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Donne che lottano contro il (termine) femminicidio

Una volta era il delitto d’onore. Poi è diventato delitto passionale. E’ lo è ancora ai nostri giorni, insieme con il raptus: uomini assassini ciechi d’amore e gelosia che reagiscono ad un abbandono, un tradimento, un rifiuto. Ma comincia a diventare anche femminicidio: uomini assassini con una cultura patriarcale che rifiutano l’autodeterminazione della donna, il suo sottrarsi ad una funzione subalterna, che rompe la relazione o la ricontratta come fosse una persona di pari dignità e non la proprietà di lui.

L'ingresso della parola femminicidio nel linguaggio istituzionale inizia a provocare una reazione, uno sbarramento, che si oppone alla parola e al suo concetto, mentre al tempo stesso gli nega rilevanza sociale. Le uccisioni di donne sarebbero omicidi come tutti gli altri e neanche molti, ma strumentalizzate per secondi fini. Abbiamo letto in tal senso articoli di Marcello Adriano Mazzola e di Fabrizio Tonello sul Fatto Quotidiano, di Valeria Braghieri sul Giornale, di Filippo Facci su Libero. Per non dire di quelli che mi sfuggono.

Oggi è il turno di Angela Azzaro, vicedirettora degli Altri. Il titolo del suo pezzo capeggia in prima pagina e riconosce che la lotta è giusta. Ma lei si concentra sulla parola sbagliata. Sbagliata in quanto portatrice di vittimismo e moralismo. Due ingredienti della violenza. Perchè fanno la donna debole.

Vittimismo e moralismo sono due parole frequenti nel lessico postfemminista e antifemminista. Con la denuncia del vittimismo si vuole esprimere l’opposizione alle leggi che tutelano le donne dalla violenza e dalle molestie, e l’idea che le donne debbano difendersi da sole, fino a proporre corsi di autodifesa. Con la denuncia del moralismo si vuole difendere la donna oggetto o la presunta scelta soggettiva della donna di farsi oggetto. L’ha voluto lei, nessuno l’ha costretta. Perciò, quando leggo queste due parole nei testi relativi al dibattito sulla violenza, divento un po' diffidente.

La vicedirettora degli Altri sostiene che il femminicidio parla di femmine, non di donne, toglie dal banco degli imputati la famiglia e l'identità maschile. Punta l'attenzione non su chi uccide, ma sulla vittima e le converisce la V maiuscola. In verità la parola femminicidio va ad intaccare proprio una certa visione della famiglia e del rapporto uomo/donna, del rapporto di coppia. Finora la violenza è stata resa nell’immaginario come la violenza del maniaco sconosciuto che aggredisce in un parco, in un portone o in un vicolo cieco. Invece i violenti sono soprattutto mariti e fidanzati e poi amici, conoscenti, colleghi. Tutte persone già in relazione con la vittima, che non ne rispettano la volontà e l’autodeterminazione. Femminicidio va a scalzare una lettura tradizionale che assolve la responsabilità dell’aggressore e attribuisce responsabilità alla vittima, va a scalzare espressioni come raptus e delitto passionale. Femminicidio è una parola di origine messicana ed è ormai di uso internazionale. Non tutte le vittime sono adulte. Tutti i delitti si definiscono dal lato della vittima: omicidio, uxoricidio, infanticidio, genocidio. Se non è una vittima con la V maiuscola una morta ammazzata, chi può esserlo?

Il vittimismo, secondo Azzaro, è dato ancora dall’idea di leggi speciali a tutela della donna. Che la ridurrebbero a panda e le toglierebbero autorevolezza sociale. Mentre andrebbero mantenute e applicate meglio le leggi esistenti. Qui occorre una distinzione. Leggi speciali sono quelle che derogano al dettato costituzionale. Sono perciò discutibili sotto il profilo del diritto, perchè violano principi e limitano libertà e diritti. Sono le leggi antiterrorismo e antimafia. O le leggi contro l’immigrazione. Sono discutibili perchè consegnano alle autorità un potere che può diventare più facilmente abusivo. O perchè possono colpire in modo indiscriminato una categoria di persone. I poveri, gli immigrati, i musulmani. O tutte le persone. Ma non si è mai posta la questione che i potenziali beneficiari di queste leggi possano ridursi a panda o vedersi ridotta la propria autorevolezza sociale. Nuove leggi conforme alla Costituzione, sono leggi ordinarie. Una potrebbe essere l’introduzione dell’aggravante di femminicidio. Sarebbe pari a quella già prevista per l’odio razziale. Che nessuno ritiene tolga autorevolezza alle potenziali vittime. Che senso ha avere questo timore proprio per le donne? Le donne sono trasformate in vittime dalla violenza maschile, non dal contrasto alla violenza.

Il vittimismo, per Azzaro è alimentato dal moralismo. Poichè, la presidente della camera, Laura Boldrini ha collegato il tema della violenza a quello della strumentalizzazione della donna nella pubblicità. Su un punto sono d’accordo con Azzaro. Questa strumentalizzazione non riguarda solo l’uso del corpo, ma l’insieme dei ruoli femminili. Nella pubblicità la donna è sempre casalinga o cameriera, oltre che oggetto sessuale. L’ultimo intervento di Laura Boldrini su Repubblica tratta infatti l’insieme di questi ruoli. Dubito invece che ci si debba porre il falso dilemma se sia meglio la donna nuda in auto o la donna che pulisce i cessi. Questione di gusti, ma sono entrambe due funzioni accessorie. Non può essere un traguardo quello di arrivare a rappresentare la migliore serva possibile. C’è un limite anche al migliorismo.

Per nulla d’accordo invece là dove Azzaro fa un singolare parallelo tra la considerazione secondo cui l’uso della donna oggetto come bene sempre disponibile induce alla violenza e l’idea secondo cui la donna che gira con la minigonna provoca la violenza. Una donna che indossa la minigonna e cammina per strada, potrà essere seducente, ma non è una donna oggetto. Non si propone come bene a disposizione. Non fa da muta decorazione nè alla strada, nè alle automobili, nè ad altri prodotti, nè a persone e personaggi ritenuti più esperti e autorevoli di lei. Niente e nessuno la usa. E’ solo una persona che si veste come le pare e se ne va per i fatti suoi. Il punto per quanto riguarda varietà e pubblicità non è, e non è mai stato, il nudo. Ma la sua rappresentazione oggettivata, subalterna, degradante e umiliante. Questo è un giudizio politico sull’uso dei corpi, non moralistico. Nulla c’entra la libertà individuale di veline, ballerine e modelle. Data questa televisione, le donne sfruttano le opportunità che a loro si offrono, è ovvio. Non sono le ragazze ad essere sotto accusa, ma questa televisione, i suoi palinsesti, i suoi autori. Così come a suo tempo Angela Azzaro ha frainteso Lorella Zanardo, oggi fraintende Laura Boldrini.

In compenso, Angela Azzaro non è fraintesa dalla blogger di Abbatto i muri. Fuoriuscita più tardi, ma più rapidamente dal femminismo, oggi Eretica/FicaSicula riprende l'articolo degli Altri, che ovviamente condivide molto sui vittimismi e i moralismi, oltre che sulla opposizione alla parola femminicidio. Ma non manca di bacchettare da destra. La violenza non è maschile, ma è prodotta da una cultura veicolata da tutti, vittime comprese e poi non si può criminalizzare un genere e santificarne un altro. Femminicidio è un riduzionismo biologico, che esclude le altre vittime, tra cui le trans. Gli stereotipi pubblicitari riguardano tanto le donne quanto gli uomini. Se c’è lei che pulisce i cessi, c’è pure lui sul macchinone che fa brum brum.

E’ la visione di un mondo astratto dove i rapporti tra i generi sono simmetrici. Dove la violenza è solo il prodotto di una cultura sospesa per aria senza radici materiali, senza essere funzionale ai rapporti di potere tra i generi. E dove gli stereotipi sono speculari. Che uno sia valorizzante e l’altro inferiorizzante, non importa.


Vedi anche:
Sbagliato mietere vittime (Il Ricciocorno schiattoso)
Vittimismo: facciamo chiarezza (Il Ricciocorno schiattoso)
L'attacco alle vittime (Patrizia Romito)

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