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Sfera privata zona franca del diritto?



di Christine Rama


Spero mi sia concesso rivolgere critiche squisitamente politiche a un articolo pubblicato sul blog Abbatto i muri in concomitanza con la ratifica della Convenzione di Istanbul senza essere accusata di cyberstalking. Non sono animata da alcun livore nei confronti dell'autrice, non intendo diffamarla, linciarla, massacrarla. Mi permetto soltanto di confutarne le idee che giudico non condivisibili. Chi gestisce un blog esprime pubblicamente le proprie convinzioni e accetta che vengano valutate criticamente, senza per questo sentirsi perseguitata e pretendere la censura del pensiero altrui. Mi auguro, quindi, che le mie osservazioni vengano accolte serenamente, senza alcuna drammatizzazione.

L'articolo che intendo commentare è corredato da un video dall'impatto emotivo molto forte che ne rafforza il messaggio e che meriterebbe di essere commentato in un topic a parte.

L'autrice si oppone al concetto di vittima come essere debole, passivo, che si affida alla tutela delle forze dell'ordine e istituisce un parallelismo tra le donne che subiscono violenza dai partner, alle quali non riconosce lo statuto di oppresse, ma quello di protagoniste di « una rivoluzionaria azione di resistenza agli autoritarismi», che parrebbe risolversi nel «prendere» in eroico silenzio «legnate», senza legittimare Stato e tutori fascisti, e le manifestanti ribelli che, in quanto tali, si beccano le manganellate della polizia. Le legnate ricevute per affermare la propria autodeterminazione, i maltrattamenti subiti sembrano essere ridefiniti e riconfigurati come nobilitanti ed eroici atti di resistenza, come medaglie da appuntare al petto, purché vengano affrontati in solitudine o, quanto meno, a debita distanza dai «paternalismi dei tutori». 

Questi apprezzamenti rivolti alle donne che subiscono violenza paiono finalizzati ad evitare che esse sporgano denuncia contro i partner, rivolgendosi alle forze dell'ordine (o del disordine) autoritarie e repressive, identificate col nemico. Questo messaggio è confermato ed enfatizzato dalle immagini del video che riproducono con insistenza atti di violenza commessi dagli agenti di polizia nei confronti delle donne, sollecitate, quindi, dalle rappresentazioni visive a non fidarsi delle istituzioni preposte alla repressione dei reati. Inoltre le vittime non si prestano forse a legittimare, con la denuncia dei partner maltrattanti, le violente forze di polizia che le strumentalizzano per rafforzare fascismi e autoritarismi? Non si rendono così complici e corresponsabili del mantenimento di un sistema patriarcale e repressivo, se non dittatoriale? Le immagini del video suggeriscono queste riflessioni.

Vorrei evidenziare ora un paradosso. L'autrice dell'articolo che sto commentando individua i più strenui nemici delle donne maltrattate nei tutori dell'ordine pubblico, che, in realtà, si prospettano essere i suoi più fedeli alleati, in quanto condividono la sua particolare concezione del rapporto tra sfera pubblica e sfera privata. Sì, perché, in linea generale, alle autorità di polizia e a quelle giudiziarie non si può imputare un atteggiamento di eccessiva ingerenza nelle relazioni intime. Al contrario. Il loro comportamento è ispirato al principio di non intervento nello spazio domestico. Il 70% dei casi di femminicidio ha riguardato donne che avevano già segnalato il partner alle forze dell'ordine o ai servizi sociali, ma le cui denunce non sono state prese in considerazione

L'orientamento prevalente delle istituzioni preposte all'applicazione della legge è quello di archiviare le denunce, non in quanto infondate, ma in quanto concepite come mere manifestazioni di conflittualità familiare, pregiudizio che comporta l'occultamento del fenomeno della violenza domestica sulle donne. «A volte - osserva Francesca Garisio, avvocata della Cadmi, (Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano) - la Procura non ritiene sufficiente un solo certificato medico» per procedere al rinvio a giudizio del querelato. http://www.milanotoday.it/cronaca/violenza-sessuale-donne-milano.html

In altri casi, l'intervento delle forze dell'ordine è finalizzato alla dissuasione dalla presentazione della denuncia di violenza, sostituita da forme arbitrarie di mediazione che implicano la derubricazione dei maltrattamenti a semplici diatribe coniugali che presuppongono l'esistenza di una relazione paritaria tra i partner, ritenuti entrambi responsabili del "litigio". 

Insomma, l'autrice dell'articolo, in perfetta consonanza, anziché in dissidio, con le autorità giudiziarie e di polizia pare impegnata, se non interpreto male il suo pensiero, a promuovere e a legittimare la configurazione dello spazio domestico come luogo escluso, in via generale, dall'applicazione delle norme penali poste a tutela dell'integrità fisica e psicologica delle persone. La sua simpatia va, infatti, come esplicita nel video correlato all'articolo, alle <<donne che si autodeterminano, non vogliono essere difese, si ribellano a qualsiasi ingerenza autoritaria e patriarcale>>. Immagino che <<non voler essere difese>> significhi, per la blogger, anche rinunciare a denunciare il maltrattante e che <<l'ingerenza autoritaria>> sia da identificarsi con l'intervento delle forze dell'ordine e della magistratura contro l'autore della violenza. Se non è così, l'autrice dovrebbe spiegarsi meglio.

E' da rilevare come la deroga al diritto penale (e non solo) non abbia mai cessato di costituire il fondamento della sfera privata nel nostro sistema patriarcale, anche perché sottrarre una donna maltrattata alla protezione della legge significa contemporaneamente proteggere un uomo violento dalla sanzione penale prevista da quella stessa legge. Il non intervento dello Stato si configura, in realtà, come un intervento a favore del soggetto più forte cui viene riconosciuta piena libertà di agire senza subire le conseguenze dei propri atti. Ecco perché mi auguro che si attui una più rigorosa applicazione della legge e auspico che, tra le istituzioni, si diffonda una mentalità che non sottovaluti, come accade oggi, la violenza sulle donne confondendola con il normale conflitto.

Vorrei infine proporre un'analogia tra le posizioni della blogger in questione, che ritengo espressione delle concezioni post-femministe e la definizione dei rapporti di lavoro nel modo di produzione capitalista neoliberista.

In questi ultimi decenni abbiamo assistito alla progressiva precarizzazione e deregolamentazione dei rapporti di lavoro e, in una certa misura, alla privatizzazione dei contratti ( si pensi ai contratti di collaborazione o a quelli di lavoro intermittente, ad esempio). Analogamente, sembra trasparire dall'articolo commentato l'auspicio che le relazioni tra i partner vengano sottratte ad ogni ingerenza definita, tout court, «autoritaria e patriarcale»; in altre parole ci si augura che esse vengano deregolamentate. Il rischio che si corre, però, è di privatizzare l'esercizio della violenza. Saranno, così, i nudi rapporti di forza, privi della mediazione del diritto, a determinare la sorte delle relazioni tra vittime e autori delle violenze, così come l'esito delle relazioni economiche tra padroni e lavoratori dipendenti. La deregolamentazione attinge ispirazione dal principio liberista secondo il quale entrambi i soggetti della relazione sono collocati su di un piano di parità, di perfetta uguaglianza e dunque sono in grado di regolare da soli rapporti ed eventuali conflitti di cui sono corresponsabili. Sono il neoliberismo e il patriarcato ad occultare la subordinazione e il dominio che sostanziano i rapporti di classe e quelli tra i generi.

One Response to “Sfera privata zona franca del diritto?”

  1. Non ho letto l'articolo in questione, quindi mi sento un po' in difetto nel commentare, ma vorrei sollevare una piccola questione. Quando si tratta l'argomento violenza domestica, si parla dell'uomo maltrattante come se questi agisse in modo violento solo ed esclusivamente con la partner di turno. Vorrei sfatare un mito, quello della "violenza relazionale": l'uomo che picchia la sua compagna non si scatena solo contro quella donna perché è quella donna in particolare che contribuisce a costruire una relazione malata che sfocia nella violenza (quindi, se al suo posto ci fosse un'altra donne le cose andrebbero benissimo...), bensì è violento con un sacco di altri soggetti. L'uomo che picchia la moglie o la fidanzata o la compagna spesso e volentieri assume il medesimo atteggiamento aggressivo con la prole (http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/02/04/news/infanticidio_roma-29312124/), con parenti e amici (http://www.catanzarolive.it/index.php?hdPagina=news&hdParametri=4799), e a volte uccide parenti ed amici: http://corriere.com/2012/10/20/ventitreenne-uccide-la-sorella-della-ex-a-coltellate/
    La violenza in una relazione di coppia non riguarda solo i due protagonisti, lui e lei, ma influisce pesantemente nella vita di tante altre persone coinvolte: figli, genitori, sorelle, fratelli, amici (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/09/28/fa-abortire-un-amica-della-moglie.html) e io credo che le donne dovrebbero rendersi conto che quando decidono di non denunciare, non mettono a rischio solo se stesse, ma si assumono la responsabilità di esporre al rischio altre persone.
    Nessun uomo è un isola, diceva il poeta John Donne, e questo significa che ogni decisione che prendiamo, ogni scelta, ha delle conseguenze nella vita di tutte le persone che in un modo o nell'altro sono in contatto con noi. Oggi si enfatizza molto il concetto di libertà: devo essere libero di fare ciò che voglio e nessuno deve metterci bocca. Non si parla mai, però, della responsabilità: nel momento in cui prendo una decisione, devo essere anche essere consapevole del fatto che quella decisione comporterà una serie di conseguenze che non riguardano solo me e che io mi assumo la responsabilità di influire nella vita degli altri.

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