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Esistono parole topiche che riassumono stereotipi ed evocano razzismi. Lurido, sporco, riferito a nero. Perfido, avido, strozzino, riferito ad ebreo. Terrone riferito a meridionale. Oca, gallina, isterica, maestrina, riferito a donna. Sono espressioni insultanti, discriminanti e delegittimanti in quanto comunicano che motivo del difetto (l’essere sporco, l’essere avido, l’essere poco intelligente) è nella natura dell’appartenenza. Poco importa che esistano degli equivalenti per tutti gli altri, perchè tali equivalenti non comunicano quello stesso motivo. Gli altri, quando sono il gruppo dominante (i bianchi, gli adulti, gli ariani, i maschi) si danno definizioni, positive o negative, che non indicano specificità di appartenenza, sono neutre, universali, proprio in quanto appartengono a quei gruppi che sono dominanti.

Il punto non è se tratto male tutti o solo qualcuno, ma come tratto male. Se mi esprimo in modo neutro contro l’individuo (sei una stupida!) o anche contro la sua appartenenza (sei un’oca!). Ciò detto, il trattar male tutti non può valere come licenza. Nè le modalità più ruvide di confronto maschile, secondo una malintesa uguaglianza, possono riprodursi nel confronto con le donne. La partecipazione femminile alla sfera pubblica non significa che anche alle donne è concesso di salire sul ring per fare a boxe, significa che cambia completamente il gioco e la sua regola. Significa che c’è una parziale femminilizzazione della sfera pubblica. Trattare le donne come si trattano gli uomini, cioè come quando l’arena era solo maschile, significa opporsi di fatto alla partecipazione femminile.

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