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L'umorismo sessista aumenta la violenza



L'umorismo sessista aumenta la violenza sulle donne. A me sembra una cosa normale e persino evidente. Nelle compagnie di amici e amichetti, tra bambini e adolescenti, quello più preso in giro è anche quello che si prende più botte. Naturalmente non si parla di battute occasionali, ma di uno stillicidio di battute che prendono sempre di mira lo stesso bersaglio. Se non si vede questo, ci si ferma a commentare la singola goccia che cade sulla pietra e sembra una idiozia l'idea che possa bucarla.

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Non si parla di un rapporto diretto, di causa ed effetto.  Non è che l'ironia inciti a violentare, magari può persino sublimare, gli ironici non sono di per sè dei violenti. Secondo la ricerca, l'ironia sessista si associa ad una condizione di indulgenza. Coloro che fanno abitualmente battute sessiste sono più indulgenti nei confronti della violenza e determinano più indulgenza. In questo senso favoriscono la violenza. Corrisponde anche nei forum, se mettiamo a confronto le discussioni sull'umorismo sessista e sulla violenza, gli indulgenti sono gli stessi, l'argomento della "modica quantità" è lo stesso. 

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Confusione tra il ridere di sè e il ridere degli altri. Forse la vera sostanziale differenza tra ironia e sarcasmo. Confusione tra l'usufruire di confidenze concesse e il prendersi confidenze mai concesse.

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La cultura maschilista divide la donna in due modelli: madonna e prostituta. In passato, il discorso pubblico sulla donna riguardava la madonna, mentre solo nel privato si poteva trattare della prostituta. Vizi privati e pubbliche virtù. Oggi il discorso pubblico sulla donna ammette e incentiva la prostituta, relegando la madonna alle donne più care (mamma, moglie, sorella, figlia). Si dice alle mamme, alle mogli, alle sorelle e alle figlie degli altri: emancipatevi! Siate prostitute! Godetevi la battuta sessista, la manata sul culo, il bacio rubato! Siete sedute sulla vostra fortuna, approfittatene per farvi selezionare e promuovere. Prostituirsi per far carriera è legittimo. Ma il dualismo resta: madonna e prostituta. Si resta li dentro e l'unica emancipazione che si sa concepire è il passaggio dall'una all'altra. E' la rivoluzione del berlusconismo: il vizio privato che diventa virtù pubblica. Spacciato per emancipazione. Mentre l'emancipazione autentica è quello slogan che diceva: "ne puttana, nè madonna, solo donna!" Che definisce da sè il suo modello, non se lo fa definire nè dal prete, nè dal puttaniere.

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Riguardo il piangersi addosso, non c'è niente di più piagnucoloso, noioso, lamentoso, lagnoso, capriccioso e vittimista, di un maschilista a cui non viene permesso di fare il maschilista. 

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Una persona è propensa ad accettare violazioni dagli altri, quando è chiaro che è lei ad avere il controllo, a poter in qualsiasi momento fissare il limite e dire ora basta. Chi ha il controllo della situazione ha la serenità. L'umorismo sessista si caratterizza proprio per l'intenzione e la pratica di violare il limite altrui. E', come la violenza, un rapporto di potere. All'altra è concesso di scegliere tra subire e andarsene (girare i tacchi, come viene detto). Non c'è neanche da interpretare, sono cose esplicitate. Altra situazione ancora è quella di una persona di cui è noto il pensiero e la pratica ed esprime una battuta contraddicendosi. Questa può essere accettata, in quanto considerata paradossale.

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Non è questione tra uomini e donne, ma tra sessismo e antisessimo. Due orientamenti trasversali, presenti sia tra gli uomini, sia tra le donne. Tante volte una donna al volante commenta negativamente altre donne al volante, sottolineando che sono donne! Come farebbe un uomo. E' un modo di sentirsi emancipate. Ma non legittima un bel niente, esprime solo una subalternità.

Umorismo sessista: riso che fa male (TGCOM)

Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. (Monica Lanfranco, Liberazione 15 agosto 2006)

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