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Sindacalismo patriarcale


Nella pubblicistica virtuale dei neomaschilisti i «padri separati» diventano una autentica categoria maschile. La prova più consistente di un mondo rappresentato alla rovescia. Nel quale sono gli uomini a doversi equiparare in diritti e poteri alle donne. Secondo tale pubblicistica questi uomini, i «padri separati», subiscono gravi discriminazioni. Sono privati dei figli. Sono spremuti da esosi assegni di mantenimento. Sono falsamente accusati di abusi e violenze. Sono vittime della Pas: madri malevole plagiano i figli mettendoli contro i padri. In conseguenza di tutto ciò i «padri separati» si suicidano in massa, e quelli che sopravvivono dormono nelle auto e mangiano alla Caritas. Qualcuno si candida con la Lega Nord.

Questa pubblicistica talvolta riesce ad influenzare televisioni e giornali. Così si possono leggere inchieste sulla povertà, che citano come esempio i «padri separati». O avere notizie di una sentenza della Corte di Strasburgo, che riguarda la vicenda di un padre separato ostacolato nel vedere la figlia, ma raccontata come se costituisse una situazione generalizzata. O assistere a trasmissioni televisive, come le Iene, che fanno da tribuna alla causa dei «padri separati». Si leggono purtroppo anche notizie relative a sentenze che sottraggono i figli alle madri per rinchiuderli in case famiglia e sottoporli ad un «controlavaggio del cervello» per guarirli dalla PaS in modo da riconciliarli con i padri. Come nel caso di Cittadella o nel caso di Battipaglia. Succede soprattutto nel nord-est, dove le associazioni neomaschiliste sono più forti.

I «padri separati» sono gruppi di pressione sorti in vari paesi occidentali in reazione alla parificazione dei coniugi nel diritto di famiglia e agiscono per influenzare le leggi e le sentenze sulle cause di separazione al fine di diminuire o annullare l’assegno di mantenimento e imporre l’affido alternato incondizionato, anche nel caso in cui un partner abbia commesso violenza sull’ex coniuge o sui figli. L'affido alternato esclude l’assegno di mantenimento, limita l’autonomia delle donne, imponendo alla madre di vivere vicino all’abitazione del padre, e obbliga i figli a continui cambiamenti di domicilio. Il padre, anche se violento, può continuare ad esercitare un controllo sulla vita della ex moglie e dei figli. Per favorire questi esiti legislativi e giuridici, alcuni psicologi antifemministi hanno elaborato una teoria pseudoscientifica, la sindrome di alienazione parentale (PaS). Della sindrome sarebbero affetti i bambini manipolati più abitualmente dalla madre contro il padre. Motivo per cui i bambini rifiuterebbero il rapporto con il padre o lo accuserebbero di violenze. Di pari passo questi teorici diffondono la credenza secondo cui sarebbero in aumento da parte delle madri le accuse di falsi abusi a scopo estorsivo nelle cause di separazione.

Tali rappresentazioni sono però smentite dalla realtà. La crisi ha aggravato la condizione di quasi tutti. Degli uomini e delle donne. Degli scapoli, dei coniugati e dei separati. Che in questo aggravamento ci sia però una specifica emergenza economica dei padri separati non è dimostrato. In confronto risulta invece complessivamente peggiore la condizioni delle madri separate.

Le statistiche ci dicono che, dopo una separazione, sono le donne (24%) quelle a rischio povertà rispetto agli uomini (15,3%), sono le donne (39%) che tornano dai genitori più spesso degli uomini (32%) e sempre le donne (36,8%) prendono in affitto un’altra abitazione, gli uomini (30,5%) in percentuale minore.
Le donne guadagnano meno degli uomini, a parità di mansioni. Ci sono studi e studi sull’argomento.
Ci racconta Save the children: gli effetti della crisi colpiscono le mamme in modo sempre più grave, evidenziando, in Italia, un circolo vizioso che lega il basso tasso di occupazione femminile, l’assenza di servizi di cura all’infanzia, le scarne misure di conciliazione tra famiglia e lavoro e la bassa natalità, con una pesante ricaduta sul benessere dei bambini.
Gli ex mariti non si preoccupano di contribuire al mantenimento dei propri figli, e questo ce lo dice lo stesso disegno di legge 957, nell’introduzione: (…) la scarsissima propensione dell’obbligato a versare all’aborrito ex partner, come lui affidatario, un contributo che non deve a lui, ma ai figli. Con il risultato di una altissima percentuale di inadempienze, a danno anche queste essenzialmente della prole.
Le separazioni che si concludono con l’assegno di mantenimento al coniuge (di solito, il marito alla moglie) sono 1 su 5 (21,1% dei casi nel 2009). In 4 casi su 5 nessuno dei due coniugi si deve niente. I giudici sempre meno riconoscono un assegno di mantenimento alla moglie, neppure nel caso in cui sia casalinga. Se è in età da lavoro, in nome della parità, si dice che deve attivarsi.
Prendiamo un’altra fonte: la Caritas Italiana. Del 12,7% di separati/divorziati che chiede aiuto alla Caritas, il 66,5% è donna, il 33,5% è uomo e “non ci sono modifiche significative nel tempo di questo rapporto”, dicono all’Ufficio studi dell’organizzazione pastorale della Cei (Conferenza episcopale italiana), e aggiungono: non riscontriamo il fenomeno dei padri separati che ricorrono alla Caritas così come viene descritto.

(The illusion of truth - Il ricciocorno schiattoso)

Se aumentano le denunce per violenza, aumenteranno in proporzione i ritiri delle stesse, le archiviazioni, le assoluzioni per insufficienza di prove. Ma non è corretto citare questi dati per sostenere che siano in aumento le denunce di falsi abusi a scopo estorsivo.

In una ricerca negli Stati Uniti (Thoennes N. e Tjaden P. – 1990 -, The extent, nature and validity of sexual abuse allegations in custody/visitations disputes), furono analizzati 9000 casi di divorzio in cui c’erano conflitti per l’affido dei figli. In meno del 2% dei casi uno dei genitori aveva sporto denuncia di abuso sessuale.
Per decidere se le denunce fossero fondate o meno, le autrici si sono basate sulla valutazione di esperti, operatori dei servizi di protezione dei minori o di salute mentale: tra queste denunce fatte nel contesto di divorzi conflittuali, la metà era fondata; un terzo era poco probabile; negli altri casi, non c’erano abbastanza informazioni per decidere. Alcuni dei criteri per decidere che un caso era poco probabile erano però discutibili: il bambino era molto piccolo, c’era stato un solo episodio di abuso e, addirittura, c’era un grave conflitto tra i genitori.
Come notano giustamente Malacrea e Lorenzini (Malacrea M. e Lorenzini S. – 2002 – Bambini abusati, Cortina, Milano), il fatto che non si riesca sempre ad accertare l’attendibilità di una denuncia può essere più un’indicazione delle difficoltà degli operatori che una prova della falsità della denuncia stessa.
In un altro studio in Canada (Trocmé, N. e Bala, N. – 2005 – False allegations of abuse and neglect when parents separate) sono stati analizzati 7.672 casi di maltrattamenti su bambini segnalati ai servizi sociali: solo il 4% di questi casi era costituito da false denunce. In presenza di conflitti perl’affido dei figli dopo la separazione, questa proporzione era più elevata, 12%; l’oggetto principale delle false denunce era tuttavia la trascuratezza (neglect) e non l’abuso sessuale. Inoltre, le false denunce erano formulate più spesso dai genitori non affidatari, di solito i padri (15%), che dal genitore affidatario, di solito la madre (2%). Su 7.672 casi di maltrattamento, c’erano solo 2 false denunce contro un padre non affidatario.
In sintesi, le denunce di abuso fatte dal genitore affidatario dopo la separazione sono infrequenti e solo molto raramente sono false.
Mancano a tutt’oggi ricerche italiane su campioni ampi e significativi, quindi non si può che far riferimento a ricerche internazionali.
Fonte: CRISMA, M., ROMITO, P. (2007) L’occultamento delle violenze sui minori: il caso della Sindrome da Alienazione Parentale. Rivista di Sessuologia, 31(4):263-270

(Sui falsi abusi - Il ricciocorno schiattoso)

La sindrome di alienazione parentale non è riconosciuta dalla comunità scientifica. Il suo utilizzo in alcuni tribunali di fatto reintroduce il reato di plagio, abolito nel 1981 perchè incostituzionale. O estende indiscriminatamente ai minori il reato di circonvenzione di incapace previsto per i deficienti psichici. E nega in radice il diritto all’ascolto del minore. Anzi, lo usa come prova a sfavore della «madre malevola». Se il bambino manifesta la volontà di stare con la madre e di non voler incontrare il padre, dimostra di essere affetto dalla sindrome di alienazione parentale. E se la madre non lo obbliga ad avere un buon rapporto con il padre, dimostra di non essere collaborativa. La sindrome non esiste, ma i teoremi si. Dato il mancato riconoscimento scientifico della sindrome, ora i teorici antifemministi provano a riproporre la PaS come mobbing genitoriale o disturbo relazionale. Nonostante la legge già sanzioni come maltrattamento psicologico la strumentalizzazione dei figli da parte di un genitore contro l'altro. Solo che la strumentalizzazione deve essere dimostrata. Prove, non psicodiagnosi.

Revocare la podestà genitoriale alle madri dopo la separazione, come succede quando sono accusate di PaS, non è una opportunità per superare i tradizionali ruoli di genere, ma il semplice ripristino della podestà patriarcale. Lui poi affiderà i figli ad un altra donna, la nuova compagna o la propria madre. Si può essere più che favorevoli al superamento della divisione sessuale dei ruoli familiari. Che i padri occupino più tempo nell’accudimento e nell’educazione dei figli e per converso le madri ne occupino di meno. Per realizzare questo riequilibrio però la battaglia ha da cominciare non alla fine di un matrimonio, ma all’inizio, o comunque quando il bambino sta per nascere. I gruppi neomaschilisti, se davvero ci tenessero alla bigenitorialità, non lotterebbero per la PaS o per l’affido alternato. Lotterebbero per ottenere un congedo di paternità parificato al congedo di maternità. Invece, i padri usufruiscono in modo molto scarso anche delle opportunità offerte dalla legislazione attuale.

In Italia i padri sono assenti. A dirlo è una statistica che rivelerebbe che soltanto un 6,8% di neopadri usufruisce del congedo di paternità. Eppure anche nel nostro Paese il congedo parentale dei papa’ è regolato dal 2000 con la legge 53.
I motivi? Principalmente culturali ma anche economici, poichè la norma consente ad entrambi di stare a casa per un certo periodo di tempo, subendo però una riduzione del salario di circa il 30%.
Finora sono le donne a sacrificare il proprio stipendio per stare a casa con i bambini. Bisognerebbe pensare ad una legge che consente il congedo di parentale come un diritto fondamentale per entrambi i coniugi senza subire riduzioni di stipendio. Qualcuno ci ha provato o quasi: Il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha introdotto l’obbligo di astenersi dal lavoro per 3 giorni dopo la nascita del bimbo, senza variazioni di stipendio, ma non sono nulla al confronto con i 30 giorni concessi dalla Svezia.
Ma siamo sicuri che con l’introduzione di una legge simile a quella svedese assisteremo in massa a papà disposti a rinunciare per un mese al lavoro per stare accanto ai loro bambini?

(Congedo di paternità: pochi padri italiani lo chiedono - Un’altro genere di comunicazione)

Chi fa il padre subito, sempre e per davvero, poi è anche più credibile in una eventuale causa di separazione, senza l’ausilio di sindromi immaginarie e di condivisioni coatte. E magari la separazione la scongiura persino.


Vedi anche:
"Padri separati"… not in my name (Majora premunt)
Pas? No, mobbing gentoriale (Luisa Betti)
L'alienazione genitoriale sul Ricciocorno Schiattoso 
Pagina della Rete Interattiva
Alienazione genitoriale
Infobigenitorialità
Il blog di Maria Serenella Pignotti
Il falso mito dei padri a casa (Claudio Rossi Marcelli)

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