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Al di là del buco: il mito di Maria Goretti

di Kalandar - Metaforum.it

Seguendo la polemica ingaggiata da Femminismo a sud/FikaSicula (fas/fks) e Questione maschile  (qm) contro Massimo Lizzi, provo a fare alcune considerazioni su alcune argomentazioni ricorrenti che mi hanno particolarmente colpita.

Un capitombolo logico permette a fas/fks e qm di sostenere che gli episodi di violenza maschile sulle donne sono usati per criminalizzare un intero genere, su base genetica (!) così come succede quando crimini compiuti da immigrati vengono utilizzati per criminalizzare, su base etnica, tutti gli immigrati.

Questa è la rappresentazione di un mondo rovesciato.

L’analogia corretta è esattamente opposta: parlare di violenza maschile contro le donne è come parlare di razzismo, di antisemitismo o di apartheid: è la denuncia di un sistema in cui i “bianchi” o gli “autoctoni” esercitano un potere che li mette in una posizione di dominio, assicurato e perpetuato anche attraverso l’uso della violenza.

In questo caso si oserebbe sostenere che “razzismo degli italiani” è razzista nei confronti degli italiani o che significa attribuire per sangue un’infamia come il razzismo?

Si, osano farlo i razzisti.

Si sta per caso sostenendo che tutti gli italiani o tutti i bianchi sono razzisti e violenti?
No.
Si sta forse sostenendo che non esistono immigrati che delinquono?
No.

E perchè non parliamo di razzismo e violenza di gino e pino, dei singoli individui ma di razzismo bianco o italiano? Stiamo negando la responsabilita’ dei singoli? Stiamo condannando i bianchi tutti e gli italiani tutti, pre-determinandone etnicamente la natura razzista e violenta?
No

Stiamo denunciando una cultura e la violenza da essa giustificata e usata per perpetuare un sistema di dominio (espresso anche attraverso le leggi, il linguaggio, la politica…) che stabilisce, in questo caso si su base etnica, chi sta sopra e chi sta sotto.

Un sistema per cui anche chi non è razzista, per la sua sola appartenenza etnica gode del privilegio di stare sopra.

Un banale esempio è questo: fas e fks sono in aperta polemica con Lizzi, lo insultano pesantemente e ripetutamente, gli negano perfino il diritto ad avere un' opinione su femminismo e violenza di genere poichè uomo e, pare, senza curriculum eppure… eppure, per il solo fatto di essere uomo, a lui spetta di stare sopra.
Lui è un patriarca.
Mentre alle donne che hanno espresso contenuti simili ai suoi o che li hanno condivisi, per il solo fatto di essere donne, tocca di stare sotto.
Sono ancelle, donne mute, fanciulle da salvare ma soprattutto massaggiatrici e pompinare.

Questa cultura, questo sistema di dominio su base sessista è talmente radicato che perfino chi si dichiara femminista (con il curriculum, mica un Lizzi che non si sa chi cazz’è!) attribuisce ruoli sulla sola base dell’appartenenza di genere.


Questo, a mio parere, è un capitombolo analogo. Un capitombolo un po’ furbetto.

Se proprio vogliamo fare un paragone con il conflitto mediorientale, le posizioni di fas e qm seguono la stessa logica di chi, nel fronte filoisraeliano interpretato come tifoseria, delegittima la sacrosanta lotta di liberazione dei palestinesi in nome dei crimini commessi dagli stessi, pretendendo di stabilire una distribuzione di colpe, secondo cui la violenza è esercitata da entrambi i popoli. Così vengono strumentalizzate le vittime civili israeliane per negare la strutturale violazione dei diritti umani che consegue al sistema di dominio di un popolo su un altro popolo.

Questo tipo di tifoseria filoisraeliana, userebbe le stesse argomentazioni di fas e qm, per tacciare fas di antisemitismo, per il solo fatto di avere scritto nella frase qui riportata «israeliani che criminalizzano un intero popolo» o chi dice che gli «israeliani violano i diritti umani dei palestinesi»: questa è criminalizzazione su base etnica, è antisemitismo. tuonerebbero!

Seguendo lo schema di fas e di qm, quando parliamo di occupazione israeliana o violenza israeliana stiamo sostenendo che gli israeliani sono geneticamente occupanti e violenti.

Insomma una stupidaggine che si fa beffe della logica.

Un’altra delle argomentazioni ricorrenti di fas/fks e qm è la presunta innocenza della vittima (in quanto santa e mamma) attribuita dal femminismo (il donnismo, praticamente tutto il femminismo, tranne fas) alle donne. La vittima è assolta, dicono.

E questa è ancora una volta l’argomentazione tipica di chi per esempio taccia di buonismo l’antirazzismo.

O, se vogliamo proprio rimestare nel conflitto mediorientale, è l’argomentazione di chi nasconde le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi e la violenza contro un popolo oppresso, strutturali in un ingiusto sistema che prevede il dominio di un popolo su un altro, con l’asso nella manica della distribuzione delle colpe e la coresponsabilità: vittime e carnefici sono sullo stesso piano, le responsabilità si mescolano, i torti e le ragioni si confondono.

Nessuno è innocente, nelle migliore delle ipotesi. Fino ad arrivare alle tifoserie per cui esiste un vero ribaltamento: le vittime sono carnefici.

Perché per vedersi riconosciuti i più basilari diritti (per esempio quello alla vita e all’incolumità fisica) occorre essere innocenti. È davvero curioso che l’innocenza della vittima divenga argomento di discussione.

No, se le vittime sono donne, in effetti non è così insolito che divenga argomento pertinente l’innocenza della vittima e la sua eventuale coresponsabilita’.

Funzionale a questa confusione, a questo gioco delle tre carte, c’è lo slittamento per cui la violenza di genere non è più la violenza contro uno (o più generi) esercitata all’interno di un preciso sistema, quello patriarcale, che prevede precisi rapporti di potere per cui la posizione dominante è del genere maschile ma diviene un generico concetto di violenza indebitamente attribuita ad un solo genere, quello maschile, come se fosse caratteristica geneticamente determinata.

Ecco, questa che viene chiamata, se capisco bene, ortodossia della violenza maschile è semplicemente una sciocchezza. Non trovo altro modo per definirla.

Un po’ come se parlando di violenza dei bianchi contro i neri si intendesse dire che i neri sono delle Maria Goretti e i bianchi sono geneticamente violenti, razzisti e, gia’ che ci siamo, pure stronzi.

A proposito di beatificazione della vittima ho letto riferimenti a Maria Goretti sia su Abbatto i muri (altro blog di fks) che su qm.

Stiamo parlando di una bimba dodicenne, una bimba che non si è rivolta alla famiglia e non è riuscita a chiedere aiuto quando il suo carnefice tentò di abusarne e la minacciò di ucciderla se avesse parlato.
Addirittura, la piccola Maria, fedele al suo (in quanto donna) ruolo di cura, quando il suo carnefice le chiese di rammendargli i vestiti, non osò rifiutarsi.
Ma ciò che poi, se non erro, le valse la santificazione, fu il suo perdono riservato in punto di morte al suo carnefice.

Maria Goretti credo abbia più a che fare con quella donna narrata da Finchè morte non vi separi e Abbatto i muri (entrambi blog di fks). Quella donna, magari ancora in un letto di ospedale, per esempio con la milza spappolata, a cui è richiesto anche di occuparsi del proprio carnefice, a cominciare dalla sua reputazione, sia mai ne facciano un mostro.

A me invece piace ricordare Franca Viola. Una donna, per quanto giovane, che alla legge fa ricorso, fino a farla cambiare, perché pretende che la legge la tuteli. Puntando il dito contro un sistema intero, contro una cultura di cui anche le leggi sono espressione.
Lei non dice no soltanto al suo carnefice, lei pretende le sia riconosciuto il suo stato di vittima che ha subito un irreparabile danno. E lei dice no ad un intero sistema, a un mondo che non riconosce il suo aguzzino come carnefice.

Quella di Franca Viola è una lezione di autodeterminazione che ancora non abbiamo bene imparato.

Riferimenti:


Per cambiare 'sta benedetta cultura cominciamo ad evitare di chiamare vendetta, rancore, livore e odio la denuncia di un reato. Anche così cambia la percezione di ciò che si subisce.
Questo evviva di Maria Goretti che perdona in punto di morte, ha del surreale.
Smettiamo anche di definire la violenza (quella che ti riduce anche in un letto di ospedale) come una faccenda di relazione. La violenza è violenza ed è un reato. Punto.

Perchè se è vero che un percorso di emancipazione non può essere imposto, favorirlo dovrebbe essere un imperativo, soprattutto se ci si definisce femministe. Queste grossolane confusioni vanno nella direzione opposta.

Occorre fare ordine nella complessita'. Alimentare la confusione è da irresponsabili.

3 Responses to “Al di là del buco: il mito di Maria Goretti”

  1. Secondo me il femminicidio è un'agenda politica blindata dentro un dramma, tale per cui chiunque critica l'agenda si becca l'accusa di favoreggiamento.
    Che sia un attacco di genere non se l'è inventato il movimento per i diritti umani degli uomini bensì il Consiglio d'Europa, quando sostiene che questo è lo strumento utilizzato dagli uomini per l'assoggettamento delle donne. Questa è una cosa grave; cosa stanno dicendo? stanno dicendo che ogni uomo beneficia indirettamente della violenza fatta da altri uomini sulle donne, che ne beneficia in termini di dominio anche personale. La conseguenza è evidente: ogni uomo anche se non ha fatto niente deve in qualche modo pagare per restituire il maltolto, maltolto morale che non essendo quantizzabile in moneta è anche inestinguibile ed estendibile a qualsiasi discriminazione positiva, tanto è vero che la stessa Convenzione di Istanbul prevede che ogni azione di prevenzione contro la violenza sulle donne, quindi ogni azione sul genere maschile, non potrà essere classificata come discriminazione.
    Più che con la realtà mediorientale il confronto lo farei con le propagande goebbelsiane.
    Il patriarcato non esiste più, la sua esistenza è una premessa immaginaria che consegue in analisi surreali, tutto il diritto di famiglia è attraversato da una profonda discriminazione contro i padri, che rappresentano la maggioranza dei cosiddetti nuovi poveri. Il patriarcato esiste come premessa immaginaria grazie a una operazione di rimozione collettiva orchestrata dall'alto, cioè grazie all'insabbiamento sistematico tanto nei media quanto nei programmi di governo, del problema personale e sociale legato al diritto di famiglia e al diritto riproduttivo.
    Se poi per patriarcato si intende l'esistenza di un padre che abbia anch'egli un diritto di pari dignità, se per maschilismo si intende qualsiasi manifestazione del desiderio maschile, che fa violenza anche quando guarda una foto di una donna discinta, allora benvenuti nell'era della manipolazione neo-sessuofobica, il cui fine, in una sorta di ipnosi collettiva, è l'adesione entusiastica delle masse a politiche contrarie ai veri interessi.

  2. In Spagna la legge integrale contro la violenza di genere di Zapatero ha prodotto da un lato l'incarcerazione di centinaia di migliaia di uomini innocenti, soprattutto separati, e dall'altro un aumento della conflittualità e della violenza di genere. Ciò malgrado il neofemminismo la difende e la estende prendendola a modello anche per altri paesi. Il governo ha vietato la raccolta e la pubblicazione di dati sulle violenze subite dagli uomini; è vietato indagare ed è vietato parlare. Questo tipo di logiche non corrispondono a lotta contro la violenza bensì a strumentalizzazione della stessa per la guerra di genere. Non basta difendere la vittima, si deve anche vedere il modo in cui viene fatto. La lotta alla violenza è vana se invece di pacificazione si introduce conflittualità. Ma c'è qualcuno nello schieramento neofemminista di stato e non, che desidera la pace? C'è qualcuno disposto a calmierare i presupposti della violenza? Qualcuno che si preoccupi del rischio emulazione che il martellamento informativo introduce? O c'è invece chi va in giro per i parlamenti a divulgare la teoria del "conflitto necessario"?

  3. In Spagna grazie alle politiche di Zapatero i femminicidi sono drasticamente diminuiti.

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