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Dare voce alle donne prostituite e ascoltarle davvero



di Maria Rossi


Mi appassionano molti temi femministi, ma da qualche mese mi occupo prevalentemente di prostituzione. Nel corso del tempo, anche di recente, mi sono state rivolte una serie di critiche. Sono stata definita con disprezzo una moralista «in posa da crociata». Io mi considero invece una persona che ispira la propria condotta e le proprie convinzioni al sistema di valori morali costitutivi del femminismo, dell'anticapitalismo e dell'antirazzismo. Per questo combatto il patriarcato che si incarna in un'istituzione come la prostituzione, che consente a tutti gli uomini di disporre liberamente, in qualità di padroni sessuali, del corpo mercificato delle donne e rende accettabili stupri a pagamento. Per questo mi sta a cuore la sorte delle vittime della tratta e delle prostitute, spesso umiliate, aggredite, violentate. Per questo lotto contro lo strapotere di un'industria del sesso che produce un fatturato di 100 miliardi di euro all'anno, alimenta la mafia e si nutre di tratta. Per questo, oltre a rivendicare l'abrogazione della legge Bossi-Fini e la chiusura dei CIE, lager per migranti, auspico  il riconoscimento dei titoli di studio rilasciati all'estero e, soprattutto, chiedo che le donne straniere non siano confinate in un ghetto professionale che riduca le opzioni di lavoro e di sopravvivenza all'esercizio della prostituzione o allo svolgimento di lavori servili, pessimamente retribuiti. Per questo pretendo che le associazioni delle vittime di tratta, come le «Ragazze di Benin City» di Isoke Aikpitanyi, ricevano ascolto dalle istituzioni, che dovrebbero adattare alle loro richieste leggi, interventi, servizi e appoggio la loro sacrosanta rivendicazione di  un sostegno economico, lo stesso che lo Stato garantisce ai cittadini italiani vittime di usura.

Poiché non sono una prostituta, mi si contesta il diritto di occuparmi della questione. Neppure chi mi rivolge questa accusa, però, lo è. Ritengo che qualsiasi persona possa esprimere le proprie opinioni sul tema, specialmente se  aderisce al femminismo, proprio perché quest'ultimo si prefigge l'obiettivo di distruggere il sistema patriarcale che l'istituzione della prostituzione contribuisce a perpetuare.

Riconosco agli uomini il diritto di affermare con forza e convinzione la loro assoluta contrarietà alla mercificazione del corpo delle donne, diritto il cui esercizio è messo in dubbio dalle mie detrattrici, alle quali chiedo: perché non contestate allora anche la legittimità degli interventi  maschili favorevoli alla prostituzione (ne ho letti tanti in rete), perché non rivolgete le vostre critiche ai clienti e utenti di forum che concepiscono le prostitute come un prodotto merceologico, le definiscono merce buona, usato sicuro, spazzatura, le insultano con epiteti come manze, esose puttane, cessa, chiavica, porca,  navi in disarmo, vacca tibetana e impiegano espressioni violente come queste: «sfondare di brutto il culo o la fregna», «Invito tutti gli amici della sorca romana a spaccare loro il culo per bene», «In definitiva buona solo per martellarle lo sfintere con cattiveria, svuotare, e togliere il disturbo» ecc. A queste persone deve essere garantito il diritto di parola e agli uomini, come Massimo Lizzi, contrari alla prostituzione no?  Si intende forse applicare una forma di censura ad intermittenza? E non vale obiettare che i clienti che scrivono nei forum questi commenti «partono da sé», narrando la propria esperienza ed esplicitando la propria concezione (veramente  violenta)  della sessualità, perché anche un uomo che contesta  la credenza che la pulsione sessuale maschile sia irrefrenabile e conduca inevitabilmente a ricorrere alla prostituzione ci parla di sé, del suo modo di rapportarsi alle donne, del suo rifiuto di trattarle come merci da usare, da disprezzare, da aggredire. Dunque: non capisco perché gli si dovrebbe negare il diritto di manifestare la propria opinione. Siamo così autolesioniste da boicottare la libertà di espressione dello sparuto gruppo di uomini antisessisti e simpatizzanti del femminismo?

Mi si accusa, poi, di non prestare ascolto alle prostitute. Chiedo scusa signore: ma quando riporto frammenti delle testimonianze contenute nel libro Les clients de la prostitution - l’enquête di Claudine Legardinier e Saïd Bouamama, quando osservo che le ricerche effettuate da Farley documentano che il 68% delle prostitute soffre della grave sindrome da stress post-traumatico e che dal 60% all'80% di loro presenta seri disturbi fisici, psichici e sessuali, quando vi informo che in Germania la maggioranza (e sottolineo: la maggioranza) delle ragazze e delle donne che praticano rapporti mercenari è stata minacciata con le armi, aggredita, stuprata anche più volte e che le stesse violenze sono state subite dalla maggioranza delle 854 prostitute intervistate da Farley in altri 8 Stati, quando vi do notizia dell'elevatissimo tasso di mortalità delle donne che si prostituiscono, quando vi comunico questi drammatici dati a chi credete stia prestando ascolto?

Le cifre che riporto nei miei scritti suscitano in me collera e profondo dolore, perché, perquanto freddi siano, i numeri lasciano pur sempre intravedere il corpo e la mente sofferente di una moltitudine di donne in carne ed ossa, donne umiliate, minacciate, maltrattate, violentate, assassinate da magnaccia e clienti. E' per questo che non è facile occuparsi di prostituzione. Perché non si riesce a rimanere impassibili di fronte a queste cifre e all'orrore che svelano e ci si lascia inevitabilmente investire da un sentimento di dolore, di sconforto,di impotenza. Non provocano in voi le stesse emozioni questi numeri? Non vi fanno impressione? Traducete le cifre in immagini, cercate di visualizzare almeno 63 ragazze ogni 100 che vengono stuprate, 61 aggredite, 51 minacciate. Provateci e poi ditemi se tutto ciò vi pare accettabile.

Perché l'esistenza di queste prostitute è occultata? Perché le vittime di tratta non ricevono alcun ascolto? Perché le testimonianze delle sopravvissute alla prostituzione non sono tenute in alcuna considerazione? 

Perché - mi chiedo - gli omicidi, gli stupri, le violenze perpetrate contro le prostitute non occupano alcuno spazio nel discorso pubblico e non provocano la stessa indignazione che suscitano in noi i medesimi crimini commessi contro le altre donne? Perché questa disparità di trattamento, quasi si trattasse di esseri inferiori, di cittadine di serie B? Mi auguro che nessuno pensi che uno stupro perpetrato su una prostituta provochi minore sofferenza o rientri nei rischi del mestiere!

A proposito di quest'ultimo, mi si fa notare che se le prostitute fossero riconosciute come sex workers potrebbero fruire dei diritti  e delle garanzie contemplate dal diritto del lavoro e si cita il caso di una prostituta brasiliana che, in qualità di dipendente, avrebbe ottenuto un risarcimento del danno in seguito ad un infortunio avvenuto in un locale dove praticava rapporti mercenari. Evidentemente nessuna delle mie detrattrici si è mostrata interessata alla lettura di questo mio articolo, che illustra la drammaticità delle condizioni di lavoro delle prostitute in Germania e nei Paesi Bassi e la quasi totale inapplicabilità delle norme sul diritto del lavoro in questi due Stati la cui legislazione si conforma al modello regolamentarista. In Germania soltanto l'1% delle prostitute aveva stipulato nel 2007 un regolare contratto di lavoro,  percentuale che sale (si fa per dire) al 5% nei Paesi Bassi. Che io sappia, nessuna prostituta al mondo, ha, per altro, mai ottenuto un indennizzo, che certo non  ripaga del dolore sofferto, del danno subito in seguito ad uno stupro o ad altro tipo di violenza.

Non c'è comunque bisogno di convertire in lavoro la mercificazione dei corpi per riconoscere alle prostitute il diritto di ottenere il risarcimento del danno subito. Se lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione si configurano come reati, infatti, è evidente che le prostitute, in quanto vittime di questi ultimi, hanno diritto a conseguire un indennizzo che le risarcisca del danno subito.

La Svezia, Stato abolizionista, oltre a sanzionare penalmente lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, concepisce quest'ultima come una forma di violenza esercitata su chi la pratica. In questo caso la prostituta che subisce un danno ha diritto anche ad ottenere il risarcimento in quanto vittima di violenza. Gode, insomma, di una duplice tutela.

Non vi è alcuna ragione, dunque, che legittimi la regolamentazione della mercificazione dei corpi. Vi inviterei invece, di nuovo, a riflettere sulla frequenza delle violenze che vengono perpetrate sulle prostitute, concludendo il mio intervento con le crude e strazianti parole di Isoke Aikpitanyi, che valgono anche per le meretrici che non sono vittime di tratta:

Ricordo, inoltre, quando mi intervistarono sugli stupri patiti dalle vittime della tratta: un giorno si e l'altro anche - risposi - tanto che mi venne da dire che ogni africana violentata è una donna bianca che la scampa. Lo dissi intervenendo alla Casa Internazionale della donna, a Roma. Mi dicono sempre che è una frase terribile, ma è vera ed è anche peggio perché noi siamo lo sfogatoio sessuale e di violenza dei maschi in Italia, maschi non solo italiani, si badi.

E' accettabile tutto ciò? Perché chiudiamo una fabbrica che produce sostanze tossiche e riteniamo tollerabile un'attività che comporta un simile tasso di violenza?

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