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Guerra alla cultura patriarcale, non agli uomini arabi

Il pezzo di Nesrine Malik (...) sostiene che non si può che essere d'accordo con ElTahawy circa i diritti violati delle donne nei paesi arabi ma considera insufficiente il ridurre questa condizione all'effetto dell'odio dell'uomo arabo nei confronti della donna araba. Come si trattasse di una malattia con cui gli arabi nascono o una malattia contratta dall'atmosfera del mondo arabo.
ElTahawy sostiene dipenda da un mix tossico di cultura e religione e auspica una rivoluzione di pensiero senza la quale non ci saranno rivoluzioni politiche.
Nesrine Malik sostiene il contrario. Cioè che sono necessarie le rivoluzioni politiche per affrontare poi la lotta al patriarcato, poichè sostiene che nel mondo arabo prima ancora di una questione di genere, c'è un problema generale di diritti civili e democrazia.
Del resto, dice, anche in occidente i diritti delle donne e delle minoranze sono stati riconosciuti solo una volta raggiunto un contesto politico in cui tradizione e chiesa sono state costrette a ritirarsi e ridimensionarsi.
In Arabia le donne non possono guidare ma gli uomini non possono eleggere i loro governanti. In Egitto le donne sono state sottoposte a test di verginità ma gli uomini sodomizzati. In sudan le donne vengono frustate per avere indossato pantaloni ma anche le minoranze etniche sono marginalizzate e sotto assalto.
In sostanza sostiene che è una questione più universale, non solo di genere.
Prioritaria è una lotta per i diritti civili, in quel nuovo contesto sarà possibile portare avanti quella alla cultura patriarcale.

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(...) Credo sia semplicemente il tentativo di affrontare la complessità della realtà islamica, rifuggendo quelle semplificazioni che riducono tutto alla questione femminile attribuita, peraltro, alle popolazioni arabe e all'islam alimentando l'islamofobia e in definitiva non facendo un buon servizio a nessuno. Neanche alle donne, molte delle quali sono musulmane e non intendono rinunciare alla propria fede, senza per questo rassegnarsi a non vedere riconosciuti i loro diritti.
Questa preoccupazione ha spinto molte femministe del mondo islamico a ritirarsi e partecipare poco al dibattito pubblico, occupato principalmente da chi ne fa sostanzialmente una questione di velo.
Il merito di questa giovane femminista sta nell'avere riacceso il dibattito e trovo ne stiano venendo fuori delle interessanti questioni, come appunto il porre l'attenzione sull'universalità dei diritti che in quei paesi non è ancora riconosciuta, la necessità di rivoluzioni politiche sostanziali che apriranno la strada anche alla rivoluziona femminile, poichè sono fortemente connesse. Secondo me è un modo di inquadrare il problema molto interessante, poichè intanto della questione femminile riconosce la dimensione e la portata, essendo questione che riguarda ancora anche l'occidente (donne occidentali e donne islamiche possono trovare un'alleanza per un percorso comune che è ancora lungo anche in occidente ...) e perchè individua nella negazione dei diritti umani, nella mancanza di democrazia e nella politica tenuta in ostaggio dalla religione (qualunque religione) il reale nemico dell'emancipazione femminile, superficialmente (secondo loro e anche secondo me) spesso individuato solo nell'islam in sè. 

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(...) se questi uomini non hanno la consapevolezza dei diritti che spettano a loro stessi, con più difficoltà riconosceranno quelli dell'altro, siano le donne o le minoranze.
E' quella la battaglia prioritaria.
Naturalmente non significa che le donne debbano nel frattempo attendere buonine buonine che i maschietti si illuminino d'immenso ma è necessario riconocere l'importanza delle due rivoluzioni. E che lo faccia anche l'occidente che si fa paladino della guerra al velo, anche in casa proprio e anche a costo di rinnegare principi qui acquisiti ma poi foraggia e fa affari con le peggiori dittature.
Così poi, come dice una di queste donne, si farà la guerra alla cultura patriarcale, non agli uomini arabi. 


Riferimenti:
Go, (Arab) Woman, go (Paola Caridi)

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