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Giorgio Bocca, un partigiano per tutta la vita

Non è vero che dei morti si parla sempre bene. La vita di Giorgio Bocca, ad esempio, è stata ricordata, facendone un sandwich. Oltre sessant’anni schiacciati tra alcune sue affermazioni giovanili e altre sue affermazioni senili. Lo ha denunciato Andrea Scalzi sul suo blog. In effetti, quel che l’ormai molto anziano giornalista può aver detto su Napoli e i meridionali è troppo estemporaneo e provocatorio, da poter permettere di identificare un pensiero o addirittura una biografia. Certo, gli si può rimproverare la simpatia leghista e il voto per Formentini nel 1992, ma non ricordo dichiarazioni antimeridionali dell’epoca. Meno che mai contro gli immigrati. La Lega era un movimento nuovo, emergente, e poteva essere vista, con tutti i suoi difetti, come parte di quella stagione di rinnovamento e risanamento morale, con l’inchiesta Mani Pulite e il crollo dei partiti della cosiddetta prima repubblica. Altre cose gli possono essere rimproverate. Un certo anticomunismo. L’essersi schierato contro i camalli negli anni ‘80. Quando lo leggevo da giovane, mi sembrava un qualunquista, perchè pareva criticare tutto e tutti. Non sosteneva un partito in particolare. Era un giudizio superficiale. Il suo partito, il partito d’azione, non esisteva più dal dopoguerra e i partiti negli anni di De Mita e Craxi erano già soltanto macchine di potere, macchine elettorali, come la realtà descritta da Enrico Berlinguer nella famosa intervista concessa a Scalfari sulla questione morale, nel 1981. Giorgio Bocca scrisse una bella biografia di Palmiro Togliatti.

Riguardo le dichiarazioni giovanili, è soprattutto Vittorio Feltri a rievocarle. Il suo sostegno attivo al fascismo, la sua adesione al Manifesto della Razza. Bocca era del 1920. Sarà stato poco più che adolescente. Cesserebbe di essere fascista solo nel disastro della seconda guerra mondiale, per poi diventare antifascista come molti italiani. Dunque, l’antitaliano era italiano come tutti gli altri, come lo stesso Feltri: un’opportunista. In questo quadretto non c’è solo la deformazione di Bocca, che come molti altri giovani nati e cresciuti sotto il regime di Mussolini, non ha avuto immediatamente da ragazzo l’opportunità di essere altro che un fascista, vi è anche la deformazione della storia italiana. Come se l’antifascismo fosse stato nella storia della repubblica un conformismo equivalente alla subordinazione al duce durante il ventennio. L’antifascismo ha avuto una parentesi relativamente d’oro durante gli anni ‘60 e ‘70, ma è stato tenuto ai margini prima e dopo: durante gli anni ‘50 quando si cantava “Vecchio scarpone” e i partigiani erano più epurati degli stessi fascisti. E durante l’ultimo trentennio, segnato dal revisionismo. Se Bocca fosse stato davvero un italiano opportunista come lascia intendere Feltri, sarebbe stato alla finestra durante la guerra di liberazione, democristiano sotto il centrismo, di sinistra e comunista negli anni della contestazione e del compromesso storico, craxiano negli anni ‘80, e Berlusconiano nell’ultimo ventennio. Se fosse stato un opportunista, i libri di Gianpaolo Pansa, li avrebbe scritti lui. Invece, una volta aperto gli occhi, è diventato un partigiano, un azionista, un antifascista e lo è rimasto per tutta la vita, in opposizione ai tratti più deteriori del nostro carattere nazionale.


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One Response to “Giorgio Bocca, un partigiano per tutta la vita”

  1. Sono in parte d'accordo con quelo che tu dici, ma, guarda che Craxiano Bocca lo è stato davvero e anche bossiano. Non è stato nè esempio di coerenza nè illuminato "antitalianiano". Se leggi "Il Provinciale" ci trovi dentro molte cose che anche il Pansa revisionista sottoscriverebbe. Bocca era un grande giornalista, ma, come quasi tutti i giornalisti non era in grado di scendere sotto la superificie delle cose. Bocca "custode della resistenza" lo è diventato da vecchio. Detto questo ad averne di Bocca.

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