessi esistono indipendentemente dagli altri rapporti sociali.
Noi rifiutiamo le teorie essenzialiste, che ritengono che uomini e donne siano diversi per natura (ciò vorrebbe dire che la biologia determina i nostri gusti, attitudini e comportamenti e che l'innato prevale sull'acquisito), che non pongono alcuna differenza tra sesso e genere e che considerano spesso uomini e donne come dotati della vocazione ad essere «complementari nella differenza». Noi sosteniamo, al contrario, che la «differenza fra i sessi» non sia altro che una costruzione dei dominanti, un pretesto per assicurarsi l'assoggettamento delle donne. Perché creare categorie, è creare necessariamente una gerarchia tra queste categorie. La considerazione delle donne come esseri inferiori e la loro oppressione rappresenta un progetto politico. E come tutto ciò che può essere creato, può anche essere distrutto.
Noi rifiutiamo anche la necessità della suddivisione degli essere umani in due categorie (il fatto di essere considerati uomini o donne): non ci sono differenze naturali irriducibili tra uomini e donne, ma piuttosto un continuum. Nessuno nasce «uomo» o «donna»; noi siamo provvisti di caratteri fisici che si avvicinano più o meno alla definizione biologica «pura» dell'uomo o della donna (cromosomi, ormoni e caratteri secondari che vi sono associati, morfologia, anatomia). Ma esiste una infinita varietà di posizioni possibili sull'asse uomo/donna di ciascun carattere biologico.
Tuttavia, la suddivisione degli esseri umani in due categorie rappresenta una certa realtà...costruita. Perché, a partire dalla nostra nascita (più precisamente, ancor prima della nostra nascita), noi siamo destinati a diventare uomini o donne e cresciamo imparando ad identificarci con dei modelli  confezionati per noi (le donne sono dolci, amano prendersi cura degli altri, sono resistenti, gli uomini sono forti, razionali e capaci di decidere, sanno compiere intensi sforzi fisici). questo sesso socialmente costruito (l'insieme, cioè, delle aspettative socialmente costruite che ci sono imposte in funzione del nostro sesso e che possono variare da un'epoca e da una società all'altra), è ciò che noi chiamiamo "genere".
In questa brochure noi usiamo i termini «uomo» e «donna»: intendiamo riferirci a persone socializzate come uomini o donne e situate dalla nascita nelle classi di sesso che la società distingue e dispone in ordine gerarchico: la classe che ha il dominio nelle nostre società patriarcali, quella degli uomini, o la classe che è dominata, quella delle donne. Non si tratta di ritenere che queste categorie siano tali per natura, che siano fisse o che si adattino a tutti. Certe persone non nascono né uomini né donne. Altri non i riconoscono nel genere che gli viene attribuito alla nascita. Certi decidono di affrancarsi dal genere e dall'identità che si ritiene corrisponda loro. Altri, nati con le caratteristiche di uno dei due sessi, scelgono di cambiare sesso.

Il mascolinismo. Definizione
All'inizio degli anni Novanta, Michèle Le Doeuff ha offerto la prima definizione di questo termine. Ella chiarisce di aver coniato il termine «mascolinismo» per «designare questo particolarismo, che non solo attribuisce importanza soltanto alla storia e alla vita sociale degli uomini, ma rafforza questo limite con un'affermazione (sono solo gli uomini e il loro punto di vista a contare».
Contano solo gli uomini e il loro punto di vista. E' qui descritto in modo perfetto l'approccio mascolinista. Per andare oltre, si può dire che il mascolinismo è una delle espressioni della misoginia e dell'antifemminismo. E questa diffusa ideologia ha generato un movimento sociale; un movimento organizzato di uomini, talvolta violenti, ostili all'emancipazione delle donne e desiderosi di conservare i propri privilegi e la propria posizione di potere nella società.
Il significato del termine mascolinismo, inteso come una forma di antifemminismo, ha finito per imporsi. Oggi è utilizzato soprattutto in rapporto a discorsi che mirano a difendere gli interessi degli uomini e a presentarli come le vittime del femminismo, che «si sarebbe spinto troppo in là», e delle donne in generale (madri castranti, mogli abusanti...). Ispirandoci a Martin Dufresne, membro di un collettivo maschile antisessista del Québec, noi pensiamo che sia possibile oggi riunire sotto la dizione di mascolinismo «tutte le rivendicazioni formulate dagli uomini in quanto tali».

Il mascolinismo. Un'ideologia reazionaria
Quest'ideologia antifemminista si afferma all'interno di un preciso contesto, inserendosi in un clima reazionario. Essa si inscrive nel quadro di un movimento generale del pensiero che nega i rapporti di dominio e contesta alle oppresse e agli oppressi il diritto legittimo di combattere l'oppressione e di rivendicare l'uguaglianza. Si sente spesso dire: «Perché esigere ancora l'uguaglianza, visto che è già stata ottenuta? Inserita nei testi di legge. Le donne votano, lavorano...bisogna finirla con la «guerra fra i sessi»!»
«Perché bisogna chiedere scusa per la colonizzazione? E' un evento del passato! E poi non ci si pente di un atto che non si è commesso!»
«Perché denunciare il razzismo, dal momento che tutti gli uomini hanno gli stessi diritti e che l'antirazzismo è diventato «religione di Stato»?
«Perché continuare a promuovere i gay pride? L'omosessualità non è più un tabù, tutti i gay ostentano la loro presenza nelle strade oggi!».
Ecco che cosa si sente dire praticamente ovunque. Da troppi anni, noi constatiamo infatti  il crescente affermarsi di un clima «politicamente scorretto». Non soltanto i dominanti si lamentano di non poter insultare e stigmatizzare i dominati, ma per di più non hanno difficoltà a farsi passare per oppressi, per vittime: «del razzismo contro i bianchi»,  della «misandria», del «malessere dei ricchi» ecc..
Se il mascolinismo è nell'aria da tempo, si può ugualmente affermare che l'ideologia mascolinista è antica quanto il patriarcato. Ricordiamo infatti che ogni volta che i rapporti fra i sessi si sono modificati, perché le donne si sono mobilitate per rivendicare diritti ed uguaglianza,  sono emersi discorsi e riflessi mascolinisti. Fu così nella Francia dell'epoca rivoluzionaria (1789-1799). Benché le donne avessero partecipato  alla rivoluzione e avessero conseguito qualche miglioramento della loro condizione nella prima fase, furono poi escluse dalla vita politica. I repubblicani, maschi, si preoccupavano della «mascolinizzazione» delle patriote, che rischiava di minare la solidità della Nazione, che riposava sulla famiglia. Essi negarono pertanto alle donne il diritto di votare e di essere elette, così come quello di armarsi e di riunirsi in associazioni.
Questo esempio illustra un fenomeno ben noto: ogni volta che le dominate si sollevano per spezzare le proprie catene, ogni volta che l'ordine sociale e le sue gerarchie vacillano, i dominanti oppongono resistenza; approntando discorsi e strategie di difesa e, talvolta, contrattaccando in modo violento. E' ciò che è accaduto dopo la prima onda del femminismo degli anni Settanta. Abbiamo allora assistito, nel decennio 1980-1990, a una controffensiva ideologica, a un regresso, a una risacca che le femministe anglosassoni chiamano «backlash».

Il mascolinismo: un movimento sociale reazionario
Il mascolinismo non è soltanto un insieme di discorsi che costituiscono un'ideologia pericolosa. Esso designa anche un movimento sociale reazionario. Il termine «mascolinisti» serve a designare dei militanti antifemministi. Ma attenzione, i mascolinisti non sono soltanto tipi ignobili che vituperano le donne definendole «femminaziste», incorreggibili machos e altre caricature di un maschile virile e disinibito. Il movimento mascolinista è eterogeneo. E' certamente composto da machos che rivendicano il loro statuto di «uomini» (in altri termini, la loro superiorità sulle donne), ma anche da gruppi organizzati di padri separati, di ex-coniugi risentiti o, ancora, di uomini che lamentano di subire gli effetti della «crisi della mscolinità».
Il movimento mascolinista trae origine dalle battaglie ingaggiate da gruppi di uomini separati contro il versamento degli assegni alimentari. Negli Stati Uniti degli anni '50, malgrado una   imponente propaganda celebri le gioie della vita trascorsa nell'ambito della famiglia (istituzione destabilizzata, negli anni precedenti, dall'invio degli uomini al fronte), aumenta il numero dei divorzi. Percependosi come parte lesa, alcuni uomini separati decidono di organizzarsi in lobby per difendere i propri interessi, soprattutto economici,come se si trattasse di militanti di una forma di «sindacalismo patriarcale». Essi contestano il principio dell'assegno alimentare, che si rifiutano di versare. La questione del divorzio e dei problemi che comporta  costituiscono, dunque, all'inizio, il nucleo delle battaglie mascoliniste. 
Più tardi, negli anni '70 e '80, le tematiche dei mascolinisti si diversificano e la loro retorica si evolve. Non è più soltanto questione di denaro da versare nel caso di separazione, ma si tratta della sofferenza degli uomini che attraverserebbero una «crisi» profonda di identità e avrebbero perduto i loro punti di riferimento. In realtà, gli uomini sono appena stati travolti dal movimento femminista. Infatti, nei paesi occidentali, le lotte femministe degli anni Settanta hanno conseguito risultati concreti sul piano dell'educazione e del lavoro, ma anche sul piano dei costumi e della sessualità. Le femministe sono giunte a politicizzare la vita privata e a sottolineare che il personale è politico. Nella sfera pubblica, così come in quella privata, i ruoli tradizionali degli uomini e delle donne sono sempre più frequentemente rifiutati.
Nella «classe» degli uomini, alcuni reagiscono peggio degli altri. L'emancipazione delle donne appare loro insopportabile. La perdita del proprio statuto sociale, dei propri privilegi e del controllo sulle «proprie» donne, appare loro inaccettabile. Decidono allora di adottare una griglia di lettura mascolinista. Si parla, allora, di donne che distruggono i propri uomini per egoismo, di donne ossessionate dalla carriera, di donne che non pensano che a se stesse, esercitando la propria libertà a detrimento degli uomini e della famiglia. Per questi uomini, è urgente riprendere in mano la situazione. Essi si presentano come vittime delle donne, del femminismo o del matriarcato, sistema sociale immaginario nel quale le donne, superpotenti, eserciterebbero un potere non condiviso, soprattutto sui bambini. Ma essi non vogliono arrendersi. Vogliono riconquistare il potere e acquisire nuovi privilegi, soprattutto quello di esercitare il controllo sull'educazione dei propri figli. Per ottenere questi obiettivi, qualsiasi mezzo è buono. Alcuni non esitano a riprendere e a volgere a proprio vantaggio le analisi femministe, invertendo il senso del rapporto di dominio e reclamando, senza vergogna, l'uguaglianza...anche per gli uomini.

Il mascolinismo oggi in Francia
In Francia, si parla ancora poco di mascolinismo, sia come ideologia che come movimento reazionario, e gli studi sull'argomento sono rari. Il termine non è molto usato e siccome quasi nessuno si proclama mascolinista, il fenomeno resta largamente sconosciuto.
Tuttavia, nei fatti, i mascolinisti fanno sempre più parlare di sé, delle proprie ideologie e delle proprie rivendicazioni. Da vent'anni, in seguito al riflusso del femminismo, si sono costituiti gruppi di uomini, tesi soprattutto a rivendicare i diritti dei padri separati e a denunciare il «sessismo» e le discriminazioni che gli uomini subirebbero. Le loro idee si impongono facilmente in quanto si iscrivono in un contesto caratterizzato dalla crisi economica e dal riflusso dei movimenti sociali progressisti. Il fatto che le donne lavorino e conquistino così la propria indipendenza economica (anche se persistono le disuguaglianze salariali e la precarietà le concerne in misura maggiore) le renderebbe responsabili del malessere degli uomini che si lamentano della «femminilizzazione» della società. Il discorso di vittimizzazione degli uomini si diffonde, via via che procede a ritmo spiegato l'attività di lobby dei gruppi mascolinisti. I media, infatti, senza smettere di parlare di una presunta crisi della mascolinità, propagandano i diritti, che si pretenderebbero conculcati, dei padri o  disquisiscono di uomini vittime di violenza nella coppia. 
Oggi, il polemista Eric Zemmour così come il saggista Alain Soral, per esempio, dispongono di numerose tribune dalle quali diffondere le teorie mascoliniste. I reparti «psicologia» e «sessuologia» delle librerie e delle biblioteche rigurgitano di libri di orientamento mascolinista. In TV, programmi su temi sociali, film e serie televisive veicolano un immaginario mascolinista. E' il caso del film documentario «Des hommes en vrai», diffuso sul canale France 2 nel 2009, che ha ottenuto uno strepitoso successo. Mascolinisti, fra i quali i membri dell'associazione SOS Papà, vengono invitati ai dibattiti sul domicilio alternato dei bambini in caso di separazione. Altri sono invitati  a partecipare a   eventi  promossi dalle istituzioni sul tema dell'uguaglianza fra uomini e donne. E' il caso dei membri del «Gruppo di studio sul sessismo» (GES), invitati alla «Quinzaine de l'égalité Rhone-Alpes» a La Roche-sur-Foron nell'ottobre 2011. Anche eventi che si pretendono scientifici offrono il destro di propagare tesi mascoliniste,  che ricevono così legittimazione dalla scienza. Si può citare l'esempio di un convegno dal titolo evocativo: «Coppie: uomini vittime, donne violente: è ora di finirla!», organizzato dall'associazione SOS Uomini maltrattati nell'ottobre 2011.

Chi sono i mascolinisti?
Mascolinisti, «uoministi», stesse battaglie?
Praticamente nessuno si definisce mascolinista. Così come è raro che una persona si dichiari esplicitamente razzista, è raro vedere un mascolinista assumere fieramente questa etichetta, che è sinonimo di antifemminismo. Rigettando il termine mascolinista, certuni si definiscono «uoministi». Non esiste una definizione di questo termine. Benché alcuni uoministi denuncino l'omofobia, rigettino alcuni valori associati al genere maschile (come l'aggressività, la competizione o il culto della virilità) e sostengano anche l'uguaglianza fra i sessi (è ciò che si può leggere nel «Manifesto degli uoministi»), continuano tuttavia a propagandare la causa degli uomini e dei padri in un contesto di dominio maschile. Qui è importante sottolineare che questo neologismo è stato coniato per imbrogliare le acque. Questa piroetta lessicale è, per alcuni mascolinisti, un abile modo di presentarsi sotto una migliore luce difendendo tesi meno apertamente misogine e antifemministe...ma se il contenitore muta, il contenuto è sostanzialmente identico. L'uominismo costituisce dunque una versione edulcorata del mascolinismo che permette ai più esagitati come Yvon Dallaire di nascondersi dietro posizioni pseudo egalitarie.

Come orientarsi nella nebulosa mascolinista
La nebulosa mascolinista è composta da una moltitudine di gruppi di uomini che parlano a nome degli uomini e in quanto uomini: gruppi di pressione maschile, associazioni di difesa dei padri, gruppi di autocoscienza, sette new age di terapia, stages di sviluppo personale ecc. Certo, tutti questi gruppi non hanno i medesimi obiettivi, né seguono le medesime pratiche o strategie. I mascolinisti non condividono tutti le stesse analisi, gli stessi valori, né la stessa visione del mondo. Non predicano tutti il ritorno delle donne a casa e l'affermazione di una mascolinità virile, per esempio. 
Tuttavia, le loro azioni mirano sempre a relativizzare o a negare la dominazione maschile. Essi condividono numerosi punti. Per loro, gli uomini e le donne sono per natura differenti e complementari; uomini e donne hanno interessi contraddittori e gli uomini devono difendere prioritariamente i loro interessi; gli uomini sarebbero, infine, vittime delle donne e/o delle femministe.

I gruppi mascolinisti si possono raggruppare in due categorie:

Le associazioni di difesa dei diritti dei padri
Usando e abusando di slogan che  riscuotono consenso come: «per la parità genitoriale» o il  «diritto dei bambini a frequentare entrambi i genitori», i gruppi di pressione mascolinisti cercano di togliere diritti alle donne con il pretesto di difendere la paternità. Negli anni Ottanta si sono costituite delle associazioni («SOS Papà» in Francia o «Fathers 4 Justice» nei paesi angolo-sassoni) di difesa degli interessi dei padri nei conflitti che insorgono in  concomitanza della separazione o del divorzio. Hélène Palma ne ha censite più di una ventina solo in Francia («SOS divorzio» «Movimento della paternità»; «I Papà = Le Mamme», ecc.).
Le loro azioni mirano, a livello individuale, a fornire un concreto sostegno giuridico agli uomini che cercano di ottenere l'affido dei loro bambini o che contestano il versamento o l'importo di un assegno alimentare. Sul piano politico e istituzionale, le loro pratiche consistono principalmente nello svolgimento di un'azione di lobbing nei confronti dei legislatori al fine di ottenere la promulgazione di leggi favorevoli ai padri. In Francia queste associazioni lottano da parecchi anni per imporre il modello dell'affido condiviso con residenza alternata dei figli. Esse non sono estranee all'adozione della legge del 2002 relativa all'affido condiviso con residenza alternata dei bambini e premono per far approvare una nuova legge, proposta nel 2009 e nel 2011 dai deputati dell'UMP Richard Maillé e Jean-Pierre Decool, che mira a rendere sistematica la pratica del domicilio alternato.
Presenti e molto attive in rete, con diversi siti, blogs, forums e portali, queste associazioni hanno sviluppato strategie di comunicazione efficaci e beneficiano di una forte visibilità mediatica. In America del Nord, in Australia e in Inghilterra, diversamente dalla Francia, dove i difensori della «causa dei padri» non si sono ancora fatti notare su questo piano, hanno compiuto azioni spettacolari e attuato colpi di scena mediatici. Il gruppo più conosciuto e più aggressivo è certamente «Fathers 4 Justice». I suoi membri non esitano a molestare e a terrorizzare le ex- compagne. Denunciano le ingiustizie e le discriminazioni di cui i padri sarebbero vittime. Criticano aspramente il sistema giudiziario, che sarebbe nelle mani di «lobbys femministe». Travestiti da supereroi, si arrampicano sugli edifici pubblici per far parlare di sé. In Gran-Bretagna cospargono i parlamentari di polvere violetta (colore delle suffragette  e...del loro movimento) e manifestano rumorosamente nelle strade nel corso di parate virili. Ma è negli Stati Uniti e nel Canada che gli attivisti della causa dei padri si comportano nel modo più aggressivo, indirizzando minacce ai magistrati e ai deputati se alle loro rivendicazioni non viene prestato ascolto.

I gruppi di autocoscienza e di sostegno psicologico
I gruppi di autocoscienza maschili sono spesso collegati ad associazioni dagli obiettivi più generali di quelli perseguiti dai gruppi di difesa dei padri. Ispirandosi a volte alle esperienze di separatismo e ai gruppi di autocoscienza delle femministe, questi gruppi di uomini vogliono parlare fra loro di se stessi per poter vivere meglio la condizione di uomini.
Questi gruppi di uomini che si concentrano sulla condizione e l'identità maschile, sostengono di voler sviluppare l'ascolto, liberare la parola intima, esprimere emozioni fra uomini. In apparenza seducente, la loro pratica- che pretendono apolitica - è tuttavia criticabile. Composti in maggioranza da eterosessuali, quarantenni o cinquantenni, talvolta divorziati, in realtà questi gruppi si preoccupano prioritariamente delle difficoltà che gli uomini incontrano nei loro rapporti con le donne (madri, ex- coniugi, partner). In questi gruppi le discussioni sono incentrate sul malessere di questi uomini che si lamentano della propria esistenza e della propria condizione di vittime. Il loro obiettivo è di trovare conforto psicologico e la fierezza perduta di essere uomini. Nessun tentativo di comprendere i meccanismi del dominio maschile, né la volontà di mettere in discussione  i propri privilegi. Coloro che soffrono, le vittime, sono loro: gli uomini. Coloro che devono emanciparsi, liberarsi (dall'influenza delle donne) sono loro: gli uomini.
Su questa galassia di gruppi di coscienza, esercita un influsso Guy Corneau. Ispirandosi al pensiero dello psicanalista del Québec Guy Corneau, il Réseau Hommes (la Rete degli Uomini) - di cui esistono attualmente diramazioni in Francia, in Belgio e in Svizzera - viene creato nel 1992 e promuove il principio della formazione di gruppi di soli uomini. Alcuni uomini costituiscono gruppi di una decina di persone e organizzano regolari riunioni al fine di «permettere agli uomini di parlare senza essere giudicati». Se il fatto di voler condividere il proprio vissuto, il proprio sentire, con rispetto della riservatezza, è, in sé, lodevole, il Réseau Hommes funziona come un organismo di rinvigorimento degli uomini. Lo scopo del Réseau Hommes Québec è quello « di accrescere la stima e il prestigio degli uomini attraverso uno stile di vita autentico e responsabile». Focalizzandosi sul proprio vissuto e sulle proprie sofferenze, questi uomini nascondono a se stessi le sofferenze delle donne e la propria responsabilità in proposito. E rigettano l'analisi politica dei rapporti di potere esercitati dalla classe degli uomini.
Il polo mistico di questa galassia è occupato dai «Nuovi guerrieri». Se il nome può far rabbrividire, non dobbiamo immaginare che si tratti di soldati dall'aspetto macho caricaturale. Si tratta piuttosto di un movimento scaturito dalla new age, i cui adepti si ispirano direttamente ai metodi di sviluppo personale e alla filosofia del loro leader, il poeta Robert Bly, inventore del concetto di «mitopoietica». L'idea da cui partono, apparentemente seducente, è quella di diventare dei «guerrieri dello spirito» in lotta «per sradicare il macho trasmesso dai loro padri». All'inizio degli anni Ottanta, alcuni uomini che si pretendono femministi si lanciano in un'avventura che prenderà il nome di: «l'Avventura iniziatica del nuovo guerriero». E questi Nuovi guerrieri desiderano condividere le proprie esperienze. Organizzano week-end iniziatici e praticano rituali esoterici, a proposito dei quali conservano il più rigoroso segreto. Alla fine degli anni Novanta, abbandonando un nome troppo stereotipato, creano il Man Kind Project o «Progetto Umanità», un'organizzazione attualmente presente in numerosi paesi, fra i quali la Francia. Fin dal principio della loro avventura, la questione centrale che affrontano è la riscoperta della vera essenza della mascolinità. Nella loro visione mistica ed essenzialista, il «maschile» non può essere trasmesso che dagli uomini, come dice Robert Bly: « I nostri padri non hanno potuto darci ciò di cui avevamo bisogno, noi siamo stati allevati dalle donne, dalle quali non abbiamo potuto apprendere la mascolinità; noi dobbiamo dunque insegnarla l'uno all'altro». Se i Nuovi guerrieri sostengono di rispettare il «femminile» e le donne, che considerano esseri complementari, deplorano però il potere che esse deterrebbero da sempre. Segnatamente il «potere materno», l'influenza che eserciterebbero sui bambini, a discapito degli uomini.

I maître à penser del mascolinismo
Il movimento mascolinista, come tutti i movimenti, ha i suoi intellettuali e i suoi capofila più o meno influenti. Appartengono a questa categoria sia autori e «intellettuali» mediatici che universitari (psicologi, sociologi, storici...), terapeuti o presidenti di associazioni militanti.
Se ne possono citare alcuni (in Francia e in Québec), tra i più conosciuti e prolissi:
Yvon Dallaire, psicologo e sessuologo del Québec, è l'autore di numerose opere mascoliniste. Ha una propria casa editrice «Option Santé» e gestisce il sito web: «couplehereux.com». Interviene spesso sui media e partecipa a conferenze un po' ovunque. Ha presieduto inoltre tre congressi francofoni internazionali dal titolo di: «Parole d' uomo», le cui diverse edizioni (nel 2003, 2005 e 2008) hanno riunito centinaia di persone. Promuove liberamente idee antifemministe, affermando l'orgoglio di essere uomo e condannando le violenze femminili. I titoli di due suoi libri la dicono lunga sul suo pensiero: «Fiero di essere uomo», «Violenza contro gli uomini».
Patrick Guillot è presidente del «Gruppo di studio sul sessismo» (GES) e anima il sito internet: «lacausedeshommes.com». E' autore di numerosi libri che difendono la causa degli uomini e denunciano la «misandria», che egli definisce come l'avversione o l'odio verso gli uomini.
Guy Corneau è uno psicanalista del Québec, autore, fra l'altro, del libro: «Padre mancante, figlio mancato», creatore e maître à penser del Reseau Hommes. I suoi scritti sono citati molto frequentemente come modelli da seguire dagli uomini che frequentano il Réseau Hommes e le sue opere, che riguardano lo sviluppo personale, riscuotono un successo considerevole. Egli anima conferenze in tutto il mondo.
Eric Verdier, psicologo francese, ricercatore alla Lega francese della salute mentale e presidente dell'associazione «I Papà = Le Mamme» è un lobbysta della causa dei padri e interviene regolarmente presso le istituzioni per denunciare, alla rinfusa, l'omofobia e promuovere i «diritti dei padri». Non  esitando a compiangere gli uomini che sarebbero vittime di violenze e discriminazioni, ha redatto un «Manifesto cittadino per i ragazzi, gli uomini e i padri» ed ha partecipato al film: «Des hommes en vrai» (2009). («Come sono veramente gli uomini»)
Serge Ferrand, giornalista e regista, è autore del fumetto misogino: «Le vaginocrati» e di film che lo sono altrettanto: «Entre père et fils» (2002) («Tra padre e figli») e «La machine à broyer les hommes» («La macchina tritauomini») (2004). Appare regolarmente sui media del Québec dove diffonde i suoi discorsi antifemministi.
Daniel Welzer-Lang è un sociologo francese specialista di studi sugli uomini e sul maschile. Presentandosi come profemminista e mutuando analisi femministe radicali, si è a poco a poco allontanato da questa posizione, manifestando propositi e sostenendo tesi sempre più ambigue. La sua parabola intellettuale e politica - dal profemminismo al mascolinismo - è paradigmatica del pericolo che rappresenta l'interesse per il «maschile» e per la sofferenza degli uomini, quando è affrontata da uomini che si sbarazzano delle teorie femministe. Il contenuto della sua ultima opera sulla «crisi» della mascolinità illustra chiaramente le sue posizioni mascoliniste («Nous, les mecs. Essai sur le trouble actuel des hommes» «Noi, i maschi. Saggio sull'attuale turbamento degli uomini», editore Payeur, 2009).

I mascolinisti difendono, a modo loro, un progetto di società reazionaria e ostile alle donne. Vogliono mantenere i privilegi maschili, ma non hanno spesso l'onestà di riconoscerlo. Usano piroette retoriche, inventano concetti strambalati con lo scopo di invertire i ruoli, facendo passare gli uomini per le vittime di una società «matriarcale», le cui redini sarebbero tenute con polso duro dalle femministe. Ma lungi dal riguardare solamente una minoranza di esaltati, di machos fanatici e di revanscisti, queste idee pericolose, alle quali i media offrono larga eco e la cui audience non cessa di crescere, conquistano anche donne e certi ambienti femministi e antisessisti. E il tema dei «diritti dei padri» è certamente lo slogan ideale per convertire il maggior numero di persone alla sensibilità mascolinista.

CHE COSA NASCONDE LA CAUSA DEI PADRI?

E' senza dubbio il soggetto favorito dei mascolinisti e certamente il più popolare, quello che rende la loro battaglia simpatica all'opinione pubblica: la difesa dei «diritti dei padri». A credere ai militanti della causa dei padri, questi vogliono vivere tutti pienamente la loro paternità. Gli uomini non chiederebbero altro che di esercitare pienamente il loro ruolo genitoriale. Ma i giudici strapperebbero loro i figli, mentre le loro ex li trascinerebbero nel fango e davanti ai tribunali.
Denunciare l'ingiustizia, esprimere la propria collera e suscitare compassione: ecco il cocktail mascolinista riguardo al problema dei diritti dei padri. E' certamente giusto che gli uomini si dedichino alla cura dei figli. Tuttavia, ai mascolinisti importano non tanto i figli, quanto la conservazione del potere sulle ex mogli.
Organizzati in gruppi di sostegno (giuridico e psicologico) e in gruppi di pressione, alcuni uomini e padri militano contro ciò che essi considerano essere una forma di discriminazione sistematica. In Francia SOS-Papà è l'associazione più conosciuta. Ma, come si è già detto, esiste una ventina di associazioni di difesa dei padri. Meno abituate a colpi di scena mediatici degli attivisti di fathers for justice, queste associazioni offrono un aiuto concreto ai padri divorziati (aiuto giuridico, consigli ecc.) e fanno pressione sui tribunali per influire sulle decisioni dei giudici nei casi di divorzio. Un altro campo di azione consiste nel fare un intenso lavoro di lobbyng presso i deputati e le deputate. SOS Papà ha per esempio svolto un ruolo importante nel caldeggiare la promulgazione della legge sul domicilio alternato del 2002. E questo attivismo paga, poiché dopo aver formulato una proposta di legge per «rendere obbligatorio il domicilio alternato fin dalla nascita del bambino e indipendentemente da quale padre lo esiga» [N.d.A e, quindi, sembra di capire, anche se il padre si è reso responsabile di violenze nei confronti della ex moglie o dei figli], deputati della frangia dura dell'UMP hanno deposto nel 2009 e nel 2011 una proposta di legge che ha suscitato grande clamore.

In seguito ad un divorzio o ad una separazione, l'affido dei bambini è ancora oggi in Francia attribuito alla madre. E' vero. Ma i difensori dei diritti dei padri sottintendono che ciò costituirebbe un problema. Per loro, gli uomini sarebbero sistematicamente lesi nei loro diritti.
Accade infatti che alcuni uomini non ottengano l'affido dei loro bambini, allorché lo chiedono. Ma ricordiamoci che, se il domicilio abituale dei bambini è fissato presso la madre (nel 79% dei casi nel caso di divorzio, nell'84% dei casi nel caso di una separazione), ciò avviene in seguito all'accordo di entrambi i genitori. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, i genitori si sono già accordati sul luogo di residenza del bambino, prima della procedura di divorzio o prima della separazione. E i genitori scelgono ancora che il bambino trascorra la maggior parte del tempo con la madre.
Non ci sono dunque molti bambini «strappati ai padri», contrariamente a quanto sostengono i difensori dei «diritti dei padri». I padri che chiedono che il bambino risieda con loro ogni giorno o almeno la metà del tempo non sono così numerosi come affermano i mascolinisti: la grande maggioranza dei padri accetta ben volentieri che l'affido dei figli venga attribuito alla ex moglie.
Spesso, non sono affatto disposti a sconvolgere l'organizzazione della propria vita per accogliere a  pieno o a metà tempo i loro bambini. Bisogna dunque finirla con questo mito dei padri sistematicamente lesi nei propri diritti, costretti a rinunciare al loro desiderio di ottenere l'affido o quanto meno l'affido con domicilio alternato.

Per l'ala «diritti dei padri» dei mascolinisti, il domicilio alternato è sempre il modello ideale. Così essi tentano di imporlo in maniera sistematica nelle procedure di divorzio o di separazione. Benché la legge del 2002 abbia contribuito a facilitare il ricorso al domicilio alternato, i difensori della causa dei padri vogliono spingersi più in là. Essi lottano ora perché il domicilio alternato diventi la regola, non più l'eccezione. Reclamano una legge che sancisca il vincolo del domicilio alternato, obbligando i genitori che vogliono derogare a questa regola a giustificare la propria posizione. 
Quali argomenti propongono generalmente i partigiani del domicilio alternato? In primo luogo, l'interesse del bambino: questo modello sarebbe ideale per i bambini «che hanno diritto a frequentare entrambi i genitori» e che hanno «bisogno tanto di un padre quanto di una madre». In secondo luogo, la preoccupazione dell'equità: questo modello sarebbe ideale soprattutto per i padri che otterrebbero il riconoscimento dei loro diritti e strapperebbero alle donne l'uguaglianza nell'esercizio del potere sui figli. Vi sono buone ragioni per accogliere con scetticismo questi argomenti.
Non si tratta di dire che la maggioranza dei padri non si preoccupa del benessere dei propri figli. Qui si tratta piuttosto di sottolineare che i mascolinisti non esitano a porre l'argomento «interesse superiore dei bambini» a servizio dei loro propri interessi.
Per attestare la fondatezza delle loro richieste, essi chiamano in causa tutte le teorie disponibili nella letteratura mainstream e «scientifica» sulla funzione del padre e sull'importanza del rapporto padre-figlio (e, meno spesso, padre-figlia). Che cosa ci dicono queste teorie? Soprattutto che non bisogna allentare e ancor meno rompere il legame con il padre. Ne andrebbe dell'equilibrio psichico e affettivo del bambino, così come della costruzione della sua personalità. Senza padre, mancherebbero i punti di riferimento indispensabili. Ne deriverebbe che i ragazzi cresciuti senza padre abbiano molte probabilità di diventare delinquenti.
Queste speculazioni si fondano su vaghe nozioni di psicanalisi francamente contestabili. I bambini non hanno bisogno, per natura, di un padre e di una madre biologici. Per contro, hanno bisogno d'amore e di attenzioni, da parte soprattutto di adulti benevoli. Ma la sacralizzazione della figura del padre che riposa su una visione stereotipata e «naturale» dell'ordine dei sessi risulta molto utile ai maschilisti. Essa dà importanza agli uomini, gli attribuisce un ruolo prestigioso. I mascolinisti sono in primo luogo interessati a valorizzare gli uomini. Ciò che conta è la valorizzazione sociale della figura del padre. Che, nella realtà, gli uomini siano ancor oggi spesso assenti o scarsamente presenti in famiglia, che non esitino a sbarazzarsi delle responsabilità educative, delegandole alle compagne, non interessa ai mascolinisti. Per contro, essi non esiteranno ad imputare alle madri sole la responsabilità dei fallimenti, delle sofferenze e delle devianze sociali dei figli. Ai mascolinisti non importano tanto i figli, quanto i padri!
L'uguaglianza per tutti!
E' in nome dell'uguaglianza che i mascolinisti reclamano l'applicazione del principio giuridico della bigenitorialità. Partendo dal principio che gli uomini sono discriminati nell'esercizio della genitorialità, i militanti della causa dei padri dicono di voler farla finita con questa ingiustizia. In realtà, essi invocano questo principio della bigenitorialità per porre i padri in posizione vantaggiosa nella negoziazione con le ex delle condizioni della separazione. Certo, i padri hanno dei diritti. Ma se la bigenitorialità comporta dei diritti, comporta ugualmente dei doveri. Nell'ottica dell'uguaglianza, questo principio della bigenitorialità rappresenta, in teoria, l'ideale. Oggi, però, l'uguaglianza nelle relazioni fra uomini e donne non è una realtà sociale, a cominciare dalla condivisione del lavoro di cura. Si può dunque difficilmente applicare a una data realtà un principio che le è estraneo, per quanto giusto esso sia. Dal momento che la realtà è insopportabile, cambiamola! Ma certamente non cominciando con l'attribuire agli uomini più diritti prima che essi abbiano dimostrato che hanno iniziato ad apportare mutamenti significativi al proprio comportamento. In altri termini, che i padri non si attendano che gli vengano concessi dei diritti prima che abbiano adempiuto i propri obblighi. E' proprio ciò che tentano di ottenere i mascolinisti, per i quali la parola uguaglianza significa innanzitutto che gli interessi degli uomini sono prioritari rispetto al benessere dei loro familiari.

Dietro alla battaglia per il domicilio alternato: i soldi
La maggior parte delle liti vertono sull'assegno alimentare
Versare il denaro alla ex moglie quando le è affidato il figlio: ecco  ciò che suscita ira. I difensori della causa dei padri vi scorgono il mezzo attraverso cui le donne spennano gli uomini.
Rammentiamo che entrambi i genitori hanno un obbligo di mantenimento (in natura o in denaro) dei figli. In applicazione della legge, il versamento di un assegno alimentare dipende dalle modalità di affido dei bambini e dalle risorse dei genitori. Esso è generalmente corrisposto al genitore presso il quale è fissata la residenza abituale del bambino, perché è lui che affronta le spese legate al mantenimento e all'educazione del figlio. L'assegno alimentare si configura dunque come un contributo del genitore che esercita soltanto un diritto di visita e di ospitalità. Il calcolo dell'ammontare dell'assegno si basa sul suo reddito. Non si tratta sovente che di magri compensi versati alla madre del bambino. Se l'ammontare dell'assegno è «astronomico», è certamente perché anche il reddito di chi lo deve versare è «astronomico». Dove sta dunque l'ingiustizia?
Quando si analizzano le liti innescate dai divorzi, si constata che i conflitti sono generati generalmente da due motivi. I disaccordi fra i genitori vertono:
- sull'affido e sul domicilio dei bambini e, di conseguenza, sul principio del versamento di un assegno alimentare.
- solamente sull'ammontare dell'assegno.
In realtà, le liti sono molto poche nel caso della separazione. E quando insorge una lite, contrariamente a quanto asseriscono i difensori dei diritti dei padri, essa non riguarda il diritto del bambino di frequentare entrambi i genitori. Non ci lasciamo ingannare dalle strategie dei mascolinisti che cercano di impietosirci con la pretesa rottura del rapporto padre-figlio. I conflitti vertono generalmente su questioni economiche e più precisamente sull'ammontare dell'assegno alimentare. «Nella stragrande maggioranza dei divorzi (85%), il giudice ratifica l'accordo raggiunto dai genitori sulla residenza del figlio e sull'ammontare e le modalità di corresponsione dell'assegno alimentare. [...] Resta un 10% di cause di divorzio nelle quali il giudice ha dovuto comporre un tenace disaccordo. [..] Il conflitto verte probabilmente più sull'ammontare dell'assegno che sul principio del versamento: il genitore presso il quale è fissata la residenza chiede un assegno il cui importo è giudicato troppo elevato dall'altro (9% di coppie che stanno divorziando)». [Chaussebourg Laure, La contribution à l'entretien et l'éducation des enfants mineurs dans les jugements de divorce, INFOSTAT JUSTICE, Bullettin d'informations statistiques n.93, février 2007].

Il domicilio alternato: un modello finanziariamente vantaggioso per gli uomini
Nel caso di domicilio alternato, la legge prevede una condivisione «equa» delle spese legate all'educazione dei bambini. Di conseguenza, nel 75% dei casi di divorzio con domicilio alternato, non è previsto né versato alcun assegno alimentare.
Questa situazione sembra ideale, perché entrambi i genitori sono invitati a provvedere al mantenimento e all'educazione dei figli. Senonché, i genitori che praticano l'alternanza del domicilio non fruiscono generalmente di redditi di pari importo. Ricordiamo che le donne continuano a guadagnare meno degli uomini [Secondo l'INSEE le donne sono pagate il 25% in meno degli uomini]. Inoltre, la maggioranza delle donne che hanno dei bambini effettuano la maggior parte del lavoro domestico e di cura. [Secondo Anne-Marie Devreux, 3 padri su 4 dichiarano di non collaborare alla cura dei bambini, quale che sia il loro numero. Devreux Anne-Marie, Autorité parentale et parentalité. Droits des pères et obligations des mères? Dialogue, 2004]  A differenza degli uomini, le donne oggi devono lottare per conciliare l'attività professionale e il lavoro domestico e di cura - è il principio del doppio lavoro. Ma la priorità continua ad essere accordata ai figli, a detrimento della carriera e dell'indipendenza economica. Non è perciò raro che, durante la convivenza, il salario degli uomini aumenti e quello delle donne ristagni o diminuisca. In queste condizioni, il divario fra il reddito dell'uomo e quello della donna tende spesso a crescere durante la convivenza. E dopo il divorzio o la separazione, le disuguaglianze reddituali si accentuano ancora di più.
Quando è deciso (o imposto automaticamente, come rischia di avvenire) il domicilio alternato con una conseguente condivisione rigida degli oneri (50/50), le donne hanno un'alta probabilità di subire un pregiudizio finanziario. Poiché anche nel caso di forte diseguaglianza dei redditi a favore del padre, egli non è automaticamente obbligato a versare un assegno alimentare.
Ottenendo il domicilio alternato, gli uomini sfuggono al dispositivo di redistribuzione che costituisce l'assegno alimentare (che avrebbero dovuto versare se il bambino fosse vissuto con la mamma). Essi sono certamente obbligati ad assicurare il mantenimento in natura del loro figlio ( N.d.A ossia il cibo), esattamente come la loro ex compagna, ma siccome beneficiano in maggioranza di una migliore situazione economica, questa obbligazione pesa meno sul loro budget. Inoltre, il domicilio alternato non garantisce, per magia, un investimento uguale dei genitori nella cura effettiva dei bambini. Le diseguaglianze nella ripartizione del lavoro domestico e di cura che esistevano in seno alle coppie perdurano dopo la separazione. Le madri gestiscono molti più aspetti particolari della vita quotidiana (materiali, medici, scolastici così come l'abbigliamento, i divertimenti, le vacanze...). Questa assunzione di responsabilità comporta forzatamente maggiori spese a carico della madre. E' per questo che, anche nel caso in cui il padre e la madre abbiano lo stesso reddito, la madre è generalmente indotta, in realtà, a sostenere maggiori spese.
Così come è concepito attualmente, vale a dire senza alcuna considerazione dei rapporti sociali fra i sessi e dei disequilibri in materia di investimento nel lavoro di cura, il sistema del domicilio alternato è dunque ingiusto e imperniato sulla diseguaglianza. La sistemazione che prevede è in effetti spesso vantaggiosa per gli uomini e penalizzante per le donne. Si capisce perché i mascolinisti lo apprezzino tanto. Si tratta di un mezzo per evitare di perdere una parte delle proprie risorse economiche e ridurre il proprio tenore di vita. Si tratta ugualmente di un mezzo per conservare, sul piano economico, la superiorità sulla propria ex.
La dimensione economica è dunque ben presente agli occhi dei difensori della causa dei padri. Abbiamo il diritto di nutrire seri sospetti sulle motivazioni reali di questi padri militanti che reclamano il domicilio alternato ad ogni costo, anche quando affermano di farlo per amore dei loro bambini.
Al di là della questione dei soldi, i mascolinisti vi intravedono una dimensione simbolica. Si tratta per loro di «non perdere la faccia». Con il domicilio alternato, essi si affrancano dall'obbligo, che giudicano infamante, di versare denaro alla loro ex. E' un modo per loro di prendersi una rivincita, di punire le donne, a cominciare da quelle che hanno deciso di lasciarli.

Domicilio alternato e questioni di potere
Il potere che sono in grado di esercitare sulle loro donne e sui loro bambini preoccupa i mascolinisti più dell'uguaglianza. Molto spesso, in caso di rottura del rapporto, gli uomini si trovano a confrontarsi con la minaccia di perdere la loro posizione privilegiata di capifamiglia. Conservare la loro posizione presuppone il mantenimento del controllo sulla moglie e sui figli. Il problema è allora importante.
Con il domicilio alternato, i revanscisti intravedono una possibilità concreta di mantenere un'influenza sulla loro ex moglie e un potere sulla famiglia, anche dopo la separazione. Infatti, per rendere concretamente possibile il domicilio alternato, occorre che i due genitori non si allontanino fisicamente l'uno dall'altro. Il domicilio alternato comporta inoltre il dovere per i due ex coniugi di parlarsi e comunicare con regolarità, laddove in caso contrario non si trattava che di accordarsi sul diritto di visita. Le donne si vedono così costrette a mantenere una relazione stretta con i propri ex, anche quando non lo desiderano. Si sa inoltre che il bambino è un mezzo di pressione sulla donna e che le negoziazioni sulla cura e sull'educazione dei bambini offrono un pretesto agli uomini che commettono molestie. Con il domicilio alternato, è quasi impossibile sottrarsi all'influenza del proprio ex coniuge, o rifarsi serenamente una nuova vita. Peraltro è ciò di cui hanno bisogno molte donne dopo una separazione. A cominciare da quelle che hanno subito o continuano a subire violenze dai loro ex coniugi.
La regolamentazione della questione dell'affido dei figli è dunque cruciale quando si tratta, per la madre, di tagliare i ponti con il passato. Nel caso delle separazioni per violenza coniugale, l'allontanamento dal coniuge violento è una necessità. L'imposizione del domicilio alternato è in questo caso un'aberrazione. Costringere le madri a sottostare a questa decisione può infatti avere conseguenze molto gravi. Ora, i giudici non sono sempre al corrente della realtà delle violenze (fisiche, psicologiche o sessuali), né è sempre sensibile alle argomentazioni delle avvocate delle donne vittime di violenza. Nell'intento di semplificare le procedure e di ridurre il carico di lavoro dei  tribunali, la tendenza attuale è piuttosto quella della ricerca di una conciliazione fra le due parti. Più semplicemente, la soluzione del domicilio alternato permette di rispondere a questa preoccupazione di efficacia. E' però evidente che le donne in situazione di pericolo che desiderano rescindere il legame con l'uomo che esercita /esercitava violenze contro di loro e/o contro i bambini, non possono che essere ostili al domicilio alternato. Ma anche in questo caso, i mascolinisti, le cui rivendicazioni guadagnano consenso, vorrebbero imporre loro questa perniciosa prossimità...in nome dell'«uguaglianza».

Il domicilio alternato: perché le donne non lo vorrebbero?
In teoria, le madri avrebbero tutto l'interesse ad accettare il principio dell'alternanza. Comportando la condivisione del peso delle responsabilità genitoriali, il domicilio alternato potrebbe rappresentare una forma di liberazione. Infatti nella coppia esse continuano a svolgere la maggior parte del lavoro di cura a causa della persistente diseguaglianza nella divisione sessuale dei ruoli. Il domicilio alternato sarebbe allora, idealmente, una misura di riequilibrio a vantaggio delle madri. Un mezzo per acquisire tempo libero e aprire alle donne altrettante possibilità che ai padri di ricostruire una vita familiare, di sviluppare la loro carriera, di espandere la loro vita sociale ecc. Non è infatti mai tardi per reclamare l'uguaglianza! Se la separazione conduce a maggior uguaglianza, tanto meglio! E se in più gli uomini richiedono di partecipare maggiormente alla cura dei figli, dove sta il problema?
Eppure molte madri sono restie all'accettazione del domicilio alternato in caso di separazione. Perché? La maggior parte di loro non si oppone al principio del domicilio alternato: tutto dipende dalla persona a cui deve applicarsi e a quali condizioni. «Non con quel padre!» dicono. Non tutti i padri sono in effetti disposti ad impegnarsi, in modo uguale, nella cura dei bambini. Anziché ridurle, il domicilio alternato mantiene le diseguaglianze e il dominio maschile.

Il mito dei «nuovi padri»
Si odono sempre più discorsi su questi «nuovi padri», dei quali non  si finisce più di vantare i meriti. Veri «papà-chiocce», i nuovi padri si appassionerebbero ai loro bambini, ne farebbero la priorità della loro vita, accordando loro altrettanto, se non più, interesse e tempo che alle donne. Ora, questi nuovi padri - la maggior parte giovani, intellettuali di classe media e residenti nelle grandi città - restano ancora una minoranza statistica. Una minoranza sopravvalutata. Ma è utile sopravvalutare questi padri, spesso giovani. Col pretesto di voler coinvolgere attivamente gli uomini nella cura dei figli presentando il comportamento esemplare di qualcuno di essi, si ingigantisce un fenomeno, si travisa la realtà. Anche certi ambienti femministi partecipano a questa mistificazione. E le donne che difendono i nuovi padri ne vedono dappertutto. Di conseguenza, si finisce per credere che i nuovi padri siano dappertutto. Non si tratterà più di una minoranza di padri concretamente coinvolti nel lavoro di cura, ma a tutti i padri verrà attribuito questo comportamento. Si è proprio in presenza di un mito che ancora una volta serve a valorizzare gli uomini.
In realtà, le madri deplorano che la ripartizione delle mansioni legate alla cura e all'educazione dei bambini resti molto squilibrata. E questa situazione, molto spesso, perdura dopo la separazione. Ad esse è molto difficile credere agli ex che promettono di cambiare e di farsi realmente coinvolgere nella cura dei bambini. No, i nuovi padri non sono tanto numerosi! «Non con quel padre!» significa che le donne non si fidano della volontà dei  loro ex di assumere il ruolo di educatori nella vita quotidiana. Li conoscono, non li vedono assumere questo ruolo sul serio e cambiare radicalmente il proprio modo di vita,  per elevare a priorità la cura del bambino. Fondate sulle loro esperienze, le apprensioni che le madri esprimono sono spesso fondate. Quando viene deciso il domicilio alternato, esse si ritrovano ad assumere sempre più spesso il ruolo tradizionale che consiste anche nell'occuparsi della salute e dell'istruzione dei figli. Il padre è descritto come un adolescente che scopre la realtà delle costrizioni che implica la presa in carico effettiva di un bambino: la cura costante del benessere del bambino e il necessario mutamento dell'organizzazione  della propria vita e del proprio spazio per accogliere il bambino in un ambiente confortevole e rassicurante. Piuttosto che affrontare tali responsabilità, certi preferiscono continuare a privilegiare il coinvolgimento in attività gratificanti, come il gioco e i divertimenti.
C'è una questione che è assente dal dibattito sul domicilio alternato: il peso che rappresenta la preoccupazione permanente del benessere del bambino. E sono in maggioranza le donne ad accollarsi questo fardello, questo cruccio. Esse lo prendono su di sé di continuo e ciò si traduce in un doppio lavoro per loro: assumersi la responsabilità del bambino quando è con loro, ma anche quando non lo è. Le madri che condividono l'affido dei loro bambini affermano di doversi assicurare che il padre svolga correttamente il proprio lavoro di genitore. Esse devono ugualmente rimediare ai suoi errori. Ma tutto ciò resta invisibile e le donne non sono riconosciute per questo lavoro che produce stress e fatica.

Il domicilio alternato: ovvero come sbarazzarsi delle proprie responsabilità affidandole ad altre donne
Come si comportano i padri quando il bambino è a casa loro e non possono più, ormai, delegare il lavoro alla madre? Osservazioni ed inchieste rivelano che, una volta ottenuto  il domicilio alternato, i padri sono spesso  ben lontani dall'impegnarsi nel ruolo paterno e dall'assumere le decisioni appropriate. Occorrerebbe infatti che essi accettassero qualche sacrificio, in particolare che adattassero il proprio orario di lavoro alle esigenze del figlio, che disinvestissero in parte le proprie energie dalla sfera professionale, che rinunciassero ad alcune attività e ad una porzione della propria vita sociale. Ora, non si trova che qualche padre-chioccia affezionato, che si piega in quattro per il proprio bambino, come il protagonista del film «Kramer contro Kramer». Al contrario, accade molto spesso che i padri si liberino in parte delle proprie responsabilità genitoriali trasferendole a terzi. E chi sono questi terzi? Quasi sistematicamente altre donne. Essi affidano infatti il bambino alla loro nuova compagna, a membri della propria famiglia (la madre, la sorella, ecc.), oppure, quando possono permetterselo, a personale retribuito (colf, tata, baby-sitter...).

Le madri manipolatrici e la «Sindrome di alienazione genitoriale» 

«Le madri sono disposte a tutto pur di ottenere l'affido esclusivo del figlio, anche a raccontare le peggiori menzogne. Esse istigano i propri figli contro il padre. Esse inventano o esagerano episodi di violenza per discreditare i padri e strappare loro i figli».

Ecco che cosa si può sentire dai mascolinisti militanti della causa dei padri, a proposito dei conflitti sull'affido dei bambini. Il tema della strumentalizzazione dei bambini da parte delle madri manipolatrici è ricorrente presso i mascolinisti, ma non solo. Questa idea delle madri che praticherebbero il lavaggio del cervello dei figli costituisce un luogo comune, a partire dal quale i mascolinisti tentano di elaborare teorie generali misogine e sessiste. Per dare credibilità a questo topos, essi ricorrono al concetto di «Sindrome di alienazione genitoriale».  E' lo statunitense Richard Gardner ad inventare questo concetto, molto utile ai mascolinisti, negli anni '80. Ecco come definisce questa pretesa sindrome: «La PAS è una turba dei bambini, che si manifesta quasi esclusivamente nell'ambito dei conflitti sull'affido, quando un genitore (abitualmente la madre) plagia il bambino, spingendolo ad odiare l'altro genitore (abitualmente il padre). I bambini si schierano generalmente a fianco del genitore che opera questo condizionamento, complottando contro il padre». 
In America del Nord e in Europa questa pericolosa teoria è utilizzata nei casi di divorzio dagli avvocati e dalle associazioni di sostegno ai padri separati. Essa capita a proposito per certi mascolinisti che trovano con la PAS un mezzo temibile per far cadere il dubbio sulle parole dei bambini e delle ex coniugi che le discreditano a priori ogni volta che vendono denunciate delle violenze. L'intenzione non è qui di dire che le donne non sarebbero capaci di esercitare forme di manipolazione sui bambini per aizzarli contro i padri, ma è urgente ricordare che la maggior parte delle violenze commesse dagli uomini sono ancor oggi in larga parte nascoste e che la maggior parte delle vittime (bambini e donne) non osano parlare. Con questo genere di teorie strampalate, presentate come verità assolute, la parola delle donne - e dei bambini, in particolare con l'utilizzazione della PAS - ha più difficoltà a farsi ascoltare.

In filigrana: rimettere in questione il diritto delle donne a disporre del proprio corpo
Se il problema del domicilio alternato occupa la maggior parte del loro tempo, i mascolinisti non si fermano qui. Alcuni arrivano persino a rivendicare il diritto di poter intervenire su una gravidanza, decidendo di farla interrompere o, più spesso, proseguire. In nome di un altro «diritto», il diritto sacro degli uomini alla paternità, esigono di essere presi in considerazione. Lamentandosi delle donne che avrebbero tutto il potere in questo dominio, essi vogliono farla finita con quello che chiamano «l'impero del ventre», il «matriarcato» o la «dominazione materna». Gli pare logico che la società corregga ciò che considerano come un'ingiustizia originaria: il fatto di non disporre della capacità di generare. Non essendo dotati della funzione biologica che permetterebbe al loro corpo di dare la vita a un bambino, gli uomini reclamano in qualche modo una riparazione. Per questo invocano un principio di codecisione in materia di diritti procreativi, previsto dalla legge, ciò che tornerebbe a dare agli uomini un potere sul ventre delle donne.
Il controllo della funzione riproduttiva della donna è sempre stato una questione cruciale per gli uomini. Ma dopo la crescita dell'accesso ai mezzi contraccettivi e all'interruzione di gravidanza - almeno per certe categorie di donne, in certe regioni del mondo - gli uomini si sono visti sottrarre parzialmente questo controllo. Ecco una situazione che i mascolinisti non sopportano. Piuttosto che volere semplicemente un ritorno al passato, con la rivendicazione di nuovi «diritti», partono alla conquista di nuovi privilegi.
In Francia, la legge Veil, che depenalizza parzialmente l'aborto e regolamenta le pratiche di interruzione volontaria della gravidanza, stabilisce che le maggiorenni che vogliono abortire non hanno bisogno di alcuna autorizzazione: né di un genitore, né del padre, né del marito, né di alcun altro. Esse sole sono padrone della propria decisione. Esse sole decidono cosa fare. Frutto delle lotte femministe, l'interruzione volontaria di gravidanza è un diritto prezioso che resta fragile.  Infatti, è disseminato di insidie: colpevolizzazione, periodo di attesa, imposizione di un «colloquio psico-sociale» e della settimana di riflessione ecc. Altrettante prove per le donne che vogliono abortire. In un clima reazionario, dove le voci contrarie all'aborto si fanno sempre più sentire, l'offensiva dei militanti della causa dei padri minaccia di rendere ancora più fragile questo diritto. Reclamando il diritto alla paternità (con o senza l'accordo della donna, secondo le tendenze), i mascolinisti rivelano la propria volontà esplicita di controllare la fecondità, il corpo e la vita delle donne. E per questo, alcuni non esitano ad allearsi con i gruppi antiabortisti se sembra loro necessario trascinare in giudizio una donna, affinché non possa interrompere una gravidanza indesiderata. E' su questa questione che le affinità politiche ed ideologiche fra i gruppi di estrema destra, gli estremisti cattolici e i militanti della causa dei padri sono più evidenti.
Si può citare a questo proposito l'esempio di Steven Hone, un inglese che ha avviato una causa per impedire all'amante di abortire. Citato in un testo consacrato al mascolinismo, il suo avvocato aveva dichiarato: «La verità è che i padri non hanno che diritti molto limitati nell'attuale legislazione, certi direbbero anche che non hanno alcun diritto. Disgraziatamente, è questo almeno il punto di vista dei padri, i padri hanno per contrasto pesanti obblighi nei confronti dei bambini ed è ciò che persone come Steven Hone considerano totalmente ingiusto. I padri devono pagare per mantenere i loro bambini ed occuparsene. Noi pensiamo che sia  bene,  che questi obblighi creino un senso di responsabilità, ma nello stesso tempo, se vogliamo che i padri assumano queste responsabilità, allora bisogna accettare che abbiano diritto di parola sulla gravidanza».
Il fatto che il progetto di avere un bambino sia oggetto di discussione e di negoziazione non sembra essere un problema in sé. Tuttavia, è evidente che dietro le rivendicazioni mascoliniste di un diritto di codecisione appare la questione dell'appropriazione dei corpi e delle capacità riproduttive delle donne.

UOMINI PICCHIATI, DONNE VIOLENTE?

I mascolinisti sono particolarmente affezionati ad un altro tema, quello delle «violenze». Non quelle alle quali si pensa immediatamente quando si evocano le relazioni fra gli uomini e le donne, ossia le violenze subite dalle donne. No, i mascolinisti sono preoccupati da altre violenze che sarebbero, secondo loro, misconosciute e volontariamente occultate: le violenze subite dagli uomini, delle quali sarebbero evidentemente responsabili le donne.
Se si ascoltano i mascolinisti, le violenze nei confronti degli uomini non interesserebbero nessuno. Esse sarebbero sistematicamente occultate. Detentrici del monopolio del dolore, solo le donne avrebbero, secondo loro, il diritto di lamentarsi. I mascolinisti non sopportano che si considerino le donne come «eterne vittime» e gli uomini come dei «carnefici potenziali». Per difendere le loro tesi e provarci che hanno ragione, i mascolinisti, propongono diversi argomenti.

Violenze fatte alle donne: cifre «gonfiate»?
Le indagini, gli studi e le statistiche concernenti le violenze perpetrate nei confronti delle donne, particolarmente le violenze coniugali, sarebbero non attendibili, manipolate e parziali. Tutto sarebbe stato concepito per mettere in buona luce le donne e per stigmatizzare gli uomini. I mascolinisti denunciano una «truffa colossale» e contestano i risultati degli studi che, peraltro, convergono. Per loro, tutti gli studi, tutti i rapporti sono realizzati da donne- accesamente femministe -  e dunque  sono fortemente «orientati». Diretti dalla «lobby femminista» che vivrebbe «dell'industria delle violenze coniugali», le ricerche sulle violenze traviserebbero la realtà. Esse darebbero conto di uno «pseudo flagello» inventato di sana pianta. Ma, soprattutto, queste ricerche ignorerebbero volontariamente gli uomini, vittime anch'essi di violenza. I mascolinisti più radicali non esitano a ricorrere alla retorica del «complotto». Per loro esistono rapporti e cifre sulla violenza subita dagli uomini, ma tutto ciò è tenuto accuratamente nascosto alla popolazione.
Possiamo illustrare questa volontà di screditare le ricerche femministe sulle violenze con un esempio. La pubblicazione dei risultati della prima grande indagine francese sulle violenze praticate sulle donne, l'indagine ENVEFF (Indagine sulle violenze sulle donne in Francia) ha provocato un'autentica fronda antifemminista all'inizio del 2000. Che delle donne, femministe,  siano le autrici di questa indagine è sufficiente per i mascolinisti ad insinuare dubbi sulla sua oggettività. Ma il sospetto ha riguardato più specificamente il metodo utilizzato. Non ci si può che rallegrare che i mascolinisti e le loro alleate in questa circostanza (Marcela Iacub ed Elisabeth Badinter) esprimano interesse per il rigore scientifico. Tuttavia, quando si tratta di citare studi e cifre che permettano loro di affermare che, in realtà, le violenze subite dalle donne non sono così numerose o che sono gli uomini le prime vittime di queste violenze, essi si mostrano meno attenti al rigore scientifico. Non esitano  ad esibire un patchwork di sondaggi contestabili e di estratti di rapporti sulla criminalità e la delinquenza. Essi si danno da fare per citare sempre più studi non scientifici e cifre uscite da chissà dove.

Gli uomini sono perseguitati?
Per i maschilisti, se le violenze subite dagli uomini da parte delle loro mogli sono sconosciute, è per la buona e semplice ragione che esse non sono mai registrate dagli uffici di polizia. Da un lato, perché gli uomini si vergognerebbero di sporgere querela, ciò che spiegherebbe lo scarso numero di querele e di processi. Dall'altro lato, perché la polizia rifiuterebbe sistematicamente di credere agli uomini picchiati e, per lo stesso motivo, di iscrivere a registro le loro querele. Le istituzioni preposte alla tutela dell'ordine, la polizia e la giustizia, accorderebbero maggior credito alle parole di una donna piuttosto che a quella di un uomo. Tutto ciò porterebbe quindi a sottostimare le violenze subite dagli uomini, particolarmente nella coppia.
I mascolinisti sarebbero quindi sensibili alle pressioni (sociali, psicologiche, istituzionali) che subiscono le vittime di violenza. Essi denunciano gli ostacoli che impediscono a queste vittime di essere riconosciute come tali, ma unicamente quando si tratta di uomini. Quanto alle donne, che sia difficile per loro vincere la paura e la vergogna di sporgere querela, che il confronto con i poliziotti, in maggioranza uomini, si svolga in un ambiente francamente poco empatico, questo, manifestamente, i mascolinisti preferiscono non saperlo. Ciò che conta per loro è di presentarsi come vittime di un «sessismo al contrario», perseguitati in quanto uomini.

Le violenze psicologiche: l'arma favorita dalle donne?
Per i mascolinisti, se non si parla della violenza subita dagli uomini da parte delle donne, è anche perché queste violenze sarebbero meno visibili. Si tratterebbe prima di tutto di violenze psicologiche. Così gli uomini sarebbero frequentemente vittime di violenze psicologiche nell'ambito della coppia. Possiamo anche leggere che «la violenza psicologica è l'arma preferita della donna». Meno capaci degli uomini di usare la forza fisica, le donne avrebbero sviluppato altre armi, non esitando a ricorrere al ricatto e alla manipolazione. Questa tesi essenzialista evoca il mito della donna perversa e calcolatrice, intrigante. Sapendo utilizzare la legge in suo favore, la donna non esiterebbe a provocare la violenza del suo compagno per ottenere ciò che desidera: il divorzio, l'affido dei bambini ecc. «Esse non aspettano che questo, che il loro uomo reagisca», o ancora «E' come se lei mi dicesse: che cosa aspetti?»: ecco le frasi raccapriccianti che si possono sentire. [Queste frasi sono estratte dal film documentario maschilista Des hommes en vrai, di François Chilowicz, basato su testimonianze maschili]. Per i mascolinisti, gli uomini  posti in questa situazione, ad un tempo costretti, senza volerlo, a ricorrere alla violenza e vittime di queste sottili manovre femminili, sarebbero spinti spesso al suicidio.
Ecco dunque il quadro che dipingono i mascolinisti della violenza nei rapporti tra uomini e donne. Ora, la realtà è tutt'altra. Poiché essi vogliono offuscare la nostra percezione della realtà, bisogna ricordare alcune evidenze che si avrebbe torto a considerare condivise da tutti e da tutte. Cerchiamo dunque di smontare gli argomenti dei mascolinisti e di ricondurre questi discorsi a ciò che effettivamente sono: fantasie che i mascolinisti vorrebbero noi scambiassimo per la realtà nell'intento di diffondere le loro idee reazionarie, vittimiste e misogine.

Gli uomini, vittime di violenza?
Sì, gli uomini sono vittime di violenza. Il nostro proposito non è di negare l'evidenza. e' il caso di ricordare che, nelle nostre società fondate sulla diseguaglianza, i rapporti sociali sono violenti. Il capitalismo è un sistema sociale violento, proprio come il patriarcato. Gli uomini e le donne si confrontano, quindi, nella loro vita, con la violenza (fisica, verbale, sociale...). Quanto più specificamente alla violenza fisica, se ai maschi (bambini e adulti) è familiare, è perché gli si insegna molto presto che essa costituisce per loro una risorsa, un mezzo per imporsi e per affermarsi sugli altri. E' per questo che gli adulti possono tollerare i comportamenti violenti di un bambino, ma non di una bambina. Nella loro educazione e nei differenti luoghi della loro socializzazione, gli uomini si confrontano con la violenza. Se talvolta la subiscono, apprendono ugualmente ad addomesticarla e ad utilizzarla a proprio vantaggio, particolarmente contro i più deboli e soprattutto contro le donne. a differenza delle ragazze e delle donne, essi sono legittimati a farvi ricorso. Millenni di dominio maschile e di culto della virilità hanno condotto alla credenza che i ragazzi siano predisposti ad adottare comportamenti violenti e che occorra anche incoraggiarli ad assumerli («è un bene, perché acquistano fiducia in se stessi»). Le ragazze, quanto a loro, non ne avrebbero bisogno. Esse disporrebbero di altre «armi» come la dolcezza, la sensibilità, l'empatia.

La violenza degli uomini contro altri uomini
Gli uomini conoscono il linguaggio della violenza e possono essere vittime di violenza, ma questa violenza è, nella stragrande maggioranza dei casi, esercitata da altri uomini. le guerre sono pratiche eminentemente maschili che impegnano gli uomini gli uni contro gli altri per il controllo o la conquista dei territori sui quali gli uomini stabiliscono il loro dominio. La rissa per difendere il proprio onore e i propri beni (fra i quali le donne, considerate come proprietà degli uomini) o per imporre la propria autorità su un gruppo è anch'essa una pratica maschile. Non perché gli uomini siano geneticamente disposti a battersi, ma perché la società degli uomini gli e ne ha offerto la possibilità. Quando gli uomini sono vittime di violenza, è inutile quindi cercare la donna o le donne che ne sarebbero responsabili. Guardandoci attorno, troveremo piuttosto altri uomini. Se i mascolinisti vogliono suscitare la nostra pietà nei confronti degli uomini vittime di violenze, è per combattere meglio le donne che giudicano responsabili del loro malessere. Se essi avessero veramente a cuore la lotta contro  le cause e gli effetti delle violenze che gli uomini subiscono o infliggono, occorrerebbe che se la prendessero innanzitutto con i valori veicolati dal patriarcato  e da un modello arcaico di mascolinità (virilità, onore, culto dell'aggressività, spirito di competizione, ricerca della performance...).

Il quid della violenza delle donne?
Quel che si sente dire:

Anche le donne commettono atti di violenza!

Non vi è dubbio, ma per i mascolinisti nessuno ne parlerebbe. Nei loro discorsi troviamo le figure delle donne tiranne, delle madri castratrici o infanticide. Queste figure totemiche sono mobilitate per screditare i discorsi femministi e attestare la prevalenza del dominio delle donne.

Smontare il mito della non violenza femminile
Per una volta, non confuteremo i mascolinisti su un punto. La non violenza femminile è un mito. Le donne possono aggredire, torturare, uccidere. Le violenze femminili sono sempre esistite. Esse popolano anche il nostro immaginario. Pensiamo alla figura immaginaria dell'Amazzone, della «vedova nera» che uccide suo marito, della strega malefica o della crudele matrigna. Ma questa violenza è ancora spesso tabù, talvolta persino negata. Bisogna dire che il riconoscimento di questa realtà ha potuto mettere in imbarazzo alcune femministe ed essere fonte di divisione. Infatti, la priorità è sempre stata nelle lotte femministe ( e continua ad esserlo tuttora) il riconoscimento delle violenze subite dalle donne. E' però un'autentica posta politica riconoscere l'esistenza delle violenze femminili. Questo permette di combattere i luoghi comuni e di farla finita con l'idea di una «natura femminile». Se esistono donne violente, questa è la prova che esse non sono pacifiste, dolci e passive per natura. No, le donne non sono geneticamente predisposte a prendersi cura degli altri, così come non sono allergiche per essenza alla violenza. Se esse usano meno violenza degli uomini, è semplicemente perché hanno, in origine, subito una forma di violenza da parte degli uomini: quella di vedersi interdire l'accesso alla violenza.
Ma questa verità disturba. Infatti è difficile pensare che l'accesso alla violenza potrebbe rappresentare una forma di liberazione, anche da parte  delle donne, che ne sono state spogliate. E si potrebbe sostenere che riprodurre comportamenti tradizionalmente maschili (virilità ed uso della forza) non è una prospettiva entusiasmante se si vuole farla finita con tutte le dominazioni. Ma questa verità non disturba solo per delle buone ragioni. Essa disturba gli uomini gelosi delle proprie prerogative e dei propri privilegi e quelle e quelli che desidererebbero che ciascuno rimanga al suo posto. Per una donna, impiegare mezzi violenti, far scorrere il sangue e seminare la morte è oltrepassare i confini di genere, oltre ai confini della legalità. Le donne danno la vita, non possono dare la morte. E' considerato «contro natura». Ecco ciò che molti pensano. Così le donne non sarebbero, per esempio, fatte per tenere un'arma. Le armi sarebbero affare di uomini. E poi le donne avrebbero di meglio da fare! Questo è il messaggio indirizzato alle donne ancor oggi.
Vi è dunque, anche nel campo dei «progressisti», una negazione del diritto delle donne alla violenza, particolarmente alla violenza politica. D'altronde, si esprimono quasi sistematicamente perplessità sulle intenzioni delle donne sorprese a scegliere opzioni radicali di lotta. Si suppone che lo facciano per amore (per un bel rivoluzionario) e di essere state troppo deboli o ingenue (o entrambe le cose) per evitare di essere strumentalizzate per una causa la cui posta in gioco sfugge loro. Si vede bene che, dissuadendo le donne dall'usare mezzi violenti - in nome di una presunta «natura femminile» e della divisione sessuale dei ruoli - anche per liberare la loro comunità dagli oppressori, si cerca anche di dissuaderle dall'utilizzare questi stessi mezzi per liberare se stesse dal dominio maschile.

...ma usare prudenza
Se pare importante infrangere questo tabù e far progredire la conoscenza sulle violenze delle donne, non bisogna sottovalutare il rischio che ciò comporta. Quello di regalare il bastone per farsi randellare agli antifemministi e ai mascolinisti di ogni genere. [N.D.A = il rischio cioè di fornire argomenti agli antifemministi. L'espressione è molto pregnante] Questi ultimi si servono infatti del tema delle violenze femminili per screditare le lotte e le analisi femministe. Vi vedono uno strumento ideale per minimizzare o negare la realtà del dominio e delle violenze strutturali maschili. Bisogna dunque stare molto attenti riguardo ai discorsi sul tema delle violenze femminili.
Gli ideologi reazionari amano presentarsi oggi come coloro che infrangono tabù, come pensatori iconoclasti, dando per presupposto che la morale progressista è egemonica e che l'uguaglianza fra i sessi si è già realizzata. Conviene quindi sondare sempre le motivazioni delle persone e dei gruppi che desiderano farla finita con i luoghi comuni sulle violenze degli uomini e delle donne. Perché, per esempio, in seguito alla pubblicazione delle prime indagini sulle violenze sulle donne, si è registrata una forte domanda di ricerche e di statistiche sulle violenze subite dagli uomini? Quali sono le reali intenzioni che animano l' improvviso interesse per queste violenze? Perché insistere nel voler «rivelare la verità nascosta delle violenze coniugali» e compiacersi nel constatare l'esistenza di violenze in seno alle coppie lesbiche? Perché impuntarsi, come fa Elisabeth Badinter, sul fatto che «la violenza non ha sesso» e che non si parla che troppo raramente della violenza femminile? Come interpretare il fatto che uno storico come Christophe Régina sia così orgoglioso di studiare un oggetto ignorato: la violenza delle donne?
Difficile in effetti vedervi soltanto un desiderio travolgente di verità. Ciò si accomuna alla volontà di relativizzare le violenze maschili ed assomiglia ad una risposta di uomini, travolti da un'onda intensa di misoginia, che non sopportano di essere rinchiusi nel  «ruolo di cattivi». Un riflesso, in qualche modo, dei dominanti, cinici o feriti nel loro egoismo, che negano l'evidenza e cercano tutti i mezzi per conservare se non i propri privilegi, quanto meno una certa rassicurazione psicologica: se anche le donne sono violente, gli uomini possono ritenere che la propria responsabilità sia attenuata. Così, di fronte all'offensiva mascolinista, bisogna fissare dei paletti affinché il riconoscimento delle violenze delle donne non venga usato al fine di minimizzare le violenze maschili e ribaltare l'ordine delle proporzioni. Teniamo presente che, in rapporto alle violenze degli uomini, le violenze commesse dalle donne sono in numero nettamente inferiore. Così si impone una premesse indispensabile prima di parlare della violenza delle donne. Bisogna ricordare la persistente disuguaglianza dei rapporti sociali di sesso e la prevalenza delle violenze maschili. E anche prendendo tali precauzioni è forse difficile evitare le derive mascoliniste.

Anche gli uomini vittime delle violenze coniugali?
Qua e là si odono i mascolinisti lagnarsi, sostenendo che gli uomini siano vittime di violenza nella sfera domestica in ugual misura o ancor più delle donne. Essi sarebbero molestati e picchiati, come le donne. Ma nessuno avrebbe il coraggio di riconoscerlo. ecco perché una delle principali rivendicazioni dei mascolinisti in questo ambito riguarda in Francia la «desessualizzazione» delle politiche di lotta contro le violenze coniugali. Nel suo Manifesto, il Gruppo di Studio sul Sessismo denuncia il carattere «sessuato» dei termini «violenze alle donne», utilizzati nelle leggi sulla protezione delle vittime, così come il carattere mirato (unicamente alle donne) dei finanziamenti. Come in Québec, i  mascolinisti francesi reclamano fondi pubblici e una presa in carico degli uomini vittime di violenza coniugale da parte di strutture di accoglienza od associazioni come «SOS Uomini maltrattati».
Alcuni uomini possono essere vittime di violenza nella coppia. Nessuno lo nega. E accade che non osino sporgere querela, particolarmente a causa dell'interiorizzazione delle norme di genere che stabiliscono che gli uomini non debbano mostrarsi deboli. A partire da qualche caso montato ad arte e con il quale vogliono impietosirci, i mascolinisti ci dicono che si tratta di un fenomeno di grande importanza.  Non è così. Contro i deliri della frangia radicale del mascolinismo militante, è urgente ricordare qualche evidenza. Da una parte, le violenze domestiche riguardano in primo luogo e con una maggioranza schiacciante le donne. Poi, nella coppia e nella famiglia, sono gli uomini i responsabili delle violenze reiterate e più brutali, particolarmente di quelle che possono portare alla morte. Non si tratta di un 50 e 50 di violenze e ancor meno si tratta di ribaltare il senso delle proporzioni. Nettamente più frequenti, reiterate e gravi, le violenze subite dalle donne costituiscono un fatto sociale. Non si tratta di fatti marginali ed isolati. Precisiamo qui che si dovrebbe quindi parlare, in genere, di violenze «maschili» piuttosto che di violenze «domestiche» o «coniugali». L'uso di questi aggettivi ha l' effetto di occultare i responsabili di queste violenze (gli uomini) che acquistano senso all'interno di un sistema di potere - il dominio maschile - e si producono secondo dei copioni ben noti. Esse mirano a mantenere la subordinazione delle donne e a riaffermare il potere degli uomini sulle donne e sui bambini.

La situazione attuale delle violenze coniugali in Francia
Benché le donne siano esposte alle violenze nello spazio pubblico e sul luogo di lavoro (spazi particolarmente sessisti), è all'interno della coppia che le donne subiscono la maggior parte delle violenze fisiche, psicologiche e sessuali. Se è difficile conoscere con precisione il numero delle vittime di queste violenze che hanno luogo al riparo dagli sguardi, nello spazio chiuso della casa, si stima che il 10% delle donne siano vittime delle violenze coniugali. Queste violenze possono condurre fino alla morte. Su 184 casi di omicidi coniugali registrati in Francia nel 2008, si contano 156 donne per 27 uomini. Ciò significa che si ha una donna uccisa dal marito,  dal convivente,  dal fidanzato o dall' ex ogni tre giorni. Da anni queste proporzioni non cambiano. E le inchieste mostrano che, quando gli uomini sono uccisi dalle compagne, nei tre quarti dei casi le vittime sono uomini che maltrattavano le partner. Si tratta quindi di legittima difesa. Inoltre, non bisogna porre sullo stesso piano le reazioni violente dei due partner. L'una essendo in maggioranza offensiva, l'altra difensiva o reattiva. E' infatti per sfuggire ad una situazione rispetto alla quale non vedono via di uscita che le donne reagiscono, oppure quando la violenza dura da anni. Al contrario, i moventi principali che inducono un uomo a diventare violento sono la gelosia e la separazione. Gli uomini che uccidono la «loro» donna non sopportano di perdere il controllo o di perdere «ciò che appartiene loro». E la reazione può essere estremamente brutale.
Qui si impone una precisazione. Ad evidenziare gli omicidi coniugali, che occupano spesso la prima pagina dei quotidiani, conferendo un carattere spettacolare e morboso alle violenze sessiste, si rischia di occultare la violenza quotidiana che coinvolge un numero maggiore di donne. Bisognerebbe piuttosto insistere sul fatto che gli omicidi coniugali rivelano crudamente i diritti che gli uomini si arrogano sulle donne. Il diritto di disporre  di esse e di considerarsi come proprietari del loro corpo e della loro vita, ciò che può giungere fino al punto di permettersi di  prenderli definitivamente.

La corresponsabilità della violenza: una teoria pericolosa
I mascolinisti negano questa realtà sociale. Non vogliono sentir parlare di violenze sessiste né di meccanismi di dominio esistenti nelle coppie eterosessuali. Per loro, se c'è violenza nella coppia, si tratta soltanto di questioni individuali e psicologiche. Alcuni individui che si amano e che, per ragioni che i mascolinisti si sforzano pateticamente di spiegare ricorrendo alle differenze naturali, finiscono per entrare in una spirale di violenza che disgraziatamente oltrepassa i limiti. Al di là di questa visione romantica delle relazioni di coppia  che si ispira alla letteratura di genere, ciò che ci viene detto [dai mascolinistI] è estremamente grave. Esisterebbe una «co-costruzione» della violenza coniugale. Teorico della «simmetria [o bidirezionalità»] della violenza», lo psicologo del Québec considera entrambi i partner responsabili della violenza. «La guerra coniugale si fa in due» ci insegna Elizabeth Badinter. Seguendo questo ragionamento fallace, si sarebbe tentati di concludere che i torti sono di entrambi i partner e che «bisogna smetterla di deplorare sempre gli stessi». Ma, soprattutto, si finirebbe per pensare che le donne sono responsabili delle violenze che subiscono. Quindi esse non dovrebbero prendersela che con se stesse.
Qualsiasi cosa pensino i mascolinisti, bisogna riconoscere che esiste un rapporto di forza asimmetrico nei rapporti sociali fra i sessi e che questa asimmetria si ritrova nelle relazioni sentimentali e nella coppia. Ora, con le loro teorie psicologiche, i mascolinisti alimentano intenzionalmente la confusione tra «conflitto» e «dominio violento». Bisogna ricordare che il conflitto suppone la reciprocità, mentre il dominio si esercita in una sola direzione e mira ad assoggettare l'altro. Ma, per Yvon Dallaire e la sua cricca, è tutta una questione di conflitti interpersonali, di «guerra coniugale». L'obiettivo sarebbe quello di tendere  verso l'armonia, verso l'accordo dei due partner, così diversi per natura. Così diversi da non potersi capire, l'uno preferendo chiudersi nel silenzio, mentre l'altra vuole comunicare. Innate e irriducibili, queste differenze potrebbero condurre l'uomo a reagire in modo aggressivo. Così, questo tipo di ragionamento permette di giustificare le violenze coniugali. I mascolinisti tentano quindi di minimizzare le responsabilità degli uomini. Concretamente si impegnano a difendere nei processi gli uomini violenti e cercano di ritardare la condanna delle violenze fisiche e sessuali perpetrate sulle donne.

L'argomento della violenza psicologica
Certi mascolinisti sanno che non possono contestare il fatto evidente che sono soprattutto gli uomini  e non le donne che si concedono di usare la forza fisica nella relazione con l'altra, particolarmente per regolare i conti. Poco importa! Come si è visto, per accreditare la loro tesi, essi pretendono che se esiste una violenza di cui gli uomini sarebbero le (prime) vittime, questa è proprio la violenza psicologica. Ora, anche qui, nulla di più falso. Le donne non hanno il monopolio di questa forma di violenza che tende a sostituirsi alla violenza fisica, sempre meno tollerata dalla società. Molto spesso gli uomini approfittano della loro posizione di potere nella relazione e della paura che le loro reazioni ispirano per esercitare pressioni sull'altra. Che sia sotto forma di ricatto affettivo (prendersela con i bambini, minacciare di suicidarsi), o attraverso allusioni, azioni di controllo e di fermo divieto (far di tutto per conoscere quel che fa la partner, impedirle di incontrare o di parlare con le sue amiche o con i suoi amici o con i membri della sua famiglia, imporle il modo di vestirsi, di pettinarsi o di comportarsi in pubblico ecc.).

Anche gli uomini sono stuprati ed aggrediti sessualmente?
Dicono i mascolinisti:

Anche gli uomini sono vittime di stupro, ma nessuno ne parla. E' dunque urgente farlo. Bisogna aiutare gli uomini stuprati, i grandi dimenticati delle lotte contro le violenze sessuali. E bisognerebbe anche smetterla di pensare che le violenze sessuali siano tipicamente maschili.

Così, per i mascolinisti, certe donne possono abusare sessualmente soprattutto dei bambini e compiere sevizie a sfondo sessuale. Queste azioni molto crude, che suscitano ben pochi commenti quando sono commesse da uomini, scatenano un mare di critiche quando sono fatte da donne. Ci sovviene il clamore mediatico suscitato dalla vicenda di Lynnie England, soldatessa americana finita alla ribalta nel 2004 dopo la pubblicazione di foto che la ritraevano mentre teneva al guinzaglio un prigioniero iracheno nudo nella prigione di Abu Ghraib.

Lo stupro di uomini: una pratica di uomini contro altri uomini
Sì, gli uomini subiscono stupri e possono essere assoggettati all'intera gamma delle aggressioni sessuali. Non esiste a priori nulla che li ponga al riparo da questa esperienza. Ma se alcuni uomini subiscono violenze sessuali, nell'immensa maggioranza dei casi, si tratta, ancora una volta, di crimini di cui sono autori altri uomini. Nelle prigioni, ma anche nelle caserme e nei convitti, lo stupro è una pratica relativamente diffusa. La promiscuità, la reclusione e l'imposizione di una ferrea disciplina favoriscono le violenze sessuali. Lo stupro serve ad assoggettare i più deboli, i più vulnerabili e i più isolati. Serve ugualmente a soffocare forme di resistenza all'autorità. La sua funzione è quella di stabilire e di mantenere una gerarchia all'interno della classe degli uomini. Lo stupro funziona come una punizione contro la dignità e l'onore maschile. E' il caso delle guerre e dei conflitti armati dove lo stupro degli uomini, proprio come quello delle donne, fa parte dell'arsenale delle armi di guerra. Da qualche anno è anche sempre più frequente nelle zone di conflitto. Lo stupro è uno strumento efficace per annientare il nemico e per terrorizzare la popolazione. E anche quando è commesso contro gli uomini, lo stupro è un crimine sessista. L'obiettivo degli aggressori è infatti di disonorare le loro vittime maschili, trattandole  «come donne». Sottomessi e penetrati, gli uomini stuprati sono « ridotti» al rango delle donne. E, perdendo il loro statuto di uomini, essi sono suscettibili di essere rifiutati dalla loro comunità, in quanto «maschi femminilizzati».
Lo stupro degli uomini è una realtà sociale. Dobbiamo denunciare e combattere queste violenze. Ma ciò deve essere fatto senza fare degli uomini le prime vittime delle violenze sessuali. E' infatti pericoloso enunciare al soggetto di queste violenze affermazioni di questo tipo: «Gli uomini sono ridotti allo statuto di stupratori, mentre sono anche vittime», «L'attenzione è focalizzata esclusivamente sulle donne», «Non bisogna stabilire una gerarchia tra le vittime di violenza sessuale» e questo per molti motivi. Ciò lascia infatti pensare che si minimizzi volontariamente la realtà degli uomini stuprati. Per quali motivi e per servire gli interessi di chi? Delle donne? Delle lobbies femministe? Inoltre, attirare l'attenzione sulle vittime maschili consente molto spesso di eludere la questione della responsabilità degli uomini in questo tipo specifico di violenza. Perché se esistono anche delle donne che stuprano e abusano sessualmente di altri, come possiamo leggere su forums in rete o sulla stampa, tanto più attratta da tali storie quanto più sono rare, esistono soprattutto donne quotidianamente aggredite, violentate, umiliate, distrutte dagli uomini.

Lo stupro: un crimine contro le donne
Una donna su 10 subisce un'aggressione sessuale nella sua vita. Ci sono almeno 75.000 donne stuprate in Francia. Di conseguenza lo stupro non è affatto un evento straordinario. Non è né un evento isolato, né un crimine commesso da pericolosi psicopatici o da drogati. Le aggressioni sessuali sono commesse soprattutto da persone vicine alla vittima. Nel 70% dei casi la vittima conosce il suo aggressore. Lo stupro fa parte del repertorio classico delle violenze maschili, in tempo di guerra, dove è sempre stato utilizzato come un'arma contro le donne, così come in tempo di pace. Bisogna ricordare che, in contrasto con l'idea che, tutelate dalle leggi, le donne oggi sporgerebbero querela per delle sciocchezze, utilizzando la denuncia di stupro per rovinare gli uomini, lo stupro è il crimine meno denunciato. Su  circa 75.000 vittime, soltanto 10.000 presentano una denuncia. Per presentarla, bisogna vincere la paura, la vergogna ed essere preparate ad affrontare un processo. In contrasto con le fantasie dei mascolinisti, la giustizia  non riserva un destino particolarmente severo agli uomini accusati di stupro. In mancanza di sufficienti prove, molti accusati non sono condannati. Su 10.000 persone giudicate ogni anno, solamente 2000 sono condannate. Vi sono dunque più aggressori che sfuggono alla condanna che donne perverse che manipolerebbero i poliziotti, i giudici e l'opinione pubblica.
Contro le manovre diversive dei mascolinisti (deviare l'attenzione o focalizzarla sugli uomini vittime), bisogna ricordare incessantemente l'ampiezza e la banalità delle violenze sessuali che funzionano come un potente mezzo di coercizione e di punizione delle donne, di tutte le donne, poiché la paura di essere stuprate è interiorizzata dalla maggioranza di loro. Lo stupro e la paura dell'aggressione (in strada, al lavoro, nella coppia) agisce come una costrizione permanente che riduce la libertà delle donne: ci si vieta la frequentazione di determinati spazi in determinate ore, si evita di uscire da sole, si controllano i propri gesti e le proprie parole che potrebbero essere interpretate come forme di disponibilità sessuale, si evita di vestirsi in un modo che potrebbe essere giudicato osceno e giustificare l'aggressione (chi non ha mai sentito questa frase: «Vestita com'era, se l'è proprio cercata!»?). Gli uomini non subiscono questo terrore patriarcale. Essi continuano, al contrario, a godere delle libertà e di una sicurezza psicologica di cui hanno, in quanto uomini, il privilegio.
Alcuni mascolinisti sono costretti, talvolta, a riconoscere che lo stupro è un crimine perpetrato essenzialmente dagli uomini. Ma è importante per loro trovare subito un causa (biologica o psicologica) per fornire scuse agli stupratori. Gli uomini sarebbero vittime delle loro pulsioni, vittime dei loro ormoni. Ciò spiegherebbe il comportamento ardente, focoso, impaziente, di esuberante passionalità di fronte all'oggetto dei loro desideri. Una caratteristica del maschio virile, dunque. Ecco un argomento rozzo, ma che può rivelarsi efficace per discolpare gli aggressori. Se alcuni uomini passano all'atto è perché non avrebbero potuto controllare pulsioni sessuali troppo forti. A differenza delle donne, gli uomini avrebbero per natura grossi bisogni sessuali. Insaziabili, essi sarebbero, paradossalmente, molto deboli nei confronti di queste pulsioni alimentate dai loro ormoni. Un eccesso di testoterone, considerato come l'ormone maschile per eccellenza, potrebbe comportare una perdita di controllo. Malauguratamente molto diffusa, questa idea è falsa. Il testoterone è presente in entrambi i sessi, ma non trasforma per questo le donne in stupratrici. Esattamente come l'eccesso di sperma, che vecchie credenze associano  a un'energia maschile esuberante, l'eccesso di testoterone non ha il potere che gli vogliono affibbiare per giustificare l'aggressività e l'insistenza degli uomini ad indurre le donne a soddisfare i loro pretesi bisogni sessuali. Christine Delphy evoca il mito sostenuto dagli adolescenti che «i loro testicoli potrebbero scoppiare come melagrane troppo piene». Ora, non esistono «bisogni» sessuali naturali e differenti secondo il sesso. Il sesso è culturale, è il frutto di un apprendimento. Se gli uomini vogliono poter godere senza impedimenti a detrimento delle donne che si permettono di importunare, è perché gli si è lasciato credere che nulla può essere loro rifiutato. E lo stupro non è l'espressione di una sessualità mal canalizzata, il risultato di un eccesso di frustrazione o di un desiderio sessuale insopprimibile. E' piuttosto l'espressione di una volontà di consolidare e riaffermare il potere sulle donne.

Gli uomini si suicidano più delle donne?
Gli studi su questo argomento mostrano che quasi dappertutto il numero dei suicidi degli uomini è maggiore di quello delle donne. Il rapporto è in media di tre uomini per ogni donna.  E' un divario significativo. Ma ciò non significa che gli uomini siano più infelici o disperati delle donne. Che abbiano un maggior desiderio di farla finita. Ciò significa piuttosto che gli uomini hanno un tasso di riuscita più elevato di quello delle donne. Per quanto concerne i tentativi di suicidio, infatti, le cose sono diverse. La proporzione dei tentativi di suicidio è identica fra gli uomini e le donne. In certe regioni, è più elevata fra le donne.

Il genere e il suicidio
Questa situazione deriva dai mezzi impiegati per suicidarsi. Gli uomini preferiscono i mezzi più violenti e, al contempo, più efficaci: armi da fuoco, impiccagione, lanciarsi dall'alto. Le donne, invece, ricorrono preferibilmente ad armi «dolci», meno efficaci, come l'assunzione di farmaci. Questa differenza relativa ai mezzi adoperati per suicidarsi riflette le differenze di costruzione del maschile e del femminile e l'attribuzione alle donne di un ruolo passivo. Nell'educazione, le donne sono incoraggiate alla moderazione, a temere la forza e la brutalità, ad evitare gli eccessi. Gli uomini, invece, sono incitati ad affermarsi, a portare a termine le proprie imprese da soli,  a non chiedere aiuto. Una volta deciso di darsi la morte, la loro fierezza li spinge a portare a termine la propria impresa: sopravvivere sarebbe vissuto come uno scacco. Le donne, che la costruzione culturale ha reso più permeabili al senso di colpa, avranno una maggiore tendenza a mettersi in condizione di fallire l'impresa, per non far del male ai propri cari, o per non venir meno ai loro doveri di madri abbandonando i propri figli. Gli uomini hanno, d'altra parte, un accesso più facile alle armi, particolarmente alle armi da fuoco. Ciò accade in relazione a certi divertimenti come la caccia, ma anche in rapporto alle forze armate, alla polizia, alle attività di sorveglianza che vedono una presenza preponderante di uomini. Le armi, di cui gli uomini hanno tradizionalmente avuto il monopolio, sono servite all'egemonia maschile. Ma esse possono, in determinate circostanze, ritorcersi contro di loro, come nei casi di omicidio e di suicidio. Se gli uomini muovono di più in seguito ad un tentativo di suicidio, la ragione è da ricercarsi nel sistema patriarcale che attribuisce agli uomini degli obblighi (non mostrarsi mai fragili, non accettare né il fallimento né l'aiuto di altri) così come delle prerogative ( come quella di possedere delle armi).

Rendere le donne responsabili del suicidio degli uomini
I mascolinisti si affaticano a cercare donne dietro al suicidio degli uomini. Per loro non ci possono essere dubbi: la maggioranza degli uomini che si suicidano sono stati spinti sull'orlo dell'abisso da donne, le loro  ex. La separazione e il fatto di non vedere più i propri figli (attribuzione dell'affido alla madre e complicazioni giudiziarie) sarebbero le prime cause del suicidio degli uomini. Troviamo spesso questa affermazione nei discorsi mascolinisti. Essa serve perfettamente alla «causa dei padri» e alla crociata contro le donne. Ma è anche una credenza molto diffusa.  Ora, essa è falsa. Precisiamo, in primo luogo, che non esiste una sola causa del suicidio. E' impossibile ridurre la causa di un suicidio ad un solo fattore. Ma se si cerca il fattore più importante, non bisogna focalizzarsi sulle donne. La separazione non è la prima causa di suicidio degli uomini, anche se si ritiene che essa costituisca in media il 15% dei moventi. Bisogna piuttosto rivolgere l'attenzione alla sfera economica e del lavoro. Per gli uomini, che hanno appreso che il lavoro è costitutivo della loro identità, la perdita dell'impiego e la disoccupazione aumentano la vulnerabilità e i rischi. La precarietà e l'insicurezza economica, così come l'assenza di prospettive, sono all'origine del maggior numero di suicidi. Ciò che spiega l'aumento del loro tasso in periodi di crisi.
E' ugualmente opportuno sottolineare che la categoria di uomini più colpita è quella dei giovani bisessuali ed omosessuali. Spesso stigmatizzati e rifiutati, questi ultimi conoscono un tasso di suicidi da sette a tredici volte superiore a quello dei giovani eterosessuali. Questo tasso tristemente alto deriva dalle forti pressioni sociali a conformarsi alla norma eterosessuale, così come da tutte le violenze verbali, fisiche, sessuali che subiscono i giovani omosessuali o presunti tali. E queste violenze omofobe sono molto spesso opera di uomini.
Su questo argomento, i mascolinisti non si mostrano molto loquaci. Essi si interessano unicamente o quasi dei suicidi degli uomini adulti, eterosessuali, separati o divorziati. si capisce bene che viò che li preoccupa non è la sofferenza degli uomini in generale, la comprensione delle sue cause e l'individuazione dei mezzi per combatterla, ma piuttosto la sofferenza che si può attribuire alle donne: sofferenza di cui si duolo questo particolare tipo di uomo, il cui profilo corrisponde a quello dei militanti della causa dei padri (bianchi, eterosessuali, quarantenni o cinquantenni, appartenenti alla classe media). In realtà, i mascolinisti non cercano concretamente di lottare contro le cause del malessere degli uomini. Se lo volessero, farebbero tutt'altro e rinuncerebbero a designare le donne come responsabili del loro malessere e a difendere, come fanno i mascolinisti più duri, i valori del modello maschile-virile che spinge gli uomini a distruggere e ad autodistruggersi. Il tema dei suicidi degli uomini è utilizzato unicamente in modo ideologico e opportunista per arricchire il repertorio argomentativo e per servire alla lotta condotta con spirito di rivalsa. E se i mascolinisti segnalano un preteso aumento del numero dei suicidi dopo il 1970, è per denunciare gli effetti distruttivi, per gli uomini, delle conquiste femministe e della «femminilizzazione della società». Ora, contrariamente a quel che sostengono, il numero del suicidio degli uomini non aumenta nelle società occidentali. Quello delle donne, per contro, è in aumento.
Quale che sia il rispettivo tasso di suicidio, è sbagliato e pericoloso sostenere che gli uomini soffrano più delle donne. Ricordiamo che la disperazione non si manifesta soltanto con il suicidio. Essa può prendere la forma della depressione che interessa soprattutto le donne. Ma le sofferenze delle donne non interessano ai mascolinisti, obnubilati dalle proprie sofferenze e dal proprio malessere che essi legano ad una pretesa «crisi della mascolinità».

UOMINI IN CRISI?

L'argomento è alla moda: vi sono consacrati libri, articoli di riviste, reportages televisivi e trasmissioni radiofoniche. I media rilanciano infatti questa idea che sembra largamente condivisa: gli uomini stanno male, il maschile è in crisi. Gli uomini avrebbero perduto i loro riferimenti in seno alla famiglia, alla coppia, alla società in genere. Quanto alla mascolinità, essa non starebbe meglio. Associata a valori del passato e sinonimo di virilità, essa sarebbe oggi svalorizzata. La condizione degli uomini, così come la descrivono i mascolinisti, sarebbe molto preoccupante. Bisogna dunque reagire. L'onnipresenza di questo discorso nella sfera mediatica ci mostra una volta di più che, quando gli uomini si esprimono, soprattutto per lamentarsi, essi beneficiano istantaneamente di maggior attenzione delle donne.
Per alcuni di loro, è urgente difendere la supremazia contestata del maschio e riaffermare le specificità maschili. Per gli altri, è vitale reinvestire la mascolinità di senso e di valori positivi. Che parteggino per una gerarchia fra gli uomini e le donne o per «l'ugualgianza e la complementarietà nella differenza», tutti ribadiscono l'importanza di definire chiaramente le identità sessuali e di riaffermare la differenza fra uomini e donne. E in questa società che vogliono dividere in due categorie ben distinte, i mascolinisti pretendono di appartenere alla categoria più bistrattata. Così, mentre gli uomini conservano in grande maggioranza le proprie posizioni di potere in seno alla società, un discorso lancinante afferma che è diventato terribilmente difficile essere un uomo. Ma come può un gruppo sociale dominante considerarsi in crisi?

«Crisi di identità maschile» di che cosa si parla?
La «crisi di identità maschile» è uno dei temi prediletti dai mascolinisti. e' ugualmente uno dei punti più complicati da analizzare, particolarmente perché la nozione di crisi resta molto evanescente, come si vedrà. Certo la «crisi» può riferirsi a sofferenze molto concrete che vivono gli uomini, a interrogativi legittimi sulla loro identità, o, ancora, a insoddisfazioni e a sinceri desideri di cambiare il proprio comportamento e i propri rapporti con le donne. Ma più in generale, il tema della «crisi della mascolinità» permette, ancora una volta, di focalizzare tutta l'attenzione sugli uomini e di farli passare per vittime. Affermando di essere disorientati, alcuni uomini si lamentano di essere rifiutati, messi in caricatura, stigmatizzati, trattati ingiustamente. Vogliono essere compianti e approfittano dell'interesse che suscitano per attaccare le donne, particolarmente le femministe.
Ricordiamo che non si tratta qui di sostenere che nessun uomo soffra. Gli uomini possono soffrire perché sfruttati, poveri, discriminati ed oppressi per motivi religiosi, per il colore della pelle, per l'orientamento sessuale o per le loro idee politiche. Alcuni uomini possono soffrire per l'imprigionamento in ruoli ed atteggiamenti imposti dalle norme di genere e dalla società patriarcale. I timidi, i deboli, gli ipersensibili e gli insicuri soffrono perché subiscono maltrattamenti da parte di altri uomini, che ricordano loro incessantemente che esiste una gerarchia anche in seno alla classe degli uomini. Se questi uomini soffrono, non è certo perché sono nati uomini e la società voglia punirli per questo. Contrariamente alle donne che sono, in quanto donne, considerate inferiori, sfruttate e discriminate, gli uomini non soffrono un'oppressione legata al loro sesso. Essi dovrebbero quindi porsi il problema dell'origine del loro malessere o della loro sofferenza; perché questa non trae certo origine dal presunto potere  che le donne impiegherebbero e di cui abuserebbero, come i mascolinisti vogliono farci credere. Se esiste nondimeno una sofferenza di cui gli uomini, in quanto uomini, possono dolersi, è proprio quella di dover rinunciare a certi loro privilegi. Così, di fronte alle rivendicazioni femminili in lotta per l'uguaglianza, alcuni uomini hanno, molto semplicemente, paura di perdere i propri privilegi. i discorsi mascolinisti sul malessere degli uomini e sulla crisi di identità maschile non sono, in realtà, che l'espressione di una reazione di orgoglio e di timore di un gruppo sociale dominante che vuole mantenere la propria posizione.
Si tratta allora di maneggiare con prudenza questa nozione di «crisi» che si pretende vissuta dagli uomini, tenendo presenti due cose. Da una parte, che questo tema della «crisi» affiora nell'ambito di una società ancora molto chiaramente patriarcale e, d'altra parte, che ogni progresso in direzione dell'emancipazione provoca reazioni di difesa dei privilegi da parte dei dominanti. Ora, il chiarimento di questa questione non è facile. Lo abbiamo detto: il mascolinismo è una galassia e ai mascolinisti piace imbrogliare le carte. Certi non esitano a dichiararsi favorevoli all'emancipazione delle donne e all'uguaglianza tra i sessi. Altri affermano anche di aver appreso molto dal contatto con le femministe e respingono il modello virile dominante della mascolinità. Cosa ancora più comune, questi uomini vogliono esprimere le proprie emozioni e accettano di confessare «il dolore di essere uomini». Potrebbero anche riuscire ad intenerirci. Ma più spesso, quando gli uomini parlano di «crisi», particolarmente in seno ai gruppi di autocoscienza maschili, è per enfatizzare i loro problemi di uomini e solamente quelli, che dovremmo prendere sul serio, quale che sia la nostra opinione sulla questione dell'uguaglianza tra uomini e donne. Rimuovendo subito la questione dei rapporti di potere che gli uomini esercitano sulle donne, essi si focalizzano sui vissuti individuali maschili, privilegiando la dimensione psicologica dei problemi. Quando la parola si libera, è spesso per esprimere un complesso di risentimenti più o meno confusi. I gruppi mascolinisti canalizzano questi discorsi narcisisti e questi sparsi aneddoti personali di uomini in vena di confidenze, di divorziati o di padri separati, tutto ciò al fine di costruire tesi vittimiste e ostili alle donne. Per neutralizzare questo discorso, occorre analizzare bene le parole, che non sono scelte a caso.
La «crisi» sembra essere diventata uno dei concetti chiave utilizzati nei discorsi con cui la nostra società guarda a se stessa. Ora, con questo vocabolo si può indicare tutto e il contrario di tutto. Anche i mascolinisti si sono impadroniti di questa idea. Per loro, l'<identità maschile» sarebbe stata svuotata di senso e la maggioranza degli uomini sarebbero smarriti, privi di una voce chiara e forte che possa dire: «Essere uomo significa questo!». Sembra animarli la nostalgia di un tempo in cui le identità sessuali e i ruoli di genere erano- secondo loro - più chiari; precisiamo però che «più chiari» significa spesso «più chiaramente a favore degli uomini». Per i mascolinisti l'inizio dei loro problemi risale alle lotte femministe degli anni 1960-1970. Così, anche se queste lotte sono ben lungi dall'aver soppresso il patriarcato, esse sembrano aver completamente disorientano alcuni di loro che dicono, a chi gli dà retta, che gli uomini sono stigmatizzati e non trovano più il loro posto nella società da quando le donne si sono liberate e hanno acquisito potere. Si sentono incompresi e non sanno più come comportarsi: in modo virile o tenero, autoritario o democratico, da lavoratori indefessi o da padri che si prendono cura dei bambini, da capifamiglia o da padri-chiocce (mammi). Che cosa deve essere un uomo oggi? Che cosa si aspettano la società e le donne dagli uomini? Ecco il tipo di domande che i mascolinisti amano porsi.

La crisi inizierebbe dalla scuola
«Salviamo i ragazzi» è il titolo di un libro scritto nel 2009 da Jean-Luc Audac, direttore aggiunto dello IUFM di Créteil, esponente del Partito Socialista. Le  argomentazioni che questo autore fornisce per illustrare la sua tesi secondo la quale i ragazzi sarebbero discriminati dal sistema scolastico sono tendenziose e rinforzano il mito degli uomini vittime. Anche i mascolinisti difendono l'idea che l'istituzione scolastica si sarebbe pericolosamente «femminilizzata» e sarebbe diventata globalmente svantaggiosa per i ragazzi, che non potrebbero più esprimervi una «sana aggressività».
Effettivamente le ragazze conseguono risultati più brillanti a scuola e all'Università (almeno nei primi anni di corso) rispetto ai ragazzi. Ma la disoccupazione e la precarietà le colpiscono più frequentemente, i loro salari restano inferiori a quelli degli uomini ed esse occupano più spesso posizioni subalterne. Quanto agli uomini, essi continuano ad essere sovrarappresentati nei campi socialmente valorizzati (come l'informatica, le scienze, la finanza) e rappresentano ancora la maggioranza del personale delle scuole superiori. Esiste dunque un paradosso. Le difficoltà scolastiche dei ragazzi - che i mascolinisti sfruttano per sviluppare le loro tesi vittimiste - non producono ciò che un sistema meritocratico avrebbe dovuto logicamente produrre: un vantaggio delle ragazze sui ragazzi nell'accesso alle professioni e alle posizioni sociali più interessanti. infatti, malgrado un tasso di successo scolastico maggiore per le ragazze e ottenuto a prezzo di un grande impegno, i ragazzi beneficiano ancora di una tutela patriarcale invisibile che offre loro un vantaggio nel mondo del lavoro. Dove si trova dunque l'ingiustizia?
Quanto alla professione dell'insegnamento, essa è oggi in effetti piuttosto femminilizzata. Come le puericultrici degli asili nido, anche le maestre della scuola primaria sono in maggioranza donne. Partendo da questa constatazione, alcuni mascolinisti non esitano ad affermare che le donne, preponderanti nell'esercizio di queste attività, utilizzano la loro posizione per svalorizzare i ragazzi e favorire le ragazze. L'insuccesso scolastico dei ragazzi sarebbe  dunque dovuto a questa «revanche della classe femminile» orchestrata da un clan di insegnanti dominato dalle donne. Piuttosto che attardarsi su tali fantasie, sarebbe più saggio cercare di sapere perché l'educazione dei bambini e dei ragazzi sia un impegno ancora largamente assunto dalle donne e volontariamente disertato dagli uomini. Nei percorsi di orientamento professionale, le ragazze non sfuggono facilmente al luogo comune che esse sono «naturalmente» predisposte ad occuparsi dei bambini. Quanto agli uomini, un tempo prevalenti nell'insegnamento - si pensi alla figura del precettore autoritario della Terza Repubblica - essi hanno progressivamente disertato questi lavori per dedicarsi  a professioni più prestigiose e meglio remunerate. Quando, tuttavia, giovani uomini scelgono, per convinzione, il mestiere di docente o scelgono di occuparsi dei bambini in età prescolare, ci sono forti probabilità che essi ricevano per questo più considerazione che disprezzo od ostilità, contrariamente a quanto affermano i mascolinisti che denunciano le presunte discriminazioni subite dai puericultori.
Infine, sarebbe opportuno precisare di quale tipo di difficoltà scolastiche si parla e del significato che si può loro attribuire. Se si tratta di disturbi di apprendimento, di insuccessi negli esami o di difficoltà misurate in base ai comportamenti di insubordinazione (che si traducono, in generale, nell'applicazione di sanzioni disciplinari),  molto spesso in effetti i ragazzi sono statisticamente più interessati delle ragazze. Ma è proprio perché, in contrasto con le ragazze da cui ci si attende un comportamento docile, la trasgressione delle regole e la negazione dell'autorità sono comportamenti nel complesso meglio accettati da parte dei ragazzi. Essi fungono anche da veicolo di affermazione di sé e di integrazione nel gruppo dei pari. D'altra parte, la fiducia nell'intelligenza  - i ragazzi dubitano meno delle ragazze di esserne dotati - piuttosto che nell'impegno caratterizza maggiormente il rapporto dei ragazzi con la scuola e può spiegare il disinteresse nei confronti dei risultati scolastici. E' chiaro che, in queste condizioni, i ragazzi rischiano di intraprendere percorsi scolastici caotici. Ma è ancora il prezzo da pagare per accedere alla condizione maschile e goderne i privilegi.

«L'identità» maschile?
Per i mascolinisti, gli uomini mancherebbero di modelli maschili positivi con i quali potersi identificare e che ridonerebbero loro l'orgoglio di essere uomini. In realtà, basta una semplice osservazione delle caratteristiche e dei ruoli dei personaggi maschili prodotti dalle industrie della cultura  per dimostrare l'infondatezza di questa idea. Nella letteratura, come nelle fictions i personaggi principali sono sempre prevalentemente maschi. Essi dispongono di una gamma di caratteri e di attributi e di un repertorio di azioni decisamente più ricco e diversificato di quello dei personaggi femminili. Quanto agli eroi e ai supereroi che dispongono di superpoteri, essi sono sempre molto più numerosi delle eroine e delle superoine. Se la società è fatta ad immagine dei simboli culturali di cui si dota, allora è molto meglio essere un uomo! Tuttavia, per i mascolinisti,  tutto ciò nel corso di qualche decennio avrebbe subito un mutamento radicale. La situazione sarebbe allarmante ed esigerebbe dei cambiamenti. I più virulenti e reazionari esigono un ritorno al passato, quando il dominio dell'uomo, a loro avviso, non era contestato. I più «sensibili»  prestano ascolto alle critiche delle femministe che invitano a superare i ruoli tradizionali. Ma a quale scopo? Noi dobbiamo infatti approfondire questa questione. Resta il fatto che le due categorie sono alla ricerca dell'«identità maschile» perduta e di tutti i mezzi per valorizzare gli uomini per mezzo di modelli positivi di «mascolinità».
Il termine stesso «identità» è problematico. Non c'è in effetti «identità» se non costruita nei rapporti degli individui fra di loro e con la società nel suo complesso. Ora, parlare di un'«identità» maschile, pensata come naturale e svincolata dal sociale, significa sottostare all'ideologia «essenzialista» o «naturalista»: gli individui, i loro gusti, i loro comportamenti ecc sarebbero biologicamente determinati. Gli uomini e le donne avrebbero  fin dalla nascita funzioni ed identità differenti. E queste differenze irriducibili spiegherebbero le scelte operate nel corso della loro vita. Alle donne l'educazione dei bambini, , il lavoro domestico e relazionale, il dominio del sensibile. Agli uomini lo spirito di iniziativa, le attività fisiche, la razionalità e il comando.
Questa visione, che noi combattiamo, tende a legittimare le diseguaglianze e la gerarchia tra gli uomini e le donne. Noi non siamo in effetti «programmati/e» geneticamente per effettuare certi tipi di mansioni, per dirigere od essere diretti. Noi non siamo inoltre programmati/e per sentirci più maschili che femminili e viceversa. Noi siamo però allevati nella credenza dell'esistenza di una differenza tra i sessi che permette di attribuire i ruoli e di giustificare le gerarchie. In questo sistema gerarchico il «maschile» e il «femminile» occupano la posizione che è loro attribuita: gli uomini in alto, le donne in basso. Così il genere maschile è il genere del dominio. Quanto all'identità maschile, essa rinvia forzatamente al gruppo sociale che detiene il potere: gli uomini. Perché, in queste condizioni, continuare ad essere legati a questa «identità» maschile, che i mascolinisti ci dicono essere in crisi? La difesa e la valorizzazione dell'identità maschile è, ai nostri occhi, sempre sospetta. Sospetta di essere al servizio della volontà di potere sulle donne. E voler separare il buon grano maschile dal loglio virile non significa necessariamente l'abbandono di tale volontà. In effetti, si vedrà in seguito che non basta inventare e moltiplicare le identità maschili perché il dominio maschile cessi.
Ora che abbiamo definito in modo un po' più preciso ciò che «crisi dell'identità maschile» può voler dire per i mascolinisti e per noi, è tempo di decostruire e di smontare i discorsi delle due principali tendenze riguardo a questo fenomeno. Bisogna tenere a mente che questa categorizzazione è permeabile e che le differenti posizioni si distendono su un ventaglio che va dal mascolinismo tradizionalista a quello pseudo-progressista, animati dal comune intento di vittimizzare gli uomini e di rafforzare il loro potere. La vittimizzazione non è che un mezzo al servizio di un solo obiettivo: la difesa del potere degli uomini.

Tradizionalisti e machos disinibiti: «era meglio prima»
Viviamo in un periodo reazionario. Fioriscono il razzismo e le xenofobia. Si esprimono senza vergogna sessismo ed omofobia. Si colpevolizzano i poveri. L'apatia generale e il ripiegamento individualista non lasciano presagire un cambiamento rapido della situazione. In questo contesto, Eric Zemmour, «polemista», star dei media francesi, «bonapartista» dichiarato e autore di un'opera di successo intitolata «Il primo sesso» può tranquillamente scrivere queste  parole vergognose: «L'uomo è per natura un predatore sessuale che usa la violenza» («Le premier sexe»). Proprio come Alain Soral, saggista, un tempo di sinistra, ora quadro del Fronte Nazionale, sono numerosi gli uomini, più o meno celebri, che chiedono a gran voce un ritorno in forze dell'ideologia virile e un ritorno al passato per quanto concerne i rapporti tra uomini e donne.
Per questi uomini, l'uguaglianza ha dei limiti. Non nascondono l'idea che sia un bene che gli uomini dominino e le donne si sottomettano. D'altra parte, la natura avrebbe dotato gli uomini degli strumenti della propria superiorità. Invocando infatti la «Natura» e la biologia, la loro visione dell'«uomo», che sembra quella di un documentario sugli animali, esalta la forza fisica, i muscoli, l'aver polso. L'uomo è chiaramente uno che ha le palle, che si fa largo nella vita, parla a voce alta, agisce da conquistatore, da predatore, difende il focolare e si comporta in modo violento con i suoi simili. Un guerriero moderno per così dire, un combattente, che non ha nulla di cui scusarsi per il fatto di essere un vero uomo. La critica della fragilità - caratteristica femminile - e la rivendicazione di una virilità aggressiva sono inoltre fortemente intrisi di omofobia. Così Zemmour non esita a criticare quella che definisce «l'ideologia gay» che porterebbe tutti gli uomini a diventare «donne». Si tratta, insomma, di una nuova generazione di machos che aggiunge uno strato di teoria nauseabonda alle vecchie chiacchiere da bar.
Per questa frangia tradizionalista di mascolinisti, se l'identità maschile è in crisi, è perché le donne hanno disertato i ruoli e il posto che era loro tradizionalmente assegnato: far la serva a casa fra pentole e bambini, far la frivola o la donna-oggetto. La famiglia nucleare e l'autorità patriarcale, fondamento, ai loro occhi, di un ordine sociale sano, sarebbe in pericolo. E' il motivo per il quale non tollerano l'insubordinazione e invocano il ritorno dell'autorità. Essi spiegano anche il comportamento ribelle di certi giovani - soprattutto quando si tratta di poveri e non bianchi - come il logico risultato della mancanza di polso dei padri. In questo quadro, è facile immaginare l'odio che essi nutrono nei confronti della maggior parte delle femministe, naturalmente «castratrici», accusate di essere riuscite ad imporre i «valori femminili» a detrimento dei valori maschili e di essere riuscite ad instaurare un sistema politico e sociale di tipo «matriarcale».
In generale, essi insorgono contro il «politicamente corretto» che accusano di fossilizzare il pensiero. Deplorano il fatto di vivere in una società che proteggerebbe «le minoranze», una società nella quale diventa impossibile criticare o prendere in giro, per esempio, i «neri», gli «arabi», le donne, i diversamente abili, gli obesi ecc. Essi accusano quelle e quelli che hanno combattuto per la propria emancipazione e per l'uguaglianza di aver preso il potere e di orchestrare oggi una censura istituzionale: femministe, antirazzisti, omosessuali ecc. Con questa critica del «politicamente corretto», che può avere oggi un'eco relativamente ampia, vecchi uomini bianchi eterosessuali e di destra amano presentarsi come araldi dell'anticonformismo che invitano alla disobbedienza civile. Rozza piroetta retorica, ma tattica politica che paga. Si pensi alla copertina della rivista Médias che recita: «donne, ebrei, arabi, neri, handicappati, omosessuali: ciò che non si può dire» accanto all'immagine di una Marianna imbavagliata.
Nessuno è stupido. Chi detiene il potere oggi? La classe politica (assemblea nazionale, senato, ministeri, consigli regionali e comunali...) è composta per l'80% da uomini. Quanto alle maggiori imprese, sono tutte dirette da uomini. Sia chiaro. Noi non vogliamo essere diretti e sfruttati in misura uguale dagli uomini e dalle donne. Cambieremmo semplicemente padrone. Ma resta il fatto che i padroni sono per la stragrande maggioranza uomini. Nella vita quotidiana, chi continua a trarre vantaggio dall'estorsione del lavoro gratuito (lavoro domestico e di cura dei bambini)? Chi occupa lo spazio pubblico, la notte soprattutto, in modo quasi egemonico? nei rapporti sociali fra i sessi, il potere e i privilegi sono ancora nelle mani degli uomini. Il «matriarcato», la «femminilizzazione» della società sono concetti assurdi e miti che mirano ad alimentare la paranoia vittimista degli uomini e la loro misoginia.
Nel XX secolo, i regimi totalitari hanno magnificato un certo ideale maschile e sono riusciti ad imporre il culto della virilità. Questa impresa ha portato gli uomini a uccidersi a vicenda, a stuprare e a massacrare milioni di donne nel corso delle due guerre mondiali. Si sarebbe potuto credere, dopo un tale disastro, che l'immagine dell'uomo guerriero, del soldato conquistatore e i valori mortiferi che essa veicola sarebbero stati severamente rimessi in discussione. Certo, in passato egemonico, il modello classico del maschile virile ha perso un po' del suo smalto. Le lotte femministe hanno ampiamente contribuito a questo risultato. Tuttavia, anche se emergono altri modelli di «mascolinità» e anche se la sua legittimità tende ad erodersi, questo modello di maschile virile non è scomparso. Proprio per nulla. E' ancora in auge. Si continuano a regalare ai bambini armi giocattolo e gli adolescenti continuano a chiedersi chi «ce l'ha più grosso». Quanto alla guerra, quella vera, essa è lontana dalle nostre società pacificate, ma è stata rimpiazzata da un'altra guerra, quella di tutti contro tutti. Infatti, nel capitalismo globalizzato, trionfano i valori della competizione e dell'aggressività. Per imporsi, nel mondo dello sport come in quello economico, bisogna saper annientare l'altro. Managers e allenatori si impegnano a risvegliare i nostri istinti battaglieri e a farci sfruttare le debolezze dei nemici.  A uomini e donne viene imposta l'interiorizzazione di questi valori distruttivi.
In tale contesto,  e malgrado sembrino propri di un'altra epoca, i discorsi mascolinisti sul bisogno di autorità e di aggressività - «fonte di vita» (come dice Yvon Dallaire)- hanno una crescente risonanza. Non si dovrebbero dunque prendere alla leggera le sbandate revanchiste dei mascolinisti tradizionalisti. Esse ci ricordano che le radici di questa ideologia da combattere nel lungo termine sono ancora forti. Tuttavia, non bisogna sottovalutare la nocività di altri nemici, meno chiaramente identificabili di primo acchito, che contemplano il proprio ombelico.

I falsi amici: verso un maschile positivo?
Nella grande famiglia dei mascolinisti, c'è chi vuole smarcarsi dai mascolinisti «duri e puri». Per questo, essi possono scegliere di farsi chiamare «uoministi». Essi dicono di non riconoscersi nel modello di mascolinità virile, sembrano aver adottato un'etica egalitaria e aver appreso qualcosa dal femminismo, particolarmente l'idea che il superamento dei ruoli sessuali potrebbe risultare proficuo per loro. Così, alcuni di loro, trascinati dall'onda new age, adepti dello «sviluppo personale» e immersi in una subcultura psicanalitica, rimettono formalmente in discussione il condizionamento a conformarsi al modello virile, la competizione fra uomini o l'aggressività come modo principale di espressione. Essi pensano che è buona cosa, in quanto uomini, accettare la «parte femminile» della propria personalità. Fanno spesso parte di gruppi di autocoscienza maschili e accordano uno spazio rilevante all'espressione delle emozioni, concedendosi, molto spesso in età avanzata, di piangere in pubblico o di compiere gesti di tenerezza nei confronti di altri uomini. Così, essi cercano di ritrovare la forza di essere uomini, sul serio, essi non vogliono quindi nascondere la propria sofferenza e accettano di mettersi a nudo, mostrandosi per quello che sono, vulnerabili.

Uomini alla conquista delle proprie emozioni
Che appartengano alla tendenza settaria dei «Nuovi Guerrieri», o ai gruppi di sostegno e di terapia, come quello della Rete uomo di Guy Corneau, questi uomini si ritrovano fra di loro per condividere le proprie esperienze e riflettere sulla propri mascolinità. In questi gruppi, l'accento è posto unicamente sui racconti di vita, gli aneddoti, i percorsi individuali. Nel corso di sedute di introspezione collettiva, essi esplorano la propria condizione di uomini, si interrogano sui rapporti con il padre e con la madre e sulla propria relazione con le donne. Coloro fra di essi che hanno dei figli si identificano nel personaggio del padre meno distante, più affettuoso. Il percorso di questi «nuovi uomini» o «nuovi padri» che si concedono di essere sensibili, sembrerebbe suggestivo e suscita di primo acchito empatia. Ma intraprendere questo percorso non assolve gli uomini dalla responsabilità nel mantenimento di rapporti di potere asimmetrici fra uomini e donne.
Non ci si fraintenda. Non possiamo che rallegrarci del fatto che alcuni uomini parlino di sé, esprimano le proprie emozioni di fronte ad altri uomini. E' un passo importante per uomini che raramente hanno imparato a farlo. A differenza egli uomini, le donne - che sono state adibite alle attività domestiche, all'educazione dei bambini e alla cura degli altri - hanno sviluppato competenze e qualità come l'espressione dei propri sentimenti, l'ascolto o l'empatia. Se gli uomini sono stati costretti, fino ad oggi, a reprimere le proprie emozioni e a mostrarsi insensibili, non è per colpa delle donne che si sarebbero impadronite del regno dei sentimenti e delle qualità cosiddette femminili, come sostengono i mascolinisti. Ma è il prodotto della divisione sociale dei ruoli che è a vantaggio degli uomini. Che questi ultimi desiderino rimettere in discussione questi ruoli e scoprire oggi le virtù di queste qualità «femminili», è una buona cosa. Ma se può trattarsi di una prima tappa verso una profonda messa in discussione del proprio comportamento e verso una presa di coscienza dei guasti causati dalla costruzione sociale del maschile, non si tratta della fine di un percorso, di qualcosa di cui potremmo accontentarci. Che qualche uomo inizi infatti ad esprimere le proprie emozioni, sofferenze ed empatie non ha come conseguenza la fine del dominio maschile. L'espressione delle emozioni da parte degli uomini non è né buona in sé, né una garanzia di progressismo o di «pro-femminismo». Francis Dupuis-Déri sottolinea, a questo proposito, che «l'espressione o no delle emozioni non ha in sé un significato politico. Per dirla in modo crudo, una schiava non sarà libera se convince il suo padrone ad esprimere le proprie emozioni e il padrone non sarà meno padrone se esprime emozioni. Allo stesso modo, alcuni grandi attori maschili hanno espresso con brio emozioni nell'ambito della propria arte, restando perfetti misogini. L'espressione delle emozioni non significa dunque né essere giusto, né essere favorevole all'uguaglianza con le donne, né essere femminile o femminista».

I limiti e i pericoli del separatismo maschile
A forza di guardarsi l'ombelico, si finisce per non vedere che...il proprio ombelico. Tutte queste litanie sulle madri castratrici e i padri assenti, questi lamenti sul padre che non sanno essere, questi dubbi sul marito che si sforzano di essere, ecc, fanno venire il mal di testa. Ma soprattutto, ad ascoltarli,si finirebbe per credere che le difficoltà e l sofferenza degli uomini sono l'unico argomento degno di interesse. Infatti, più parlano di sé, meno parlano di altre cose: come la maggiore sofferenza delle donne o i rapporti sociali fra i sessi, nei quali gli uomini, in quanto uomini, occupano la posizione dominante. E per di più, quando, insieme, questi uomini si mettono a cercare i responsabili di tutti i loro malesseri, le prime persone che vengono loro in mente sono spesso delle donne (madri, nonne, compagne, ex, ecc.). Si vede bene, allora, la facilità con la quale queste parole maschili, senza un adeguato quadro di analisi politica e sociale, possono scivolare verso la semplice espressione di una misoginia latente. Dietro la loro apparenza rispettabile e le loro belle intenzioni, i mascolinisti (od uoministi) sfruttano queste parole di uomini, sincere o no, per ritorcerle contro le donne.
Noi abbiamo dunque tutte le ragioni di diffidare dei gruppi di autocoscienza maschili. Il separatismo maschile non è un modello buono in sé. E', anzi, piuttosto problematico. Quando i membri di un gruppo sociale dominante decidono di riunirsi, non è mai una cosa molto rassicurante, in effetti. quasi sempre, è perché hanno qualcosa da guadagnare dal separatismo: un arricchimento personale, un maggior grado di fiducia in sé, la possibilità di ampliare la gamma dei propri comportamenti. Quando si tratta di affrontare il vissuto degli uomini in quel che può avere di doloroso, di conflittuale o di difficile da vivere, si trovano sempre dei volontari disposti a raccontarlo. Per contro, quando si tratta di rimettere in discussione i propri comportamenti nei confronti delle donne e di interrogarsi sul proprio posto di uomo nella società e sui privilegi che vi sono legati, non si trova più nessuno disposto ad affrontare questo compito. La maggioranza rifiuta di dedicarsi a ciò che ritiene essere «autoflagellazione» o colpevolizzazione. Essi affermano di non far politica  o ideologia. In definitiva, il separatismo maschile risponde in genere al progetto di migliorare il benessere psicologico  degli uomini che vi partecipano e di rafforzare la solidarietà tra dominanti.
Ecco perché conviene essere vigilanti e interrogarsi sempre sulle motivazioni degli uomini che compiono la scelta del separatismo. E questa vigilanza non deve mai abbandonarci, anche quando il fine manifesto di questi uomini fosse quello di emanciparsi dal modello del maschio virile e di confidarsi con altri uomini che rifiutano questo modello. Non si è mai al riparo da derive mascoliniste. Dalla fine degli anni Settanta e sulla scia delle lotte femministe, si sono certamente sviluppate esperienze di separatismo maschile imperniate su basi antisessiste o profemministe. Benché molto rare, esse hanno permesso ad alcuni uomini di prendere coscienza dei propri comportamenti oppressivi, di responsabilizzarsi sulle questioni relative alla contraccezione, di costruire relazioni solidali con le femministe. Ma anche fra i militanti in contatto con i movimenti femministi, alcuni scogli del separatismo maschile non hanno potuto essere evitati. Istituzione di una simmetria tra le sofferenze degli uomini e quelle delle donne, relativizzazione del dominio e delle violenze maschili, vittimizzazione degli uomini e impiego delle analisi femministe al servizio degli interessi degli uomini ecc..
Se si può auspicare che sempre più uomini si ritrovino per esprimere ed analizzare le difficoltà che incontrano, è indispensabile che essi conservino il riferimento alle analisi femministe e si richiamino sempre al contesto sociale e politico. Se il lavoro su di sé nei gruppi separatisti maschili  consiste nel convincersi che gli uomini non sono così male e che non fanno solo del male, allora è meglio fuggire questi spazi. Perché la semplice volontà di arricchimento personale, che lo si voglia o meno, quando si fa parte dei dominanti, non fa che consolidare questa posizione. Per gli uomini che desiderano veramente rimettere in discussione il proprio posto nella società e contribuire a distruggere il sistema patriarcale, perché non affrontare le radici del problema dentro di sé, cominciando con il riconoscere i propri comportamenti sessisti e la propria violenza?

Finirla con il maschile?
I discorsi sul malessere degli uomini e sulla «crisi della mascolinità» ci pongono un serio problema. E' il motivo per il quale noi abbiamo voluto descriverli per poterli meglio smontare. Per andare più in là, vorremmo poter fare un passo di lato e dare un altro significato all'espressione di questa «crisi». Infatti, se essa è veramente in crisi, qual è l'interesse di voler a tutti i costi salvare la «mascolinità»? C'è veramente qualcosa da conservare di un'identità sociale che non esiste che attraverso il dominio di un gruppo su un altro? Piuttosto che cercare di rivendicarla e di riaffermarla, perché non disertare l'identità maschile?
Ci si potrebbe rallegrare del fatto che la fiducia nella supremazia dei maschi vacilli e che il maschile, il genere del dominio, tremi. Se fosse davvero così, noi potremmo trasformare in un punto di forza lo scompiglio seminato nell'ordine sociale sessuale. Per questo, bisognerebbe fare esattamente il contrario di quel che fanno i mascolinisti. Contrariamente a loro, noi non desideriamo che gli uomini ridefiniscano la propria identità maschile riaffermando l'importanza del maschile. Noi non crediamo che sviluppando, contro il modello del maschio virile, una moltitudine di mascolinità differenti, anche «positive», la gerarchia delle classi di sesso e l'oppressione delle donne spariranno.
Il progetto dei nostri «falsi amici» mascolinisti non ci soddisfa. Noi preferiamo esplorare altre possibilità per raggiungere l'uguaglianza e la giustizia. Gli uomini possono raccogliere una sfida molto più ambiziosa: finirla con il maschile, sia come identità che come pratiche. Si tratterebbe di diventare dei «traditori della propria classe sessuale», agendo concretamente contro le oppressioni dirette contro le donne ed esplorando identità completamente nuove e staccate dal riferimento al maschile. Perché, infatti, continuare a porsi la domanda: che cos'è un uomo? E' infatti possibile reinvestire di senso la questione dell'identità in modo diverso che attraverso il prisma della differenza fra i sessi. Perché, per esempio, non tentare di uscire dalla dicotomia binaria dei generi (maschile-femminile), troppo chiusa,  soffocante, producendo un'infinita gamma di generi?


Vedi anche:
Mascolinismo, un movimento contro le donne
Il movimento mascolinista del Quebec
Quebec, Italia... una faccia e una razza
Il mascolinismo in Francia
Difendersi dal mascolinismo

2 Responses to “Difendersi dal mascolinismo”

  1. come al solito, non sono d'accordo con le conclusioni..perchè "finirla col maschile"? No mi dispiace ma nessuno mi convincerà che essere uomini è di per sè oppressivo e violento verso le donne, ci sono tanti modi di essere uomini come di essere donne. La mascolinità e la femminilità e i loro diversi modi di viverle non sono un male in sè.
    E comunque come ripeto, uomini e donne sono moralmente pari nel bene e nel male, parlare delle violenze delle une non significa necessariamente ignorare quelle degli altri e viceversa. E non credo proprio che la Badinter voglia difendere gli uomini che fanno violenza alle donne

  2. Insomma, tutto il pezzo sui "falsi amici" per me è discutibile, come è sbagliato vedere sempre e solo male nel maschile e nel femminile. e anche nelle fictions mi sembra difficile negare la presenza di personaggi femminili (protagoniste e non) complessi quanto quelli maschili

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