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La privacy di chi molesta in privato

Riprendo la vicenda del post precedente, per considerare alcune dinamiche delle discussioni che ne sono seguite su Facebook. Dinamiche simili a situazioni analoghe, verificatesi in comunità virtuali, dove qualcuno aggredisce privatamente qualcun altro e poi viene pubblicamente denunciato. La denuncia pubblica e la solidarietà con essa, può rispondere a tre motivazioni: 1) L'ostilità nei confronti del denunciato. E' una occasione strumentale per attaccarlo. 2) L'amicizia nei confronti della vittima. E' una persona cara, fa parte del proprio gruppo, occorre difenderla per testimoniare l'affinità. 3) Il fatto è caricato o letto attraverso le lenti di significati ulteriori. Ad esempio, un uomo che aggredisce una donna è un fatto che può iscriversi nel tema della violenza sulle donne, specie se lui ha usato parole ed espressioni di natura sessista. Condannare quel fatto significa contribuire a contrastare la violenza sulle donne. Tacere o addirittura difendere il denunciato, significa fare il contrario. Eloquente il commento di quella militante notav che si rivolge ai difensori del prof. Zucchetti, per dire loro: «Voi italiani non cambierete mai, siete sempre quelli di "Processo per stupro"». Anche se l'insulto sessista e la minaccia non sono una violenza realizzata, la subcultura che li presiede è la stessa. Molte volte la violenza fisica è preceduta da violenza psicologica. Ed è difficile stabilire una gerarchia di gravità tra violenza fisica e violenza psicologica. Se anche il fatto è circoscritto, fa comunque allertare.

Questa terza motivazione sembra essere quella prevalente nelle prese di posizione, di denuncia, di solidarietà, delle donne notav, almeno di quelle che si sono espresse in questo senso. La seconda motivazione fa capolino nel comunicati del Collettivo comunista piemontese, che mettono l'accento sul fatto che è stata colpita una comunista, una proletaria e che perciò tutti i comunisti, tutte le donne proletarie sono state colpite. Sorge così il dubbio che se ad essere oggetto dell'aggressione privata fosse stata una donna di altro orientamento politico o di altra condizione sociale, l'aggressione sarebbe stata considerata meno grave. La prima motivazione non l'ho riscontrata, anche per le ragioni che ho scritto qui al terzo paragrafo, se non nelle possibili intenzioni di qualche avversario. Ci torno tra breve.

Tra i taciturni e i difensori valgono le stesse motivazioni a rovescio. 1) Il denunciato è un amico, un compagno, un collega, un personaggio meritevole di grande stima. E' il momento di sostenerlo. Mal che gli vada lui è un po' matto. Nel contesto di una intemperanza maschile, dare della troia ad una donna e minacciarla di violenza viene considerato normale, quindi digeribile, il significato sessista di un tale comportamento è negato, non riconosciuto o semplicemente considerato non grave. Al limite, lui deve curarsi. 2) La vittima al contrario è disistimata o non è considerata sufficientemente importante. Non ha senso rovinare lui solo per una come lei. Che infatti viene colpevolizzata a sua volta. 3) La difesa è proposta anch'essa attraverso significati ulteriori: la salvezza di una causa, identificata con la difesa dell'immagine di una organizzazione, il classico buon nome dell'istituto, logica che vale per tutte le organizzazioni, istituzionali, politiche, sociali, religiose. Possiamo presumere valga anche per il movimento notav, movimento reputato di estrema sinistra, ma diretto da Alberto Perino e Sandro Plano, due maschi anziani, di origine democristiana, forse non particolarmente sensibili alla questione femminile. D'altra parte, loro hanno da fermare un treno e questo è il limite dei movimenti monotematici: saper vedere una cosa sola. E però l'esistenza di squadracce e servizi d'ordine al soldo di qualcuno, almeno questa dovrebbero sentire l'esigenza di smentirla.

Lui, l'accusato, ha una forte legittimazione pubblica, lei, la vittima accusatrice, è una sconosciuta. Così in difesa di lui agiscono contro-accuse del tipo: Gettate il mostro in prima pagina. Cosa che si può dire di cittadini sospettati di delitti, senza prove certe, accusati sulla stampa in modo sensazionalistico. Ma qui le prove ci sono. Mancano i titoli sensazionalistici. Volete sputtanarlo con i pettegolezzi. Cosa che si dice del vociferare in forma anonima e spesso privata di comportamenti personali deplorevoli, ma che non fanno del male a nessuno: mettersi le dita nel naso, drogarsi, ubriacarsi, vestire in modo trasandato, non lavarsi. Qui invece si tratta di una aggressione ad una persona, le denunce sono scritte in forma pubblica e firmate con nome e cognome. In ultimo, Taci che il nemico ti ascolta, ergo I panni sporchi si lavano in famiglia. In questo caso però pure il nemico sembra tapparsi le orecchie. L'ultras dei SiTav Stefano Esposito ha postato la notizia a tutta pagina sulla sua bacheca di FB. Ma dopo un po' l'ha rimossa. La Stampa se n'è occupata con un breve e distaccato articoletto, scritto da un giornalista diverso da quello che segue la vicenda dei notav, poi non ci è più tornata. Repubblica, giornale SiTav, incline ai pettegolezzi veri e ai retroscena non ne ha parlato. Una mia amica SiTav ha commentato che «Oramai bisogna far attenzione a quel che si scrive su Fb perchè scripta manent». Insomma, quasi un mezzo che limita la nostra libertà di espressione (legittima?).

Non saprei dire come i panni sporchi si lavano in famiglia. I fenomeni di corruzione che attanagliano i partiti e la chiesa, dimostrano che non si può. In famiglia, al riparo del giudizio dell'opinione pubblica, i panni sporchi si nascondono soltanto. La chiesa cattolica che non vuole denunciare i preti pedofili alla giustizia, finora non ha dimostrato di saper fare giustizia da sé, ha solo dimostrato di saper trasferire un prete da una parrocchia all'altra. Ma questo non ha rinforzato l'immagine dei partiti e della chiesa. Eppure pare esistere un codice d'onore condiviso da amici e nemici, per cui la famiglia è una zona franca. Famiglia intesa come qualsiasi dimensione privata nell'ambito di qualsiasi gruppo di appartenenza. Se l'aggressore, il molestatore agisce per via privata per colpire il suo bersaglio, e il fatto si viene a sapere, scatta in tutti un riflesso omertoso, come se fosse giusto, naturale, rispettare la privacy, l'intimità di quell'individuo. E' la cultura del paese, una cultura mafiosa, o è il fatto che in tanti si identificano con lui, perchè ciascuno - si pensa - nel suo privato ha le sue cose di cui vergognarsi (senza tanto distinguere se nuociono oppure no agli altri). Come che sia, anche in questa cultura - che in rapporto alla famiglia si riassume nel detto "Tra moglie e marito non mettere il dito" e che viene fatta valere anche quando lei non è la moglie - si può leggere un significato ulteriore, una condizione favorevole alla violenza privata, quella condizione che fa si che le vittime non denuncino, che permette il dilagare della violenza domestica, della violenza sulle donne, dei femminicidi, che una volta ogni due giorni ci obbligano, quando ormai è troppo tardi, ad occuparci dei cosiddetti affari privati di qualcuno.

3 Responses to “La privacy di chi molesta in privato”

  1. Complimenti, Massimo Lizzi! Ho letto tutto d'un fiato, la tua analisi è precisa, equidistante, esaustiva.
    Sono Hana Boema, la militante NO TAV, autore della frase da te citata: "Eloquente il commento di quella militante notav che si rivolge ai difensori del prof. Zucchetti, per dire loro: «Voi italiani non cambierete mai, siete sempre quelli di "Processo per stupro"».

  2. Bello! Analisi lucida, corretta, fatta da qualcuno non invischiato che guarda la vicenda con occhio lucido e mente attenta! Grazie Lizzi da perte di chi non puó fare commenti perchè immediatamente tacciato "di parte"

  3. Ciao Hana Boema. Si, mi ricordo che fosti tu l'autrice, ma non ero sicuro di poterti citare. L'ho trovata una osservazione molto azzeccata.
    Ciao Laura. Siamo tutti limitati e parziali. Che una donna stia dalla parte delle donne, di fronte a qualsiasi manifestazione di violenza maschile, è persino auspicabile.

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